giovedì 28 aprile 2016

Il 120° minuto di Miguel Reina

MIGUEL aspettava solo che passasse il tempo. Il tabellone all'Heysel aveva l'orologio fermo. Luis Aragonés, l'uomo che da ct avrebbe inventato la Spagna tiki-taka, aveva fatto gol su punizione, e dalla panchina urlavano che era questione di secondi. L'Atlético stava battendo il Bayern, stava per vincere la Coppa dei Campioni, 15 maggio 1974. E invece. «Invece arriva questo pallone dalla fascia sui piedi di Schwarzenbeck. Lui non voleva tirare. O meglio: non sapeva cosa fare, e allora tirò. Avanzava, senza sapere a chi darla. Gli avevamo chiuso tutti gli spazi». Quasi tutti. Miguel Reina era in porta. Aveva una foresta di gambe davanti. Il tiro lo vide solo arrivare. Anzi, lo vide passare. Gol al 120'. All'epoca non s'andava ai rigori. «Altrimenti sarei potuto diventare io l'eroe, chissà. Sono invece passato alla storia senza desiderarlo. Un portiere sa che dietro c'è il nulla. È un ruolo di esercizio e sacerdozio». Storia di un trauma irrisolto. Su quell'1-1 raccolto a 11 secondi dalla fine, il Bayern costruì il 4-0 nella ripetizione di due giorni dopo e tre trionfi di fila. Come s'usava allora, nelle foto alza la Coppa vestendo le maglie degli sconfitti, mentre per l'Atlético iniziava la leggenda dei colchoneros passione e disfatte. Fino alla rivoluzione di Simeone.

mercoledì 27 aprile 2016

Simeone e Guardiola, la guerra dei mondi

MADRID - Vederli di fronte, stasera, è un atto naturale. È un contrasto antico quanto il calcio. Hanno dato il loro nome a uno stile. Esiste il Cholo Simeone ed esiste il cholismo: la corsa, il pressing alto, il totem della maglia sudata. Esiste Pep Guardiola ed esiste il guardiolismo: il possesso palla, i passaggi corti, le accelerazioni. Uno è testa, l'altro è croce. Uno è la battaglia, l'altro è l'estetica. Uno è il coraggio, l'altro è il tocco. Forse non esistono oggi due persone più distanti e due concezioni del calcio più lontane, a questi livelli.

martedì 26 aprile 2016

L'altra Juve dei 5 scudetti: cosa si scrisse

Colpo di testa di Borel contro la Roma (13 maggio 1935)

