venerdì 27 gennaio 2017

La notte che Tenco: i giornali, Quasimodo e Gatto


A Sanremo il confronto è diretto, a faccia a faccia, ed è spietato. I divi di oggi, che gli basta un disco per diventare famosi, sono più sereni. E sono agguerriti, non hanno timori reverenziali. Anche per questo il Festival di Sanremo è profondamente mutato, i vecchi si difendono, i giovani incalzano, avanzano con le chitarre urlanti. Le giurie danno ancora ragione ai vecchi. Fino a quando? Il Festival è pateticamente ancorato al passato e con i ragazzi si compromette ma non troppo. Fa coesistere Villa e i Rokes, Dalida e le ragazzine. E’ una vicinanza competitiva? Può darsi, è certo però che le scelte sono ambigue e che la vena si è rinsecchita. L’Italia, a Sanremo, non canta, balbetta [1].
C’è chi dice che il festival è in periodo di stasi, in fase involutiva; si è dilatato troppo, a vuoto, e rischia di sgonfiarsi in fretta o di scoppiare, ancora più in fretta. C’è chi dice, con maggiore ottimismo, che ci sono i segni di una trasformazione radicale. Il primo di questi segni – se n’è già parlato – è la presenza di tanti giovani nelle giurie [2].

Un cupo sfondo da dramma ottocentesco per uno scontro yé-yé fra due generazioni di cantanti. Quella dei divi, che non vogliono cedere i loro torni milionari, e quella dei loro nemici, i capelloni, che attaccano, convinti, tuttavia, di essere battuti e perciò pronti a fare l’occhietto al primo matusa disposto a tendere la mano. E tutti i matusa sono disposti a tendere una mano, ovviamente, perché anche loro muoiono di paura [15]. Almeno, quest’anno a Sanremo non c’è tanto rumore, parlando di canzoni; ma forse questo è l’unico vantaggio del diciassettesimo Festival, che si è aperto stasera nella solita cornice. (…) Dopo averle sentite e risentite, non sembra che portino nulla di nuovo[3].

Il dramma comincia alle 23, nei camerini di attesa del teatro del Casinò[4]. Tenco era arrivato ieri sera in teatro già stravolto: gli amici, i dirigenti della sua casa discografica, gli stessi colleghi si erano preoccupati per le sue condizioni [4]. Nel pomeriggio, Tenco restituì al radiocronista Sandro Ciotti diecimila lire avute in prestito. “Ma che fretta c’era?” protestò Ciotti. “Preferisco farlo adesso, lo so io perché” [18]. Si sapeva che il cantante era rimasto scosso dalla affermazione di un altro concorrente il quale, in pratica, gli aveva detto: “E’ facile entrare in finale con un accoppiamento come il tuo: Dalida è un nome che non può uscire dal Festival”. Forse era stata soltanto una battuta di dubbio gusto, certo, forse una punta d’invidia: una cosa è sicura, comunque, che Tenco era rimasto sconvolto e il suo sistema nervoso, già scosso, ne aveva ulteriormente risentito  [9]. Mentre sul palcoscenico stanno sgocciolando le ultime canzoni della serata (si sentono forti gli applausi, l’ira di Modugno, la felicità dell’esordiente Spinaci, la vena di Orietta Berti), Luigi Tenco sta preparandosi all’ingresso in scena. Al suo motivo Ciao amore, ciao è toccato proprio il finale, prima lo canterà lui, poi Dalida  [4].

La solita strada, bianca come il sale, il grano da crescere, i campi da arare. Guardare ogni giorno se piove o c'è il sole, per saper se domani si vive o si muore e un bel giorno dire basta e andare via. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Andare via lontano a cercare un altro mondo dire addio al cortile, andarsene sognando. E poi mille strade grigie come il fumo in un mondo di luci sentirsi nessuno.

