lunedì 1 agosto 2016

Loretta Goggi e il diario di una sola pagina

Lo sguardo obliquo di due Telegatti da una mensola. Cappelli, libri, foto alle pareti. Loretta Goggi si china su un tavolino al centro del suo studio ai Parioli e fruga nella collezione di copertine. «Playboy devo averlo a casa. È del 1979. Non nacque per caso. Non andai a propormi, ma quando chiamarono non rifiutai. Alcuni amici erano impazziti per un numero dedicato in precedenza a Nastassja Kinski. Fu una specie di sfida. Volevo dimostrare che potevo starci anch’io, pur senza l’immagine della “bona”. Ero appena tornata dal mare, la facemmo con un tanga e dei veli: i patti con la redazione erano questi. Non sono mai stata una che ammicca al mistero. Se mi frequenti, dopo un mese di me sai tutto. Non ero la ragazza della porta accanto, casomai ero la
signora del piano di sopra».

domenica 31 luglio 2016

L'assassinio di un immortale

Molti papà dei commissari che affollano le librerie sentono di avere un linguaggio comune: il noir europeo è un gigantesco circolo dai tratti collettivi. E poi c'è Petros Markaris, ottant'anni il prossimo Capodanno, capace di far convivere dentro le stesse pagine un prete ortodosso, Adolf Hitler e la sua creatura più celebre, l'investigatore Kostas Charitos. L'ultimo libro pubblicato in Italia dallo scrittore turco di nascita, armeno per parte di padre e greco d'adozione — la raccolta di racconti L'assassinio di un immortale (La Nave di Teseo) — ne conferma l'unicità. Traduttore di Goethe e Brecht, Markaris è un collettore di frammenti, ma dentro le schegge di realtà che assembla c'è un'offerta di verità, un'ipotesi.

martedì 26 aprile 2016

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Eravamo rimasti al tonno di Bacchelli, ai corvi al rospo e al porco delle Favole della dittatura di Sciascia, ai pesci rossi di Cecchi. Quando nella letteratura italiana gli animali parlano, si muovono di solito nel territorio di un genere, gli exempla morali di Esopo. Ora arriva un cinghiale a mutare la scena, si chiama Apperbohr ed è più surreale finanche di quel grillo che comunicava con un burattino di legno. Vaga con il suo branco nelle campagne dell'immaginaria Corsignano, fra Umbria e Toscana, dove s'imbatte in una folla di personaggi teneri e grotteschi, infidi e indifesi, di cui non si può tenere il conto, anzi non si deve, questo è il bello, il bello è perdersi. Teorizzatore di una letteratura che sia allo stesso tempo «commovente e inadeguata, raffazzonata e ingombrante», Giordano Meacci scrive in piena coerenza Il cinghiale che uccise Liberty Valance".

sabato 26 marzo 2016

Come si costruisce un idolo per i teen-ager

LA MACCHINA della gloria non si spegne mai. Costruisce fenomeni su un pugno di rime leggere. Tu canti l'amore e quelli ti cambiano la vita. Un attimo prima sei un ragazzino, un attimo dopo ti chiamano idolo. Gli ultimi ad accorgersene sono due giovanotti di Modena, Benji & Fede, 44 anni a sommare le loro età, un popolo di adolescenti che ingrossa le cifre del consenso. Sono arrivati alle 50 mila copie del disco di platino con l'album d'esordio ( 20: 05) aggiungendo alla catena del pop italiano un anello che mancava: il successo attraverso Facebook. Sei anni fa, Benjamin Mascolo e Federico Rossi si scambiano un messaggio sul social - alle 20 e 05, ecco spiegato il titolo - e cominciano a suonare insieme. Chitarra e voce. Pagano 100 euro un paio di amici disposti a riprenderli con una videocamerina in cameretta e mettono tutto su YouTube. Risultato: boom. «Postavano una foto e nel giro di qualche minuto erano già a 55 mila like» racconta Sara Andreani, alla guida dell'ufficio marketing della Warner Music Italy, l'etichetta di Laura Pausini e Nek. È lei la prima a mettersi sulle tracce del duo venuto dal nulla, fino a scoprire che i ragazzi hanno un pubblico disposto a spegnere il pc, uscire di casa e seguirli per un evento in una piazza. Basta e avanza per un contratto, nonostante la loro diffidenza a causa di un'esperienza finita male, un produttore che premeva per farne i One Direction italiani.

sabato 27 febbraio 2016

Gigi D'Alessio, la frittata di maccheroni e la musica di merda

Un giorno mi sono accorto di non essere mai stato a un concerto di Gigi D'Alessio né di aver mai comprato un disco suo. In sostanza, con il mio reddito non ho mai contribuito a incrementare il suo patrimonio.
(A meno che non lo stia facendo in qualche modo adesso, ascoltando le sue canzoni in sottofondo attraverso il mio abbonamento di musica in streaming online)
Ma quel che conta è altro. Non conosco nessuno, della mia cerchia, dico nessuno, che l'abbia fatto, o che si dica disposto a farlo da domani. Se ci pensate, non è una cosa normale. Può capitare fra persone che si conoscono e si dicono amiche di dividersi sul gradimento verso questo o quello. A uno piace Sordi all'altro Manfredi, uno legge DeLillo e l'altro preferisce Carver, chi vedeva Lost e chi vedeva Friends. In queste dicotomie Gigi D'Alessio non c'è mai. E io per molto tempo mi sono chiesto perché.

