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mercoledì 18 maggio 2016
Tenetevi la precocità
PROVATE voi a dirglielo, provate a convincere Pugliesi Maurizio da Capannoli, provincia di Pisa, che passano più o meno intorno ai venti, i migliori anni della nostra vita. Perso dietro il suo sogno infantile, «perché la serie A è il sogno di tutti i bambini», non li scambierebbe di certo con i quasi quaranta che invece si ritrova. Trentanove e centoquaranta giorni per l'esattezza, nel momento in cui Joel Obi, nigeriano del Torino, stacca i piedi da terra, allunga il collo e con la testa colpisce il pallone che dalla destra Zappacosta gli ha buttato un po' alla cieca al centro. Le mani di Maurizio, sarebbe facile far battute sull'età, cedono e il pallone passa. Però che gioia aver finalmente preso un gol in serie A.
mercoledì 11 maggio 2016
Vado, batto e smetto: il rigore prima dell'addio
CHE bello questo regalo. Stai per andartene, il sole è al tramonto, la porta alle tue spalle è quasi chiusa e l'arbitro fischia un calcio di rigore. Così agli amici viene voglia di fermarti, vogliono scattarti l'ultima foto ricordo e farti ciao mentre sorridi. Vai, vai, tiralo tu. Capita a Luca Toni che sta salutando dopo tre campionati Verona e il calcio dopo ventidue. Capita a Gianpaolo Bellini che si stacca dall'Atalanta dopo aver portato quella maglia dalle giovanili fino alla fine, 1986-2016, trent'anni senza cambiare colori. Il Totti di Bergamo. Viene perfino da commuoversi. Grazie a tutti, che cari che sono gli amici, allora batto io. Solo questo tiro e vado, ancora uno e basta. Mani sul fianco, rincorsa e all'improvviso il panico. E se poi lo sbagli? Questo allora non è un regalo. Questa è una trappola. Stai per andartene, il meglio del tuo calcio è passato e noi siamo purtroppo cresciuti fra Hollywood e il romance, con la bizzarra idea che l'ultima pagina sia quella che conta più delle altre, che il lieto fine debba essere il canone. Provate a tirarlo voi un calcio di rigore in queste condizioni, nel giorno dell'addio, provate ad arrivare su quel pallone davanti a una porta che all'improvviso sembra piccolissima, sapendo che sarà l'ultima volta, e dunque senza rivincita, sapendo che dopo non ci sarà nient'altro da ricordare né da dimenticare. Meglio a questo punto che non ci sia nulla di cui farsi perdonare.
mercoledì 20 aprile 2016
Come cambiano le papere dei portieri
Che tutto sia moderno, per favore, anche gli errori. Quello di Andrea Consigli, per esempio, sta dentro il nuovo canone. Un retropassaggio - lo chiamano giro palla basso - un controllo, e poi un tocco che se fossimo in un fumetto farebbe swoosh. Così contemporaneo, questo gesto del povero portiere del Sassuolo, che ancora non ha un nome. Papera no, papera sa d’antico. È roba del Novecento, inadatta al neocalcio.
Papera è un pallone che s’infila sotto la pancia, è goffaggine, impaccio, insicurezza. È Arconada che si fa passare sotto il corpo un calcio di punizione di Platini, nella finale degli Europei ’84.
Papera è un pallone che s’infila sotto la pancia, è goffaggine, impaccio, insicurezza. È Arconada che si fa passare sotto il corpo un calcio di punizione di Platini, nella finale degli Europei ’84.
Questa di Consigli tutto è tranne che mancanza di confidenza. È il suo opposto, casomai. Pàparo, cioè balordo, fu invece per primo Vittorio Faroppa, portiere torinese del Piemonte, che a 25 anni debutta in Nazionale contro la Francia e sbaglia quattro prese. Quattro gol per loro, siamo nel 1912. «Stava in porta con i piedi larghi, sembrava una papera», commenta uno dei c.t., Umberto Meazza, commerciante di vini e pure arbitro, per divertimento. Antonio Ghirelli, in un dizionario del dialetto napoletano, spiegherà che la papera è un animale che va nel panico, «come certi portieri sui tiri da lontano», anche i migliori, tipo il tedesco Kahn in finale ai Mondiali 2002 contro il Brasile. Il lessico del calcio esige certezze. Qui siamo dinanzi a una ciabattata, un liscio, una svirgolata. Ma è terminologia per terzini, al massimo mediani. Lirico dev’essere l’errore di un portiere, che infatti una volta usciva a farfalle. Alla Zenga su Caniggia nella semifinale dei Mondiali ’90.
Gli spagnoli dicono: a prendere l’uva. Ma è uguale. Quel disastro là. Le braccia alte, l’aria afferrata al posto del pallone, l’errore numero uno di ogni numero uno. Un classico. Una cappellata, secondo i più arditi. Una pifiada, in Spagna: dal sibilo che nel gioco del biliardo produce la stecca quando manca l’impatto con la palla. Oppure una cantada, come i suoi errori chiama Casillas, perché un cante (di flamenco) pretende attenzione, non passa sotto silenzio. Howler, dicono gli anglosassoni, vale a dire urlatore, e dunque un abbaglio così clamoroso da indurre al grido. È finanche il nome dato negli Stati Uniti a un magazine trimestrale che racconta il modo in cui guardiamo il calcio. Forse perché l’errore è un’esperienza letteraria, «solo l’errore è vita, la conoscenza è morte» (Fontane, Germania, ruolo: poeta).
Di vita in Consigli ne scorre allora parecchia. Come in Padelli (stesso gesto un anno fa in Torino-Empoli), come in tutti i portieri di questo calcio così cambiato dal ’90, con regole ritoccate per tutelare gli attaccanti, e sempre meno disposte a proteggere chi difende. I portieri, non ne parliamo. Hanno dovuto imparare a buttar via con i piedi il passaggio all’indietro di un compagno, poi gli hanno chiesto perfino di cominciare a costruire l’azione. Volgarità. Yann Sommer, lo svizzero del Borussia Moenchengladbach, viaggia a una media di 40 passaggi a partita. Certe volte più del centravanti. Consigli è intorno ai trenta. Higuain ha una media di ventisei. Ma per fortuna Consigli la butta in porta meno di Gonzalo. Senza più papere e farfalle, col pallone sempre tra i piedi, il portiere è meno solo e troppo uguale a noi. Cerchiamo almeno un nome magico per i suoi nuovi errori.
aggiornamento nei commenti sulla pagina facebook del blog Puliciclone è arrivata una prima bellissima proposta: "Rimanendo nel campo animale opterei per LA PAVONA. Il pavone è un animale bellissimo ma con delle zampe orrende. La leggenda vuole che pur fiero della sua ruota appena abbassa lo sguardo il pavone si mette a piangere guardando la cosa più brutta che ha: i piedi. Per più di un secolo ai portieri era stato chiesto di usare le mani e la specie non sempre si è evoluta con successo nell'ultimo decennio".
