venerdì 29 gennaio 2010

Omero, i giornali e i blog

Ernesto Assante lo dice benissimo:
Quando i giornali non c’erano, la diffusione delle notizie era nelle mani dei cantastorie, del bluesman, dei folksinger, chiamateli come volete. E questi portatori di notizie in forme diverse circolavano da un paese all’altro, da una città all’altra, raccontando quello che avevano visto o che gli era stato raccontato. Molti di questi raccontavano storie vere, altri romanzavano storie vere, altri le inventavano di sana pianta, non c’era un istituzione che stabilisse chi avesse le qualità per fare quel mestiere, lo faceva chi voleva farlo. E la gente, il popolo, ascoltava, commentava, condivideva le storie riportandole a casa o raccontandole ad altri, arricchendole ovviamente con le proprie interpretazioni, le proprie idee. Questi cantastorie erano legati alle loro comunità, ne facevano parte, non erano professionisti, ma persone che tramandavano il “gospel” solo perché lo conoscevano, di mestiere facevano altro, erano venditori ambulanti, o imbonitori di piazza, o intrattenitori o mercanti. Pian piano è stata la gente, il popolo, a decidere se qualche cantastorie, qualche bluesman, valeva più di altri, se le storie che raccontava erano vere o se erano solo fandonie, ha selezionato, ha scelto, facendo emergere una categoria di portatori di informazione che non era più legata ad altri impegni ma faceva questo di mestiere, chiedendo e ottenendo una retribuzione, seppur volontaria, per il lavoro d’informazione che svolgeva.
Ecco, noi siamo nella fase dei cantastorie, in un mondo completamente nuovo, quello di Internet, dove le istituzioni che garantiscono la qualità dell’informazione ci sono (i grandi giornali, le università, le biblioteche etc), ma giocano ad armi pari con l’anonimo compilatore di una scheda di Wikipedia, con il piccolo blogger chiuso nella sua cameretta davanti a un computer, con chi urla commenti scomposti nei blog altrui, con chi semina notizie vere e false dovunque capiti. In rete le testate contano di meno di quanto contano nel mondo reale, perché devono ancora conquistare il consenso popolare, superare la selezione dei cantastorie, essere definitivamente “scelte” da chi oggi può non soltanto leggere ma anche scrivere, commentare, partecipare all’informazione, producendola in prima persona.

I colori, dopo le parole

Dopo essersi già fatta rubare un bel po' di parole, adesso la sinistra si fa sfilare pure il rosso.








Vecchie cose
Le parole sono importanti
Pev chi pavla la sinistva

Ma si sa, sono artisti

Jonathan Safran Foer dice al Corriere della sera che "l'influenza di Salinger su di me è stata enorme, sia dal punto di vista letterario sia umano", e a Repubblica dice di "non averlo mai amato: la sua opera ha un'importanza generazionale più che artistica".

autobiografie: valu

le autobiografie più belle del web

Converse bianche, capelli neri.
Una teoria su tutto, musica sempre a volume troppo alto. Smalto sempre dello stesso colore, almeno dieci libri da finire sul comodino. Mancina e portatrice sana di cerchietti per capelli. Collezionista di aneddoti e di borse vintage. Meridionale, osservatrice, Cancro ascendente Vergine. Posto finestrino, grazie.
Ho smesso di tenere il conto di tutto quello che non sono più.
Mi chiamano Valu. Ho ventisei ventisette anni, ma non sembra.
Fuori da questa stanza, Roma Torino.

[dal blog aspettaunattimo]

giovedì 28 gennaio 2010

"Non raccontate mai niente a nessuno"

Ragazzi, quando morite vi servono di tutto punto. Spero con tutta l'anima che quando morirò qualcuno avrà tanto buonsenso da scaraventarmi nel fiume o qualcosa del genere. Qualunque cosa, piuttosto che ficcarmi in un dannato cimitero. La gente che la domenica viene a mettervi un mazzo di fiori sulla pancia e tutte quelle cretinate. Chi li vuole i fiori, quando sei morto? Nessuno.
J.D. Salinger
l'addio su twitter e friendfeed

