martedì 6 giugno 2017

La malinconia dei giornalisti

Nel 1922, per la morte volontaria del collega Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, Renato Simoni scrisse su “L’illustrazione italiana” un articolo sul senso del giornalismo, sul conflitto tra l’io e il mondo che si può accendere in chi lo pratica, su certe inquietudini nascoste da tenere al guinzaglio, sul dovere di testimoniare, il rigore, il rispetto di sé e dei lettori, e sulla scoperta improvvisa di non essere più adeguati. La malinconia dei giornalisti.
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“Un giornalista s’è ucciso. Chi ha conosciuto Francesco Perotti, redattore capo del “Secolo”, spirito ordinato, chiaro fino alla limpidezza, generoso come sono solo i forti, china la fronte commosso, davanti al mistero di questa tragica stanchezza di vita. Ma noi, da anni, e da anni posseduti da questo affascinante e logorante amore del giornale, sentiamo a poco a poco la nebbia dissiparsi, comprendiamo con angoscia perché questo nobile compagno ci ha lasciati. E non sono cause precise che scopriamo. Abbiamo solo il sentimento del malessere grigio, che vien dall’eccesso della nostra fatica, dallo sfaldarsi cotidiano della nostra personalità, che di questa fatica è la conseguenza. La carta bianca è crudele con tutti; con noi è crudelissima.

mercoledì 10 maggio 2017

Irregolarità nel tesseramento di Maradona: revocati gli scudetti al Napoli

10 maggio 1987-2017: 30 anni scudetto Napoli


L’uomo che dovete immaginare ha un telefono tra le mani. Un fisso. Il filo attorcigliato. È seduto alla scrivania del suo ufficio – l’uomo, non il telefono. Fa il produttore. È ricco, frequenta donne magnifiche e per punizione la vita lo costringe a parlare con gli Arteteca. Questo sta facendo, adesso. Parla con loro. Discutono di soldi, o forse di battute da pronunciare nel prossimo film di Natale. L’uomo dialoga senza troppo trasporto. Senza passione, si direbbe. Con sofisticato distacco. È lavoro. Se al lavoro si dona la passione, il lavoro se ne approfitta.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
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Quando una voce ferma e contrita comunicò la sciagurata notizia al Calcio Napoli, la città stava celebrando gli 880 anni della presa di Ruggero il Normanno, i 370 della Repubblica Napoletana, i 280 del teatro San Carlo, gli 80 anni della Mostra d’Oltremare, i 50 della morte di Totò e con rispetto parlando, senza offesa per nessuno, i 30 anni dello scudetto. Ricordare è la cosa che a Napoli riesce meglio. Ma chissà perché, pur avendone vissuti due, i napoletani dicono: lo scudetto. Al singolare. Come se fosse esistito solo il primo, il lavacro collettivo di un lungo scuorno, sufficiente a saziare la fame di successi passati e futuri. Lo scudetto. Quello là. 10 maggio '87.
Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.

lunedì 8 maggio 2017

Le parole di chi ha scalato l'Etna


Che cos'è il Giro dei Giri

"'A Muntagna. Sembra lì per caso, per miracolo, per finta. Come un Everest precipitato in mare, come un K2 emigrato nel Mediterraneo, come un Annapurna sprofondato a sud. 'A Muntagna è l'Etna: divinità prima che vulcano, gigantesca e operosa officina degli dei prima che prepotente e miracolosa basilica della natura, inarrivabile olimpo o paradiso prima che arrivo ciclistico soprannaturale" [1]. "Il puntino rosso, il cratere sulla cima dell'Etna, ci sembra un cero acceso davanti alle nostre speranze. Il mare di raso, il vulcano, la campagna fiorita a perdita d'occhio, scrive un colorista, hanno già vinto. Ma i coloristi sono le modiste del Giro e all'uomo della strada non basta. Il fuoco degli ospiti non cova soltanto sotto la cenere. Divampa imperioso" [2].

venerdì 5 maggio 2017

La Sardegna del Giro d'Italia

Il Giro d'Italia in Sardegna nel 1961
Che cos'è il Giro dei Giri

"L'attesa è finita. Oggi si parte. E il vecchio suiveur lascerà la poltrona e si apposterà lungo la strada. Il Giro è una straordinaria esperienza iniziatica. Perfino il cronista vibra mettendo la faccia al sole, come uno scriba che, lasciato il suo foglio di papiro, s'imbatta nella principessa egiziana Nefertiti. Il sole accende già miraggi. E i campioni sono umbratili e teneri come i purosangue di rango. Nella vigilia mille pensieri deflagrano. Il presentimento e la speranza si contendono i cuori. Il volto del corridore è ancora rotondo. La pelle è morbida e lucida come il velluto di seta: la fatica non l'ha ancora abrasa" [1].
Ventiquattro ore prima della partenza del Giro, i pessimisti tradizionalmente tacciono. E' d' uopo vedere rosa, sosteneva Armando Cougnet, anche perchè le pagine della Gazzetta sono di un rosa antico, delicato, ma non stinto, che non ingiallisce. [16]  
Pronte sono le biciclette lustrate come nobili cavalli alla vigilia del torneo. Il cartellino rosa del numero è fissato al telaio coi sigilli. Il lubrificante le ha abbeverate al punto giusto. I sottili pneumatici lisci e tesi come giovani serpenti. Saldati i bulloni, disposto alla esatta inclinazione il sellino, calcolata al millimetro l’altezza del manubrio. (…) Ci sono tra di voi dei formidabili guerrieri. Quando si parte per una nuova guerra, anche nel cuore più umile possono entrare speranze immense. Non si sa mai. (…) Tutto veramente ricomincia, tutte le carte sono ancora coperte e una illusione ugualmente intensa fluttua senza parzialità sopra i partenti”.[2]