(da la Repubblica del 19 aprile)
Il testamento che Totti non vuole firmare
Il testamento che Totti non vuol firmare è dentro un video che dura il tempo in cui Gino Paoli canta "Il cielo in una stanza".
Quando sei qui con me,
esce Keita e il capitano mette piede in campo. Minuto 85 e 30" di Roma-Torino, risultato 1-2. Così comincia quest'attimo lunghissimo, chiuso dentro una bolla che danza sopra l'Olimpico, oltre il tempo, un attimo di due gol in due minuti e quaranta secondi, al termine dei quali tutto sarà diverso e tutto in fondo resta come prima. Keita s'avvia in panchina come sconfitto. Contento non è. Se solo sapesse che sta cambiando la partita. Uscendo.
mercoledì 13 aprile 2016
Le regioni dove il calcio non esiste
Quando segna Pellissier, il gol è sempre un po' politico. In senso greco. Relativo alla pólis. Quando segna Pellissier, anche e soprattutto se il tiro passa come stavolta tra le gambe del portiere, l'Italia del pallone si estende, si unisce per davvero, allarga la sua mensa. Sergio Pellissier, 37 anni, è nato ad Aosta, nell'unica regione su venti in cui il calcio non domina, dove il maggior numero di tesserati appartiene alla federazione sport invernali e dove con una squadra sono saliti al massimo in serie C, negli anni Cinquanta. Quell'antico Aosta Calcio è fallito nel 2010, e quando due anni più tardi in Lega Pro è arrivato il più giovane Saint-Christophe Vallée d'Aoste, i dirigenti hanno scoperto che non esisteva uno stadio a norma per quel campionato: le partite in casa dovevano andare a giocarle a San Giusto Canavese, in Piemonte. Sergio Pellissier è una specie di Zorro del calcio locale. Mette il mantello e vendica un popolo per questa emarginazione.
mercoledì 6 aprile 2016
Dei cento e più modi di perdere uno scudetto
Dei cento e più modi di perdere uno scudetto. Ovvero come si rimane fedeli a se stessi in un rovescio. Il Napoli, per esempio. È così che scivola un tricolore dalle mani di chi per anni non l'ha afferrato mai: con questo condensato di disastro ira e farsa, per colpa di un gol uscito da una foresta di segni. Le maglie bianconere di fronte. Una porta vuota. Una cosa che comincia come gollonzo e finisce come prodezza: la rovesciata di un portoghese - Fernandes - che ha segnato il 40% dei gol in carriera contro di te (nell'antico calcio da cortile e marciapiedi è uno che "caccia la scienza"). Giunge peraltro dopo una scarpata del tuo portiere e con l'assist di un calciatore di tua proprietà, Zapata - a Udine in prestito - al quale non sei neppure riuscito a far venire la febbre il giorno prima della partita. Nessuno stupore perciò, tutto è in linea con le altre volte, le antiche sconfitte, lo scudetto evaporato nel '74 per un gol dell'ex (Altafini, Juve- Napoli), quello del 1981 per un autogol contro l'ultima in classifica (Napoli- Perugia), quello del 1988, sorpasso alla terzultima giornata (Napoli-Milan). È una questione di censo. L'aristocrazia del calcio italiano sa perdere i suoi scudetti con solennità ("la fatal Verona"), in modo lirico ("il 5 maggio"), facendone un caso politico (la monetina di Alemão), tecnologico (il gol di Muntari), o addirittura fra i tuoni dell'Apocalisse, che può manifestarsi sotto forma di diluvio primaverile a Perugia nel 2000 o di intercettazione telefonica nel 2006. I poveri-cristi no, si fermano prima, molto prima, sulle soglie della banalità per un fuorigioco (Turone, Roma, 1980), un gol annullato (Daniel Bertoni, Fiorentina, 1982) o un rigore non dato (Salas, Lazio, 1999). Così va a finire col complotto e i poteri forti.
mercoledì 23 marzo 2016
Entro e segno: l'arte di cogliere l'attimo
ASPETTA la tua occasione, ragazzo, aspetta pure che arrivi qualcuno a dirti quando è il tuo momento, ma non star fermo, intanto preparati, non ti lagnare, le cose succedono all'improvviso, a volte per caso, fatti trovare pronto. Come meglio di tutti sa fare Kevin Lasagna, che fino a due anni fa giocava in serie D, a Este, e adesso va in giro per gli stadi di A come se fosse al Paese dei balocchi, a mostrare l'arte di cogliere le opportunità senza passare per opportunisti. Lui sa che il suo posto naturale è la panchina perché viene da lontano, dalla periferia del sistema, da quei campi dove non hanno mai visto una telecamera di Sky e dove non hanno la goal line technology. Sa che deve dimostrare due volte di essersi meritato tutto questo, il bello è che Lasagna lo fa. La prima volta: quando entra. La seconda: quando segna. A Verona ha esagerato, con una punizione gioiello, e al primo pallone di tutta la partita. «La tiro io». Gol. È il suo quarto in campionato, tutti così, tutti segnati alzandosi dalla panchina. Gli altri a Inter, Fiorentina e Roma. È il capocannoniere dei "dodicesimi", lui che di 28 partite ne ha giocate 21 cominciando quando gli altri erano già stanchi, e che alla prossima tornerà a sedersi. In questo calcio che vive il turn-over come una necessità, la panchina dovrebbe smettere di sembrare un luogo di frustrazione. È solo parte di un tragitto diverso per arrivare in campo. Una riserva oggi è la calamita di un'attesa, il portatore della speranza di una meravigliosa mezz'ora finale. Mertens ne è un esempio. Arriva il 60' e tocca a lui, il più subentrato dell'intera serie A: ventidue volte, di cui 14 al posto di Insigne, il cambio più visto finora.
martedì 8 marzo 2016
Mancosu, Ciofani e Rigoni: i fratelli del gol
PER fortuna i tempi cambiano. Adesso Luca possiamo chiamarlo solo Luca, e Nicola semplicemente col suo nome. Una volta no, una volta i fratelli nel calcio erano trattati come i papi e i re. Con i Cevenini, a inizio Novecento, partivi dal capostipite (era Aldo) e distinguevi tutti gli altri grazie ai numeri romani, arrivando dritto fino al quinto, anzi il V, che non a caso si chiamava Carlo. Se tutto fosse rimasto come allora e come poi fino agli anni Settanta, quando la genealogia dei Savoldi e dei Trevisanello finiva stampata sull’album delle figurine, in questo fine settimana la serie A si sarebbe intrappolata dentro lo scomodo scioglilingua per cui Rigoni II ha segnato per primo e Rigoni I per secondo.