Gli sono vicini i Marcellos Ferial, per ultimi nell’ordine di entrata in scena. Singolare coincidenza. Uno dei Ferial – Marcello Minerbi, il più anziano – è stato il suo maestro, nel 1957, quando, studente diciannovenne di ingegneria elettronica, Luigi Tenco ha deciso che anche la musica leggera gli poteva piacere. Minerbi vede il ragazzo agitato, nervoso. Forse è l’emozione, forse ha bevuto un paio di bicchierini, forse ha preso uno stimolante, pensa. D’improvviso Tenco gli si fa addosso: “Oh, maledetta la volta che mi hai insegnato a suonare il sassofono! Senza quel sassofono adesso sarei un ingegnere!”. [4]
Al momento di entrare in scena (l’estrazione a sorte gli aveva assegnato la penultima interpretazione) il cantante era chiaramente fuori di sé [9]. Tocca a lui, finalmente. E’ stremato dalla tensione, pare che cammini barcollando, ha gli occhi accesi, il viso tiratissimo. Pensa alla pistola?[4]. E’ una Walter PPK calibro 7,65 che ha comprato nel 1966 e non ha mai usato[5], l’arma di James Bond nel libro Il Dottor No[9]. Luigi Tenco era un appassionato di tiro a segno. Nei tronchi degli ulivi de “La Torre” ci sono i segni delle sue esercitazioni. La madre lo ha aiutato a fare le valige: se vi fossero stati pistola e proiettili lei li avrebbe visti. Ma l’arma e le pallottole erano, da parecchio tempo, nel cassetto dell’auto. Il fratello è convinto che Luigi si fosse perfino dimenticato che erano lì. Li ha trovati per caso l’altra sera. Ed era sconvolto. I nervi distrutti dall'enorme tensione della serata [6]. La canzone viene annunciata da Renata Mauro; Mike Bongiorno è in quel momento dietro le quinte. Lui non sa della pistola, sa però delle piccole crudeltà sulla canzone “che cammina con le gambe di Dalida”. Si avvicina a Tenco per incoraggiarlo”[4]. “Faccio questa canzone e poi ho finito”, dichiara a Mike Bongiorno. “Ho pensato che volesse smettere di fare il cantante – racconta il presentatore – e gli ho detto di farsi coraggio, di mettercela tutta: Fallo almeno per Dalida che canta la tua canzone e se lo merita, gli ho detto. Lui non si muoveva, io al momento giusto l’ho spinto avanti. Tante volte gli abbiamo chiesto di venire in tv a cantare, riufiutava sempre; non voleva mescolarsi agli altri, non gli interessava fare dei soldi, temeva soltanto di essere frainteso”[5]. L’artista, lì per lì, non aveva ribattuto: subito dopo però si era rivolto al presentatore, del quale era molto amico (entrambi avevano in comune una grossa passione per la pesca subacquea) e aveva risposto: “Sai Mike, dove vorrei essere adesso? A dieci metri sott’acqua con il mano il mio fucile”[9]. Mike Bongiorno ha un vaghissimo, lontanissimo dubbio: “Finita con le canzoni, vuoi dire?”. Non c’è risposta. Tenco sta già cantando[4]. E’ una canzone d’amore, originale per l’assenza di luoghi comuni[8].

Saltare cent'anni in un giorno solo, dai carri dei campi agli aerei nel cielo. E non capirci niente e aver voglia di tornare da te. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Non saper fare niente in un mondo che sa tutto e non avere un soldo nemmeno per tornare. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao. Ciao amore, ciao amore, ciao amore ciao.

Tenco, sulla ribalta, muove i suoi passi a fatica, come un ubriaco. L’hanno visto tutti alla televisione. Un ragazzo alto, con tanti capelli e lo sguardo perduto in una paura senza fine. E’ il suo testamento, ma nessuno lo capisce. Se ne va brancolando, inchinandosi malamente tra gli applausi di cortesia del pubblico che l’ha preso per il solito cantastorie in cerca di denaro [5].

Gli applausi del pubblico entrano nel microfono e restano nella registrazione radiofonica della RAI. Sembrano gli stessi tributati a tanti altri cantanti del Festival: difficile dire se siano di più o di meno. E’ tardi, e trenta cantanti metterebbero a dura prova chiunque. Si applaude per inerzia, probabilmente. L’ascolto dell’esecuzione di Luigi Tenco è comunque illuminante. Soprattutto se comparata con quella di Dalida, della quale resta la sola versione in prova. Sono due mondi lontanissimi, che per qualche breve momento – a letto e sul palcoscenico – si incontrano. Ma sono, comunque, due mondi destinati a restare agli antipodi. Molti, negli anni successivi, diranno di aver visto Tenco cantare in televisione. E i commenti sulla sua esibizione si sprecheranno. Non è vero niente. Nessuno lo vide. E probabilmente pochi hanno riascoltato la traccia audio di quella esecuzione, conservata negli archivi grazie alla radio [16]. 

E’ una melodia struggente, ma lui ha forse troppa disperazione nel cuore per essere convincente. Il vero tormento, l’angoscia, l’incubo, trovano raramente accenti veri su un palcoscenico, sulla ribalta di un festival. Va meglio Dalida, nella ripetizione. Meglio, ma non abbastanza. Il destino rotola [4].

Luigi nel pomeriggio aveva chiesto al maestro Reverberi di eseguire Ciao amore ciao più lentamente. Non gradiva come la interpretava Dalida, molto cadenzata, quasi al ritmo di una marcetta. Reverberi però non era d’accordo. La sera Luigi cantò il brano come piaceva a lui, lentamente. Da qui nacque l’impressione che andasse fuori tempo. In realtà fu una scelta, non un errore [16]. 

