venerdì 30 aprile 2010

E poi uno si monta la testa

Le mille bolle youtube

E dunque. Come aveva anticipato in un'intervista al Messaggero, Roberto Bolle ha danzato nudo al San Carlo in Giselle. Le clausole volute da Bolle erano due. Primo: nudo solo alla prima, e non alle repliche. Secondo: divieto assoluto di telecamerine e macchine fotografiche. Secondo voi com'è finita?

Mal di panchester e Thomas Mann

Oh, Cervino, ma che cazzo c'hai da guardare?
La montagna incantata

Boffo-Feltri, mica è finita

Pare ci siano altre novità. Da Napoli. E da dove se no?

Un dipendente di un ufficio giudiziario del distretto di Napoli è indagato nell'inchiesta avviata dalla procura di Monza sulla vicenda Boffo-Feltri. Nei confronti dell'uomo ipotizzato il reato di accesso abusivo al sistema informatico. L'inchiesta, affidata al pm Caterina Trentini, circa un mese fa è stata trasmessa alla procura di Napoli per competenza territoriale. Dell'iscrizione nel registro degli indagati del dipendente della Giustizia e della trasmissione degli atti se ne è saputo però solo oggi. Il documento pubblicato alla fine dello scorso agosto sulle pagine de Il Giornale diretto da Vittorio Feltri, secondo l'inchiesta, sarebbe probabilmente il risultato di un fotomontaggio: il casellario giudiziario sarebbe vero nella sostanza (relativa al patteggiamento di Boffo al tribunale di Terni) ma non nella forma in quanto il modo in cui è stato redatto non corrisponde a quello di un autentico casellario giudiziario.

giovedì 29 aprile 2010

Era de maggio

Se io non fossi napoletano.
Se io vivessi altrove.
Se io avessi un week-end libero da qui a giugno.
Ecco, allora un salto al Maggio dei monumenti ce lo farei. Cinque week-end, dieci itinerari tematici, musica, teatro e cinema. Quest'anno l'evento è dedicato al rapporto tra Napoli e la Spagna.
Il programma completo è qui

Altri post sul tema
Cosa fare a Napoli

Mal di panchester e Marìas

Ti ho messo la foto di quando ci siamo fidanzati vicino alla spada, una ciocca di capelli sul mantello e sullo scudo ho fatto marchiare a fuoco i nostri nomi.
Domani nella battaglia pensa a me

mercoledì 28 aprile 2010

Tumore, non ho tempo

L'allenatore di Ivan Basso e di Cadel Evans racconta alla Gazzetta la sua malattia
Ero forse nel miglior momento della mia vita personale e professionale. Una mattina mi sono svegliato con un forte mal di testa e quel fastidio mi ha fatto da cattiva compagnia per quattro giorni (...) Da oltre 25 anni mi occupo di statistiche, ma in questo momento non vorrei saperne, perché l'aspettativa di vita per un cancro come il mio non va oltre i 15 mesi... beh, io spero di essere il mezzo pollo che sfugge alle statistiche.

Mal di panchester e Buzzati


Ed è qui, in questo spazio immenso, che i dentisti vengono a scaricare i loro rifiuti
Il deserto dei tartari

Le bottiglie di latte di Mircea David

Era bassino, Mircea. Troppo basso per fare il portiere. Ma quello era il ruolo che gli piaceva. Il ruolo di Rudy Hiden, un austriaco, il suo idolo. Se ne era innamorato un giorno che il Wacker Vienna si trovava per un'amichevole a Oradea, dove sono sepolti otto fra re e regine ungheresi. Da re pure lui aveva il cognome. David. Ma era così bassino, Mircea David, che per un po' mise da parte il pallone. Giocava ad oina, una specie di baseball romeno, ma soprattutto faceva ginnastica. Così cresco, diceva. E due bottiglie di latte ogni sera. Poi si sa come sono i padri. Lo vede fare tanta ginnastica, troppa ginnastica, e allora gli regala un pallone. D'estate. Al mare. Lascia stare quella tutina e quegli esercizi, vieni, tira un bel calcio qui e giochiamo. Tiralo tu il calcio, papà, io sto in porta. Che in porta Mircea ci sa fare. Un giorno contro la Minerul Luperi finisce ai rigori, e lui ne para sette. A 24 anni lo chiamano a giocare a Bucarest, lui arriva e vince il campionato. E lo chiamano pure in nazionale per il mondiale del '38. Ma il bello deve ancora venire.