Riassunto. Rigoni II, cioè Nicola, 25 anni, sabato sera si trova sui piedi il gentile omaggio del napoletano Chiriches e lo trasforma nel primo gol in serie A della sua vita. Rigoni I, cioè Luca, di sei anni maggiore, domenica pomeriggio fa un mezzo giro su stesso e mette la palla nell’angolo lontano, vittoria del Genoa sull’Empoli e festa doppia a casa, coi fratelli in gol nella stessa giornata di campionato. Ci sarebbe in questa storia anche un Rigoni anteriore al I, il padre, ex centrocampista del Vicenza, per comodità detto Gianluigi. È stato lui ad avviare i ragazzi al calcio, sebbene al campo per gli allenamenti - si sa poi come vanno a finire certe cose - li accompagnasse sempre mamma Maria. I Rigoni hanno giocato insieme per un minuto in tutto, anno 2007, in serie B contro il Brescia, e mai erano stati avversari, Nicola contro Luca, fino a due domeniche fa, come invece accaduto per una vita ai Baresi nei derby di Milano e come con il contorno di un discreto astio successe ai Boateng in Germania-Ghana dei Mondiali: Kevin, fedele alle radici, dava del traditore al naturalizzato Jérôme.
In otto giorni i Rigoni hanno esplorato buona parte delle emozioni, o quasi. Ci sono comunque obiettivi che possono ancora darsi. Ipotesi I: far gol nella stessa partita ma con maglie differenti, alla Jordan e André Ayew, in Swansea- Aston Villa lo scorso ottobre. Ipotesi II: far gol nella stessa partita con la stessa maglia, come Daniel e Matteo Ciofani per il Frosinone contro il Lecce (2013), o Antonio ed Emanuele Filippini per il Palermo contro il Catania (2004). Questi ultimi per giunta erano gemelli, come Mario e Marco Piga, negli anni ‘70 diventati celebri non solo per un “rigore indiretto” calciato in Torres-Olbia, dunque molto prima di Messi; ma pure per la diceria secondo cui, quando facevano fallo a uno, fosse l’altro a sentir dolore, a centinaia di chilometri di distanza, in un’altra squadra, in un’altra partita.
Se ci fosse in questa storia pure un Rigoni III, potrebbero tutti insieme andare all’attacco del record stabilito due anni fa in una domenica d’aprile dai Mancosu: Matteo, Marco e Marcello in gol nello stesso giorno, uno col Trapani, l’altro col Benevento e l’ultimo a Pavia. Tra fratelli non si sa mai come va a finire. (Arnaldo) Sentimenti II aveva nel 1942 parato sei rigori di fila per il Napoli quando si trovò di fronte (Lucidio) Sentimenti IV, portiere anche lui, al Modena, per Agnelli uno dei più grandi della storia, e quel giorno tiratore perché i compagni non se la sentivano. Gol. Arnaldo lo inseguì per tutto il campo. Come dicevano in quel film a Bud Spencer e Terence Hill: «I miei fratelli li picchio solo io».
Riassunto. Rigoni II, cioè Nicola, 25 anni, sabato sera si trova sui piedi il gentile omaggio del napoletano Chiriches e lo trasforma nel primo gol in serie A della sua vita. Rigoni I, cioè Luca, di sei anni maggiore, domenica pomeriggio fa un mezzo giro su stesso e mette la palla nell’angolo lontano, vittoria del Genoa sull’Empoli e festa doppia a casa, coi fratelli in gol nella stessa giornata di campionato. Ci sarebbe in questa storia anche un Rigoni anteriore al I, il padre, ex centrocampista del Vicenza, per comodità detto Gianluigi. È stato lui ad avviare i ragazzi al calcio, sebbene al campo per gli allenamenti - si sa poi come vanno a finire certe cose - li accompagnasse sempre mamma Maria. I Rigoni hanno giocato insieme per un minuto in tutto, anno 2007, in serie B contro il Brescia, e mai erano stati avversari, Nicola contro Luca, fino a due domeniche fa, come invece accaduto per una vita ai Baresi nei derby di Milano e come con il contorno di un discreto astio successe ai Boateng in Germania-Ghana dei Mondiali: Kevin, fedele alle radici, dava del traditore al naturalizzato Jérôme.

In otto giorni i Rigoni hanno esplorato buona parte delle emozioni, o quasi. Ci sono comunque obiettivi che possono ancora darsi. Ipotesi I: far gol nella stessa partita ma con maglie differenti, alla Jordan e André Ayew, in Swansea- Aston Villa lo scorso ottobre. Ipotesi II: far gol nella stessa partita con la stessa maglia, come Daniel e Matteo Ciofani per il Frosinone contro il Lecce (2013), o Antonio ed Emanuele Filippini per il Palermo contro il Catania (2004). Questi ultimi per giunta erano gemelli, come Mario e Marco Piga, negli anni ‘70 diventati celebri non solo per un “rigore indiretto” calciato in Torres-Olbia, dunque molto prima di Messi; ma pure per la diceria secondo cui, quando facevano fallo a uno, fosse l’altro a sentir dolore, a centinaia di chilometri di distanza, in un’altra squadra, in un’altra partita.
Se ci fosse in questa storia pure un Rigoni III, potrebbero tutti insieme andare all’attacco del record stabilito due anni fa in una domenica d’aprile dai Mancosu: Matteo, Marco e Marcello in gol nello stesso giorno, uno col Trapani, l’altro col Benevento e l’ultimo a Pavia. Tra fratelli non si sa mai come va a finire. (Arnaldo) Sentimenti II aveva nel 1942 parato sei rigori di fila per il Napoli quando si trovò di fronte (Lucidio) Sentimenti IV, portiere anche lui, al Modena, per Agnelli uno dei più grandi della storia, e quel giorno tiratore perché i compagni non se la sentivano. Gol. Arnaldo lo inseguì per tutto il campo. Come dicevano in quel film a Bud Spencer e Terence Hill: «I miei fratelli li picchio solo io».
mercoledì 2 marzo 2016
I sensi di colpa di Quagliarella
QUEI gesti che nello sport appaiono all'improvviso e che non avevi visto mai. Dick Fosbury che salta l'asticella dell'alto di schiena, Gildo Arena che inventa la beduina nella pallanuoto, Björn Borg che gioca il rovescio a due mani: e poi arriva il giorno in cui Fabio Quagliarella esulta dopo un gol. Perfino questo. Eccolo là che piazza in porta un colpetto al volo da una decina di metri: corre coi pugni chiusi sotto le tribune laterali, fa un balzo, addirittura si sfila la maglia - lui che aveva fatto dell'imperturbabilità il suo stile - e resta a torso nudo, come un Cristiano Ronaldo qualsiasi. La scoperta del fuoco.
Si può gioire del presente, questa è la conquista di Fabio Quagliarella, a 33 anni. S'era dato una regola: mai far festa davanti a un suo vecchio tifoso o a una sua antica maglia, e avendone nel tempo cambiate parecchie gli sono toccate domeniche in cui faceva gol e comunque rimaneva lì, le braccia basse, una specie di broncio e il pensiero a un passato che invece non passa mai.