Non deve aspettare molto per sapere il verdetto che lo esclude dalla finale: la sua canzone è stata l’ultima a essere eseguita [5]. Alla mezzanotte e mezzo le giurie di tutta Italia hanno votato Ciao amore ciao raccoglie, contro le previsioni più pessimistiche, appena trentotto voti su novecento, è dodicesima, quart’ultima, bocciata, non entra in finale. Fiasco. Anche il piccolo comitato tecnico incaricato di ricuperare una settima canzone, dopo le sei già scelte (lo compongono il presidente dell’Ata Bertolini, il direttore artistico del festival Ravera, Ugo Zatterin direttore del “Radiocorriere”, il regista della trasmissione Procacci, il radiocronista Lello Bersani) ha stabilito: Ciao amore ciao è troppo in fondo per essere ripescata, entra invece La rivoluzione [4]. Esce senza dire nulla. Quelli della RCA gli dicono di non pensarci, di andare a pranzo con loro [5]. Annuncio ufficiale. Tutti badano ai grandi sconfitti, a Modugno, a Bobby Solo, a Connie Francis. Per l’esclusione di Dalida si commuove Radio Montecarlo. Di Luigi Tenco nessuno si occupa. Noi non lo sappiamo, ma lui pensa, anzi ora ha deciso: la pistola[4]. Dopo la sconfitta, Tenco non ha voluto seguire gli amici a pranzo[7].  I cantanti della RCA hanno prenotato la cena post-festival in un ristorante caratteristico di Sanremo [4], nella zona del porto [9]. Lo raggiungono alla spicciolata. Tenco si getta sulla macchina, una Giulia[4], T1 verde [9], carica la figlia di un giornalista, Angela Delli Ponti [4] sposata da poco e madre di un bimbo [9], e il marito dottor Zeppegno. Via, a grande velocità. Per poco non si sfascia contro un camion, un vigile è costretto a bloccarlo in curva[4].. La signora che è con lui si spaventa e gli dice di fermarsi, vuole scendere[5]. Dopo le prime curva prese a velocità pazzesca, quest’ultima si era rivolta al cantante dicendogli: “Tenco ti prego, smettila di correre: ho un figlio io, voglio rivederlo”. E il guidatore aveva rallentato, anzi si rea fermato a un incrocio: la giovane donna ne aveva approfittato per scendere dalla vettura e proseguire a piedi [9].

La comitiva rallenta, Dalida capisce il suo dramma. La cantante italo-francese ha avuto come un presagio della tragedia. Dopo aver cantato la canzone di Tenco, fornendo una ottima esibizione, appena rientrata tra le quinte ha avuto una crisi nervosa inspiegabile. Ha pianto e singhiozzato e ha stentato molto a riprendersi. Non sta bene ma non vuole lasciar solo Tenco e sale sulla macchina che minaccia a ogni istante di finire fuori strada. Davanti al ristorante Tenco rifiuta di fermarsi e riparte a folle velocità [5]. Arriva al ristorante. Scarica gli ospiti. “E tu non scendi?”. “Non ho voglia di mangiare, non ho voglia di discutere. Lasciatemi andare. Torno in albergo, riposerò”. Sono le una e tre/quarti. Nessuno, credo, gli parlerà più [4]. Rientra in albergo dopo l’una. Al ristorante c’è un’atmosfera di gelo: tutti hanno paura che gli sia capitato qualcosa. All’una e mezzo i colleghi telefonano al portiere per avere notizie: “E’ rientrato poco fa e si è ritirato” [5]. Il suicidio è avvenuto dopo le ore 2 in una camera dell’albergo Savoy [7]. All’albergo imbocca le scalette verso il sotterraneo, entra nella stanza sul fianco della collina. Due letti, un armadio, un tavolo, un paio di sedie. Soltanto il suo letto è preparato a notte. Non lo tocca neppure. D’improvviso sembra tornato lucido, freddo. Una fredda pazzia [4]. Qui ha chiesto il numero di telefono di un amico romano, che però non è riuscito a trovare [7]. Nella camera 219 [5]. in fondo a un dedalo di corridoi che collegano l’albergo vero e proprio con una vicina dependace [9], Luigi Tenco sta scrivendo la sua lettera di addio [5].

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt'altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale, e una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao, Luigi.