martedì 27 aprile 2010

"Aggraverebbe di molto gli squilibri"

Le tabelle sono eloquenti. Mostrano che la Campania e le altre regioni del Mezzogiorno a tutt’oggi ricevono flussi totali di spesa pubblica (spesa corrente e spesa in conto capitale) pro capite inferiori alla media nazionale e dunque di gran lunga inferiori alla spesa pubblica ricevuta dai territori italiani economicamente più ricchi. Mostrano inoltre che le entrate pubbliche per abitante affluenti dai cittadini della Campania e delle altre regioni meridionali ai vari Enti non sarebbero sufficienti ad alimentare da sole la pur ridotta spesa del Settore Pubblico Allargato. In altre parole, l’ipotesi estrema di federalismo fiscale (“ogni territorio sia abilitato a spendere le entrate pubbliche che estrae dalla sua popolazione”) che in pochi osano apertamente sostenere ma che in tanti continuano a coltivare, aggraverebbe di molto gli squilibri tuttora vigenti tra territori ricchi, ad elevata capacità contributiva, e territori poveri, a bassa capacità contributiva, tra Nord e Sud d’Italia.
[dalla relazione di Mariano D'Antonio, al passaggio di consegne in Regione - le tabelle sono qui]

Dasaev, la cortina d'acciaio

dasaev Quando mi presentai al mondo, avevo quattro lettere cucite sul petto. Cccp. Avevo guanti bianchi e viola. Ero alto e magro. Il più bello di tutti, ai mondiali '82. Più del bellissimo Cabrini, scrisse il settimanale femminile Cambio 16. Io, Rinat Dasaev, ai confronti del resto ero abituato.
Un giorno il partito mi chiama e mi impone di essere un simbolo. Com'era stato Yashin. Un uomo e un popolo, insieme perfetti. Anche per quello avevo sposato Nela, un tempo ginnasta. Ci eravamo conosciuti in ospedale, dove tutt'e due eravamo finiti, ricoverati per un infortunio. Bella storia, compagni. L'Urss si rivedeva in me. Prima di essere sovietico, ero un tartaro. Sono nato ad Astrachan, la città che Tamerlano rase al suolo.

Mal di panchester e Calvino

E pensa, ora non ho bisogno neanche del legittimo impedimento
Il cavaliere inesistente

L'inevitabile destino di Riccardo Cocciante

Ora non è per fissarsi su Riccardo Cocciante. Però magari dopo una settimana di lavoro, di domenica mattina, alla sua ragazza sarebbe piaciuto dormire un po' di più. Forse lei c'era abituata prima di mettersi con quest'uomo qui. Il quale invece ha le smanie. A lui la domenica mattina piace passeggiare in bicicletta e pedalare senza fretta accanto a lei. E però. Se vedi che fra i capelli la ragazza ha una goccia di brina, se vedi che fa un fumetto respirando e che il naso si sta soffiando - dai che lo vedi, te ne accorgi, perché poi non sei un cretino - con tutta questa umidità invece di tornare a casa, cosa le vai a chiedere? Perché non mangiamo un panino, c'è un baretto proprio qui vicino. Per fortuna il baretto è vicino. Volevo vedere che la portavi a mangiare un boccone a Roubaix.