Vecchie cose dette su Salinger
Il destino degli apocrifi
Federer e la divina commedia

mercoledì 27 gennaio 2010

Hanno sparato a Cabañas


Pregate per lui, il nostro centravanti, implora l'intero Paraguay, col presidente della Repubblica in testa. Pregate per lui, per il mio Salvador, scongiura alla radio Maria Alonso, la moglie di Cabañas, trent'anni ad agosto. Hanno sparato al pallone d'oro sudamericano del 2007, l'attaccante che ai prossimi mondiali minacciava di spaventare l'esordio dell'Italia di Lippi coi suoi colpi di testa. È alla testa che l'hanno colpito, nei gabinetti di un bar alle cinque del mattino, qualche ora dopo una partita persa, 2-0 dai Monarcas all'América di Mexico City, la squadra in cui Cabañas è arrivato 4 anni fa, e con la quale è stato per due volte capocannoniere della coppa Libertadores, la Champions del Sudamerica, lui che di gol ne ha segnati 150 in quasi 300 partite, gli ultimi due il 17 gennaio al San Louis.

martedì 26 gennaio 2010

Da Katrina al Superbowl

Una delle squadre di football americano qualificate per il Superbowl, i Saints di New Orleans, non ha mai giocato prima la partita per il titolo. E sono quelli che cinque anni fa offrirono il loro stadio, il Louisiana Superdome, ai senza tetto per l'uragano Katrina.


Era meglio quando si andava da Ugo Zatterin


Ci sono politici convinti che Obama abbia vinto le elezioni grazie al web. Davvero. Ci credono. Lo considerano un modello, per quel motivo lì. Allora provano a imitarlo. Ma solo quando arrivano le elezioni. Qualunque tipo di elezione. Tanto ce n'è sempre una, in giro. Salvo trattare il web, alla fine, come una seccatura. In realtà considerano il web un canale a basso costo per la campagna di turno. E come tale lo trattano. La prova è che una volta esaurita la campagna, smantellano tutto. L'ha fatto anche una scrittrice. Si è iscritta a Facebook, che bello, che bello, quanti amici, quante nuove relazioni, casualmente aveva il nuovo libro da promuovere, e poi ha scoperto che ma no, mi annoia, non riesco a seguirvi tutti come vorrei, arrivederci, avete comprato il libro, è stato bello, bye.

venerdì 22 gennaio 2010

Internet è maschietto o femminuccia?


Libero o libera?

(la Hilary Clinton si legge cliccando sul ritaglio)

mercoledì 20 gennaio 2010

La scomparsa dell'Irlanda nel tennis


Si chiama Louk. Come il cane di casa mia. Che però non aveva la O, e sfoggiava la C al posto della K. Si chiama Louk, gioca a tennis e nel mondo ci sono 283 persone che lo fanno meglio di lui. Eppure uno così, nella sua terra, lo aspettavano da 25 anni. La terra di Louk Sorensen è l'Irlanda, dove non avevano un qualificato a un torneo dello Slam dal 1985. E' il figlio del capitano della squadra di Coppa Davis, Sean, che ce la fece ad affacciarsi nel '77 a Wimbledon, in tempo per perdere con Laver. Pochino. Louk invece è arrivato in tabellone in Australia, e ha pure vinto la prima partita. Più di un pochino. Ma ancora niente al confronto con i "maledetti" scozzesi che adesso hanno Murray e possono vincere, e con gli inglesi che per un po' hanno sognato dietro Henman.

martedì 19 gennaio 2010

End times, Eels


Gli Eels hanno caricato tutto il loro nuovo album, End Times, sulla pagina myspace. E' il secondo che incidono (si dice ancora: incidono?) nel giro di sei mesi, ed è tante cose insieme. E' pieno di nebbia, ma scintilla. Ci sono il pianoforte che si pavoneggia e la chitarra che affoga nel blues. Solitario, intimo, grezzo nel senso buono. Per me sono 3 stelline e mezza.