La mette bene in vista sul tavolino, accanto all’autorizzazione a tenere la pistola. Poi si alza in piedi. Apre la scatola con l’arma e la rimette bene a posto[5]. Innesta il caricatore, la deposita sul comodino. Poi, accuratamente, tira fuori dal portacarte il foglio di carta bollata da quattrocento lire da cui chiaramente risulta dove e come ha comperato la rivoltella: “Armeria Moderna” a Roma, 21-XI-’66, calibro 7,65, n. 5176000. Nessuno dovrà aver grane per lui con i carabinieri (...) Nel salone centrale dell’hotel ci sono dei cantanti e alcuni giornalisti ai telefoni. Quiete assoluta. (…) Soltanto Dalida, la partner di Tenco, è inquieta nella sua stanza al primo piano. Ad un tratto squilla il telefono. Dall’altro capo del filo la voce di Tenco: “Addio. Ora mi ammazzo”. [4]. Quindi si appoggia la canna alla tempia destra e preme il grilletto. La detonazione è soffocata dalle pareti della stanza. Cade riverso sul tappeto: muore subito [5]. Alle 2,30 la cantante francese Dalida, rientrata dal ristorante, dove aveva cenato con gli amici al termine dello spettacolo, ha bussato alla porta della camera di Tenco per dargli ancora un saluto [7]. La porta non è chiusa, la luce è accesa – guarda, si china, si ritrae, inorridita, il vestito nero imbrattato di sangue. Corre fuori urlando: “Assassini! Assassini!” [4].
E’ accorso Lucio Dalla, che si trovava in un una camera vicina[7]. Aveva indosso solo un giaccone di pelliccia, era corso su nella hall e aveva gridato: “Presto fate qualcosa: Tenco sta male, c’è tanto sangue, Dalida sembra impazzita, chiamate un’ambulanza, un medico, qualcuno" (...)

Sono in tanti a vedere il corpo di Tenco. Pierino Gastaldi, autista dell’ambulanza della Croce Rossa, lo vede tra i primi: “Abbiamo visto Tenco lungo disteso per terra con il capo appoggiato al letto e le gambe allungate sotto il comò”. La testa del povero cantante scivolerà a terra poco dopo, causando l’uscita della materia cerebrale vista da Borelli. Ma le gambe sono sotto il comò fin dall’inizio. Da questa posizione singolare nasceranno, negli anni, molte leggende. A cominciare da quella che vuole il corpo di Tenco rimosso, trasferito al cimitero, e poi ricondotto nella camera 219 a beneficio ella stampa.

La stampa non ne aveva bisogno. Aveva preso d’assedio la camera 219 fin dai primi minuti, allertata dal dispaccio Ansa trasmesso dalla redazione di Genova. E aveva fatto tutte le foto possibili. Nessuna, a quanto pare, dentro la stanza. Quelle le scatterà, con ogni evidenza, soltanto il fotosegnalatore della polizia. Il commissario Molinari racconterà spesso del macabro andirivieni del corpo di Tenco. Lo farà coprendosi di ridicolo, affermando che la rimozione era stata “ordinata” nientemeno che dal direttore del Radiocorriere TV Ugo Zatterin. Si coprirà di ridicolo per molti anni perché doveva coprire un’altra verità, assai più compromettente: Tenco non era morto lì e Dalida, insieme a Lucien Morisse, aveva una parte nella tragica messa in scema. Non da Zatterin doveva guardarsi Molinari ma dal ben più potente e pericoloso Morisse.  [16]. 

C’è poi la testimonianza di Sandro Ciotti, rimasto sempre convinto che dietro alla tesi del suicidio di Tenco ci siano molte ombre. Ciotti si basa su alcune circostanze: occupava una stanza davanti a quella di Tenco e quella sera era rientrato quasi insieme al cantate, malgrado questo non sentì lo sparo; Tenso sapeva di non avere chance di vincere il Festival e la tesi del suicidio per protestare contro il sorpasso di Orietta Berti è inverosimile; Dalida conosceva dove dormiva Tenco e non è possibile che, entrando in albergo quella notte, abbia chiesto al portiere: “Dov’è la stanza di Tenco? Ho un presentimento”; Dalida scomparve subito dopo la tragedia, portata via dall’ex marito, che arrivò appositamente (dopo quella tragedia Dalida ebbe una crisi che la portò per qualche tempo a entrare in convento). Non solo: la cantante francese non venne trattenuta dagli investigatori neppure per ventiquattr’ore, come testimone; la lettera del “suicida” è inverosimile e assurda, secondo Ciotti la calligrafia non era del cantante. [17]

Intanto, mentre i centralinisti impazzivano per rispondere a tutte le chiamate dei giornalisti, Gianni Ravera, l’organizzatore del Festival, si metteva in contatto con la presidenza dell’ATA per decidere qualcosa in merito alla continuazione o meno della manifestazione[9].