Si può gioire del presente, questa è la conquista di Fabio Quagliarella, a 33 anni. S'era dato una regola: mai far festa davanti a un suo vecchio tifoso o a una sua antica maglia, e avendone nel tempo cambiate parecchie gli sono toccate domeniche in cui faceva gol e comunque rimaneva lì, le braccia basse, una specie di broncio e il pensiero a un passato che invece non passa mai.
mercoledì 24 febbraio 2016
Il primo gol iracheno in serie A
QUANDO il 19 ottobre del '57 la nazionale irachena di calcio gioca la prima partita ufficiale della sua storia a Beirut, pareggiando 3-3 con il Marocco, l'Italia ha già vinto due volte i Mondiali e una le Olimpiadi, ha perso una generazione d'oro con il Grande Torino e ha appena visto la Fiorentina di Fulvio Bernardini spingersi in finale di Coppa dei Campioni. Qualche anno ancora e nasceranno il Milan di Rocco e l'Inter di Herrera. Fra i due mondi non c'è confronto. Perciò quando quasi sessant'anni dopo, Ali Adnan Kadhim Al-Tameemi scaraventa di sinistro una punizione dentro la porta alla destra della tribuna di Marassi, Genova, proprio la città che dominò ai tempi dei pionieri, pare quasi che con il primo gol arrivato in Italia da Baghdad la storia voglia suggerirci qualcosa. Che sono cadute tutte le barriere, ma proprio tutte, e non c'è troppo da farsi maestri.
mercoledì 17 febbraio 2016
Messi al confine tra colpo di classe e irrisione
Il tiro a due dal dischetto di Messi e Suarez contro il Celta riapre il dibattito: colpo di classe o un modo per irridere i rivali? L'avesse fatto Neymar, sarebbe parso quasi naturale. Lui ha una faccia da cattivo pure quando sorride, lui che spesso incastra il pallone fra il tacco del piede destro e la punta del sinistro, facendolo ruotare sopra la testa dell'avversario, un sombrero diciamo noi, "lambretta" la chiamano in Spagna. Un rigore del genere da un insolente te lo aspetteresti. Da Messi no, Messi è il cuore tenero che si commuove per Murtaza Ahmadi, il bimbo afghano con una busta di plastica al posto della maglia. Perciò quando mette la palla sul dischetto e calcia nella maniera più sfrontata degli ultimi anni, molto più di qualunque cucchiaio visto finora, trasforma se stesso e tutto il Barcellona in una succursale della famiglia Simpson, lasciandoci il giorno dopo alle prese con un bel dilemma: qual è il confine fra lo spettacolo e l'irrisione?
mercoledì 3 febbraio 2016
Essere Insigne, essere Totti
LA lezione è semplice. Mai disperarsi quando salta un affare di mercato. Se ad agosto fosse arrivato il trequartista chiesto da Sarri, uno fra Soriano e Saponara, oggi il Napoli non conoscerebbe un Insigne così. Uno che prima serve a Higuaín «un pallone su cui c’è scritto: basta spingere» (copyright di Pablito Rossi, Mundial ’82, gol alla Polonia su cross di Bruno Conti) e poi pitta un calcio di punizione che a volergli cercare un modello il San Paolo saprebbe dove andare a parare. Il San Paolo sì, Skorupski no. Perciò a questo punto del campionato, dopo dieci gol e più assist di tutti in serie A (nove), il dubbio comincia a diffondersi: Insigne non sarà diventato per caso il miglior giocatore italiano?
mercoledì 27 gennaio 2016
I gol inattesi alla Scala del calcio
RACCONTANO che Nereo Rocco fosse il più contrariato di tutti, finché qualcuno nello spogliatoio del Milan sbottò: «Adesso facciamo segnare anche i ciclisti». Il Mantova aveva appena vinto a San Siro, gol a tre minuti dalla fine di Franco Panizza, nulla a che vedere con Wladimiro, il quale peraltro nel ‘71 neppure era ancora il campione avrebbe sfiorato il podio al Tour. D’una facile gag sui cognomi si trattava, serviva a marcare il solco fra la sacralità del palcoscenico e l’improbabilità del protagonista.

Come quando Antonio Scannagatti, detto il “cigno di Caianiello” (Totò a colori), si presenta per dirigere la mòseca alla Scala, o come stavolta crediamo di poter fare di nuovo con Lasagna, l’ultimo a iscriversi su un campo di calcio all’albo degli inattesi. Del resto siamo a San Siro. Se è vero che questa è la Scala del calcio, per forza fra i tenori ogni tanto s’imbuca un figurante. Il contrasto fra gli opposti garantisce l’armonia del mondo, concetto filosofico del tutto chiaro ai tifosi della Cavese, i quali nel novembre ‘82 si presentarono allo stadio di Milano con lo striscione “Fedelissimi Bar Manna” e tornarono a casa cantando “Glory glory Alleluja”: del gol di Costante Tivelli sotto i portici della città ancora si parla.
Aspetti che esca Falstaff, e sulla scena invece s’affaccia un paggio suo. Fulvio Simonini, trent’anni fa riserva di Cantarutti all’Atalanta, era alla sua prima partita da titolare in serie A contro l’Inter di Zenga e Rummenigge, ma trovò il coraggio per tener salde le gambe e far gol a San Siro [video]. Una doppietta, addirittura. Quando l’arbitro fischiò pure un rigore, Soldà andò a sfilargli il pallone di una possibile tripletta dalle mani. Non esageriamo, ragazzo. Succede. All’Inter per la verità abbastanza spesso, eppure all’imprevedibile non ci si abitua mai. Una volta esce dal cilindro un Pirazzini col Foggia e un’altra Macchi col Cesena. Dentro una presunta comparsa in qualche caso si nasconde una sorpresa. «L’attaccante che mi ha fatto più soffrire in carriera è stato Galuppi»: è la confessione di Claudio Gentile, uno che si sarebbe aggrappato alle maglie di Zico e Maradona per non farseli scappar via. Gian Paolo Galuppi, fantasista per amatori, aveva zittito San Siro col Vicenza nel ‘73. Stesso discorso vale per Rocco Pagano, ispiratore del Pescara di Galeone che nel 1987 fece saltare il banco interista alla prima giornata [video], e indicato come una rogna vera, la più grande mai sperimentata in vita sua, da Paolo Maldini.