L'altra cinquina consecutiva della Juve arrivò il 2 giugno del '35. Dalla quinta giornata fino alla diciottesima era stata sempre all'inseguimento. Capolista: la Fiorentina. Aggancio alla diciannovesima, primato solitario alla ventiduesima, sorpasso dell'Ambrosiana la domenica dopo, nuovo aggancio, nuovo sorpasso, un'altra volta appaiate alla terzultima e alla penultima. Il 2 giugno '45 chiusura per l'Ambrosiana sul campo della Lazio (come poi il 5 maggio 2002) e per la Juventus sul campo della Fiorentina (come stavolta). Una volata in cui a Milano si sentivano favoriti, casomai si parlava di spareggio. Invece la Juve vinse 1-0 (Ferrari a nove minuti dalla fine), l'Ambrosiana perse 4-2. prendendo tre gol da Piola, di cui due negli ultimi otto minuti. Il Littoriale scrisse che a Firenze era stato disposto un collegamento telefonico per conoscere in tempo reale il risultato di Roma. A Roma no. A Roma giocavano al buio. Fu la chiusura di un ciclo che la Juve aveva affidato a Carlo Carcano, allontanato però dalla panchina all'ottava giornata, con la Juve seconda a -2. La Stampa scrisse il 10 dicembre del '34, otto giorni dopo lo 0-0 con la Triestina e sei prima della sconfitta per 2-0 a Bologna: "Carcano ha lasciato in questi giorni la carica di allenatore della Juventus". Stop. Avrebbe poi raccontato Brera in Storia critica del calcio italiano di insofferenza del club e del governo verso la vita privata dell'allenatore: "Vennero sospettati di pederastia e denunciati da dirigenti gelosi di Borel lo stesso Carletto Carcano, l'allenatore, un paio di consiglieri, Varglien I e perfino, ironia, Luigi Monti". Quella Juve aveva sostituito il portiere Combi con Valinasso, aveva giocatori avanti negli anni (Monti 34, Orsi 34, Caligaris 34, Rosetta 33) e s'imbatté in molti infortuni durante l'anno. Ho raccolto qui cosa si scrisse di quella Juve in quei giorni, e due analisi storiche successive di Brera e Sconcerti. 
Vittorio Pozzo, la Stampa, 4 giugno 1935: "Non è più un fatto nuovo che la Juventus vinca un campionato. Fu un fatto nuovo di zecca nel 1905, quando interruppe la serie di vittorie del Genoa e del Milan, puntò fuori il capo in atteggiamento timido e dimesso, ed ottenuta l’affermazione si affrettò a rintanarsi. Lo fu ancora ventun anni dopo, nel 1926, quando mise d’accordo i due fieri antagonisti del momento, Genoa e Bologna, sfondò la cintura monopolistica che essi tenevano in fatto di onori, e si impose. Dal 1931 non lo è più. Ché da allora, la nostra grande manifestazione calcistica più non conosce se non un vincitore. Cinque vittorie consecutive. Non le ha mai ottenuto nessuno. (…) Il fatto nuovo sta nel modo in cui venne ottenuta la vittoria quest’anno. Vittoria che ha del miracoloso, dell’incredibile per coloro che conoscono le vere reali condizioni in cui si è venuta a trovare la squadra bianconera. Condizioni disagevoli all’inizio, che non han fatto altro che aggravarsi e complicarsi di mano in mano che si andava avanti. (…) Acciacchi, amarezze, contrattempi di ogni tipo. A chi la osserva da vicino, la squadra bianconera fa l’effetto di un invalido che si trascini più che di un atleta che lotti. Sul finir della stagione giuoca male. Il giuoco costruttivo è in essa quasi scomparso: l’attacco arranca e fa quel che può, non si impone più. Eppur, nel bel mezzo del grigiore salta fuori di tanto in tanto una giornata che lascia di stucco per la sua limpidezza, per il linguaggio che la squadra torna a parlare. Come memore del passato, essa sfodera risorse che portano il giuoco ad un livello di praticità a cui l’avversario non può giungere. Ne resta come soggiogato, l’avversario. Sono le giornate che salvano la situazione e portano avanti la squadra in classifica. (…) Può essere che della vecchia squadra juventina questo sia uno degli ultimi guizzi di energia – ché la squadra è vecchia e non può continuare a funzionare in eterno – ma come guizzo valse un campionato e mostrò cosa sia la classe. Non la si definisce la classe, la si vede. La si vede, tra l’altro, dal modo in cui fa fare con facilità ad un uomo quello che un altro con ogni sforzo non può fare. (…) La Juventus, società dai dirigenti sagaci, dall’ambiente organizzato, dai giuocatori di classe, ha vinto con una squadra che è al suo tramonto, forse il suo più bel campionato. Bello perché è l’intelligenza che lo illumina. La calma, l’accortezza, il freddo calcolo, la precisione sfoderate dal più che trentatreenne Rosetta a Firenze sono l’indice della forza della squadra, la base prima dei suoi successi. È difficile, terribilmente difficile vincere un campionato in Italia. Di questa competizione noi siamo riusciti a fare una fornace ardente. Una fornace che è una meravigliosa fucina di energie fisiche e morali, ma in cui il cammino da battere non si riesce a discernerlo se non si posseggono qualità di eccezione. Una compagine mediocre, il campionato italiano non lo vincerà mai. Queste doti di eccezione, gli uomini che compongono la vecchia squadra della Juventus le possedevano, le han possedute finora nella misura necessaria. Passeran degli anni prima che questi uomini, che tante soddisfazioni han contribuito a dare all’Italia calcistica, vengano dimenticati".
Bruno Roghi, Gazzetta dello Sport, 4 giugno 1935: "Ancora una volta l'elogio della disciplina e della volontà. Ancora una volta il riconoscimento che la Juventus, parlando poco e sottovoce, come s'usa nelle buone famiglie, non perde perché non si disperde. Le vittorie, per essa sono numeri da mettere in fila e da sommare, non serbatoi di chiacchiere. È una squadra, quindi una società, che quando vince esulta, quando perde riflette. Altre delirano quando vincono, si flettono quando perdono. Il mestiere, per la Juventus, significa questo: il domani di una vittoria può chiamarsi sconfitta, ma il domani di una sconfitta deve chiamarsi rivincita... Ma la Juventus ha avuto e detto qualcosa di diverso. Ha detto che le partite si possono vincere o perdere in campo a seconda della legge variabile che presidia i giochi di palla, si tratti delle palline d'avorio o della palla di cuoio. Ma ha detto che i Campionati si vincono e si perdono, essenzialmente, nella sede sociale. Le vittorie sportive non sono soltanto fatti tecnici, o estetici. Sono fatti morali. Sotto questo punto di vista la Juventus fa bene a tenere cattedra. Bene a se stessa, bene ai suoi avversari, bene allo sport nazionale".
Emilio De Martino, Corriere della Sera, 3 giugno 1935: "La Juventus è dunque riuscita un’altra volta a spuntarla e meritatamente, diciamolo pure. Poche squadre avrebbero potuto superare gli svariati colpi di sfortuna che hanno travagliato in questo campionato l’undici torinese. L’infortunio di Monti, l’incidente a Bertolini, le precarie condizioni di Serantoni impossibilitato a giocare per tutto il campionato, le molte assenze di Cesarini, quelle di Ferrari, la partenza di Orsi, per non citare che i fatti principali, avrebbero certo smontato una compagine dai nervi meno saldi e dal morale meno sicuro. Invece la Juventus pur cedendo nettamente su qualche campo – come ultimamente avvenne allo stadio di San Siro – ha saputo resistere alla meno peggio, ritrovando poi nel finale tutta la sua autorità e la sua volontà. Per questo si deve salutare la nuova vittoria della Juventus con simpatia e con plauso". 
Corriere della Sera, 4 giugno 1935, senza firma: "Nel campionato testé concluso, la Juventus, unica squadra imbattuta sul proprio campo, può anche vantare i seguenti primati: punti conquistati nelle partite interne (26) e nelle partite esterne (18); vittorie realizzate 18, delle quali 11 sul proprio campo e 7 fuori; reti subite 22, delle quali 15 nelle partite esterne. (…) Durante tutto il campionato, la Juventus ha fruito di 4 calci di rigore, nessuno dei quali decisivo agli effetti del risultato. Due soli sono stati tramutati in goal. Il tiratore scelto della squadra è rimasto Borel II, con 13 porte". 