Il festival di Sanremo proseguirà regolarmente fino alla sua conclusione. Il triste episodio avvenuto questa notte non deve influire sulla rassegna perché così vuole la tradizione del mondo dello spettacolo.

Unica a non saperne niente è stata la madre, signora Teresa, fino al mattino verso le dieci, quando, con ogni cautela, le hanno detto che il figlio era morto in un incidente stradale [10].
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Nessuno dei celebri cantanti è venuto al funerale dell'infelice collega Luigi Tenco, e non è venuta nessuna cantante. Nessuno di loro ha mandato un fiore. Ecco il finale impietoso di una tragedia amarissima. (...) Quando si è cercata una persona nota nel mondo dello spettacolo, si è trovato il cantautore De Andrè e la moglie di Gino Paoli, la quale etra stata compagna di scuola di Tenco. (...) E' un mattino di nebbia e di freddo. La salma del cantautore giunge da Recco accompagnata dal fratello e da altri familiari. Non hanno permesso alla madre di venire. L'altra domenica la donna è stata su fino alle due di notte a stirare per Luigi le camicie da portare a Sanremo, il figlio le aveva fatto compagnia. Egli le parlava dei suoi progetti, ma ogni tanto si rannuvolava, appariva nervoso: "Sai, mamma, non vado volentieri a Sanremo" [11]

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Ha detto il procuratore Gagliano ai cronisti. «Con tutto questo voglio chiudere la vicenda Tenco e che non se ne parli più». Tutto questo è la riesumazione della salma, esami più approfonditi, in pratica la riapertura di un'inchiesta volutamente frettolosa e sbrigativa (vietato disturbare il carrozzone), chiusa quasi 39 anni fa. Ha anche aggiunto che non ci sono dubbi sul suicidio di Tenco, e allora verrebbe da chiedere che bisogno c'è di riaprire l' inchiesta, a maggior ragione con i principali attori già sottoterra, come colpiti da un'epidemia sinistra. Suicida Dalida, che con Tenco aveva cantato «Ciao amore, ciao» a Sanremo e con Tenco aveva avuto una relazione (per Tenco, una delle tante). Suicida il marito di Dalida, Lucien Meurisse. Morto ammazzato da un rapinatore il commissario Molinari, pochi mesi fa nella sua casa di Andora. E' morto anche Valentino Tenco, il fratello di Luigi, che al suicidio non aveva mai creduto come non ci avevano creduto tanti altri, a partire da Sandro Ciotti. La notte del 27 gennaio occupava al Savoy una camera molto vicina alla 219 di Tenco. «Mai sentito uno sparo. E comunque Luigi era troppo attaccato alla vita per decidere di togliersela, fosse pure da ubriaco». Impossibile pretendere che del caso-Tenco non si parli più. Perché chi non credeva al suicidio continuerà a non crederci, così come farà chi ci ha creduto allora. Non è un'eccezione fatta per un cantante morto giovane. Accade la stessa cosa per Masaryk, la Monroe, Pinelli, Jean Seberg, Allende. C'è una verità del sentimento che non intende allinearsi alla verità ufficiale. A maggior ragione in casi come quello di Tenco, in cui è stato fatto tutto il possibile per far nascere sospetti.
Oggi suona assurdo, ma anche nel gennaio 1967 non suonava normale che non si facesse l'autopsia «per risparmiare». Guanto di paraffina? Niente, la spiegazione è la stessa. Possibili indizi, tracce importanti calpestate da dozzine di curiosi. Il corpo viene portato rapidamente all'obitorio in una cassa di fortuna, fornita dall'albergo, e poi c'è il macabro ritorno al Savoy, per tacitare le proteste dei fotografi. Il morto aveva una posizione, ne assumerà un'altra. Il foro d'entrata del proiettile è sotto il mastoideo (strano, diranno gli esperti di suicidi) e per spararsi lì Tenco doveva essere mancino, ma non lo era. Dal viavai pazzesco nella 219, tra il ritrovamento del corpo, lo spostamento, il ritorno del corpo e certamente anche nell'intervallo (fotografi, cantanti, addetti-stampa, giornalisti, personale dell' albergo, inquirenti) ci fu chi vide più d'un bossolo, e qualche cronista esperto di «nera» disse che vicino al corpo di Tenco c'era una Beretta 22 (mentre Tenco possedeva una Walther Ppk, regolarmente denunciata, «per difesa personale»).
Tanto vale aggiungere che non fu estratto il proiettile. Insomma, i dubbi avevano (e hanno) ragione di esistere, e non erano (non sono) dovuti alla simpatia per un cantante da parte dei suoi fans. Non ne aveva molti, peraltro, da vivo. Ma in una settimana, da morto, furono venduti 300mila suoi dischi, il triplo di quello che aveva venduto nella sua vita breve. Perizia grafologica sul bigliettino d'addio? Non risulta. Altri dubbi: quella notte Tenco fece una lunga telefonata al suo amore segreto, Valeria, una ragazza di Roma. Di più: le fissò un appuntamento per il giorno dopo all'aeroporto di Genova (voleva fare una vacanza in Kenya) dicendosi nauseato dalle combines del festival, che avrebbe denunciato in una lettera (mai scritta oppure sparita). E ancora: la sera prima, Tenco aveva vinto sei milioni al casinò. Nella camera non c'era una lira.
A cosa crede chi non crede al suicidio? Non c'è molto da scegliere: incidente oppure omicidio (preterintenzionale o volontario). Certo è che quella sera Tenco era depresso: 38 voti alla sua canzone su 900 dai giurati popolari, e la commissione degli intellettuali che ripesca «La rivoluzione» (e Lello Bersani che si dimette per protesta). Depresso e alticcio, sotto l'effetto di una mistura di grappa di pere e Pronox. Roulette russa finita male? Rapina? Dalida abbandonata che si vendica? Marito di Dalida che li sorprende? Sono ipotesi, la realtà è che il commissario Molinari la mattina dopo li lasciava liberi di tornare in Francia, senza interrogatori approfonditi, in quanto «c'erano fortissime pressioni perché il caso fosse chiuso alla svelta». E riaperto adesso, con il consenso della famiglia Tenco, e questo dovrebbe bastare a zittire tutti. Luigi aveva lasciato la chiave della 219 all'esterno, e la porta socchiusa, anche questo non quadra con uno che ha deciso di spararsi. Questa porta socchiusa torna ad aprirsi, non metaforicamente, ma cosa può raccontare? Tra le umane miserie di allora e questo sussulto di zelo, troppe prove sono andate perdute. Verità e giustizia, due parole che tornavano spesso nei discorsi di Tenco. Magari arrivassero, in ritardo per lui ma non per i ragazzi che avevano la sua età, ascoltavano le sue canzoni e lo vedevano come un compagno di strada in anticipo sui tempi, che non sempre riusciva a farsi capire.  [12]