mercoledì 3 maggio 2017

Noi e i maccheroni di Ettore Scola

Rotonda Diaz. Scola sul set con Mastroianni e Lemmon
La rappresentazione di Napoli al cinema/1

Quando uscì Maccheroni, Napoli aveva perso da un mese Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ucciso dalla camorra. Eravamo nel pieno di una nuova risacca sul tema: la città, la sua "razza", la sua plebe, la sua borghesia, l'industrializzazione fallita, l'immondizia in strada (l'immondizia in strada - 1985), la resa delle giunte di sinistra (per tutti: Mino Fuccillo, su Repubblica). Il sindaco Carlo D'Amato intervenne con una lettera in cui giudicava falsa "l'idea che Napoli sia una specie di caso atipico, di sistema sociale irrazionale, di realtà ambigua e sfuggente in cui mancano le solide certezze vigenti invece altrove... ecco allora che Napoli diviene una città senza classe operaia, una città con una classe politica rifiutata dalla città, con una presenza di massa di agenti camorristici: una specie di arena selvaggia in cui si affrontano protagonisti irreali".
Questo il quadro. Ottobre 1985. E arriva Maccheroni. Regia del maestro Ettore Scola.

sabato 15 aprile 2017

Il terzo funerale di Totò

La bara entrò nella basilica sulle spalle di certi uomini, d’onore. La figlia del defunto se ne stava seduta in prima fila, gli occhi sgranati, l’abito nero. Piangevano tutti, parenti e amici, piangevano pur sapendo che il morto in verità non c’era. Ai piedi dell’altare di Santa Maria della Sanità vuota era la cassa, perché Antonio Angelo Flavio Comneno Grippa Focas Lascaris di Bisanzio, principe della risata sotto la maschera di Totò, aveva già preso congedo dai suoi cari per due volte, salutato e sepolto, e al terzo funerale stavolta era presente solo per finta. Una specie di ultimo show.

sabato 11 marzo 2017

Vita da osservatore: come si scopre il calciatore giusto

foto da davidefanizza.it
Negli archivi di una nobile società ancora conservano la relazione di un vecchio campione su una mezzala dalle misteriose prospettive. «Calcia di destro, è bravo, a me è piaciuto, prendetelo». Faccio l’osservatore: così sui campi si presentavano gli uomini che firmavano giudizi uguali a questo, l’ombrello in una mano, la penna nell’altra, ed erano spesso in attesa di diventare allenatori, erano giocatori che avevano appena smesso oppure già fuori dal giro, gente che spesso s’accontentava di un biglietto d’ingresso per lo stadio. Un lavoro da limbo, un impiego in cui veder fiorire il sottobosco. Solo ai prescelti capitava il giorno giusto per essere attraversati da un raggio di luce, come s’accorse Waldemar de Brito ai bordi di un giardino in cui un ragazzino faceva gol a piedi scalzi, e lo chiamavano Pelé; oppure come capitò a Francisco Cornejo, impiegato di banca a Buenos Aires, che in un sabato di marzo attraversò il parco Saavedra e restò fulminato dal sinistro di un bambino di otto anni di nome Diego Armando.

giovedì 9 febbraio 2017

Sanremo e la scomparsa delle canzoni nonsense

Le Figlie del Vento (Sanremo 1973)
Sul palcoscenico vetrina del festival della Nazione, sfila la galleria completa di quel che l'Italia sente di essere diventata. C'è il più classico dei presentatori di oggi, c'è la più teen delle signore della tv, ci sono i reucci della canzone di ieri, i rapper più rassicuranti di cui disponiamo, gli emergenti, gli emersi, i riemersi, i sommersi, i dispersi. I divi ingaggiati per campagne di solidarietà. Il campione del pallone. Lo spacco che spacca le donne. Insomma ci siamo tutti. Proprio tutti. Quasi tutti. Mancano i figli di Piripicchio e Piripicchia.