Il 31 ottobre 1987, su Repubblica, Gianni Brera analizza la società che stava e sta dietro la Juventus: "Non è una squadra, è un fenomeno sociale. La nobiltà le viene dagli anni, più giovane di poco ad altri club di Torino troppo esclusivi per non morire di solitudine. Il Duca degli Abruzzi esprimeva plus-calore con altri nobili che presto si vergognarono dei propri slanci plebei. Il calcio squalificava socialmente in Gran Bretagna e Scandinavia, dove era localizzabile l'élite della nuova religione sportiva. Borghesi ancora ignari unirono i propri estri snobistici chiamando pedissequamente Juventus la loro prima collusione pedatoria. Fuggivano dal calcio i principi del sangue, pudichi di un'eccessiva plebeità: restavano i borghesi in grado di declinare correttamente il più delizioso sostantivo della terza. Come giocassero è facile dedurre. (...) La gentile Torino spasimava per le rozze grandigie d'un popolo artigiano e contadino che inglesi ed europei centro-nordici stavano riportando all'industria. La Juventus fu sempre vagamente odorosa di privilegio sociale. Gli aristòcrati si beavano del Torino plebeo (esattamente come al Milan): a mezzo fra loro e la plebe usavano profondere slanci plus-calorici i borghesi colpevoli della retorica Juve. Gli scudetti anteguerra (la prima) erano omaggi alla pacata riconversione dell'Italia africana in schietta Europa. I britannici in esilio a Genova; gli agricoltori aspri e virili di Vercelli; i transfugi torinesi di Casale, sede di un forte presidio militare. Poi il quadrilatero, simbolo di progresso economico-sociale: e infine il Torino, presidiato da nobili alteri (ma spensierati alquanto). I trionfanti Agnelli vengono intrigati a moderar lo scettro del vermouth. La preghiera è fascista, e quindi va presa per un ordine preciso. Il conte Marone Cinzano acquista Allemandi in occasione del derby e ad allargare le gambe è Virgilio Rosetta da Vercelli (non un Cato scripsit Ligurum, sed Gallorum). L'onesto Arpinati da Bologna ha pudore di aver già sottratto uno scudetto al Genoa ('25): lascia prima la Juve nel '26 ma non ha il coraggio di favorire nuovamente il Bologna squalificando il Torino. La Juventus ha plaudito e plaude alla severità dei giudici pedatòri (Allemandi squalificato a vita) finché non aggalla una possibile responsabilità di Rosetta, costato qualcosa come 50.000 lire. Il Torino si vendica nel '28 giocando il calcio più bello (nei confini italioti). Esprime il genio di un alessandrino che invece è di Caselle: Dolfo Baloncieri. La rabbia juventina è contenuta come esige l'educazione dell'ambiente. Don Edoardo Agnelli sforna figli educati come principi, e auto trattate anche meglio, con il più vieto dei protezionismi. I soldi son, ma chi pon mano ad elli? La rima è troppo facile, abrenuntio. I giochi amsterdamiti (sissignori) esaltano gli uruguagi, astuti e sparagnini. L'Argentina è quasi tutta spagnola per tronfiaggine e perde la finale. Si vede tuttavia Mumo Orsi, longilineo tappo di spumante pregiato. Viene in Italia per settemila il mese, la casa arredata e l'auto con chauffeur. Aspetta un anno, transfuga dichiarato. Poi esordisce con sfracelli autentici. L'Inter sorprende tutti con un Weiss già cosciente di spazi e marcature: Meazza usa scattare fra bisonti che fra loro s'incornano, i terzini. Poi succede che Monti, troppo grasso e greve, abbandoni il calcio giocato. Cesarini lo avverte: vieni in Italia, dove calciar non sanno. Nasce una Juventus di spirito uruguagio: la difesa più forte e più protetta: un centrocampo nel quale oscilla un cannone di lunga gittata quale Monti. Poi le invenzioni in attacco, e Borellino. Carcano, gran filosofo del muscolo, diligit pueros come almeno un paio di grandi juventini: ma conviene che scandala eveniant. L'Italia ha scelto ormai la sua fidanzata. Italo Pietra, di antico ceppo alemanno, confessa di aver preso parte alla colletta per regalare un orologio d'oro a Giovanni Ferrari, che a Brescia ha preso un pugno senza minimamente reagire: non squalificato, segnò il gol dello scudetto a Firenze la seguente domenica. Ferrari era figlio della dozzinante che ospitava Carcano ad Alessandria della paglia. Carcano, affettuoso maestro, portò Giovannino alla Juve. Quinquennio memorabile, nel fatidico e ricorrente ventennio italiota (Annibale, Napoleone, Mussolini). Mumo Orsi ci fa capire perché sia fuggito suo nonno: riempie di sesterzi la valigia e fa la stessa strada, certo più comoda (1935). Don Edoardo Agnelli perde la vita volando in un paese ancora fermo al casto asinello. La Juventus decade. Trionfano i rivali di altre contrade. Ma il carisma è fatto e rimane. Il tifoso juventino è borghese o aspirante borghese. Si manifesta dove un capoluogo abbia da farsi perdonare nequizie medioevali. Fuor dal Piemonte, i più devoti juventini sono lombardi, e ancora emiliani di Romagna. Se c'entri anche il Re sabaudo non so dire. Fatto è che la "Juventinitas" è un sentimento che fa casta. Io spesso ironizzo chiamando Thugs i devoti della dea Kahlì: ma sotto sotto li invidio. Hanno un garbo, una certezza, un piglio che non sempre si scopre".
Nel libro "Storia delle idee del calcio" (Baldini & Castoldi) Mario Sconcerti racconta la diversità della Juventus anni Trenta e la portata della sua innovazione: "Edoardo Agnelli aveva trentuno anni all’epoca del suo ingresso nella Juve. Cercò nella Juve un porto franco. Cercò di tenere fuori dalla sua vita, almeno in un ambito, il senatore Giovanni Agnelli, suo padre e proprietario unico delle officine Fiat. Edoardo capisce subito che la proprietà della Juventus gli darà una libertà altrimenti molto complessa da conquistare. Giovanni Agnelli controlla tutto quanto si collega alla Fiat ma ha lasciato al figlio l’aspetto pittoresco dell’industria, la macchina dello sport che in quel momento sta crescendo con grande energia. Nessuno sa ancora dove porterà, nessuno sa nemmeno come controllarla, ma è evidente che è una parte importante del futuro. (…) Edoardo Agnelli vende all’Italia una squadra di calcio, un mezzo di locomozione sentimentale che passa dappertutto e porta dovunque. (…) Ma sa che vincere non deve essere un caso, una somma di circostanze sentimentali. Vincere con gli Agnelli al tavolo deve significare essere bravi, molto bravi. Significa selezionare. Ne fa un tormento industriale. E sbaracca il vecchio mondo delle polisportive. Cerca una squadra come cercherebbe un’idea di carrozzeria. La cerca in tutto il mondo. Edoardo Agnelli sa di avere molti mezzi più degli altri. Può mandare suoi inviati in Argentina e Brasile, può mantenere personale dell’azienda in Sudamerica esclusivamente per cercare giocatori di calcio. Comunicano con il datore di lavoro per telegrammi. Sono vere sintesi di articoli sportivi, con giudizi complessi e pittoreschi che denunciano a volte pratica, a volte dilettantismo. Ma ci sono, esistono, danno informazioni che nessun altro ha. Il problema di Edoardo è dire l’ultima parola, saper scegliere, ma è subito chiaro che è troppo avanti. Nessuno in Italia ha i mezzi della Juve, le sue responsabilità, la sua abitudine alle decisioni finali. Hanno trovato oriundi, sono dentro la regola. E’ vero che la Federazione ha cacciato tutti gli stranieri con la Carta di Viareggio del 1925 ed è ancor più vero che Mussolini ha ormai fascistizzato il calcio pretendendo che si giochi solo tra italiani. Ma Agnelli lo convince che i parenti degli italiani non sono stranieri, solo italiani di una grande patria che si estende anche al di là dell’Atlantico. Tagliarli fuori dalle squadre di casa nostra sarebbe come costringerli a partire una seconda volta. Mussolini capisce e accetta gli oriundi. Accetta il concetto di una patria estesa l’ungo l’oceano, e soprattutto il piacere di dire sì al più grande industriale italiano. (…)
Nel frattempo Edoardo Agnelli ha fatto costruire un nuovo stadio in corso Marsiglia, il primo impianto interamente in cemento armato. In campo tecnico è stato anche più energico. Ha acquistato il primo allenatore dall’estero, l’ungherese Jeno Kalory e giocatori come Ferenc Hirzer e Carlo Bigatto. Ha strappato Rosetta proprio alla Pro Vercelli e costruito il trio Combi-Rosetta-Caligaris. Dall’Argentina arrivano Orsi e Monti, fuoriclasse. La squadra non ha avversari. Il calcio cambia, non è più interregionale, ha finalmente un campionato a girone unico, comincia la “Divisione nazionale serie A”. E comincia subito l’epoca della Juventus. Edoardo porta la squadra allo scudetto nel ’26 poi nei famosi cinque anni dal ’30 al ’35. Edoardo muore il 14 luglio di quello stesso anno, il ’35, che ha consacrato la sua squadra come la migliore d’Italia, forse del mondo. Muore in modo avventuroso, così come aveva voluto vivere (…) Fu una morte che suscitò scalpore, grande commozione, la gente rimase colpita. Come Edoardo aveva intuito, il calcio aveva la forza di rendere subito molto più famosi rispetto all’industria. La sua Juventus aveva cambiato il calcio e dettato le regole del futuro. Ancora oggi sono le stesse. Impossibile coniugare vittorie e bilanci. Il grande calcio in Italia altro non può esser che l’eccesso di un grande finanziatore. A cui però andrà il riconoscimento popolare. In sostanza i più bravi riescono a pagarsi il favore della gente, scambiano i soldi con i sentimenti. Edoardo non diventò mai presidente della Fiat. Nell’azienda non ebbe solo il padre a frenarlo, ma anche la crescita di un grande manager come Vittorio Valletta. Ma è rimasto nella storia per la sua intuizione sulla Juve e il suo modo di gestire il calcio. Cancellando il calcio dei piccoli scudetti e costruendo la Grande Juventus dette inizio a quel circolo virtuoso per cui vincere porta gente e la gente aiuta a portare le vittorie. La Juventus padrona dei cuori nasce allora e non è mai più tornata indietro. Questa è vera modernità".