Tutte le radici di Avatar

Questa storia che Avatar sarebbe una specie di Pocahontas ambientato nello spazio continua a girare, ma era già stata smontata qualche giorno fa. Però che ora il film di Cameron passi per la copia di Aida degli alberi, forse è troppo.

domenica 17 gennaio 2010

Amleto, Scrooge e lo zio cattivo


C'è una frase in un film da cui vale la pena partire. Il film è la Carica dei 101, la frase è pronunciata da Gaspare, uno dei due improbabili furfanti che provano a rubare i cani per conto di Crudelia. Gaspare si avvicina ai cuccioli che stanno scappando e dice "Venite, venite dallo zio". Dallo zio. Perché dallo zio? Perché la rappresentazione culturale diffusa dello zio è quella del peggior fetente possibile?

sabato 16 gennaio 2010

Ci siamo fumati Garcia Màrquez

Poiché non bastava il fatto che a uccidere il consigliere comunale Tommasino del Pd a Castellammare fosse uno iscritto al suo stesso partito, adesso viene fuori che un professionista della città - coinvolto nella carambola delle macchine avvenuta durante gli spari in strada - per farsi pagare i danni dovrebbe rivolgersi all'assicurazione dell'assassinato oppure a quella del killer.

Il consiglio comunale di Napoli e il calciomercato

Gennaio è il mese in cui ricomincia il calciomercato. I tifosi sanno che in quei giorni lì i giocatori possono cambiare squadra, e si preparano. Nel consiglio comunale di Napoli invece ogni mese è buono per cambiare, e se uno si distrae un attimo è finito. Io mi ero distratto e in 16 hanno cambiato partito. Succede, che ci vuoi fare.

venerdì 15 gennaio 2010

Gli scheletri negli archivi

Qualche giorno fa, un uomo che passa per avere una mente superiore alla media, ha raccolto qualche consenso con alcune cosine scritte su Rosarno:
Mi volete spiegare come mai nell'eterno sud populista, lassista, familista,
pauperista succede quello che succede, guerriglia civile, ferocia scatenata,
rivolta e controrivolta, infine deportazione forzata dei neri raccoglitori di
agrumi da un inferno all'altro? Mentre nel Veneto gretto, piccolo borghese,
minimprenditoriale, piastrellaro, razzista, xenofobo, leghista, e in particolare
a Treviso dove non comandano i progressisti che hanno letto Giustino Fortunato
ma i reazionari che parlano come l'ex sindaco Gentilini; come mai dunque a
Treviso decine di migliaia di immigrati sono via via integrati nel sistema
dell'economia di mercato, nella società civile dove non ci sono Libera e i don
Ciotti e i volontari benemeriti di ogni sorta di assistenza, ma fabbrichette,
capannoni, consumatori, esportatori e altra vil razza dannata del capitalismo
dei distretti industriali?
Ma Giuliano Ferrara aveva avuto un vuoto di memoria.

Quando un giorno diranno la Gelmini

In Italia non era mai successo prima che un genitore, a metà gennaio, non sapesse dove iscrivere suo figlio. Gli istituti non sanno dare indicazioni sui piani di offerta formativa, non sanno cosa diventeranno i licei, non sanno quante cattedre saranno tagliate, non sanno quante ore di lezione saranno in grado di garantire. Non sanno. E i genitori con loro. E' tutto bloccato persino alle medie, e in questo caso parliamo di bimbetti di 10 anni che già si lacerano all'idea di doversi staccare dai loro amichetti delle elementari, coi quali magari sono cresciuti sin dai giorni dell'asilo. Dove andrò a scuola, chiedono. E l'unica risposta possibile, da oggi e ancora per un bel po', può essere solo: piccola, non si sa.

giovedì 14 gennaio 2010

Agropoli e il federalismo toponomastico


La città di Agropoli ha stabilito che le proprie vie non andranno più intestate a personaggi di rilievo nazionale, e comunque non a chi sia privo di un legame diretto e forte con quella parola magica che è diventata territorio.

martedì 12 gennaio 2010

La camicetta dei Vampire Weekend


Il primo vero grande disco del 2010 è questo dei Vampire Weekend, si chiama Contra, e si ascolta per intero sulla loro pagina myspace (il link lo trovate sullo scaffale a destra sotto le letture).
Due anni fa presero 3 nomination per i premi del cortile con il loro disco d'esordio, compresa una nella categoria principale, e ora tornano con un cd che sembra come quando uno bussa al campanello di una porta, la porta si apre, uno entra, e dentro c'è una festa. E più avanzi nel corridoio, più la festa guadagna colori, suoni e profumi.

