giovedì 31 dicembre 2015

Breve storia del talento

Il più bel romanzo sul calcio quest'anno l'ha scritto Enrico Macioci, aquilano, quarantenne. Si intitola "Breve storia del talento" ed è ambientato inizialmente nel 1990, in un luogo fatto di pietra e ciottoli, una campagna, un posto dove tra i pochi fili d'erba si sezionano grilli e dove si disegnano cerchi nel terreno con un ramo di cipresso. È qui che esercita tutto il suo magistero calcistico "il grande Michele", volto da indio, quattordici anni, fuggito dal suo patrigno violento in Colombia e adottato da una coppia del luogo. Soprattutto: Michele è il grande rivale del narratore, di un anno più piccolo. Michele cammina su gambe destinate a frustrare per sempre i sogni dell'altro perché "non c'è abbastanza spazio nel medesimo tempo e nel medesimo luogo per due abbastanza bravi nella medesima cosa; uno dei due deve cedere". Michele è lo strumento attraverso cui si fa prima o poi esperienza dei propri limiti. È un portatore sano di amarezze.
Al condominio di Prato Verde prima o poi ci siamo stati tutti. Enrico Macioci è straordinario anche perché nella prima pagina condensa già ogni elemento della storia. Come fanno i grandi registi al cinema. È una pagina che in miniatura le contiene tutte, nella semplice descrizione di un tiro in porta. Compare in apertura il grande tema dell'irreversibilità psicologica d'una supremazia infantile ("Il primo gol lo fece così"), in dieci righe veniamo travolti da flash di quella fisicità che troveremo nell'arco dell'intera storia (le spalle, le mani, la schiena, le ginocchia, le cosce, la nuca, i capelli, e poi via via fino al dettaglio della cute e dei pori); c'è il calcio che abbiamo conosciuto quando era ancora soltanto un gioco ("l'Etrusco bianco a rombi neri, neri solo i contorni, l'interno dei rombi bianco") e c'è la premonizione di quel che sarà ("si sollevava d'un palmo e mezzo e ricadeva, pàc pàc, una campana a morto, una sentenza"). Macioci racconta tutto in un italiano che si preoccupa di non perdere mai di vista due aspetti: la naturalezza e l'eleganza. Una lingua fatta di reiterazioni e spesso di allitterazioni, in sostanza di ritmo e musicalità: "Michele tirò di destro al volo mentre si girava, tirò girandosi per metà, insomma fece due azioni contemporaneamente, tirò senza guardare la porta ma sapendo dove fosse, sapendo dove fosse ogni oggetto sulla superficie del campo, conoscendo l'esito, il futuro immediato".
Mentre Roby Baggio segna ai Mondiali contro la Cecoslovacchia il suo gol più bello, a Prato Verde si consuma quell'estate in cui finisce l'infanzia e inizia qualcosa che non si conosce bene, l'estate in cui passa un attimo e la tua amichetta di sempre porta la terza di seno, all'improvviso cresciuta "senza lasciare scampo". Macioci, qui sta la bellezza del suo romanzo, racconta l'adolescenza attraverso il calcio. "È davvero strano che la grande maggioranza di noi riesca a sopravvivere a una tale catastrofe e a tirare avanti per decenni". I sensi di colpa. La scoperta di un'angoscia senza senso. La vergogna per la masturbazione e per le prime poesie che il narratore compone, "due facce della medesima, fasulla moneta. Entrambe richiedevano isolamento, entrambe si nutrivano di fantasia". Quando alle quattro del pomeriggio di molti anni dopo, ormai con un matrimonio in bilico, tornerà fra i balconi vuoti di Prato Verde, fra certe visioni, fra certi fantasmi, a cercare cos'è stato del grande Michele, l'alter ego di Macioci finirà per fare i conti con una verità che non si può ignorare: "che la vita in qualche modo riuscirà a stupirti".
Il calcio è più d'un gioco; solo sull'erba del campo, nel momento in cui il piede del giocatore impatta la palla, producendo un suono pieno e quasi musicale, così perfetto e compiuto, solo allora se ne trova l'essenza, un centesimo di secondo prima che il gesto venga ripreso dalla TV e ritrasmesso dentro milioni, miliardi di case in ogni angolo del globo, diventando una mostruosa combinazione d'aggressività e amore, nichilismo e fede.
(Enrico Macioci, Breve storia del talento, Mondadori, 153 pagine, 17 euro)

martedì 29 dicembre 2015

Rafa Benítez, una calamita di pregiudizi


Stanno cercando la pistola che fuma, nell'attesa al Real Madrid hanno in mano un dossier. Ma pare che ancora non basti. Non subito. L'ultima prova raccolta da Florentino Pérez per chiudere i conti con Rafa Benítez è un'informativa in cui sono stati raccolti i pareri di calciatori, dirigenti e altri tecnici vicini alla Casa Blanca. Riferiscono di un Benítez ormai isolato, senza più nessuno dalla sua parte. Un panorama di solitudine. L'ultima telefonata fatta dal presidente a Sergio Ramos s'è chiusa con la certezza che la squadra non ci vede chiaro, «il filo è debole», almeno così scrive il quotidiano sportivo Marca, che dal ventre del Real registra sempre le informazioni giuste.

