domenica 8 gennaio 2017

Mannheim e i 200 anni della bicicletta


MANNHEIM. In un giovedì di fine primavera, il figlio del giudice di Baden uscì di casa con il peso dei suoi quattro nomi, un titolo di barone che non vedeva l’ora di ripudiare e un attrezzo di legno che fece ridere i passanti. Aveva due ruote, otto raggi, un sellino e l’ambizione di proporsi come alternativa al calesse. Il 12 giugno saranno passati duecent’anni dalla prima passeggiata, e se questo 2017 nasce nel segno della bicicletta, bisogna tornare dove tutto cominciò, tra il Reno e il Neckar, a Mannheim, città che alle strade del suo centro urbano non ha dato nomi ma numeri e lettere. Karl Friedrich Christian Ludwig Freiherr Drais von Sauerbronn partì dal blocco M4, dove oggi sono disposte decine di uffici dentro cubi di mattoni rossi e bianchi, e dove allora, a poche centinaia di metri, aveva abitato la signorina Constanze Weber, andata in moglie a un ventunenne musicista di un certo talento, di nome Wolfgang e di cognome Mozart.

venerdì 25 novembre 2016

Che fine ha fatto il pugilato

Bisogna arrampicarsi fino a Santa Maria degli Angeli, quattro chilometri da Assisi, per vedere cos'è stato il pugilato e cosa non sarà mai più. A febbraio nascerà qui il suo museo, nell’ex area Montedison riqualificata. Una teca con la medaglia olimpica di Nino Benvenuti, una per la cintura mondiale di Gianfranco Rosi, un archivio di trentottomila fotografie. Ma la casa che deve celebrare i cent'anni di vita della federazione, ora rischia di diventare il simbolo di un corpo privo di respiro. Vuole essere memoria e assomiglia a un testamento. La quinta potenza di sempre sui ring dei Giochi - dietro Usa, Cuba, Gran Bretagna e Russia - ha vinto un solo oro dal 1992 e da Rio è tornata senza neanche una medaglia, come non succedeva da vent’anni, chiudendo il cerchio di questo disperato 2016 senza avere un campione mondiale tra i professionisti. Giovanni De Carolis, l’ultimo rimasto, la settimana scorsa ha lasciato il titolo dei medi in Germania, a Tyron Zeuge. La gloria è finita, andate in pace.

domenica 13 novembre 2016

Il mare di Enzo Maiorca


Mare ora inquieto ora cheto, ora torbido. Onde tra il limaccioso e il pastello. Flutti di mare negli occhi. Colori cangianti, che giocano a nascondino come le emozioni. Il mare come amore, il mare come ossessione. La passione tra l'acqua ed Enzo Maiorca, 69 anni, 28 volte recordman di apnea, è antica.
«A due anni a causa della mia salute cagionevole miei genitori andarono a vivere in riva al mare, a Grottasanta, 3 chilometri da Siracusa. Il primo ricordo che ho della mia vita è una distesa di acqua delineata dal contorno delle finestre che si affacciavano tutte sul mare. Le onde sbattevano negli infissi e lasciavano sui vetri scaglie di sale che si animavano con la luce. Quando tornava il sereno mi abbagliavo con tutto quel luccichio. Vedevo cento soli, cento lune, migliaia di stelle, tanti arcobaleni. E fantasticavo su cosa ci fosse al di là dell'orizzonte dell'acqua, dentro le onde». Maiorca parla con una voce da tenorino, flebile, delicata. E dire che ha polmoni infiniti, capaci di resistere senz'aria per sette minuti abbracciato agli oceani, e il coraggio di sfidare l'ignoto degli abissi e l'ignoto dentro il suo cuore.

sabato 12 novembre 2016

Fatelo voi, l'allenatore


Quando Vialli si alzò dalla panchina all'ultima giornata, battuto per 3-2 dal Gillingham, in cuor suo sapeva già come sarebbe andata a finire. Elton John non era più presidente del Watford da diciotto giorni e quelli dopo di lui gli avrebbero fatto pagare le diciannove partite perse in un anno. Contratto risolto. I giornali italiani scrissero che gli offriva un posto la Reggina. Vialli rispose come Bartleby lo scrivano, preferisco di no, sono passati quattordici anni e il momento giusto non è tornato ancora. Si sta più comodi sulla sedia che nel frattempo gli ha dato Sky: undici allenatori di serie A su venti guadagnano meno di lui e non c'è sconfitta che possa fargli del male.