In fondo anche Clint Eastwood guida un jet da comparsa in un film del ‘55 e poi diventa quel che diventa. Michele Paramatti gelò San Siro da semisconosciuto [video], venendo da anni di disoccupazione, e poi finì alla Juve. Il gol alla Scala ha acceso spesso i cantori delle curve. “Nella Reggina c’è / un giocatore che / dribbla come Pelè / Possanzini alè alè!”. Il Messina schiaccia il Milan campione d’Europa [video] e dunque “Giampà è meglio di Kakà”. Momenti irripetibili, ma non per tutti. Raimondo Marino, terzinone del Napoli, fece un gol della vittoria contro il Milan (1979) e uno del pareggio al 91’ contro l’Inter (1982, video). Mentre Francesco Gazzaneo sarà di certo da qualche parte a raccontare della sua rete a San Siro [video], l’unica per lui e l’ultima nella storia dell’Avellino in serie A. Questo alla fine succede: Scannagatti torna a casa e resta per sempre “il cigno di Caianiello”.
sabato 23 gennaio 2016
Il gol con le spalle alla porta
Non più tardi di domenica scorsa, un colpo di testa all'indietro di Alberto Paloschi in Chievo-Empoli ci ha restituito su un campo di calcio la bellezza del gesto no-look, molto più naturale in altri ambiti, basket e tennis su tutti. Poi, nella semifinale degli Europei di pallanuoto fra Serbia e Grecia, è arrivato questo signore qua. Si chiama Duško Pijetlović, gioca centravanti e ha segnato un gol che viene da un altro mondo. Il mondo dei gesti nuovi. 
Su un campo di calcio, il gol senza guardare è un'eccezione. Appartiene in particolare a una certa tipologia di calciatori. I rapaci. Quelli che sanno sempre dove si trovano, quelli che là si fanno trovare un attimo prima che ci arrivino gli altri. I Pippo Inzaghi. I Paolo Rossi. [qui c'è l'articolo uscito su Repubblica martedì a proposito del gol di Paloschi]. Hanno la mappa della loro porzione di campo stampata dentro la testa. Nel basket l'assist no-look è diventato un segno di estro e classe da Magic Johnson in avanti. Nel tennis abbiamo conosciuto il colpo sotto le gambe con le spalle alla rete grazie a Ilie Nastase, Yannick Noah lo ha portato in tv, Roger Federer ogni tanto lo ripropone. Ma è la pallanuoto lo sport in cui il gol con le spalle alla porta diventa gesto tecnico da repertorio, nel senso che non è istinto, non è individualismo, ma un colpo che si insegna e si prova in allenamento. Si chiama beduina. Lo ha inventato un giocatore napoletano, Gildo Arena, un campionissimo fra il '38 e il '52, fra qualche giorno saranno 11 anni dalla sua scomparsa. Schiena alla porta, palla a pelo d'acqua, il braccio si muove dal basso verso l'alto. Fu il colpo che aggiunse fantasia alla pallanuoto.

Su un campo di calcio, il gol senza guardare è un'eccezione. Appartiene in particolare a una certa tipologia di calciatori. I rapaci. Quelli che sanno sempre dove si trovano, quelli che là si fanno trovare un attimo prima che ci arrivino gli altri. I Pippo Inzaghi. I Paolo Rossi. [qui c'è l'articolo uscito su Repubblica martedì a proposito del gol di Paloschi]. Hanno la mappa della loro porzione di campo stampata dentro la testa. Nel basket l'assist no-look è diventato un segno di estro e classe da Magic Johnson in avanti. Nel tennis abbiamo conosciuto il colpo sotto le gambe con le spalle alla rete grazie a Ilie Nastase, Yannick Noah lo ha portato in tv, Roger Federer ogni tanto lo ripropone. Ma è la pallanuoto lo sport in cui il gol con le spalle alla porta diventa gesto tecnico da repertorio, nel senso che non è istinto, non è individualismo, ma un colpo che si insegna e si prova in allenamento. Si chiama beduina. Lo ha inventato un giocatore napoletano, Gildo Arena, un campionissimo fra il '38 e il '52, fra qualche giorno saranno 11 anni dalla sua scomparsa. Schiena alla porta, palla a pelo d'acqua, il braccio si muove dal basso verso l'alto. Fu il colpo che aggiunse fantasia alla pallanuoto.
In Serbia-Grecia di mercoledì sera Duško Pijetlović l'ha eseguita con una variante originale. Viene servito a due metri dalla porta, dunque al limite della zona dentro la quale un giocatore senza pallone non può entrare, e ovviamente senza voltarsi arresta e si muove proprio come se volesse rovesciare da manuale. Ha un uomo addosso. Nella pallanuoto il regolamento consente a un difensore di fare qualunque cosa a un avversario finché questi è in possesso di palla. Pijetlović prova a chiudere il movimento, ma qualcosa va storto. Non riesce a tirare verso la porta. Oppure lo fa di proposito. E' perfino più bello crederlo. Di certo trova un piano B che è geniale. Quando s'accorge che non riuscirà più ad avvitare il braccio, lo lascia cadere sull'acqua. La mano persino affonda, e da lì assesta un colpetto morbido alla palla, col polso, con i polpastrelli, mentre nel frattempo su di lui sono diventati tre. Un gol pazzesco (potete vederlo dal minuto 6'00" del video)
mercoledì 20 gennaio 2016
Paloschi e il gol no-look
Quando arriva il pallone sulla testa di Paloschi, sono passati tre secondi. Tre secondi dall'ultimo sguardo, gettato di sfuggita alle proprie spalle per capire com'è la situazione là dietro. Tanti, pochi, nello sport non si sa. In tre secondi i meccanici ai box cambiano le ruote a una Ferrari e un fucile spara frantumando un piattello; tre secondi nel basket possono durare anche tre minuti, come accadde nella finale olimpica fra russi e americani a Monaco ‘72: time-out, rimessa, tira tu, tiro io, ripetizione, proteste. Paloschi ha la porta dietro di sé, e poiché quello che una volta si faceva in tre secondi oggi nel calcio si deve fare in uno, in un secondo Paloschi lo fa. Scarta l'idea dello stop poiché come direbbe Bruno Pizzul «ha il problema di girarsi». Non si gira, allora. Non stoppa. Non guarda. Paloschi tira. Colpo di testa all'indietro, a parabola, eppure non è solo istinto.
sabato 9 gennaio 2016
Dybala, un Pantheon che cammina
New York è a seimilacinquecento chilometri di distanza, ti danno una punizione dal limite e anche senza l'uomo con la barba qualcuno dovrà pur tirarla. Così il povero Allegri una volta incarica Pogba, un'altra si arrangia con Hernanes e preso dalla disperazione un giorno considera perfino che sia il turno di Bonucci: per dire a quale livello di stress possa sottoporre il calcio. Finché trentasei partite dopo l'ultimo gol juventino su punizione, contro il Torino ad aprile, Dybala prende la rincorsa e mette la palla nel punto in cui fino a pochi mesi fa sapeva piazzarla soltanto Lui, l'uomo che non rideva mai. In porta. La "benedetta". Come fai a questo punto a non cedere alla tentazione di chiamarlo "il nuovo Pirlo"?