mercoledì 23 dicembre 2015

Gli scherzi dello stress da panchina


SUCCEDE anche a loro, agli spiritosi, quelli che sanno affrontare l'imprevisto con l'ironia. Magari una volta sola, eppure gli capita. Gli sale il crimine, come si dice fra ragazzi, e al posto della battuta leggera scoprono l'ira. Se sei Trapattoni, ti piazzi davanti ai microfoni e te la prendi con Strunz. Se sei Max Allegri, se hai già perso due punti col Frosinone all'ultima azione, se contro il Carpi quelli della difesa te la stanno combinando di nuovo grossa — prima con l'autogol di Bonucci, poi con la palla del 3-3 lasciata sui piedi di Lollo — ecco, se sei Allegri finisce che al 93' ti strappi l'aplomb e il cappotto di dosso, tutt'e due insieme con un gesto solo. L'uomo che di solito nasconde le emozioni dietro il mezzo sorriso e che s'infila nel tunnel dello spogliatoio un secondo dopo il fischio dell'arbitro, verde di rabbia stavolta si toglie la pelle dell'eleganza e si mostra così com'è. E l'umorismo? Poi se ne parla. «Meglio perdere un cappotto che tre punti».

martedì 22 dicembre 2015

Giandomenico Mesto


BOLLETTINO delle ultime settimane. Un calciatore, Soriano, preso a schiaffi dai suoi tifosi. Una squadra, la Roma, che riceve casse di carote e poi uova marce. Un'altra, la Lazio, a cui consegnano letame. Cosa significa un ambiente ostile. «Forse succede perché i tifosi hanno smesso di vederci come uomini. Dovremmo ricostruire daccapo un rapporto con loro». Giandomenico Mesto, 33 anni, 13 in A, ha conosciuto la Champions e la Nazionale. Non era mai rimasto senza contratto, ma non ha preso un etto, a tavola non sgarra, pesce ai ferri a Pegli e poi al campo. S'allena con il Genoa. Rientrerà.
Certi eccessi li conosce e lo hanno ferito: era nella squadra che a Marassi dovette svestirsi e consegnare le maglie agli ultrà; poi nel Napoli che giocò la finale di Coppa Italia la sera in cui spararono a Ciro Esposito, con un capotifoso a torso nudo al centro della scena. Mesto accetta per la prima volta di parlarne. Partendo da un'anomalia. «Un'Olimpiade è il sogno di ogni sportivo. Ci sono stato e ho vinto una medaglia. Eppure so che nessun calciatore la baratterebbe con un Mondiale. Già basta a fare di noi degli atipici. Per partecipare alla cerimonia d'apertura ad Atene, avremmo dovuto farci tre ore in pullman. Altri le fecero, noi no. Ci chiamano viziati. Il punto è che ci hanno allevati così. Chi gioca a calcio, non conosce un modo alternativo di gestirsi. Pranzare alla mensa del Villaggio era uno sballo: afferravi un vassoio, ti guardavi attorno e cercavi un posto accanto a un tuffatore o un centometrista. Ma il giorno prima della partita non potevi fare a meno di notare che il menù abituale non c'era: e la pasta è scotta, e il pollo così, e le patate colà».

sabato 19 dicembre 2015

La biografia di Cristiano Ronaldo

CHIEDIAMOCI se tutto torna. Se le regole non fossero cambiate, se fossero rimaste le stesse di vent'anni fa, Cristiano Ronaldo oggi si starebbe preparando a ricevere il suo ottavo Pallone d'oro, il quadruplo di Di Stéfano o di Beckenbauer, mentre Messi — come Maradona — sulle mensole di casa non ne avrebbe nessuno. Invece siamo 4 a 3 per Leo prima del prossimo, e fra cinquant'anni o cento qualcuno proverà a indagare dentro questa strana rivalità, un dualismo a colpi di gol, record, titoli di giornale, sponsor, dollari, prestigio, documentari. Questo libro è un nuovo capitolo della saga, ma è tutto fuorché un agiografia del portoghese. Lo ha scritto Guillem Balague, giornalista spagnolo, anzi catalano, autore dell'autobiografia autorizzata di Messi, "Pulce", uscita in Italia a giugno 2014. Un altro incastro, a ben vedere doppio, perché all'epoca Balague rivelò in quelle pagine che in privato CR7 usa un nomignolo per Leo: coi suoi compagni lo chiama "figlio di".
L'irritazione nel clan di Ronaldo gli ha negato ogni collaborazione per questo nuovo libro.