martedì 16 febbraio 2016

Quando si va a Sanremo

Quando si va a Sanremo per la prima volta, la scoperta iniziale sono i tassisti francesi. Quelli che si muovono dall'aeroporto di Nizza, dove si atterra da Roma. Parlano e capiscono benissimo l'italiano, ma fanno finta di no. Vogliono prima divertirsi a capire se tu arrivi dalla terra di Totò e Peppino, nojo vulevòm savuàr. In macchina si percorre un'autostrada che passa davanti a cartelli di posti meravigliosi, dandoti l'illusione che li stai vedendo tutti. Ho pensato a Grace Kelly. Il tassametro dei francesi si muove a un ritmo che neppure Rocco Hunt riesce a sfiorare. Specialmente in avvio di corsa, dev'esserci un sistema in base al quale il primo tratto di percorso si paga di più, non lo so, non l'ho capito. Se sono riuscito a sincronizzare bene lo sguardo fra tassametro e orologio, scattano più o meno 10 centesimi ogni due secondi. Per cui quando sei appena partito, ti fai due conti e pensi che fino a Sanremo ti verrà a fare tutta la tredicesima, per chi ce l’ha. Avrei poi scoperto che da Sanremo a Nizza la corsa costa un po’ meno, c'è una tariffa fissa di 140 euro, poi tasse, bagagli, festivo, queste cose qua, ma comunque meno, e che molti a Nizza il taxi se lo fanno arrivare da Sanremo. Buono a sapersi.

martedì 2 febbraio 2016

Buster Keaton e la dittatura dell'ottimismo


Benito Mussolini era presidente del Consiglio da quasi sei anni e dittatore da tre, quando nel giugno del '28 su La Stampa uscì quest'articolo firmato da Marco Ramperti, che era critico teatrale e scrittore molto molto apprezzato all'epoca: da Ojetti, D'Annunzio, anche da Pound. Ramperti fu uomo di destra senza indecisioni, pure dopo la caduta del regime. Quel che colpisce in questo suo lungo articolo, in questa sua lettura di una maschera dell'impassibilità, è la relazione che da un certo momento in avanti il Potere e la propaganda stabiliscono o provano a stabilire con l'ottimismo, con la realtà, con la rappresentazione, con la disperazione. (Ce n'è anche per Charlot).

***

Mi dicono che Buster Keaton, il comico che non ride mai, sia d'origine italiana. Mi stupisce. Mi spiace, anche, per il mio paese felice che possa produrre di esemplari siffatti, vero che poi li regala all'America e al cinematografo. Codesti, in verità, sarebbero gli emigranti indesirables per il paese che li esporta. E' bene per loro, come per noi, che si allontanino. Passino pure oltremare, insieme alle nuvole di tempesta, gli uomini alla cui faccia non giunge mai raggio di sole!

mercoledì 6 gennaio 2016

Non era Malafemmena

Sono persino arrivati a dire che la sua celeberrima, splendida "Malafemmena" Totò l'abbia scritta per me... Totò... Era veramente un gentleman dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi. Era un professionista favoloso. Molto signore, molto gentile, molto bravo. Anche se, allora, quei film che oggi sono portati alle stelle erano considerati commerciali. E lui ne soffriva. Per me aveva un'ammirazione immensa - ero molto giovane, allora - ma si accostava con una tale discrezione... con una tale carineria... Il grande bene che mi voleva me lo faceva capire. Mi faceva capire che mi avrebbe voluto sposare... Anzi, ne aveva parlato con papà. E papà gli diceva: "Guardi, Silvana è una ragazzina. Non pensa a queste cose". E lui mi faceva trovare in camerino i cioccolatini, i mazzolini di fiori guarniti con il pizzo. Era un amore, il suo... [...] E non soltanto il suo sentimento per me era così prepotente... Hanno cominciato a chiedermi in moglie all'età di dodici anni. Un po' prestino, direi. Anche se, vista di spalle, con i miei splendidi capelli sciolti, ne dimostravo qualcuno in più.

lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».

martedì 17 novembre 2015

Perché Troisi ci tolse dai guai

Torna nelle sale per due giorni Ricomincio da tre, il film di Massimo Troisi che cambiò l'umorismo e il modo di parlare di noi ragazzi napoletani degli anni Ottanta. Un cinema che venne accusato d'essere imperfetto, quello di Troisi, con poco formalismo e poca accademia nelle scene. Veniva dal teatro, dal cabaret, dalla televisione. Il centro della scena lo prendeva la parola, o forse dovremmo dire la sua quasi assenza, l'impossibilità di essere compiuta, rotonda.
 

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