Il cinghiale che uccise Liberty Valance

Eravamo rimasti al tonno di Bacchelli, ai corvi al rospo e al porco delle Favole della dittatura di Sciascia, ai pesci rossi di Cecchi. Quando nella letteratura italiana gli animali parlano, si muovono di solito nel territorio di un genere, gli exempla morali di Esopo. Ora arriva un cinghiale a mutare la scena, si chiama Apperbohr ed è più surreale finanche di quel grillo che comunicava con un burattino di legno. Vaga con il suo branco nelle campagne dell'immaginaria Corsignano, fra Umbria e Toscana, dove s'imbatte in una folla di personaggi teneri e grotteschi, infidi e indifesi, di cui non si può tenere il conto, anzi non si deve, questo è il bello, il bello è perdersi. Teorizzatore di una letteratura che sia allo stesso tempo «commovente e inadeguata, raffazzonata e ingombrante», Giordano Meacci scrive in piena coerenza Il cinghiale che uccise Liberty Valance".

giovedì 21 aprile 2016

Lettura del pensiero di Francesco Totti


Annamo, sbrìgate. Sbrìgate a fammentra' che nun c'è tempo, nun ce n'hai tu, nun ce n'ho io, nun ce n'ha manco tutta 'sta gente intorno a noi, sti povericristi che ce guardano e se dimannano chi è che c'ha ragione, se tu o io, se tu o er capitano.
Sbrìgate che ancora se po fa', sempre se po fa', sempre ce devi crede, anche se mancano - quanti so' - quattro minuti, ma io lo so chi sono, e bada bene che dico: sono; nun dico: chi so' stato. Hanno detto che so' triste. Me chiamano patetico. Hanno detto che uno co' la storia mia nun dovrebbe. È facile a parla', facile addì un frego de minchionerie. Come se questo poi fosse 'npaese dove se fanno tutti da parte, dove te fanno passa' davanti, 'npaese dove l'eccezione sarei io, coi miei quarant'anni in mezzo a 'nmonno de ventenni, mentre invece sono solo tale e quale a voi, voi siete uguali a me, solo più tristi, voi sì, voi pe' davéro, perché volete resta' ai posti vostra pure si nun ve divertite più.
Io no. Io me diverto ancora. Questo c'ho io e questo vojo. Me diverto a palleggia' co' 'nragazzino der Sassuolo, me diverto a faje cade' 'na goccia sulla capoccia a quello, a coso, come se chiama, a Pjanic. Me diverto si mme dai quattro minuti contro er Realmadrì. Chi te chiede niente. Niente più de questo. Niente più de sbrigàtte a famme entra', a famme mette 'npiede sopra 'npallone, sopra-sotto-de tajo-de striscio, come è mmejo. Tu famme entra' che poi te lo ricordi. Pure gratis me butterei 'nmezzo a quer campo, co' questa pelle mezza gialla e mezza rossa addosso, pure gratis, tanto dimme che je devo chiede a questa Roma mia, più de quello che m'ha dato.
Bravo, ecco, te sei deciso. Tardi, ma te sei deciso. Lo senti quant'è felice la gente co' i telefonini 'nmano. Ce guardano e se dimannano chi è che devono riprende, a chi devono fa' er video, si a te o a me, a te o ar capitano. Me guardano e vorrebbero che annassi a batte io la punizione, a metterla 'nmezzo pe' la testa de quello, coso, come se chiama, quello grosso, biondo, dritto, quanti ne ho visti passa', arivano, vanno, e io sto sempre qua. Nun c'è tempo, nun l'avete capito. Nun me fermo. Tiro dritto. In mezzo ce vado io, 'nmezzo alla schiuma, alla battaglia, dove fa più caldo, dove devono succede le cose, dove nun bisogna fa' finta d'esse coraggiosi, anzi, in mezzo all'area de rigore bisogna senti' paura per smettere d'avénne. Là vado io. Adesso. Diciotto secondi so' passati, e diciannove, venti. Ecco la palla. Arriva. Se avessi vent'anni me butterei 'nspaccata, senza risparmiamme neppure 'ngoccio d'energia, sapendo che nun c'è bisogno de fasse i conti, perché ancora ne avrò dentro de sostanza, e tanta, nei secoli dei secoli, amen. Solo che vent'anni nun ce l'ho più, nemmeno trenta, pure avénne trentaquattro stasera basterebbe, invece so' de più, so' quelli che sono, e allora ce vado de spaccata, lo stesso, sai che me 'mporta, senza risparmiasse, sapendo che nun c'è bisogno de 'sti conti, tanto che cosa me conservo più, tutto se deve da', tutto vojo lascià' sopra 'sto prato, a chi lo lascio sennò 'sto foco che ancora brucia dentro, questa malinconia che nun se spegne, questa ragione di restare ar monno, non sono i record, non c'entra Nordahl, manco la gente, manco la Roma c'entra, è solo 'na cosa mia alla fine, mia e de nessuno più, sto foco, a chi lo lascio, chi ne sarà degno, chi lo potrà capire mai, chi lo saprà portare. Io triste. Io patetico. Io capitano. Tutto un frego de minchionerie.
Sentili come gridano, come urlano goo', come già trecento vorte, de più e non de meno, ma non è questo, nun è neppure questo, io giocherei pure dentro ar silenzio d'uno stadio vuoto 'nmezzo a una città disabitata ner cuore der deserto, giocherei pure se ce fossi solo io con un pallone, un muro, io, e nessuno a vedemme, tac, tac, tac, palleggio e tiro. Certe vorte me fermo a guarda' i regazzini che de mattina camminano co' le madri pe' la strada, belli, gnappetti, me chiedo che ce fanno là, la mano appoggiata sopra ar carrozzino der fratellino piccolo, me chiedo che sarà capitato mai pe' nun esse annati a scuola, per starsene 'ngiro de mattina, nell'acciaccapisto de la spesa, tra fruttaroli e artro, una caracca, n'artra; e 'nfaccia a ste creature ce leggi la pacchia de 'na felicità imprevista, un tempo ch'era inatteso, 'no sbraco improvviso, e penso che ce devi sape' sta' dentro 'na gioia così, devi sape' che dura quello che dura, adesso c'è e domani no, eppure loro nun se ne fanno specie, forse solo i regazzini la sanno vive pe' davvero la felicità.
E allora come 'nragazzino vado e lo batto io 'sto carcio de rigore. È chiaro che tocca a me. Nessuno si fa avanti. Io fo dritto lo storto e storto er dritto. Nun è serata de cucchiai, questa. Nun è serata de incoscienza. La tiro dove sempre la metto quanno conta, in basso, alla destra der portiere, infatti lui lo sa e ci arriva, la tocca e non la prende perché nessuno stasera l'avrebbe forse presa, manco lo spirito de Yashin, manco Zamora, manco er mejo portiere che ho conosciuto, come se chiamava, porcamiseria, coso, quello che ar mare faceva le porte co' li zatteroni e se tuffava, Marco me pare, chissà che fine ha fatto, me li prendeva tutti i rigori, chissà se lo racconta 'ngiro, chissà si se lo ricorda, se è felice d'esse 'ngeometra, un rappresentante, un agente de viaggi, quello che sarà diventato, o se pure lui perso da quarche parte insegue l'idea di quello che non siamo, l'idea che tutto possa esse come allora, come na vorta, come i ragazzini a spasso pe' la strada.
Ora che tutto è finito e che me vieni incontro, ecco, adesso che ce 'ncrociamo in mezzo al campo, dimme che te dovrei di'. Niente. Tutti ce guardano, e se dimannano se c'hai ragione tu o er capitano. Te guardo allora pure io. Te sorrido come fai tu, er più bravo de tutti a fa' finta che questa sera sia normale. Se damo la mano e tutto torna come prima. Deciderai di nuovo tu quando sarà il momento de la prossima. Me dirai: scardate. E io me scardo. Me dirai: entra. E allora entro. Me dirai dove metteme, dove gioca', che cosa fa'. Ma nun lo decidi tu quanno me diverto, questo no, nun lo decidi adesso e mai, quella è 'na cosa mia, nun lo decidi tu er giorno giusto pe' lascia', annassene, pe' cominciare a starsene nascosti da quarche parte, con un pallone di fronte a un muro, ad aspettare che venga a prenderci l'inverno.
(grazie a Francesco Fasiolo per la consulenza linguistica)

mercoledì 20 aprile 2016

Come cambiano le papere dei portieri


Che tutto sia moderno, per favore, anche gli errori. Quello di Andrea Consigli, per esempio, sta dentro il nuovo canone. Un retropassaggio - lo chiamano giro palla basso - un controllo, e poi un tocco che se fossimo in un fumetto farebbe swoosh. Così contemporaneo, questo gesto del povero portiere del Sassuolo, che ancora non ha un nome. Papera no, papera sa d’antico. È roba del Novecento, inadatta al neocalcio.Papera è un pallone che s’infila sotto la pancia, è goffaggine, impaccio, insicurezza. È Arconada che si fa passare sotto il corpo un calcio di punizione di Platini, nella finale degli Europei ’84.


Questa di Consigli tutto è tranne che mancanza di confidenza. È il suo opposto, casomai. Pàparo, cioè balordo, fu invece per primo Vittorio Faroppa, portiere torinese del Piemonte, che a 25 anni debutta in Nazionale contro la Francia e sbaglia quattro prese. Quattro gol per loro, siamo nel 1912. «Stava in porta con i piedi larghi, sembrava una papera», commenta uno dei c.t., Umberto Meazza, commerciante di vini e pure arbitro, per divertimento. Antonio Ghirelli, in un dizionario del dialetto napoletano, spiegherà che la papera è un animale che va nel panico, «come certi portieri sui tiri da lontano», anche i migliori, tipo il tedesco Kahn in finale ai Mondiali 2002 contro il Brasile. Il lessico del calcio esige certezze. Qui siamo dinanzi a una ciabattata, un liscio, una svirgolata. Ma è terminologia per terzini, al massimo mediani. Lirico dev’essere l’errore di un portiere, che infatti una volta usciva a farfalle. Alla Zenga su Caniggia nella semifinale dei Mondiali ’90.