venerdì 18 dicembre 2015

Ranieri e l'arte del contropiede


PER sentirci più moderni, possiamo anche chiamarla transizione, o ripartenza, come già negli anni Ottanta, ma a guardare la sostanza dietro la scorza delle parole alla fine sempre un contropiede resta. E con il contropiede Claudio Ranieri ha preso il potere in Inghilterra. Voi tenete pure la palla, noi andiamo a fare gol.
La bandiera dell'ideologia calcistica italiana è piantata sulla cima del campionato dei maestri inglesi. Dopo sedici partite, ma soprattutto dopo la sedicesima vinta lunedì sera contro il Chelsea, la corsa del Leicester in testa sembra un pochino più credibile di prima. Pure un monumento come Alex Ferguson, da lontano, s'è convertito: «Certo che possono vincere il campionato, a patto che a gennaio comprino qualcuno per rinforzarsi: secondo me i soldi li hanno».
Di certo hanno un'idea di gioco. Che è lasciare il gioco agli altri. In tutta la Premier soltanto due squadre trattengono il pallone fra i piedi per un numero di minuti inferiore al Leicester (43% di possesso secondo i dati Opta): il Wba tredicesimo e il Sunderland penultimo. Impressiona ancora di più sapere che in quattordici partite su sedici Ranieri ha lasciato il controllo del gioco agli avversari, sempre che il palleggio possa essere davvero considerato come controllo del gioco. Nel cuore della manovra del Leicester risiede invece un ragazzo di 25 anni che non aveva mai giocato in serie A, Danny Drinkwater, uno che l'account twitter del club si diverte a fotografare quando va a bere un sorso d'acqua a bordo campo. Per dire qual è il clima che prevale. È lui il regista più o meno vero - o più o meno finto - di questa squadra che sceglie di giocare in controluce. Capita in due partite su tre che Schmeichel, il portiere, figlio di quello Schmeichel, tocchi il pallone più volte del centravanti operaio Vardy. Buon per gli altri, verrebbe da pensare, visto che Vardy è già a 15 gol. Più gli 11 di Mahrez.
Quando allenava in Italia, Claudio Ranieri si era votato a un'apparente anti-ideologia. Teorizzava, e fu tra i primi, la necessità di avere quella che all'epoca chiamava una "squadra camaleonte". Il che in sostanza significava una cosa sola: adeguare la propria partita a chi ti sta di fronte, magari facendo giocar male l'avversario e approfittare dei suoi errori. È quello che fa chi sulla carta si sente inferiore. Anzi, quello che deve fare. Solo che detto così è quasi un reato, nei salotti tv potrebbero finanche organizzargli un rogo. Il primato di Ranieri racconta che non esiste un calcio eticamente superiore a un altro: tiki taca e catenaccio valgono uguale. «Se non pratichi il contropiede è perché sei stupido» disse in estate Mourinho al Times. Davanti al minimalismo di Ranieri è caduto pure lui. È la prima volta, forse, che Ranieri dà a una squadra una classifica superiore al suo valore oggettivo. Fin qui era appartenuto alla categoria dei tecnici-amministratori, capaci di non far rendere mai un gruppo al di sotto delle proprie possibilità. A Leicester anche lui si evolve, citando il passato, riprendendo il filo della nazionale che nel ‘73 vinse a Wembley con Capello in contropiede. Il famoso tratto italiano (e la squadra femmina) di cui scriveva con trasporto Gianni Brera. Ancelotti vinse la Premier 2010 con il centrocampo a diamante e il «Chelsea sexy» dei 103 gol. Perse il titolo l'anno dopo nonostante la miglior difesa. Il City di Mancini fu primo nel 2012 con il miglior attacco. Italiani rinnegati.
Non come Ranieri, in testa col dna di Rocco. E chi se ne frega se spunta sempre qualcuno a dire che «la partita l'abbiamo fatta noi».
(da la Repubblica del 16 dicembre 2015)

mercoledì 16 dicembre 2015

La fuga dei bimbi dal calcio e Donnarumma


L’UOMO che ha vinto i Mondiali afferra il pallone, lo piazza sul cerchio di gesso e prende la rincorsa. Ne ha viste tante, e ancora non gli bastano. L’altro, il ragazzo che sta in porta, di quei Mondiali conosce qualcosa per via di un ricordo vago, il grosso gliel’hanno raccontato. Trentotto anni contro sedici, in mezzo ne sono passati ventidue, che nel calcio equivalgono a due carriere, oppure a una di Totti, a una di Buffon.
Gigi Donnarumma è nato quando già si poteva giocare con il 99 sulla maglia. Non ha mai visto un portiere raccogliere con le mani un passaggio all’indietro e neppure i falli tattici di Sacchi a centrocampo. È un figlio della pay tv. Forse non immagina neppure che uno scudetto si possa vincere fuori dal triangolo Inter-Juve-Milan. Luca Toni invece è nato quando l’Italia era di Bearzot e Bernardini. Ha cominciato a segnare che era ancora vivo Piola ed era in campo nel pomeriggio in cui Sandro Ciotti alla radio disse: «Vi rubiamo soltanto dieci secondi per dire che quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca per la Rai, un grazie affettuoso a tutti». Ecco perché quando l’arbitro di Milan-Verona fischia il rigore, siamo dalle parti della guerra dei mondi.
donnatoniUn conflitto generazionale nell’arco di undici metri. Succede in genere sui campi sintetici dei villaggi al mare, d’estate, quando il capo animatore divide i padri di qua e i figli di là, in serie A di meno, e fuori dal calcio accade ogni giorno. Anzi, se Toni non facesse il centravanti, si sentirebbe dire che per lui e per la Generazione Y non è venuto ancora il tempo, mentre già preme alle porte delle aziende la Generazione Z, i nativi digitali. I Donnarumma. Solo che la Generazione Z nel calcio non esiste. Esistono alcuni ventenni o giù di lì che garantiranno per un po’ ossigeno al nostro calcio: i 20 anni di Romagnoli, i 21 di Rugani Bernardeschi e Berardi, i 22 di Sturaro, i 23 di Baselli e Perin. Sono fiori nel deserto. Il punto non è lo spazio che la serie A negherebbe loro, casomai è vero che i giovani bravi sono pochi perché i ragazzi italiani dal calcio stanno scappando. Gli ultimi dati Figc allarmano. Nella fascia fra i cinque e i sette anni fa calcio il 12% dei bambini: gli altri eventualmente giocano a pallone. Al parco. Fra i quindici e i sedici anni, la percentuale non sale oltre il 19. Nel settore giovanile scolastico in un anno si sono persi 4mila ragazzini.
Se tutti gli amici dei Toni sognavano il pallone, gli amici dei Donnarumma fanno altro. Magari è un bene, magari studiano. Le lauree triennali mostrano segni positivi sia nelle immatricolazioni sia nei 110 e lode. Una ricerca di due anni fa della De Agostini stabilì che fra i desideri dei bambini italiani il mestere del calciatore è scivolato al quarto posto. Oggi si immaginano chef: è così che va a finire a forza di metterli la sera davanti ai talent. Oppure gli inventori. O i poliziotti. Sarà un caso, ma la nazione in cui si vendono più album di figurine è oggi il Belgio: e qual è il Paese al numero uno del ranking Fifa?
Il conflitto generazionale allora è una partita squilibrata. La palla parte, il rigore entra in porta, l’uomo che ha vinto i Mondiali ne ha vista ancora un’altra e il portierino finisce spiazzato. Non è ancora il tuo tempo, ragazzo.
(uscito su Repubblica)