sabato 9 gennaio 2010

Grazie Concita

Non voglio fare un discorso di integrazione, di compassione, di modernità. Non voglio fare nemmeno un discorso politico: mi limito ad ascoltare il silenzio del premier e ad osservare come quella della Chiesa sia l'unica voce che si sente. Voglio fare un discorso che anche Bossi e Maroni capiranno: servono, questi immigrati? Raccolgono i pomodori, le arance, l'odierno cotone per due euro? Allora delle due l'una: se servono conviene dargli un tetto e una pastiglia di sapone, un paio di pantaloni e magari una scuola per i figli, così ci si assicura anche la generazione successiva. Se non servono avanti: si facciano sotto i calabresi disposti a lavorare alle stesse condizioni. Si accettano anche immigrati dalle regioni limitrofe, persino pendolari long distance dal Veneto, gli si pagherà la trasferta. Qual è la politica di governo in materia? Chi deve coltivare i nostri campi? E più nello specifico: chi controlla il racket? Quali mafie mettono bombe, intimidiscono e lucrano sul terrore? C'è qualcuno che voglia occuparsi della Calabria, del Sud, dei criminali che spadroneggiano o il progetto è sganciare l'Italia a Sud di Roma, segandola con un canale tipo Suez? Però che buona idea. Altro che ponte sullo Stretto. Pensate quanti appalti, quanti posti di lavoro. Quanti voti alle prossime elezioni. Ecco, sì. Seghiamola e spingiamola un po' in giù. Distante che non si senta il rumore degli spari, né la puzza.
[concita de gregorio, l'unità]

Con quella faccia da straniero

Sulla prima pagina del Corriere di oggi, Isabella Bossi Fedrigotti parla di condivisibile buon senso a proposito delle nuove regole scolastiche firmate Gelmini, che prevedono l'introduzione di un tetto del 30% per gli studenti stranieri in classe. Lo giudica un provvedimento urgentissimo affinché istruzione e integrazione possano andare di pari passo. Dei bambini stranieri scrive:
Ovvio, infatti, che in una classe nella quale raggiungono o superano il 50 per cento, tengono a giocare, a fraternizzare con i bambini che vedono in qualche modo simili a loro, a maggior ragione se in sovrannumero; e la mescolanza vera, proficua, indispensabile per un futuro di convivenza armoniosa resta un miraggio.
La prima parola usata è ovvio. Se ovvio non lo trovate, chiedetevi cosa c'è in voi che non va. Una delle cose che non vanno è non trovare riscontro di ragionamenti analoghi a posizioni invertite. E cioè: nel caso in cui siano gli studenti italiani sopra il 50%, come forse accade nella stragrandissima maggioranza dei casi, la mescolanza vera, proficua e indispensabile, ci interessa lo stesso oppure no?

venerdì 8 gennaio 2010

Il milanocentrismo intorno a noi

Una delle cose un po' più serie a sostegno della controtesi da opporre alla visione dell'Italia de noantri - saggio in cui si teorizza una assai supposta meridionalizzazione dell'intero paese - sarebbe la milanesizzazione delle discussioni in Italia.

Dicendolo un pochino meglio, esiste da parte di Milano la pretesa di spacciare un suo dibattito molto locale per una rilevante vicenda nazionale. La via da dedicare a Craxi ne è un esempio. Parole e parole e discussioni e pareri e dibattiti per una storia che non c'è. Nel senso che se pure Milano dedicasse una via a Craxi, e ovviamente su questo punto ognuno la pensa come crede, farebbe solo ciò che a Valmontone o a Lecce hanno fatto già senza valmontonizzare né leccizzare l'Italia.

lunedì 4 gennaio 2010

Il nostro snobismo verso il calcio africano

In Costa d' Avorio lavorava per un'azienda produttrice di bottiglie. Stringeva i tappi. Anche mille al giorno. François Zahoui, chi se lo ricorda. Giocava a pallone sui sassi, mollò le bottiglie, provò col calcio. L'Ascoli lo scoprì in un torneo a Marsiglia, era il 1980, ne fece il primo africano della serie A. Guadagnava un milione e 200mila lire al mese, il milione lo mandava alla mamma, il resto lo teneva per la sua vita nelle Marche. Così racconta Furio Zara in "Bidoni" (ed. Kowalski), e chissà se Zahoui era davvero un bidone: in Francia più tardi sarebbe stato titolare a Nancy. Ad Ascoli giocò 11 partite. Andò via portandosi dietro la leggenda che si fosse presentato scalzo al primo allenamento. Lo chiamavano Zigulì, fotografia della pigrizia con cui l'Italia ha guardato a lungo al calcio africano.