Gli spagnoli dicono: a prendere l’uva. Ma è uguale. Quel disastro là. Le braccia alte, l’aria afferrata al posto del pallone, l’errore numero uno di ogni numero uno. Un classico. Una cappellata, secondo i più arditi. Una pifiada, in Spagna: dal sibilo che nel gioco del biliardo produce la stecca quando manca l’impatto con la palla. Oppure una cantada, come i suoi errori chiama Casillas, perché un cante (di flamenco) pretende attenzione, non passa sotto silenzio. Howler, dicono gli anglosassoni, vale a dire urlatore, e dunque un abbaglio così clamoroso da indurre al grido. È finanche il nome dato negli Stati Uniti a un magazine trimestrale che racconta il modo in cui guardiamo il calcio. Forse perché l’errore è un’esperienza letteraria, «solo l’errore è vita, la conoscenza è morte» (Fontane, Germania, ruolo: poeta).
samaDi vita in Consigli ne scorre allora parecchia. Come in Padelli (stesso gesto un anno fa in Torino-Empoli), come in tutti i portieri di questo calcio così cambiato dal ’90, con regole ritoccate per tutelare gli attaccanti, e sempre meno disposte a proteggere chi difende. I portieri, non ne parliamo. Hanno dovuto imparare a buttar via con i piedi il passaggio all’indietro di un compagno, poi gli hanno chiesto perfino di cominciare a costruire l’azione. Volgarità. Yann Sommer, lo svizzero del Borussia Moenchengladbach, viaggia a una media di 40 passaggi a partita. Certe volte più del centravanti. Consigli è intorno ai trenta. Higuain ha una media di ventisei. Ma per fortuna Consigli la butta in porta meno di Gonzalo. Senza più papere e farfalle, col pallone sempre tra i piedi, il portiere è meno solo e troppo uguale a noi. Cerchiamo almeno un nome magico per i suoi nuovi errori.
aggiornamento nei commenti sulla pagina facebook del blog Puliciclone è arrivata una prima bellissima proposta: "Rimanendo nel campo animale opterei per LA PAVONA. Il pavone è un animale bellissimo ma con delle zampe orrende. La leggenda vuole che pur fiero della sua ruota appena abbassa lo sguardo il pavone si mette a piangere guardando la cosa più brutta che ha: i piedi. Per più di un secolo ai portieri era stato chiesto di usare le mani e la specie non sempre si è evoluta con successo nell'ultimo decennio".
(da la Repubblica del 19 aprile)

Il testamento che Totti non vuole firmare


Il testamento che Totti non vuol firmare è dentro un video che dura il tempo in cui Gino Paoli canta "Il cielo in una stanza".

Quando sei qui con me, 

esce Keita e il capitano mette piede in campo. Minuto 85 e 30" di Roma-Torino, risultato 1-2. Così comincia quest'attimo lunghissimo, chiuso dentro una bolla che danza sopra l'Olimpico, oltre il tempo, un attimo di due gol in due minuti e quaranta secondi, al termine dei quali tutto sarà diverso e tutto in fondo resta come prima. Keita s'avvia in panchina come sconfitto. Contento non è. Se solo sapesse che sta cambiando la partita. Uscendo.

giovedì 14 aprile 2016

Il cholismo in economia

A guardarlo al centro del cerchio, la squadra in silenzio e lui che insegue le parole giuste, Diego Simeone è quello che raccontano che sia. Una luce. Cinque anni fa passò sei mesi in Italia. Doveva salvare il Catania. O non lo abbiamo capito noi o non era ancora l'uomo che è diventato. «Forse sono cresciuto con l'esperienza, forse questo cammino è servito a darmi un'altra consapevolezza. Catania lottava per traguardi diversi. Qui si sono uniti diversi fattori. La mia conoscenza dell'ambiente e la voglia del club di andare oltre i limiti». Un gol serve all'Atlético per passare un'altra frontiera, eliminare il Barcellona e tornare in semifinale di Champions, tenendo per mano questo allenatore senza cerone, come senza finzioni era stato calciatore, un acciaccatibie con pretese di qualità, rispettato dai suoi e dagli altri.
Simeone aveva già il carattere per portare la 10 dell'Argentina dopo Maradona, per litigare con Beckham e per definire Capello «uno che parla troppo». Ma in quattro anni di Madrid è successa una cosa nuova. È uscito dai margini del campo. Cholo è il suo soprannome, cholismo si chiama la devozione per lui, un neologismo accettato pure dalla Fundéu, l'ente che vigila sull'uso dello spagnolo.

mercoledì 13 aprile 2016

Le regioni dove il calcio non esiste

Quando segna Pellissier, il gol è sempre un po' politico. In senso greco. Relativo alla pólis. Quando segna Pellissier, anche e soprattutto se il tiro passa come stavolta tra le gambe del portiere, l'Italia del pallone si estende, si unisce per davvero, allarga la sua mensa. Sergio Pellissier, 37 anni, è nato ad Aosta, nell'unica regione su venti in cui il calcio non domina, dove il maggior numero di tesserati appartiene alla federazione sport invernali e dove con una squadra sono saliti al massimo in serie C, negli anni Cinquanta. Quell'antico Aosta Calcio è fallito nel 2010, e quando due anni più tardi in Lega Pro è arrivato il più giovane Saint-Christophe Vallée d'Aoste, i dirigenti hanno scoperto che non esisteva uno stadio a norma per quel campionato: le partite in casa dovevano andare a giocarle a San Giusto Canavese, in Piemonte. Sergio Pellissier è una specie di Zorro del calcio locale. Mette il mantello e vendica un popolo per questa emarginazione.