***

Tornare su un fatto di cronaca alla distanza di due giorni è già fastidioso per il lettore di quotidiani, ma insistere su qualcosa che è avvenuto due settimane prima è forse imperdonabile. Oggi la morte, le alluvioni, le guerre sono spinte da altre catastrofi o da occasioni mondane nel breve corso di 24 ore. Ma non siamo qui per fare della morale sulle leggi e sui costumi della nostra civiltà, diciamo invece che la noia è la minaccia che fa ingiallire i volti amati o odiati di ieri. Eppure vogliamo parlarvi ancora di Luigi Tenco, cantautore, che per un giorno si è conquistato con la morte tanta notorietà come non era mai riuscito da vivo con le sue canzoni. Diciamo per un giorno, perché la gente ha preferito poi dimenticarlo in fretta, quasi per un senso di omertà come sempre avviene quando ci si sente in un certo senso colpevoli, coinvolti. E non siamo forse un po' tutti responsabili dell'atto estremo del cantante, noi che esaltiamo e sopportiamo il carosello del festival, da anni, senza esigere nemmeno un livello minimo di intelligenza nei contenuti delle canzoni?
La gente ha pianto la sua giovinezza, il mito del suicida che è caro al pubblico fin dai tempi dei cantastorie e del melodramma. E subito c'è stato chi ha detto: "Oggi i giovani si uccidono per una canzone! Sono dei deboli, ai miei tempi non si faceva così". Già, il suicidio è un atto di presunzione, un atto di viltà. E allora il suicidio, la sua tremenda soluzione finale, ha attirato su Luigi Tenco una condanna: quella che per lui doveva essere una specie di lezione morale non è stata che una conferma della sua fragilità.
Prendeva i tranquillanti, dicono: perché, domandiamo noi? Perché nei suoi occhi mentre cantava l'ultima canzone c'era la cupa angoscia che tutti abbiamo visto?
Si potrebbe rispondere che i giovani vanno dove noi li lasciamo andare indicando loro la strada con tanto di frecce, manifesti, cartelli. I giovani e in questo caso i cantanti, i divi, sono esseri viventi e non prodotti da lanciare sul mercato e da gettare via quando i gusti dei consumatori reclamano una nuova etichetta. Così avviene nel mondo dello spettacolo e soprattutto oggi in quello dell'industria discografica che va forte, a giri di miliardi. Chi è furbo capisce che le qualità sono difetti agli occhi del pubblico e che solo ciò che è generico e non agita le opinioni dei benpensanti va bene, è lecito. I capelloni, i beat, i folk e i canti di protesta sono accolti purché non superino l'avanguardia rivoluzionaria della Vispa Teresa. Luigi Tenco ha voluto colpire a sangue il sonno mentale dell'italiano medio. La sua ribellione che coincideva con una situazione personale di uomo arrivato alla resa dei conti con la carriera, ha però ancora una volta urtato contro il muro dell'ottusità. Chi non è in grado di domandare un minimo di intelligenza a una canzone non può certo capire una morte.
Il risultato del festival ha reso ancora più stridente il contrasto tra la reazione delle giurie e l'impegno che Luigi Tenco aveva sperato di richiamare con la violenza contro se stesso.
Perciò pensiamo che pochi lo abbiano capito e per questo non vogliamo dimenticare il suicidio di Luigi Tenco che va al di là di ogni sdrucciolevole simbolismo beat [13]