martedì 15 dicembre 2015

Che lavoro è allenare Federer


C'è una domanda che noi appassionati di tennis da qualche giorno ci facciamo. Se tu sei Roger Federer, un monumento che cammina in mezzo a noi, uno seriamente candidato a essere preso in considerazione come il più bravo di sempre in questo sport, l'uomo più simile a un'esperienza religiosa (David Foster Wallace); ecco - se tu sei Roger Federer cosa ti aspetti da un allenatore che è meno bravo di te?
Il contesto è chiaro. Ci sei tu e basta. Un lui (o una lei) è dall'altra parte. Due solitudini divise da una rete. C'è una palla nella tua metà del campo e il tuo compito è mandarla di là. Non puoi sottrarti. Nello sport in cui si finisce più spesso per parlare da soli, lo scambio di colpi diventa la simulazione di un dialogo. Ma non c'è nessuno a suggerirti le parole. Devi fare da solo. È il tennis. Salvo che in Coppa Davis, a chi gioca è vietato ricevere indicazioni dal proprio allenatore. Suggerimenti, consigli, niente: sbrigatela tu. Non è facile. Eccetto che in un caso. Se sei Roger Federer. Questo almeno pensiamo tutti noi. Sbagliando.
I compiti di un coach
Un allenatore in questo sport è una figura speciale. Fa i conti con dei limiti. Non può alzarsi dalla panchina né urlare come nel calcio, non può chiamare un time-out come nel basket nella pallavolo o nella pallanuoto, non è seduto veramente all'angolo come nella boxe. Non conforta, non corregge, non scuote. Osserva. Batte le mani da lassù, fa il pugnetto, al massimo grida ogni tanto un come on. È quasi trasparente durante la partita. Invisibile. Ma questa è apparenza. Il punto sta in quello che fa prima: sul campo durante le sedute, fuori durante le lunghe attese. Sono i momenti in cui esercita una funzione sul corpo e sulla mente del suo giocatore, sulla teoria e sulla pratica, sulla meccanica e sulla filosofia. Diventa un compagno di palleggi, uno stratega, un tattico, un videoanalista, un osservatore d'avversari, un normalizzatore di stati d'animo, uno psicologo, un motivatore. In una parola sola: un facilitatore. Non esiste un altro sport in cui il coach sia una figura tanto dominante. Arriva a vivere le sue giornate accanto alle tue. Siede in tribuna di fianco a tua moglie, la tua compagna, mamma, papà. È dentro la famiglia. Con tutto ciò che comporta. Plasma e può plagiare, ingombra e può invadere. Si finisce per diventare una sua proiezione sul campo. Un coach deve conoscere quali linee esistenziali non vanno calpestate.
I più apprezzati
Quelli delle Academy più celebri, col tempo, si sono fatti una fama da guru. Nick Bollettieri su tutti. Il più bravo anche nell'auto-promozione. C'è stata la sua mano in un modo o nell'altro dietro dieci numeri uno: Becker Courier Agassi Rios, e tra le donne Seles Hingis, le Williams, Sharapova e Jankovic. Di lui Courier diceva che avesse una mentalità da paracadutista. "Conosco il modo di convincere un ragazzo ad allenarsi come dico io". Nick Bollettieri è per la maggior parte dentro questa frase qui, per sua stessa ammissione. Prima che la figura si evolvesse, il tennis venerava il "capitano non giocatore", il grande ex che selezionava la nazionale in Coppa Davis, la preparava e dava consigli. Come Harry Hopman in Australia, quindici edizioni vinte in ventuno anni. La sua parabola ci dà un primo indizio sulle caratteristiche di un coach. Hopman non ha mai vinto uno Slam in singolare nella sua carriera. Ha giocato una finale in Australia, ma non è andato oltre gli ottavi a Wimbledon, i quarti a Parigi e New York. Però allenava Laver, Newcombe e Roche. In virtù di una dote essenziale: la credibilità. Un caratterino come McEnroe ha lavorato con lui alla Port Washington Academy. Gli dava del lei. Nella sola maniera in cui nella lingua inglese sia possibile dare del lei: lo chiamava mister Hopman. Un buon coach è tale se un giocatore come tale lo riconosce. Consegnarsi. Mettersi nelle sue mani. Björn Borg aveva già vinto quattro Wimbledon e inseguiva il quinto di fila quando nel 1980 si sentì proporre da Lennart Bergelin un cambio di strategia. Londra viveva la sua estate più piovosa degli ultimi 101 anni. Gli allenamenti all'aperto furono rarissimi. Bergelin si assicurò in quei giorni la disponibilità di un campo al chiuso al Vanderbilt Racquet Club e mise nelle braccia e nelle gambe di Borg trenta ore di tennis in più rispetto agli altri. Non solo. Lo convinse, sull'erba umida, ad accorciare gli scambi, a giocare più volée. Nella famosa finale contro McEnroe, Borg andò a rete più spesso del solito. Rubava l'idea a John perché glielo aveva suggerito Bergelin, e lui si era fidato. 
Affidarsi a un certo coach può essere una svolta. Larry Stefanki, amico d'infanzia di McEnroe, aveva fama di ottimo gestore della routine quotidiana. Ha costruito Tim Henman, la grande speranza britannica prima dell'arrivo di Murray, per poi portare al numero uno il cileno Rios e il russo Kafelnikov. Ivan Lendl volle accanto a sé Tony Roche, che prometteva di migliorare il suo gioco di volo e le sue esperienze a Wimbledon: arrivarono due finali. In seguito Roche ha portato al numero uno (con due Slam vinti e due finali a Wimbledon perse) l'australiano Patrick Rafter, facendo di lui uno straordinario interprete del serve and volley più puro. Così come un'altra rendita sicura, a un certo punto, pareva essere garantita dal mettersi nelle mani di Bob Brett (Becker e Ivanisevic), un coach che più di tanti altri esige fedeltà e lealtà. Uno dei cardini della sua filosofia tecnica si riassume così: gioca il tuo colpo migliore nel momento peggiore. E' stato il presupposto teorico di tante seconde palle di servizio di Ivanisevic. Affidarsi.