lunedì 11 aprile 2016

Perché il tennis è invecchiato


Nella bellissima intervista data a Emanuela Audisio - stamattina su Repubblica in edicola - Yannick Noah [1] prova a offrire fra tante altre cose la risposta a una domanda che ci stiamo facendo sul tennis contemporaneo. È una risposta forse più filosofica che tecnica, ma ci sono momenti in cui la tecnica non riesce a spingersi fino alla verità. La domanda è sotto i nostri occhi da un po' di tempo: perché il tennis s'è trasformato da sport della precocità in sport della longevità?Guardiamo la classifica Atp attuale. I primi dieci al mondo hanno tutti dai 28 anni in su. Cinque giocatori ne hanno più di 30. Non era mai successo. L'istante in cui comincia questa mutazione è ricostruibile agevolmente. Sei - sette anni fa. Nel 2009 e poi di nuovo nel 2010, e da quel momento sempre con maggiore frequenza fino a diventare norma, nessun ragazzo sotto i 20 anni riesce più a chiudere la stagione fra i primi quaranta della classifica Atp, in qualche caso neppure fra i primi cento. Per il tennis è uno shock di non poco conto. È questo lo sport che più di tanti altri siamo stati abituati ad associare a campioni teenager, perché giovanissimi erano i suoi eroi (Borg,  McEnroe e via via gli altri) quando da sport dell'élite è diventato sport di massa, quando cioè la televisione lo ha portato nelle nostre case. Il tennis anni Ottanta vede tre diciassettenni aggiudicarsi uno Slam: Wilander a Parigi '82, Becker a Wimbledon '85, Chang a Parigi '89. Prima di loro, Borg aveva vinto il suo primo Roland Garros dieci giorni dopo essere diventato maggiorenne (1974), portando con una fascetta tra i capelli e una magliettina attillata questo gioco dell'aristocrazia per sempre in un territorio pop.
Tra le ragazze il teen-is si impone un attimo prima che fra gli uomini: nel '79 la sedicenne Tracy Austin vince gli Us Open. Arriveranno poi Hana Mandlíkova a Melbourne (18 anni, 1980), Steffi Graf a Parigi (pochi giorni ai 18, 1987), Arantxa Sánchez sempre a Parigi (17 nel 1989), così come Monica Seles (16 anni nel 1990), Mary Pierce (20 anni, Melbourne 1995), Martina Hingis - la più giovane della storia (16 anni e 117 giorni, Melbourne 1997), Iva Majoli (19 a Parigi 1997), le sorelle Williams: Serena a New York '99 (pochi giorni ai 18), Venus a Wimbledon 2000 (pochi giorni dopo i 20). Nel 1989 al torneo di Boca Raton si presenta in finale una ragazzina americana di 13 anni e 11 mesi, figlia di un pugliese: Jennifer Capriati. Al suo debutto da quattordicenne in uno Slam arriva in semifinale a Parigi, diventando qualche settimana più tardi la più giovane testa di serie nella storia di Wimbledon.
Il più giovane nell'alta classifica oggi è Nick Kyrgios, compie ventuno anni a fine aprile ed è da poco al numero 20. Nessun Under 20 è fra i primi quaranta dell'Atp. Nessun Under 23 è fra i primi dieci, nel 1992 ce n'erano addirittura sei con Courier al numero uno. Ancora nel 2002 erano cinque (Hewitt 1, Safin 3, Ferrero 4, Federer 6, Roddick 10). L'ultimo teenager a vincere uno Slam è stato Nadal a Parigi, ormai undici anni fa. L'ultimo anno d'oro per le ragazzine è stato il 2004, con i titoli della diciassettenne Sharapova a Wimbledon e della diciannovenne Kuznetsova a New York. Poi succede qualcosa. Negli ultimi dieci anni solo due volte uno Slam finisce a un Under 23: Djokovic in Australia nel 2008 e Del Potro a New York nel 2009. Lo stesso capita fra le donne: Ivanovic a Parigi 2008 e Azarenka a Melbourne 2012. Non solo. Quando tra le donne si impongono nomi nuovi, sono tutti nomi già noti. La ventottenne Kerber a Melbourne, la Bartoli a Wimbledon, Li Na ventinovenne a Parigi nel 2013, la Schiavone a Parigi 2010, la Pennetta trentatreenne a New York.
Il tennis ha eroi invecchiati proprio nel momento in cui lo sport, tutto lo sport, si scopre traslocato nel campo dell'atletismo e della muscolarità. È una contraddizione solo apparente. Per molto tempo energia e freschezza sono state un'esclusiva dei giovani. Nel tennis, e non solo, o avevi le gambe o avevi l'esperienza. Oggi i trentenni possono avere le gambe insieme all'esperienza. Le corde, le racchette, la tecnologia. Di una preparazione atletica scientifica si giovano soprattutto gli anziani. È cresciuto il peso della pressione e della capacità di gestire psicologicamente i momenti chiave. L'incoscienza da sola non è più sufficiente. La figura in cui questo passaggio si incarna due volte è quella di Martina Hingis, bambina prodigio quando il tennis era lo sport della precocità e numero uno al mondo nella classifica del doppio oggi che di anni ne ha trentacinque, nell'era dei longevi. Se non ci fosse questo tennis, la Svizzera non starebbe considerando di mandare a Rio un doppio misto composto da lei e Federer, 69 anni complessivi.
noah
Eccola, allora, la tesi di Yannick Noah: "Mantenere il potere oggi è più facile che conquistarlo. Se sei tra i big hai uno staff colossale, viaggi in prima classe, dormi nel lusso, riposi, mangi bene, controlli il tuo ritmo. Sempre assistito dai migliori. Altro che Air Force One. Se sei un pretendente tutto è più difficile: viaggi male, dormi peggio, sei stanco, perdi lucidità. Ai miei tempi in pochi avevano l’allenatore al seguito. Eravamo soli, ma la vera partita è questa: riuscire a risolvere i problemi".
[1] Yannick Noah, 56 anni, francese nato nelle Ardenne da padre camerunense, oggi c.t. della Nazionale di Davis, cantante, ex tennista: campione junior a Wimbledon, a 23 anni vinse il Roland Garros, ultimo Slam di un francese. E' padre di Joakim, cestista, il centro dei Chicago Bulls in Nba.

domenica 10 aprile 2016

Campagna e il nuovo Settebello


TRIESTE. A RIO si va con tanta sofferenza imprevista (8-7) e con un gol di Figlioli a 7 secondi dalla fine che fa infuriare la Romania per l'uomo in più concesso all'Italia. Quest'uomo in camicia bianca che si commuove e dedica tutto ai suoi figli è il ct d'Italia più invidiato dai colleghi. Tutti a dirgli beato lui, che ha il campionato con meno stranieri. La serie A di pallanuoto è fatta per il 78% da italiani. La pallavolo è al 58%, il basket al 51, il calcio al 48.
Sandro Campagna, siciliano, 52 anni, tornato sulla panchina azzurra nel 2008, racconta adesso i giorni della semina dell'italianismo.
Hanno prodotto un titolo mondiale (2011) e consentono al Settebello di giocare a Rio le Olimpiadi n. 20, avendo dietro una Nazionale giovanile oro e argento ai Mondiali 2013 e 2015.

sabato 9 aprile 2016

Le parole della Parigi-Roubaix


Come già per il Poggio di Sanremo, questo è un montaggio delle parole dedicate al pavé e alla Parigi-Roubaix dai più grandi raccontatori di ciclismo della storia. Aspettando la corsa.
Ombre dei vecchi scrittori naturalisti della scuola di Emilio Zola, al tempo di “Germinal”, dovreste aiutare voi, oggi, il vecchio suiveur che ha percorso l’enfer du nord e che sbarca a Roubaix dalla sua automobile con la faccia brunita dalla polvere di carbone, con le ossa intirizzite dalla tramontana, con i denti stanchi dall’aver abbondantemente tremolato per le scosse della corsa sul pavé, con l’anima grigia per il tanto cielo grigio che mandava sul panorama della corsa la sua grigia luce da fotografia per passaporto di emigranti [1]. Sul pavé le biciclette vibrano, le telecamere tremano, le moto sobbalzano, le macchine fumano. E i muscoli si lacerano [2]. Il pavé è una brutta bestia, sia che piova sia che il sole fabbrichi polvere [3] .
la pietra
La Roubaix consta di due elementi: "la boue" e "le pavé", il fango e la pietra. Due materiali da costruzione eccezionali. "La boue", nonostante la pessima fama che è nel linguaggio - "traîner dans la boue", "trascinare nel fango" -, ha generato creature straordinarie. Con il fango, secondo la Bibbia, fu costruita la donna. E, a parte Eva e qualche altra eccezione, si tratta di un capolavoro. Con il fango si fanno le case: l'"adobe" dei paesi latino americani, ad esempio, è formato da mattoni di fango seccati al sole. Con il fango è costruita la leggenda della Roubaix. "Le pavé", invece, è il cubetto, e, poi, il selciato. Una trama dura, micidiale. Il "pavé" è crudo anche nel linguaggio: "être sur le pavé", "jeter sur le pavé", essere o gettare sul lastrico oppure, anche, "quel pavé cet article!", "che mattone quest'articolo!". Questi due elementi, "le pavé" e "la boue", i mattoni e il fango che li cementa, fanno della Roubaix un grattacielo alto 259 chilometri. Poco importa che sia orizzontale. Possono scalarlo solo gli audaci [4]Les Ponts et Chaussees - che sono poi l'Anas transalpina - hanno ricucito la Francia con una rete di strade confortevoli, di un macadam perfetto. Fra i campi di bietole e di patate, nel paese delle miniere, les Ponts et Chaussees hanno, però, volutamente scordato una ragnatela di inverosimile pavé che si fa più arcaico sprofondando nella terra rossastra. L'Equipe, il giornale organizzatore, protegge queste vene di pietra, dal rilievo ipertrofico, che solcano un paesaggio drammatico: e a primavera puntualmente le ripropone nella Parigi-Roubaix. I carri di carbone, i "carichi" dalle enormi ruote più non esistono e il pavé si schiaccia e si alza a "guscio di granchio" sotto i gommoni dei trattori. La Roubaix, diceva Henri Desgrange, e lo ripeteva Jacques Goddet, è l'eccesso che permette l'identificazione [16].
da ascoltare in sottofondo: Alessio Lega & Mokacyclope, "Sotto il pavé la spiaggia" 
(segnalato nei 100 nomi dell'anno da Gianni Mura il 30 dicembre 2006)