sabato 4 febbraio 2017

Naples '44


Un gigantesco emporio. Un iperbolico postribolo. Un formicaio umano. Questa è Napoli, così appare a un trentacinquenne graduato dell’intelligence inglese, aggregato alla V armata americana dopo l’armistizio. "Napoli odora di legno bruciato" annota all’arrivo il 6 ottobre del 1943 sul suo diario l’ufficiale Norman Lewis. Era stato un nemico, arrivava da liberatore, se ne andrà da complice un anno dopo. Non fa in tempo ad assistere al mito delle 4 Giornate, l’insurrezione popolare contro i tedeschi, perché è ricoverato a Paestum per malaria. Scopre un popolo “ricaduto in condizioni di vita da Medioevo”. Eppure l'uomo non è schizzinoso e neppure ingenuo. Ha sposato la figlia di un giocatore d'azzardo siciliano, sollevandola con un contratto da ogni obbligo di fedeltà coniugale. L'ha salutata a Cuba e s'è arruolato per lo sbarco di Salerno. Ha viaggiato e ancora viaggerà. Diventerà il più bravo di tutti nel cogliere la complessità di Napoli e nel raccontarla.

venerdì 27 gennaio 2017

La notte che Tenco: i giornali, Quasimodo e Gatto


A Sanremo il confronto è diretto, a faccia a faccia, ed è spietato. I divi di oggi, che gli basta un disco per diventare famosi, sono più sereni. E sono agguerriti, non hanno timori reverenziali. Anche per questo il Festival di Sanremo è profondamente mutato, i vecchi si difendono, i giovani incalzano, avanzano con le chitarre urlanti. Le giurie danno ancora ragione ai vecchi. Fino a quando? Il Festival è pateticamente ancorato al passato e con i ragazzi si compromette ma non troppo. Fa coesistere Villa e i Rokes, Dalida e le ragazzine. E’ una vicinanza competitiva? Può darsi, è certo però che le scelte sono ambigue e che la vena si è rinsecchita. L’Italia, a Sanremo, non canta, balbetta [1].
C’è chi dice che il festival è in periodo di stasi, in fase involutiva; si è dilatato troppo, a vuoto, e rischia di sgonfiarsi in fretta o di scoppiare, ancora più in fretta. C’è chi dice, con maggiore ottimismo, che ci sono i segni di una trasformazione radicale. Il primo di questi segni – se n’è già parlato – è la presenza di tanti giovani nelle giurie [2].

sabato 21 gennaio 2017

Quel napoletano di Shakespeare

Luigi Credendino nello spettacolo Mal'essere di Davide Iodice

NAPOLI. To be or not to be. O si’ o nun si’. O sei o non sei, si tormenta Amleto, non più in inglese ma nella sua seconda lingua. “That is ’a questiòne”, con l’accento sulla lettera “o” e la schwa finale “si è cchiù nobbile pe’ ’sta capa o mind / suppurta’ ’e ppetriate o ’e frezze ’e ’sta ciorta / ca parla tuosto or to take ll’arme. Trip muri’ o sleep durmi’”. Qui Napoli, casa Shakespeare. A metà strada fra il rione Sanità e la zona di Forcella, durante le prove nella mansarda del teatro San Ferdinando, il principe di Danimarca parla nel dialetto che incantava Wagner, anche se i tempi di Era de maggio sono lontani perché “il napoletano si trasforma, il rap tronca le sillabe e offre una nuova ipotesi di lingua”. Così dice Sha One, uno dei nomi dell’hip hop cittadino che hanno riscritto Amleto nella loro grammatica. Gli altri sono i Fuossera, Joel, Op Rot e Capatosta, interpreti di una scuola esplosa nella scia dei 99 Posse. Vengono da Piscinola, Marianella, Secondigliano, una porzione di terra spesso sintetizzata sotto il tag Gomorra, e firmano con il regista Davide Iodice l’atteso Mal’essere, debutto il 1° febbraio, produzione del teatro Stabile di Napoli – teatro Nazionale. “Questo Amleto non risponde a un’esigenza di localismo. Non avrei potuto metterlo in scena in italiano”, spiega Iodice, “perché è una lingua con una carenza di visceralità. Il napoletano è invece lingua-corpo, e la cadenza del rap in dialetto è la cosa più vicina oggi al blank verse della poesia classica d’Inghilterra”.

domenica 8 gennaio 2017

Mannheim e i 200 anni della bicicletta


MANNHEIM. In un giovedì di fine primavera, il figlio del giudice di Baden uscì di casa con il peso dei suoi quattro nomi, un titolo di barone che non vedeva l’ora di ripudiare e un attrezzo di legno che fece ridere i passanti. Aveva due ruote, otto raggi, un sellino e l’ambizione di proporsi come alternativa al calesse. Il 12 giugno saranno passati duecent’anni dalla prima passeggiata, e se questo 2017 nasce nel segno della bicicletta, bisogna tornare dove tutto cominciò, tra il Reno e il Neckar, a Mannheim, città che alle strade del suo centro urbano non ha dato nomi ma numeri e lettere. Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn partì dal blocco M4, dove oggi sono disposte decine di uffici dentro cubi di mattoni rossi e bianchi, e dove allora, a poche centinaia di metri, aveva abitato la signorina Constanze Weber, andata in moglie a un ventunenne musicista di un certo talento, di nome Wolfgang e di cognome Mozart.