***

Più o meno in ritardo sull'avvenimento, sono giunte alla rivista e a me stesso, quale autore di questa rubrica, molte lettere sul caso Tenco. Per rispondere, ho scelto, fra tutte le altre, questa breve e intensa lettera di Lelio Schiavone, Antonio Castaldi e Bruno Fontana che così scrivono da Salerno: "La morte di Luigi Tenco ci ha profondamente turbati. Era uno dei pochi cantanti italiani non stupidi: uno insomma che aveva qualcosa da dire. Ha commesso l'errore di sprecare la sua intelligenza e la sua tenerezza, partecipando alla fiera turistico-commerciale sanremese. Come ha potuto non capire che lì non c'era posto per lui, che le sue ragioni erano altrove, non in quella giungla? Nessuno di tutti quegli amici, che dopo la sua morte sono sorti come funghi, ha saputo vegliare al suo fianco. Nell'ora in cui era il giovane più triste della terra, Tenco era anche il più solo. Dio mio, il clima di questa Italietta mafiosa, bolsa, stupida, spudorata, odiosa, diventa sempre più irrespirabile. Cosa ne dice il poeta Gatto, vostro collaboratore?".

Rispondo. Più e più volte nella mia vita mi è toccato di vedere con i miei occhi grandi fatti della cronaca che sembravano fermare questa "Italietta mafiosa, bolsa, stupida, spudorata" nell'umana considerazione del dolore, nel ripensamento della miseria e della condizione dell'uomo. Più e più volte mi son dovuto convincere che ben presto, dopo il giubilo della retorica comune, i morti erano dimenticati e i vivi si davano pace. Così fu per il delitto di via San Gregorio a Milano: sepolte le vittime, sepolta nell'ergastolo Caterina Fort, dopo qualche anno, quotidiani e settimanali spedirono inviati alle nuove nozze del Ricciardi, marito e padre delle vittime e amante impunito dell'omicida. Così fu per i bambini di Albenga, ai quali tutti, in una memorabile giornata di pianto, promettemmo almeno l'ansia di ottenere giustizia a nome loro per ogni fatto compiuto in nome della "fatalità" e dell'"errore". Così fu per il giovane di Terrazzano che da solo, per le indecisioni delle autorità preposte all'ordine, raggiunse l'aula dove i due fratelli Santato tenevano in ostaggio i bambini, riuscendo a liberarli e avendo per premio, nell'aprir le porte, il piombo concorde della polizia e la versione ufficiale dei giornali, comandati a spacciar menzogna. Solo dopo, a cose fatte, la magistratura ebbe modo di far conoscere e riconoscere la verità ch'era stata nel cuore e negli occhi di tutti i presenti (anche dei giornalisti illustri pagati per mentire).

Così fu per la protesta di Cannarozzo: un atto, il suo, di così umana disperazione che sembrò fermare la vita e proporci, nell'umana pietà per le vittime e per l'attentatore che da sé solo si giustiziò con la morte, quale e quanta era la nostra colpa comune nel lasciare inascoltata la voce dei buoni che hanno (e possono perdere) la pazienza di sopportare sino all'ultimo il bisogno di una casa o del pane per i figli. Tutti questi avvenimenti, cessato l'allarme, caddero e continuano a cadere nel vuoto. L'Italia ufficiale e privata continua a consolarsi con la filosofia del "chi ha avuto ha avuto ha avuto" e del "chi ha dato ha dato ha dato". I lupi e gli agnelli ascoltano insieme le stesse canzoni di Sanremo ove la protesta della "linea verde" cerca di avvicinare nella comune allegria della "rivoluzione ch'è per sempre finita" le speranze di chi paga sessantamila lire per un posto di platea al festival e di chi rimane alle porte e ai teleschermi a applaudire il vincitore.