A Roubaix si potrebbe arrivare benissimo dalla parte di Lilla, forse con lo stesso chilometraggio o pochissimo in più su una strada internazionale dal perfettissimo fondo in asfalto; ma la classicissima francese è stata corsa sempre attraverso l’inferno del nord e guai a far notare agli organizzatori che è antitecnico e controproducente, esattamente a metà del ventesimo secolo, legare le sorti di una grande corsa internazionale come la Parigi-Roubaix ad una tradizione largamente superata [5]. Andare a Roubaix in bicicletta, ai confini del Belgio, sul pavé battuto dal duro zoccolo dei giganteschi cavalli normanni, era un modo come un altro per dichiarare guerra all’Oscurantismo. (…) Era un modo di credere nel progresso, nella futura felicità della specie umana, nella vittoria finale delle buone energie virili dei nostri nonni dai grandi baffoni neri. E perché dovremmo dimenticare i buoni insegnamenti di quei nostri nonni? [1].
la storia
La Parigi-Roubaix è un simbolo di risurrezione. Si disputava, infatti, il giorno di Pasqua. Perciò venne chiamata "La Pascale". Poco importa che quell'incontro con il sacro abbia generato scintille. Si cercò, infatti, subito di sopprimere la Roubaix perché collideva con la Messa nel giorno trionfale della Risurrezione. In effetti la Roubaix sembra disegnata dal diavolo. Un Mefistofele fantasioso e creativo. Il primo a parlare di "projet diabolique" fu Victor Breyer, il giornalista che la provò sotto la pioggia alla vigilia della prima edizione e si batté perché non fosse corsa. Da un secolo "L'Enfer du Nord" è lì. La Roubaix è un girone dantesco riservato ai corridori. Un luogo di espiazione e tormento. Ed è proprio questo che rende grande chi ci entra  [4]. Fu Maurice Garin, vincitore - ancora da valdostano prima di diventare francese - della seconda edizione nel 1897 e della terza nel 1898, a giudicarla «l'inferno del nord». Lui, che dal 1895 al 1901 abitava a Roubaix e gestiva un negozio di bici, lo sapeva. Altri l'hanno ribattezzata «la regina delle classiche» e «la classica delle classiche». Ma c'è anche chi l'ha definita «pellegrinaggio» (Henri Pélissier), «porcheria» (Bernard Hinault) e «ciclocross» (Beppe Saronni). Per la sua natura archeologica la Parigi-Roubaix è vischiosa, infiammata, irta, rossa di porfido e nera di carbone, forestale e minerale, infame e meravigliosa. Terribilmente affascinante [6]. Theo De Rooy, olandese, fu ancora meno elegante: la corse da protagonista, non riuscì a salire sul podio e, intervistato, sentenziò: «Questa corsa è solo un mucchio di merda». L'intervistatore, imbarazzato, non trovò altro da chiedergli se l'avrebbe mai più corsa. E De Rooy: «Certo, è la corsa più bella del mondo» [7].
La Roubaix comincia come una festa e finisce come un incubo. (Guy Lagorce, giornalista e scrittore francese)
La Roubaix ha cambiato denominazione: dapprima era la Pascale (i poveri erano davvero matti a divertirsi, con un gioco che ha per regola la sconciante fatica, soffrendo il giorno di Pasqua, in un maremoto di pietra) e poi la "reine". La "course maudite", trasformava, infatti, il suo vincitore, da sfaticatore di strada in principe. "Travail de trimards... victoires de princes" scriveva Jacques Goddet, che era lietissimo (accadde nel 1975) allorché, attorno al 146° chilometro, in località "Inferno del nord", pareva che tutti i diavoli si fossero dati convegno: avessero insomma invaso un pavé sgretolato dalle intemperie, attraversato dalle carreggiate, vischioso o scivoloso, a secondo del centimetro quadrato su cui le ruote posavano [8]. L’inferno del nord può non essere caldo, può essere senza fiamme e senza fumo, ma tra i suoi tormenti ci possono essere quelli del freddo, del grigio, della melanconia [1]. Viene considerata da sempre, a giusto titolo, la corsa più dura del mondo [9]. Il dover lanciarsi a 40 all’ora sull’infame acciottolato, dove – secondo la pittoresca ma azzeccata definizione di un corridore – sembra di stringere non già il manubrio della bicicletta ma un martello perforatore, e continuarvi lo sforzo saltellando dalla stretta e insidiosa banchina sul pavé e viceversa nella vana ricerca d’un momento di requie a quello strazio, pone i corridori di fronte a un imprevisto e serio problema: quello del materiale, giacché la difficoltà consiste nel superare il tratto pericoloso senza che le forature, o peggio, arrestino inesorabilmente lo slancio del corridore [10].
la fatica
E’ una corsa maledetta. Qui, dicono addirittura ch’è un viaggio d’andate e ritorno all’inferno. E, infatti, quando un po’ dopo il rifornimento di Arras, il gruppo lascia l’asfalto e si scompone sul pavé, diventa davvero la messa in scena per un dramma del teatro del Grand-Guignol. Non c’è scampo per chi non conosce l’arte di salir e scendere dalle banchine, sentieri larghi un metro, anche meno, dove l’abilità è decisiva. Perché il tremendo ballo sulle pietre dà la scossa elettrica ai polsi, alle caviglie: e acuto, lancinante il dolore arriva al cervello. Poi, la polvere di carbone che acceca. Oppure, il fango che costruisce sulle facce scavate e sgualcite dall’orgia della fatica mostruose maschere nere, accese dalla luce febbrile degli occhi iniettati di sangue [11]. I ciclisti italiani giurano che in queste corse si respira aria buona, anche se le strade passano sovente nei paesi delle miniere dove il vento porta in giro polvere nera, abrasiva e intossicante [12]. La Roubaix è calvario. Si parte da Compiègne, dove fu arrestata Giovanna d'Arco. Proprio dalla Place du Palais, il castello, dove Genova firmò il trattato che cedeva la Corsica alla Francia. Il castello di Napoleone. Si parte, infatti, per una napoleonica campagna di guerra. Molti di quei cavalieri avranno la gualdrappa coperta di fango. La sfida è di una bellezza primitiva [4]. La letteratura che la circonda la vuole funesta anche quando, nel paesaggio drammatico delle miniere, un sole smunto trema sui tetti di ardesia e la polvere di carbone dai margini entra nei polmoni, nel fegato e ricuce le ciglia dei candidati alla gloria. Una scritta, illustrava i datatissimi cubetti di granito, già percorsi, all'epoca romana, dalle gigantesche ruote dei carichi di carbone. Incuteva rispetto [8].
i colori e il pericolo
Alla Roubaix il colore fiammeggia nel fango. Le labbra dei suoi eroi sono rosse come papaveri. Sono pennellate "fauves" quelle che dipingono le loro maglie. Anche quando i cavalieri sono senza volto. Hanno, però, gli occhi, dove cova una luce forte e viva. Hanno il cuore [4]. Tra i pittori, nelle giornate di vernice delle grandi esposizioni, si sentono abitualmente elogiare quei pittori che dispongono, come si dice in gergo tecnico, di una buona gamma di grigi. Avrei voluto avere oggi in macchina con me uno di quei pittori che dispongono di variazioni, all’infinito, di grigi delicati, sottili, tenui, estenuanti… Avrei voluto chiedergli il segreto della così detta “bellezza dei grigi”: il grigio-peltro, il grigio-argento, il grigio-ghisa, il grigio-ferro, il grigio-topolino… (…) Alla lunga, quei grigi ti entrano nell’animo, nelle vene, nelle ossa, nei nervi [13]. Eccoci qui con il lessico pronto: l’inferno, il freddo, il pavé, le cadute, l’agonismo, il destino, la gloria. Epica ed etica più vicine addirittura di quanto indichi la grafia delle due parole, e idem per mitica e mistica [12].
La Roubaix è riservata a un'élite di specialisti. Uomini forti. Equilibristi sul filo, esposti al pericolo. La Roubaix spesso è dramma. La caduta fa parte della trama. Appartiene alla sua storia [4]. Il ciclismo rimane pur sempre un mondo misterioso, anche se popolato da tecnocrati, da docenti universitari, a volte in libera uscita, da sponsor ingordi che non disdegnano il mestiere del furbo, da moralisti calvinisti, che sconfinano spesso nell'ipocrisia. La Roubaix lo riporta alla leggenda, cui, forse, sopravvive [8].
la foresta
La Roubaix è, sulla mappa, una corsa piatta. Dislivello zero. Come una tappa del Giro del Burkina Faso. Ma se si contasse il dislivello fra una pietra e l'altra nei 51,5 km dei 27 settori di pavé, verrebbe fuori un'altimetria dolomitica (...). La Foresta di Arenberg, dopo 172 km, lunga 2400 metri. Si chiama «Drève des boules d'Hérin», il passaggio delle betulle di Hérin. E' una strada nel bosco. Da una parte la foresta, poi un fossato con acqua stagna, poi una striscia di terra e polvere grigia e avanzi di miniera, poi una transenna, poi la strada in pavé, poi una zona di terra sottratta alla foresta e smossa da una scavatrice (così chi cade, si fa meno male), poi un altro fossato, poi ancora la foresta. La chiamano anche «la trincea». Per quel senso di strada militare e di gogna militaresca che la contraddistinguono. Per entrare nella Foresta, il gruppo disputa una volata, complice anche una leggera discesa, a 70 all'ora. Per guadagnare la migliore posizione. Chi rimane indietro, è tagliato fuori. Come rimanere indietro di un passo in un tappone alpino. Due chilometri e mezzo affrontati a 70 all'ora e poi volati a 50, è un'esperienza traumatizzante, a volte ortopedica. Come chiudersi in una lavatrice con Mike Tyson, saltare prelavaggio e lavaggio, e passare direttamente alla centrifuga [7]. Non è nella foresta che vinci la Roubaix. Nella foresta puoi perderla [15]. Il ballo sul selciato, l’equilibrismo sulle banchine, l’acrobazia degli specialisti [1]. Il tema di esistenza, esagero, per un corridore ciclista è il percorso. La strada. Il fondo stradale della Roubaix viene addirittura personificato: maligno, aspro, scistoso. (...) Su quelle piste immonde di selci irregolari, di ineguali blocchi di granito, coperte di una polvere di carbone che si trasforma in pece non appena la pioggia le inzuppa o che entra negli occhi, nei polmoni, nel fegato se il vento la spazzola [16].
l'arrivo
I corridori la chiamano Roubaix perché a Parigi ci sono sempre tutti, ma è a Roubaix che tocca arrivare [17]
Nella Roubaix, è risaputo, pochi sono gli eletti e molti i dannati. L' aristocrazia è riconoscibile dai superstiti, dalle rare persone che si salvano. Il fuoco centrale dell'aprile, non vi è dubbio, era e rimane la Parigi-Roubaix. Gli altri traguardi, al cospetto, impallidiscono [18]. E' una corsa affascinante, perfida. Se la eviti, a mezzo di una rinuncia, la Roubaix ti dichiara subito uno sconfitto [19]. La Parigi-Roubaix è come il funerale dell’imperatore Hirohito, bisogna presenziare al rito di morte per far sapere che si è pienamente vivi [14]. Roubaix è vicina. Ne sento il puzzo tra gli spruzzi di fango che le moto alzano. Vedo le montagne di carbone appollaiate rancide e tetre ai bordi della strada. Sembra una visione di guerra. La strada è una sporca mulattiera. L’auto vi passa a malapena. Al centro ha una gobba continua. La terra con la pioggia ha finito lentamente per cedere sotto il peso dei carri bestiame. Anche le case sono poche, rarefatte e impalpabili come dietro una nuvola. Le vedo tra gli schizzi, in soggezione d’allegria, disabituate alla gente. Davanti un mare d’erba rigato da questa strana corsia di piccole pietre, sconnesse, appuntite, disperse con rabbia, la stessa rabbia che devono aver avuto nel piantarle, probabilmente in un giorno… [20]. Per vincere la Roubaix bisogna saper andare fino in fondo alla fatica, è una corsa che succhia l'anima e i nervi. Per vincere a Roubaix bisogna saper mangiare polvere e fango, essere acrobatici e potenti [21]. Ho seguito la classicissima Parigi-Roubaix proponendomi di non andare oltre il compito di Ersatz o surrogato della macchina da presa. E in effetti il ciclismo mi è subito apparso qual era: un tumultuoso epos di poveri. La canzone delle loro gesta assumeva i ritmi concitati ma umili della prosa quotidiana [22].
note
[1] Orio Vergani, Corriere della sera, 9 luglio 1955
[2] Marco Pastonesi, Gazzetta dello sport, 12 aprile 1999
[3] Gianni Mura, Repubblica, 9 luglio 2014
[4] Claudio Gregori, Gazzetta dello sport, 9 aprile 2005
[5] Giuseppe Sabelli Fioretti, Corriere dello sport, 11 aprile 1950
[6] Marco Pastonesi, Gazzetta dello sport, 9 aprile 2015
[7] Marco Pastonesi, Gazzetta dello sport, 10 aprile 2011
[8] Mario Fossati, Repubblica, 13 aprile 1997
[9] Bruno Raschi, Gazzetta dello sport, 14 aprile 1980
[10] Vittorio Varale, la Stampa, 9 aprile 1955
[11] Attilio Camoriano, l'Unità, 18 aprile 1964
[12] Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 12 aprile 1986
[13] Orio Vergani, Corriere della sera, 7 luglio 1953
[14] Gian Paolo Ormezzano, la Stampa, 9 aprile 1989
[15] Eddy Merckx
[16] Mario Fossati, Repubblica, 12 aprile 1996
[17] Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini, "Vedrai che uno arriverà", Absolutely Free, 2014
[18] Mario Fossati, Repubblica, 14 aprile 1987
[19] Mario Fossati, Repubblica, 13 aprile 1986
[20] Mario Sconcerti, in "Eroi pirati e altre storie su due ruote", Bur, 2010
[21] Gianni Mura, Repubblica, 8 febbraio 2010
[22] Gianni Brera, Gazzetta dello sport, in "Eroi pirati e altre storie su due ruote", Bur, 2010