La mutazione dei giocatori
Un certo tipo di relazione maestro-allievo è stata naturale finché il tennis è stato lo sport della precocità. Trentasette titoli di Slam sono andati a ragazzi che non avevano ancora compiuto ventidue anni. Ne aveva diciassette Chang quando stupì Parigi, gli stessi di Wilander, gli stessi di Becker al suo primo Wimbledon. Borg era maggiorenne da dieci giorni quando vinse il primo Roland Garros, Nadal era diciannovenne, come Edberg in Australia e Sampras a New York. A ventisei Borg era già entrato nella sua vita successiva. Le longevità sono state a lungo delle eccezioni: Laver, Rosewall, Connors. Poi la scena è cambiata. Dal 1998 in avanti ben nove Slam sono finiti a un ventinovenne e oltre. Murray ha rotto il suo digiuno a venticinque anni, Wawrinka addirittura a ventotto. Oggi c'è un solo under 19 fra i primi 100 (il tedesco Zverev) e gli under 20 sono quattro (si aggiungono il croato Coric, il coreano Hyeon Chung e l'australiano Kokkinakis), nessuno fra i migliori 40. È cambiata la platea del tennis ed è cambiato il lavoro del coach. Il coach non è quasi mai più soltanto uno. Esiste lo staff. Giocatori più esperti e più maturi esigono allenatori più autorevoli, dinamiche più articolate e complesse. Da questa mutazione genetica del tennista medio, Federer trae vantaggio e ne è il simbolo massimo. È qui a 34 anni che ancora combatte, numero tre del mondo, alle soglie di una stagione per lui diversa, non solo per provare ad aggiungere il diciottesimo Slam ai diciassette già conquistati (l'ultimo però risale al 2012), ma anche per cercare un oro olimpico mai vinto. Ma allora ci si domanda: perché lasciare proprio ora Edberg per Ljubicic?
Com'è andata con Edberg
Con lo svedese, uno dei suoi idoli del passato, Federer ha vinto undici tornei in due anni. Lo ha fatto venendo da una stagione in cui ne aveva ottenuto solo uno. Inoltre contro l'ingiocabile Djokovic di quest'anno (sei partite perse su ottantotto in tutto) Federer è riuscito a vincere tre volte: in finale a Dubai, in finale a Cincinnati e nel girone al Masters. Un pezzo di risposta alla nostra domanda sta proprio in questi successi. Nel 2015 Federer ha scoperto di poter ancora migliorare. Edberg gli ha ridato solidità contro avversari medio-alti dai quali cominciava a perdere e lo ha portato nei paraggi di Djokovic nei match due set su tre. Gli ha restituito brillantezza in attacco, gli ha riattivato schemi e meccanismi di inizio carriera, sono cresciute le percentuali delle discese a rete e in estate Roger ha inventato un colpo che non c'era. Lo hanno chiamato SABR, Sneak Attack by Roger, attacco furtivo, secondo alcuni (fra cui McEnroe) finanche un affronto per chi lo subisce. In sostanza: una risposta di controbalzo in avanzamento. Tutto questo fa di Federer un giocatore ancora in evoluzione, per quanto impossibile possa sembrare.
Cosa cerca Federer
Scoperta la possibilità di incidere ancora su tecnica e fisico, scoperti nuovi margini di miglioramento, Federer deve essersi chiesto su cos'altro potesse lavorare. La risposta è venuta ancora una volta guardando le sue ultime partite con Djokovic: tre sconfitte su tre nelle finali di Slam, giocate sulla distanza di tre set su cinque. Per un certo periodo in passato Federer si è gestito da solo. Non ha avuto un coach e si diceva convinto della scelta: "È una cosa per ragazzi". Se è tornato sui suoi passi è perché ne ha avvertito l'esigenza. Ljubicic è stato suo avversario. Si sono affrontati sedici volte. Federer ha perso solo in tre casi e comunque mai nelle ultime dieci sfide, durante le quali ha lasciato al suo nuovo coach appena quattro set. Ljubicic non ha mai giocato una finale di Slam ed è stato al massimo numero tre. Federer dunque non sta cercando un altro Edberg. Non chiede di confrontarsi con qualcuno che su di lui eserciti un fascino. Non cerca più un coach che gli mostri ciò che sa fare, ma qualcuno che sappia cosa fargli fare. Federer cerca il rappresentante di una nuova generazione di coach. Ljubicic si è costruito nel fattempo una reputazione di tattico e stratega, sia da teorico, come opinionista tv, sia sul campo come guida di Milos Raonic, un montenegrino di passaporto canadese, un ragazzone di quasi due metri e novanta chili, gran servizio, palla sparata al massimo, un Philippoussis nuova maniera (ma col rovescio bimane). Al Raonic di tre anni fa bisognava insegnare che ogni palla è diversa dalle altre, che non sempre si può tirare a tutto braccio e che qualche volta la prima preoccupazione in uno scambio deve essere quella di tenere la palla dentro le righe. Ljubicic ha portato Raonic nei primi dieci e in semifinale a Wimbledon. Quello che Federer gli chiede è di individuare uno-due-tre punti con cui scompaginare le idee di Djokovic. Può funzionare oppure no. Quel che conta è che Federer pensa di sì. A trentaquattro anni gli serve la stessa condizione atletica che aveva a trentatré o trentadue (il preparatore non cambia), qualche prima palla di servizio in più, un analista più moderno. Quel che conta è che dopo un anno migliore dei precedenti, Roger Federer ha nella testa l'idea di poter fare meglio. Ha una insoddisfazione che lo guida. Raggiunta l'immortalità, vuole riconquistare il presente. Edberg sapeva di storia, Ljubicic è la cronaca che adesso Roger vuole riprendersi. Federer vuole guardare Djokovic e il tennis in un modo diverso prima di muovere il passo d'addio. Ha la curiosità di scoprire dentro di sé una nuova ricchezza, prima di spogliarsi del tutto d'ogni cosa.