D'altra parte, chissà perché, con Dybala certi accostamenti vengono naturali. Quando a diciannove anni diventa il più giovane a far gol nella storia dell'Instituto Atlético Central, a Córdoba per tutti è "il nuovo Kempes". Solo qualche mese più tardi Zamparini passa in Argentina e mette dodici milioni sul tavolo per portarsi il ragazzo in Sicilia, gridando al mondo di aver scoperto "il nuovo Agüero". Pietro Lo Monaco che gli sta accanto prova a riportare le cose dentro i nostri confini. Il Kun non c'entra, per lui è "il nuovo Montella". Ma siccome i giorni passano, i ricordi sbiadiscono e le abitudini cambiano, quando dopo 21 gol arriva il momento di venderlo, e di venderlo bene, Dybala è già diventato "il nuovo Messi"; adesso vale cento milioni racconta in giro Zamparini, aggiungendo commosso che preferirebbe darlo al Napoli, perché lì sarebbe diventato il "nuovo Maradona". E qui l'affare onestamente si complica.
«Non vado al Napoli: là nessun argentino potrebbe fare meglio di Diego» fa sapere Dybala, un po' per smarcarsi avendo in tasca l'accordo con la Juve, un altro po' perché non gli sfugge il tipo di destino a cui sono andati incontro tutti i "nuovi Maradona" della storia: da Borghi a Gallardo, da Ortega a Buonanotte. Meglio Torino, allora. Dove pure lo aspettano con i paragoni puntati. Marotta lo accoglie come il "nuovo Tévez" perché nel frattempo il vecchio, quello vero, se n'è andato. Il sospetto è che Paulo se le vada a cercare: si presenta con questa tendenza a tenere i calzettoni sempre un po' abbassati e finisce che il tifoso Ezio Greggio lo prende per il "nuovo Sivori". Più scetticamente, quasi tutti quanti gli altri cominciano a credere che casomai si tratti del "nuovo Iturbe", per via dei tanti milioni spesi (40), dei pochi gol e delle troppe panchine a cui Allegri lo costringe. Lo stesso Dybala aggiunge confusione facendo partire dal suo account un tweet in cui riferisce di aver ripreso gli allenamenti a Trigoria e chiudendo con un "forza Roma" che certifica questo gigantesco conflitto di personalità presenti in un corpo solo. Peraltro un corpo con tre passaporti: argentino, italiano e polacco. Uno, Dybala e centomila. In realtà aveva solo fatto casino il suo social media manager - li chiamano così: lo stesso del romanista.
Mettendosi dietro le spalle il numero 21, Dybala accetta di diventare un Pantheon che cammina. Era il numero che portava Zidane prima ancora di Pirlo, quello con cui in Argentina nel ‘78 Rossi diventò Pablito. Ma è pure il prodotto fra i due numeri sacri, il tre e il sette, e dunque un segno della perfezione. Il Blackjack. Naletilic, agente Fifa, vede in lui "il nuovo Baggio". Prandelli resta incantato e lo chiama "il nuovo Del Piero". Dybala è una glossa calcistica. Traduce gesti antichi nel linguaggio corrente. È una summa di frammenti, li ammucchia e finisce per citarli tutti. Il primo campione post-moderno. Chissà come lo avrebbe definito l'Avvocato, che aveva visto Raffaello (Baggio), Pinturicchio (Del Piero) e Delacroix (Zidane). Senza una risposta, dovremo lentamente abituarci al pensiero che Zamparini sta già cercando "il nuovo Dybala".
aggiornamento (25 gennaio 2016) "Dybala ricorda un po' Boniek, un giocatore che trascinava". (Trapattoni)
mercoledì 16 dicembre 2015
La fuga dei bimbi dal calcio e Donnarumma
L’UOMO che ha vinto i Mondiali afferra il pallone, lo piazza sul cerchio di gesso e prende la rincorsa. Ne ha viste tante, e ancora non gli bastano. L’altro, il ragazzo che sta in porta, di quei Mondiali conosce qualcosa per via di un ricordo vago, il grosso gliel’hanno raccontato. Trentotto anni contro sedici, in mezzo ne sono passati ventidue, che nel calcio equivalgono a due carriere, oppure a una di Totti, a una di Buffon.

Gigi Donnarumma è nato quando già si poteva giocare con il 99 sulla maglia. Non ha mai visto un portiere raccogliere con le mani un passaggio all’indietro e neppure i falli tattici di Sacchi a centrocampo. È un figlio della pay tv. Forse non immagina neppure che uno scudetto si possa vincere fuori dal triangolo Inter-Juve-Milan. Luca Toni invece è nato quando l’Italia era di Bearzot e Bernardini. Ha cominciato a segnare che era ancora vivo Piola ed era in campo nel pomeriggio in cui Sandro Ciotti alla radio disse: «Vi rubiamo soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti». Ecco perché quando l’arbitro di Milan-Verona fischia il rigore, siamo dalle parti della guerra dei mondi.
Un conflitto generazionale nell’arco di undici metri. Succede in genere sui campi sintetici dei villaggi al mare, d’estate, quando il capo animatore divide i padri di qua e i figli di là, in serie A di meno, e fuori dal calcio accade ogni giorno. Anzi, se Toni non facesse il centravanti, si sentirebbe dire che per lui e per la Generazione Y non è venuto ancora il tempo, mentre già preme alle porte delle aziende la Generazione Z, i nativi digitali. I Donnarumma. Solo che la Generazione Z nel calcio non esiste. Esistono alcuni ventenni o giù di lì che garantiranno per un po’ ossigeno al nostro calcio: i 20 anni di Romagnoli, i 21 di Rugani Bernardeschi e Berardi, i 22 di Sturaro, i 23 di Baselli e Perin. Sono fiori nel deserto. Il punto non è lo spazio che la serie A negherebbe loro, casomai è vero che i giovani bravi sono pochi perché i ragazzi italiani dal calcio stanno scappando. Gli ultimi dati Figc allarmano. Nella fascia fra i cinque e i sette anni fa calcio il 12% dei bambini: gli altri eventualmente giocano a pallone. Al parco. Fra i quindici e i sedici anni, la percentuale non sale oltre il 19. Nel settore giovanile scolastico in un anno si sono persi 4mila ragazzini.
Se tutti gli amici dei Toni sognavano il pallone, gli amici dei Donnarumma fanno altro. Magari è un bene, magari studiano. Le lauree triennali mostrano segni positivi sia nelle immatricolazioni sia nei 110 e lode. Una ricerca di due anni fa della De Agostini stabilì che fra i desideri dei bambini italiani il mestere del calciatore è scivolato al quarto posto. Oggi si immaginano chef: è così che va a finire a forza di metterli la sera davanti ai talent. Oppure gli inventori. O i poliziotti. Sarà un caso, ma la nazione in cui si vendono più album di figurine è oggi il Belgio: e qual è il Paese al numero uno del ranking Fifa?
Il conflitto generazionale allora è una partita squilibrata. La palla parte, il rigore entra in porta, l’uomo che ha vinto i Mondiali ne ha vista ancora un’altra e il portierino finisce spiazzato. Non è ancora il tuo tempo, ragazzo.