mercoledì 6 aprile 2016

Dei cento e più modi di perdere uno scudetto

Dei cento e più modi di perdere uno scudetto. Ovvero come si rimane fedeli a se stessi in un rovescio. Il Napoli, per esempio. È così che scivola un tricolore dalle mani di chi per anni non l'ha afferrato mai: con questo condensato di disastro ira e farsa, per colpa di un gol uscito da una foresta di segni. Le maglie bianconere di fronte. Una porta vuota. Una cosa che comincia come gollonzo e finisce come prodezza: la rovesciata di un portoghese - Fernandes - che ha segnato il 40% dei gol in carriera contro di te (nell'antico calcio da cortile e marciapiedi è uno che "caccia la scienza"). Giunge peraltro dopo una scarpata del tuo portiere e con l'assist di un calciatore di tua proprietà, Zapata - a Udine in prestito - al quale non sei neppure riuscito a far venire la febbre il giorno prima della partita. Nessuno stupore perciò, tutto è in linea con le altre volte, le antiche sconfitte, lo scudetto evaporato nel '74 per un gol dell'ex (Altafini, Juve- Napoli), quello del 1981 per un autogol contro l'ultima in classifica (Napoli- Perugia), quello del 1988, sorpasso alla terzultima giornata (Napoli-Milan). È una questione di censo. L'aristocrazia del calcio italiano sa perdere i suoi scudetti con solennità ("la fatal Verona"), in modo lirico ("il 5 maggio"), facendone un caso politico (la monetina di Alemão), tecnologico (il gol di Muntari), o addirittura fra i tuoni dell'Apocalisse, che può manifestarsi sotto forma di diluvio primaverile a Perugia nel 2000 o di intercettazione telefonica nel 2006. I poveri-cristi no, si fermano prima, molto prima, sulle soglie della banalità per un fuorigioco (Turone, Roma, 1980), un gol annullato (Daniel Bertoni, Fiorentina, 1982) o un rigore non dato (Salas, Lazio, 1999). Così va a finire col complotto e i poteri forti.