mercoledì 9 dicembre 2015

Il gol di Destro e la fiera dell'est su Higuaín

destroEPPURE c’era chi ci aveva avvertito. «Destro è più forte di Higuaín». Una radio telefona a Beppe Savoldi, titolato a parlare di Bologna-Napoli dall’alto dei centocinquanta gol più uno fatti di qua e di là, e quello legge dentro chissà quale intestino o fegato l’aruspicina della domenica. «È più freddo dell’argentino. Se giocasse lui nel Napoli, segnerebbe di più». Arrivederci, linea allo studio.
Ovviamente in studio e fuori tutti a ridere, questo è il destino dei profeti, un po’ perché in genere la sparano grossa e un po’ perché gli tocca sempre andare controvento. Così, mentre nel magico mondo che cambia idea ogni settimana si sente dire che Higuaín è il miglior nove della serie A, anzi del mondo, più forte di Suárez, anzi è il Messi del Napoli, uno da Pallone d’oro; il Tiresia di Gorlago un tempo valutato due miliardi di lire diffonde on air il suo presagio. E ci prende. O meglio, per questa domenica ci prende: Destro è più forte di Higuaín. Due ne fa lui e due quell’altro che cammina sulle acque, ma i suoi gol come ha scritto Gianni Mura sono più utili alla causa.