Un conflitto generazionale nell’arco di undici metri. Succede in genere sui campi sintetici dei villaggi al mare, d’estate, quando il capo animatore divide i padri di qua e i figli di là, in serie A di meno, e fuori dal calcio accade ogni giorno. Anzi, se Toni non facesse il centravanti, si sentirebbe dire che per lui e per la Generazione Y non è venuto ancora il tempo, mentre già preme alle porte delle aziende la Generazione Z, i nativi digitali. I Donnarumma. Solo che la Generazione Z nel calcio non esiste. Esistono alcuni ventenni o giù di lì che garantiranno per un po’ ossigeno al nostro calcio: i 20 anni di Romagnoli, i 21 di Rugani Bernardeschi e Berardi, i 22 di Sturaro, i 23 di Baselli e Perin. Sono fiori nel deserto. Il punto non è lo spazio che la serie A negherebbe loro, casomai è vero che i giovani bravi sono pochi perché i ragazzi italiani dal calcio stanno scappando. Gli ultimi dati Figc allarmano. Nella fascia fra i cinque e i sette anni fa calcio il 12% dei bambini: gli altri eventualmente giocano a pallone. Al parco. Fra i quindici e i sedici anni, la percentuale non sale oltre il 19. Nel settore giovanile scolastico in un anno si sono persi 4mila ragazzini.Se tutti gli amici dei Toni sognavano il pallone, gli amici dei Donnarumma fanno altro. Magari è un bene, magari studiano. Le lauree triennali mostrano segni positivi sia nelle immatricolazioni sia nei 110 e lode. Una ricerca di due anni fa della De Agostini stabilì che fra i desideri dei bambini italiani il mestere del calciatore è scivolato al quarto posto. Oggi si immaginano chef: è così che va a finire a forza di metterli la sera davanti ai talent. Oppure gli inventori. O i poliziotti. Sarà un caso, ma la nazione in cui si vendono più album di figurine è oggi il Belgio: e qual è il Paese al numero uno del ranking Fifa?
Il conflitto generazionale allora è una partita squilibrata. La palla parte, il rigore entra in porta, l’uomo che ha vinto i Mondiali ne ha vista ancora un’altra e il portierino finisce spiazzato. Non è ancora il tuo tempo, ragazzo.
(uscito su Repubblica)
mercoledì 9 dicembre 2015
Il gol di Destro e la fiera dell'est su Higuaín
EPPURE c’era chi ci aveva avvertito. «Destro è più forte di Higuaín». Una radio telefona a Beppe Savoldi, titolato a parlare di Bologna-Napoli dall’alto dei centocinquanta gol più uno fatti di qua e di là, e quello legge dentro chissà quale intestino o fegato l’aruspicina della domenica. «È più freddo dell’argentino. Se giocasse lui nel Napoli, segnerebbe di più». Arrivederci, linea allo studio. Ovviamente in studio e fuori tutti a ridere, questo è il destino dei profeti, un po’ perché in genere la sparano grossa e un po’ perché gli tocca sempre andare controvento. Così, mentre nel magico mondo che cambia idea ogni settimana si sente dire che Higuaín è il miglior nove della serie A, anzi del mondo, più forte di Suárez, anzi è il Messi del Napoli, uno da Pallone d’oro; il Tiresia di Gorlago un tempo valutato due miliardi di lire diffonde on air il suo presagio. E ci prende. O meglio, per questa domenica ci prende: Destro è più forte di Higuaín. Due ne fa lui e due quell’altro che cammina sulle acque, ma i suoi gol come ha scritto Gianni Mura sono più utili alla causa.
mercoledì 2 dicembre 2015
Mandzukic e l'impossibile misura della qualità
IN genere funziona così. Arriva un calciatore dall'estero, qualche volta un campione, non la prende mai per un mese o due, e tutti a fingere indulgenza con una frase che poi è la stessa da trent'anni: «Ebbe bisogno di tempo anche Platini». Vero, perché le roi Michel — poi capocannoniere — segnò un solo gol nei primi 40 giorni dell'autunno ‘82, inchiodando la Juve dopo sei giornate al sesto posto (su sedici squadre). Falso però che il tempo gli fu dato. I processi, i cinque e i cinque e mezzo non gli vennero mica risparmiati.
Perciò avvertite Mandžukic, come tanti altri detto Super Mario per via di quasi 200 gol fatti in vita sua, cinque campionati vinti, tre coppe internazionali e il titolo di capocannoniere agli ultimi Europei. Fategli sapere che la storia della pazienza è uno scherzo da memoria selettiva, tempo non ce n'è mai, nessuno ne ha nel calcio, l'unica maniera di conquistarsene è alzarsi in aria come a Palermo, staccare i piedi da terra e con la testa mettere la palla in porta, come in pochi, pochissimi, ormai sono rimasti a saper fare.
Di fronte ai suoi primi due gol consecutivi, Allegri s'è speso per lui: «Non è l'ultimo arrivato, discuterlo è eccessivo». Ma la premessa è più interessante: «Sul fatto che non abbia classe posso anche essere d'accordo». È interessante perché colloca Mandžukic fra gli uomini di quantità, dandogli così un vantaggio, in base ai ragionamenti dedicati al concetto prima da Hegel — gran centrocampista, un pensatore — e poi più a lungo da Caressa. La quantità appartiene alla natura. Ha un ruolo decisivo nella crescita. È il segno del divenire. Addizioniamo centimetri al nostro scheletro, ci capita di aggiungere e meno spesso di sottrarre chili al nostro addome, e su un campo di calcio accumuliamo gol per le classifiche. Tutto si risolve nella logica. Tu fai un gol al Manchester City, un altro subito dopo al Palermo, sono sei in tutto fra campionato e Coppa a inizio dicembre, e noi valuteremo grazie a questa misura la correttezza e la convenienza d'averti atteso. La quantità. Senza possibili equivoci.
Peggio va agli uomini di qualità, una categoria dello spirito; uomini per i quali diventa meno agevole fissare la linea che separa la virtù dal vizio. Quando arrivano quelli senza il colpo di testa da centrattacco anni ‘60 in grado di sfondare difese e porte, quelli senza il senso primitivo del gol, non sai bene quale legge darti per concedere loro o no altro tempo. Lo sa bene Shaqiri, passato in pochi mesi da uomo che doveva salvare l'Inter a esubero da smaltire. E Kovacic, andava ancora atteso? Coutinho: uguale. Un attimo è durato Rafinha al Genoa, Vargas ha lasciato il Napoli e ancora non s'è capito se fosse davvero inadatto all'Italia, mentre il Milan ha sulla coscienza i dubbi su Saponara. Ci sono bocciature precoci che hanno fatto epoca. Con la maglia della Juve addosso, a 22 anni, Thierry Henry aveva più qualità che quantità (tre gol), giocava fuori ruolo e in pochi mesi venne sbolognato all'Arsenal. Vieira fece in tempo a giocare due partite con il Milan: l'Italia andò a riprenderselo pagandolo da stella in Inghilterra. E Aubameyang, oggi capocannoniere in Germania, era nella primavera del Milan. La qualità acceca. Inganna. Qui contiamo i gol, Mandžukic stai sereno.