giovedì 13 ottobre 2016

Un salone così grande


La prima volta che misi piede in casa sua, il professor Borraccia aveva lasciato sul fondo di una ceneriera scorie di sigarette, saranno state almeno una dozzina. Pareva si fosse divertito a sminuzzare in residui di polvere il suo vizio e a tenerlo parcheggiato chissà da quante ore di proposito laggiù, a una profondità da cui esalava per noialtri un castigo senza scrupoli. La seconda volta al fumo pareva essersi concesso perfino più generoso, e dalla terza in poi non ne parliamo. Non si trattava di amnesia, questo mi fu presto chiaro: era una cattiva abitudine. Lui accumulava rimasugli puzzolenti, a me toccava invece liquidarli. Non c’era nulla che mi desse più fastidio. In quell’appartamento di via Labicana avrebbero potuto chiedermi di strigliare il pavimento in marmo fino a spaccarmi la schiena, di stirare una giogaia di camicie, di preparare la cena per un corpo d’armata, di dare acqua alla Brighamia insignis e all’Adenium Obesium, di lustrare vetri e tapparelle due volte a settimana - questo e altro avrebbero potuto chiedermi, e io non avrei detto niente. Tutto compensava la vista dal terrazzo, il parco del colle Oppio e oltre lo sguardo l’ombra del Colosseo; all’orizzonte opposto il campanile di santa Maria maggiore, settantacinque metri ficcati nel cielo di Roma come la lancia nel costato di Cristo. Tutto accettavo e avrei accettato, tranne mettere le mani in quella montagna di cenere accumulata senza un perché, al chiuso di un salone.

sabato 20 agosto 2016

L'ossessione di Mourinho per Guardiola (e viceversa)


Lui è il capodoglio bianco, l’inseguito, quello che si sottrae. Lui cerca l’equilibrio, sfugge la schiuma, gelido, mai trabocca. Il Buono della storia è questo uomo senza più capelli. Gli ultimi li ha persi per lo stress di una navigazione col vento in faccia, il vento che gli gettava addosso Quello Lì. Chiamatemi Pep: ogni verità è un abisso. Guardiola è uomo di spazi e di linee, panorami e prospettive. È uomo di confini da spostare e mappe da riscrivere. Il silenzio attorno gli è indispensabile. La bava e la spuma che l’altro agita, sono effervescenze da cui scappare. Tutto è curato dentro il suo mondo, tutto è placido e pacato. Anche la barba sfatta ha una sua armonia. Il look racconta la vocazione alla misura. I maglioncini dal collo a V di colore rosso o grigio. La mano che si accarezza il mento. Una bottiglietta d’acqua sempre con sé, in panchina o nel fine partita, perché sorseggiare aiuta a prendere tempo.

domenica 14 agosto 2016

Mónica Puig e le lacrime per Porto Rico

La terra dove son nato è un florido giardino. È la figlia del mare e del sole. È la figlia del mare e del sole. Il signor José Puig ieri mattina ha aperto la mail e ha scritto le parole dell'inno nazionale a sua figlia Mónica, nel dubbio che lei non le ricordasse. Nessun portoricano le aveva mai cantate su un podio olimpico e non le ha cantate nemmeno Mónica, perché il primo oro della storia non l'ha mai fatta smettere di singhiozzare.
Mónica non era fra le prime cento giocatrici al mondo a inizio anno e in vita sua aveva battuto solo una delle prime dieci. Non ha mai vinto uno Slam e neppure si è mai avvicinata: zero finali, zero semifinali, zero quarti di finale.

giovedì 11 agosto 2016

I centesimi di Federica Pellegrini

Provate a dire a voce alta la parola "cinquemila".
Cinquemila.
È passato un secondo.
Prendete questa briciola di tempo e dividetela a metà. È lo spazio che passa tra la Federica Pellegrini di Rio e quella che avremmo voluto vedere: la Federica di giugno che al Sette Colli di Roma aveva nuotato 200 metri da medaglia olimpica.

domenica 7 agosto 2016

Good morning, sport del Vietnam

Ha ragione il colonnello Hoang Xuan Vinh a non voler più sentir parlare di guerra, di Francis Ford Coppola e Michael Cimino. Non adesso che è in cima a un podio olimpico. La guerra di casa sua era la linea d'ombra della dignità umana. La parola Vietnam non pareva compatibile con l'idea di sport.

Essere in Vietnam significava dover smettere. Succedeva agli americani, successe a Rocky Bleier, running back dei Pittsburgh Steelers arruolato dopo una stagione da matricola, ferito a una gamba, giudicato dai medici inadatto a un ritorno al football, e poi però quattro volte vincitore del Super Bowl. Bob Kalsu, attaccante e miglior rookie 1968 dei Buffalo Bills morì da primo tenente a Thua Thien.

giovedì 4 agosto 2016

Cosa succede al Brasile nel calcio

Il nome è lo stesso, la maglia non è cambiata, ma dire Brasile oggi significa parlare di un guscio vuoto, di uno scrigno pieno di niente. I re del pallone non sanno più giocare. Divertivano e vincevano, ora perdono e sono pure noiosi. Sono nel calcio quasi da estranei, respinti, sono gli antichi coloni cacciati dalla terra conquistata. Non solo hanno smesso di incantare e regalare stupore. Hanno smesso finanche di produrre normalità. È come svegliarsi una mattina in Svizzera e scoprire che hanno chiuso le fabbriche di cioccolata.