Luigi Tenco, con la sua morte, non s'è visto nemmeno riconoscere la ragione che l'ha portato a dichiarare il suo amore alla vita nel momento stesso in cui aveva deciso di togliersela. È questo il "suo" testamento che tutti hanno cercato di dimenticare, nell'addurre a stanchezza, a delusione, a fragilità, il suo atto consapevole di amare la vita e di rifiutare una qualunque esistenza, che sia solo l'affronto del lasciarsi vivere, del ridursi a "oggetto" del potere altrui.

Non è un messaggio "intellettuale", anche se Tenco, per intelligenza, per sensibilità, per cultura, apparteneva alla famiglia dei poeti che sanno il valore, il peso, la responsabilità delle parole e di esse vivono e cercano di vivere in un rapporto di conoscenza e di amore con gli altri uomini, per un tentativo d'essere la vita e di chiederle la conferma dei suoi valori. Il messaggio che Tenco ci ha lasciato con la sua morte è un messaggio fisico che c'investe col chiederci se sappiamo pagare di persona le nostre scelte, se riusciamo a patire sulla pelle la sferza degli organizzatori (dai più alti ai più bassi) che continuano ad organizzare feste, festini e cattivo tempo in nome di una "pacificazione" parafranchista che pareggia vittime e vincitori, lutti e allegria.

La commossa lettera degli amici di Salerno ben riconosce che "nell'ora in cui il giovane era più triste, Tenco era anche il più solo". Questa tristezza e questa solitudine sono nell'animo di tutti i giovani che lottano, e spesso sentono di lottare invano, che non vogliono arrendersi a strumentare il proprio essere in nome dell'"avere", che resistono a durare e a vivere per le proprie idee, per una media di comune intelligenza, di igiene comune, di solidarietà operante, che li salvi dalla remissione al fatto compiuto. Il "fatto compiuto", che ci fa piangere per una giornata di giubilo commemorativo, ci restituisce poi agli errori, alle viltà, alle rinunce, all'ordinata amministrazione dell'oblio per le vittime e all'accanimento, all'odio, alla solitudine per chi resiste, per chi lotta sino all'ultimo e sarà egli stesso vittima un'altra volta.

Caro, caro Tenco: non lo diremo mai povero, nemmeno col nostro affetto, nemmeno col nostro rimpianto. Poveri e squallidi sono soltanto i suoi mancati amici, i mancati ascoltatori che non hanno creduto a lui e alle sue timide, ma chiare parole di poeta, che non lo hanno difeso dall'ironia di quegli occhi ebeti e sornioni che dalla platea lo fissavano come un pazzo sovvertitore stretto alle sue mani, affidato per l'ultima volta alla sua voce, come a dirgli: "Perché stai qui, e non con i poeti delle poesie illeggibili, perché sei qui e non sulle barricate di tanti anni fa?".

Le barricate possono tornare sempre di moda, anche se i parolieri di Sanremo e d'altre sedi vacanti per distrazione ci assicurano di no. Quanto ai poeti, almeno a nome mio che sono uno tra loro, posso dirvi che la morte di Tenco non è un fatto compiuto, ma un fatto da aprire ogni giorno come un atto d'accusa contro i "soliti ignoti" che sono al potere dell'acclamata viltà nazionale [14]


[1] Angelo Falvo, Corriere della sera, 26 gennaio 1967
[2] Vincenzo Buonassisi, Corriere della sera, 26 gennaio 1967
[3] Vincenzo Buonassisi, Corriere della sera, 27 gennaio 1967
[4] Gino Fantin, Corriere d'informazione, 27-28 gennaio 1967
[5] Gigi Ghirotti, Stampa sera, 27 gennaio 1967
[6] Luigi Curino, la Stampa, 29 gennaio 1967
[7] E.D., 27 gennaio 1967
[8] Furio Fasolo, la Stampa, 27 gennaio 1967
[9] Mino Durand, Corriere della sera, 28 gennaio 1967
[10] G.M. Corriere sera, 28 gennaio 1967
[11] Luigi Curino, la Stampa, 30 gennaio 1967
[12] Gianni Mura, la Repubblica, 13 dicembre 2005
[13] Salvatore Quasimodo, Il Tempo, 10 febbraio 1967
[14] Alfonso Gatto, Vie Nuove, 1967
[15] Vittorio Franchini, la Domenica del Corriere, 22 gennaio 1967
[16] Ferdinando Molteni, L'ultimo giorno di Luigi Tenco, Giunti, 2015
[17] Marcello Giannotti, L’enciclopedia di Sanremo, Gremese, 2005
[18] Pietro Gargano, Ciao amore ciao, Elfrida Ismolli Digital Edition, 2012

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