Perciò avvertite Mandžukic, come tanti altri detto Super Mario per via di quasi 200 gol fatti in vita sua, cinque campionati vinti, tre coppe internazionali e il titolo di capocannoniere agli ultimi Europei. Fategli sapere che la storia della pazienza è uno scherzo da memoria selettiva, tempo non ce n'è mai, nessuno ne ha nel calcio, l'unica maniera di conquistarsene è alzarsi in aria come a Palermo, staccare i piedi da terra e con la testa mettere la palla in porta, come in pochi, pochissimi, ormai sono rimasti a saper fare.
Di fronte ai suoi primi due gol consecutivi, Allegri s'è speso per lui: «Non è l'ultimo arrivato, discuterlo è eccessivo». Ma la premessa è più interessante: «Sul fatto che non abbia classe posso anche essere d'accordo». È interessante perché colloca Mandžukic fra gli uomini di quantità, dandogli così un vantaggio, in base ai ragionamenti dedicati al concetto prima da Hegel — gran centrocampista, un pensatore — e poi più a lungo da Caressa. La quantità appartiene alla natura. Ha un ruolo decisivo nella crescita. È il segno del divenire. Addizioniamo centimetri al nostro scheletro, ci capita di aggiungere e meno spesso di sottrarre chili al nostro addome, e su un campo di calcio accumuliamo gol per le classifiche. Tutto si risolve nella logica. Tu fai un gol al Manchester City, un altro subito dopo al Palermo, sono sei in tutto fra campionato e Coppa a inizio dicembre, e noi valuteremo grazie a questa misura la correttezza e la convenienza d'averti atteso. La quantità. Senza possibili equivoci.
Peggio va agli uomini di qualità, una categoria dello spirito; uomini per i quali diventa meno agevole fissare la linea che separa la virtù dal vizio. Quando arrivano quelli senza il colpo di testa da centrattacco anni ‘60 in grado di sfondare difese e porte, quelli senza il senso primitivo del gol, non sai bene quale legge darti per concedere loro o no altro tempo. Lo sa bene Shaqiri, passato in pochi mesi da uomo che doveva salvare l'Inter a esubero da smaltire. E Kovacic, andava ancora atteso? Coutinho: uguale. Un attimo è durato Rafinha al Genoa, Vargas ha lasciato il Napoli e ancora non s'è capito se fosse davvero inadatto all'Italia, mentre il Milan ha sulla coscienza i dubbi su Saponara. Ci sono bocciature precoci che hanno fatto epoca. Con la maglia della Juve addosso, a 22 anni, Thierry Henry aveva più qualità che quantità (tre gol), giocava fuori ruolo e in pochi mesi venne sbolognato all'Arsenal. Vieira fece in tempo a giocare due partite con il Milan: l'Italia andò a riprenderselo pagandolo da stella in Inghilterra. E Aubameyang, oggi capocannoniere in Germania, era nella primavera del Milan. La qualità acceca. Inganna. Qui contiamo i gol, Mandžukic stai sereno.
giovedì 26 novembre 2015
Pavoletti e la gioia dell'ultimo istante
BUTTA la palla dentro, e poi vediamo. Non c'è tempo per un altro cross. Non c'è tempo per un secondo colpo di testa. Rimane una sola occasione. Quella. Al Genoa sanno di cosa si parla. Oltre il 90' hanno già segnato con Laxalt il 3-3 al Torino e con Tachtsidis il 3-2 al Chievo. Un anno fa gli invasati di Gasperini avevano addirittura esagerato: quattordici gol nell'ultimo quarto d'ora, più di tutti in serie A, di cui sei fra novantesimo e dintorni. È gente che sa come si fa. E se c'è da segnare all'ultimo respiro, non c'è persona migliore di un ragazzo salito sull'ultimo treno che passava. Leonardo Pavoletti, per esempio. Un altro dei post-giovani d'Italia. Quelli che hanno rincorso, con l'occhio al tabellone del quarto uomo, convinti di avere sempre qualche minuto di recupero.

Di solito la gioia dell'ultimo istante è la più preziosa. Ci metti le mani sopra e sai che ai cattivi non rimane più tempo per portartela via. Quando era ragazzo, nell'età in cui si è prigionieri dell'ottimismo e delle fantasie, Pavoletti Leonardo da Livorno aveva in testa un sogno solo: giocare nello stadio della sua città. L'Armando Picchi, quello di idoli come Lessi e Stua, il prato per cui Cristiano Lucarelli pronunciò il celebre motto "Tenetevi il miliardo". Poi al Picchi ci arrivi, dopo la serie D, dopo la Lega Pro, e scopri che fare il bagno d'estate a Quercianella non ti basta più. Fa tenerezza ora, Pavoletti, mentre a ventisette anni (li compie dopodomani) racconta di sognare la Nazionale, mentre si dice pronto per il grande salto e lo dimostra pure, con cinque gol in nove partite, in media uno ogni 132 minuti, per intendersi meglio di Bacca e di Gervinho. Però la Nazionale, come va spiegando Conte, adesso è un'altra cosa. È un gruppo chiuso, ormai. Si sa, le gerarchie. Ci gioca chi ci ha giocato già, non hai fatto in tempo, peccato, è stata tua la colpa e allora adesso che vuoi.
La longevità è dei Totti e dei Buffon, la precocità è dei Rivera e dei Meazza. I Pavoletti crescono facendo lo stesso famoso baccano della noce che cade dall'albero: unica, sola e silenziosa. Francesco Antonini, padre della geriatria in Italia, spiegò in "L'età dei capolavori" (Marsilio, 1991) che il cervello di un giovane è paragonabile a un calcolatore «molto veloce e potente ma con pochi programmi inseriti, incapace perciò di esprimere tutte le proprie potenzialità». I Pavoletti avranno pure un software migliore, perché se lo sono costruiti nel tempo, spesso nell'ombra; solo che il tempo è comunque passato, e il mondo pare propenso a disperarsi solo per gli spazi che si sottraggono agli implumi. I Cabrini e i Paolo Rossi si portano ai Mondiali all'ultimo istante, tu sei Pavoletti, non hai il curriculum, la competenza, vallo a spiegare che il problema casomai sta in un sistema che non sa più reclutare, che ha bandito la pazienza, l'attesa; un paese che non ha avuto voglia di scoprire i Magnanelli, i Croce, i Soddimo, figuriamoci se può occuparsene adesso, al novantacinquesimo e oltre.
Pavoletti - bisogna che qualcuno abbia il coraggio di avvertirlo - continuerà a segnare e a guardare l'Italia in tv. Potrà forse consolarlo il pensiero di Indro Montanelli, toscano come lui, convinto che «il bordello è l'unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto».
(uscito su Repubblica)
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