venerdì 4 dicembre 2015

Cosa succede quando guardiamo il Barcellona


Un aspetto dovremmo sempre considerare, ogni volta che guardiamo il Barcellona. La sua unicità. La singolarità della sua esperienza. Il Barcellona può tenere insieme tre dei migliori cinque attaccanti al mondo. Il Barcellona può fare a meno per due mesi del più bravo calciatore dell’età contemporanea. Il Barcellona può sventrare squadre d’élite e farle apparire inadeguate. Può dare quattro gol al Real Madrid. Può darne sei alla Roma. Può spalancare una crisi improvvisa nel cuore di un benessere. Può far apparire tutto questo come un normale segno di supremazia. Ma sarebbe sbagliato crederlo. In realtà è il segno di una eccezionalità.
Non esiste oggi un’altra squadra di calcio che sia altrettanto irripetibile. Il Barcellona di Luis Enrique è un’avventura irriproducibile. La sua idea di calcio non è trapiantabile altrove perché è legata ai suoi interpreti. Non uno o due, ma tutti, e tutti insieme. Questa è la sua forza come è il suo margine. Il Barcellona di Guardiola si propose come modello universale. Un grossa porzione di calcio credette di poter prendere la scia delle sue vittorie. Molti sono entrati nel laboratorio del tiki-taka anche senza avere Xavi e Messi. Lo stesso Guardiola ha esportato in Germania i suoi princìpi tattici, s’è fatto comprare Xabi Alonso e Goetze, prima di cambiare traccia al Bayern. Lui, come molti altri tecnici che inseguono l’innovazione, rincorre spunti del passato. Lo schema con i cinque attaccanti è il recupero del 2-3-5 in voga fino agli anni Venti. Così come il tiki-taka era stata l’evoluzione offensiva della vecchia melina, o addirittura il ritorno al Metodo, senza lanci lunghi, una riproposizione sublime della ragnatela romanista di Liedholm, quella che Gianni Brera negli anni ’80 definiva “l’immortale titìch-e-titòch con il quale si conserva più facilmente la palla, si fatica di meno e si può scattare di tanto in tanto dopo aver congruamente rifiatato”. Cos’altro era ed è il falso nueve, se non il recupero del centravanti arretrato di scuola danubiana: alla Sindelar (Austria 1926-1938), alla Hidegkuti (Ungheria, 1945-1958). Cos’altro era ed è il Gegegenpressing di Klopp, se non una commistione di totalità olandese e catenaccio all’italiana: più o meno gli ingredienti che miscelati fecero a sua volta la fortuna di Arrigo Sacchi. Il postmodernismo.
Tutti gli innovatori recenti del calcio hanno fatto su un prato quel che nel cinema ha fatto Hazanavicius con “The Artist”, film muto e in bianco e nero. Diventare originali attingendo dal passato. Creare una attualità primitiva. Il Barcellona di Luis Enrique - di Messi Neymar Suàrez – non ha questa pretesa. Non vuole innovare. Non cita nulla, non rivoluziona, non crea modelli. È una squadra che gioca così perché ha questi calciatori qui. Rakitić ha cambiato dimensione allo sviluppo del gioco, da orizzontale a verticale. Lo scopo dei suoi 90 minuti è far arrivare la palla più in fretta possibile fra i piedi dei tre davanti. È facile solo a dirsi. È un meccanismo che ricorda il paradosso con cui Careca svelava gli schemi del suo Napoli: “Passo la palla a Maradona e corro ad abbracciarlo”. Il Barcellona di Luis Enrique è più ricco di soluzioni offensive rispetto a quello di Guardiola, nel quale gli strappi centrali di Messi servivano a cambiare ritmo e a lacerare le difese. Eppure scoprimmo che il contesto prevaleva sul campione quando la Spagna vinse gli ultimi Europei con questo stesso congegno ma senza avere Messi: bastò metterci Fàbregas.
Invece Messi ora fa l’atipico a destra, un dieci naturale che giocava da nove e che si muove dove un tempo si piazzava il sette. Con quale altro giocatore sarebbe replicabile altrove questa struttura? Nessuno, in nessun luogo. Perché solo qui esistono contemporaneamente Neymar e Suàrez. Il Barcellona di Luis Enrique avanza come una squadra di pallanuoto. Chiede agli esterni di smarcarsi, basta mezzo metro, un metro o due, e li pesca dietro la linea dei difensori. Il taglio a quel punto produce una superiorità numerica che quasi sempre si risolve in un gol a porta vuota con l'uomo libero. Una irraggiungibile bellezza che nasce dagli interpreti. In questo senso il Barcellona di Luis Enrique - di Messi Neymar Suàrez – è una squadra del Rinascimento: rimette l’uomo al centro del mondo.
da La Vanguardia del 26 novembre scorso
da La Vanguardia del 26 novembre scorso
È una tale anomalia, questa squadra, che qualcuno in Catalogna comincia a preoccuparsi. Joaquín Luna ha scritto su La Vanguardia che nessuno sta considerando le ripercussioni pedagogiche di questa tempesta perfetta. “Educazione opulenta” l’ha chiamata, domandandosi che valori trasmettono le vittorie ripetute alle nuove generazioni. “Mio padre fu educato dal dopoguerra, io dalle sconfitte del Barça”. Da quelli che chiama gli anni di piombo del club; stagioni in cui ci si svenava per comprare una stella ma “il calcio era quel gioco in cui vinceva sempre il Real”. Luna fa riferimento al Barcellona che nei primi novanta anni di esistenza vinse appena dieci titoli, gli altri tredici sono stati accumulati nell’ultimo quarto di secolo. Fra l’ottavo e il nono scudetto passarono 14 anni, fra il nono e il decimo altri undici. Calciatori che non hanno vinto il titolo a Barcellona: Neeskens, Simonsen, Maradona, Lineker. “Ci univa il lamento”, scrive Luna, convinto che la felicità non educhi, “siamo cresciuti sapendo cosa significava perdere”. E invece guardate adesso. Tutta questa gloria.
L’ultimo segnale della sua eccezionalità il Barcellona l’ha dato ieri sera in Coppa del re. In vantaggio per 6-1 contro il Villanovense (terza serie), con due cambi ancora a disposizione, Luis Enrique ha evitato di sostituire Mathieu, infortunato, scegliendo di chiudere la partita in dieci. Gli avversari si sono sentiti umiliati.

mercoledì 2 dicembre 2015

Mandzukic e l'impossibile misura della qualità

IN genere funziona così. Arriva un calciatore dall'estero, qualche volta un campione, non la prende mai per un mese o due, e tutti a fingere indulgenza con una frase che poi è la stessa da trent'anni: «Ebbe bisogno di tempo anche Platini». Vero, perché le roi Michel — poi capocannoniere — segnò un solo gol nei primi 40 giorni dell'autunno ‘82, inchiodando la Juve dopo sei giornate al sesto posto (su sedici squadre). Falso però che il tempo gli fu dato. I processi, i cinque e i cinque e mezzo non gli vennero mica risparmiati.

Perciò avvertite Mandžukic, come tanti altri detto Super Mario per via di quasi 200 gol fatti in vita sua, cinque campionati vinti, tre coppe internazionali e il titolo di capocannoniere agli ultimi Europei. Fategli sapere che la storia della pazienza è uno scherzo da memoria selettiva, tempo non ce n'è mai, nessuno ne ha nel calcio, l'unica maniera di conquistarsene è alzarsi in aria come a Palermo, staccare i piedi da terra e con la testa mettere la palla in porta, come in pochi, pochissimi, ormai sono rimasti a saper fare.

Di fronte ai suoi primi due gol consecutivi, Allegri s'è speso per lui: «Non è l'ultimo arrivato, discuterlo è eccessivo». Ma la premessa è più interessante: «Sul fatto che non abbia classe posso anche essere d'accordo». È interessante perché colloca Mandžukic fra gli uomini di quantità, dandogli così un vantaggio, in base ai ragionamenti dedicati al concetto prima da Hegel — gran centrocampista, un pensatore — e poi più a lungo da Caressa. La quantità appartiene alla natura. Ha un ruolo decisivo nella crescita. È il segno del divenire. Addizioniamo centimetri al nostro scheletro, ci capita di aggiungere e meno spesso di sottrarre chili al nostro addome, e su un campo di calcio accumuliamo gol per le classifiche. Tutto si risolve nella logica. Tu fai un gol al Manchester City, un altro subito dopo al Palermo, sono sei in tutto fra campionato e Coppa a inizio dicembre, e noi valuteremo grazie a questa misura la correttezza e la convenienza d'averti atteso. La quantità. Senza possibili equivoci.

Peggio va agli uomini di qualità, una categoria dello spirito; uomini per i quali diventa meno agevole fissare la linea che separa la virtù dal vizio. Quando arrivano quelli senza il colpo di testa da centrattacco anni ‘60 in grado di sfondare difese e porte, quelli senza il senso primitivo del gol, non sai bene quale legge darti per concedere loro o no altro tempo. Lo sa bene Shaqiri, passato in pochi mesi da uomo che doveva salvare l'Inter a esubero da smaltire. E Kovacic, andava ancora atteso? Coutinho: uguale. Un attimo è durato Rafinha al Genoa, Vargas ha lasciato il Napoli e ancora non s'è capito se fosse davvero inadatto all'Italia, mentre il Milan ha sulla coscienza i dubbi su Saponara. Ci sono bocciature precoci che hanno fatto epoca. Con la maglia della Juve addosso, a 22 anni, Thierry Henry aveva più qualità che quantità (tre gol), giocava fuori ruolo e in pochi mesi venne sbolognato all'Arsenal. Vieira fece in tempo a giocare due partite con il Milan: l'Italia andò a riprenderselo pagandolo da stella in Inghilterra. E Aubameyang, oggi capocannoniere in Germania, era nella primavera del Milan. La qualità acceca. Inganna. Qui contiamo i gol, Mandžukic stai sereno.

martedì 1 dicembre 2015

I meriti di Sarri e il suo limes

sar  C’è una generazione di napoletani che non era mai stata al primo posto. Hanno dai venticinque anni in giù, alcuni hanno fatto in tempo a diventare padri, altri a rovinarsi già la vita, in venticinque anni c’è spazio per questo e altro. Non sono di quelli che possono cantare “ho visto Maradona, innamorato son”. Maradona non l’hanno visto. Gliel’hanno raccontato. Una generazione condannata a crescere sotto il peso insostenibile di un ricordo che non ha, schiacciata dal confronto impossibile con qualcosa di cui non ha memoria. Una generazione che ora ha l’ultimo passo da compiere. Liberarsi di Diego. Uccidere il padre.  
Che nome dare a questa generazione, questo è un bel punto. La tentazione più facile sarebbe chiamarla Generazione Sarri. Ma sarebbe un errore. Perché in venticinque anni questi ragazzi e post-ragazzi hanno sì visto due retrocessioni in serie B, un fallimento e due anni di serie C, ma non è con Sarri che si sono liberati dei cattivi pensieri. Le squadre di calcio non sono cactus che sbocciano all'improvviso.