lunedì 26 aprile 2010

Il problema è il 28 aprile

Quest'anno si sono tirati dietro i bambini. Come alla gita fuori porta. Davanti al cancello della fucilazione, a Villa Belmonte, c'è uno scricciolo con la maglietta gialla, a stento arriva al muretto di cinta. Punta verso la croce dove c'è scritto "Benito Mussolini, 28 aprile 1945" l'obiettivo del suo Nintendo Ds, quello con cui gioca normalmente a Super Mario. E c'è lei, che avrà sei anni scarsi: le hanno infilato una camicetta nera, calzato in testa il basco della Repubblica sociale, con il gladio e l'alloro per stemma.
[goffredo buccini, corriere della sera]

Mal di panchester e Orwell


A luglio, invece, uno stadio si riempirà solo per guardare un piccolo uomo fare 7 palleggi.
1984
[è questa storia qui]

Noi, chi?

I grandi misteri della musica italiana
Facciamo pure che veramente Riccardo Cocciante riesca a raccogliere tutti i fiori che può darci primavera. Tutti. Come dice lui. Poniamo. Quanti potranno essere, 'sti fiori? Un milione, dieci milioni, dieci miliardi? Facciamo che li ha raccolti. Facciamo che gli ambientalisti non gli abbiano detto niente. Facciamo pure che riesca a tenerli tutti quanti in mano. Tutti insieme. Ecco. Ce li ha.
Ma veramente crede che coi fiori, a Margherita, possa costruirle una culla? Con i fiori? E soprattutto perché dice: costruiamole? Perché anche noi?

domenica 25 aprile 2010

"Vuoi la luna? La prenderò al laccio per te"

Immaginate James Stewart. Però sovrappeso, verde e con le orecchie a sventola. Uno James Stewart così e nei panni di George Bailey. Non il Bailey senatore di Leone, quello che a De Niro domanda, E' il tuo modo di vendicarti? E De Niro gli risponde, E' il mio modo di vedere le cose. Non quello lì. Non il Bailey senatore, ma il Bailey sognatore di Capra. Quello che dice a Clarence, Non m'importa di quello che accadrà: ridammi mia moglie e i miei bambini, aiutami, Clarence, ti prego: voglio tornare a vivere. Questo qui.
Insomma. L'ultimo capitolo di Shrek pare La vita è meravigliosa. Un giorno Shrek si sveglia e si domanda come sarebbero andate le cose a Far Far Away se lui non fosse mai esistito. In tasca gli mancano solo i petali di Zuzu. O forse ce li ha. Lo scopriremo solo vivendo. Esce il mese prossimo. Tranquilli. Da noi arriva ad agosto. Prima ci facciamo due bagni e poi ce l'andiamo a vedere.

(Non ci avevo mai fatto caso prima. I due film della mia vita hanno un cognome in comune).

E la chiamano Liberazione questa giornata senza morti

Pierre bestemmiò per la prima ed ultima volta in vita sua. Si alzò intero e diede il segno della ritirata. Altri camion apparivano in serie dalla curva, ancora qualche colpo sperso di mortaio, i partigiani evacuavano la montagnola lenti e come intontiti, sordi agli urli di Pierre. Dalle case non sparavano più, tanto erano contenti e soddisfatti della liberazione. Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico... Due mesi dopo la guerra era finita.
[Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny]

Gli altri 25 aprile
Una mattina mi son svegliato
Belli ciao

venerdì 23 aprile 2010

Mal di panchester e Camilleri

Va bene, te lo presto, ma appena hai finito di parlare me lo riporti subito.
La concessione del telefono

Le morti di Lecco e le morti di Napoli

A Lecco sono parecchio risentiti per la storia dell'uomo suicida in strada tra la gente indifferente, anzi con la gente ferma al bar a prendere un caffé. Sul tema qui ci siamo già esercitati parecchio in passato. Dunque non la faccio lunga. Semmai meriterebbe un approfondimento l'idea che l'epifania di una morte sotto i nostri occhi debba imporre una sorta di convenuta sacralità collettiva, decisamente superiore a quella che viene richiesta/esercitata ogni giorno per tante vite ignorate o calpestate. Soprattutto in certe terre. La tendenza è che posso ignorare un rom che chiede aiuto o respingere i gommoni al largo delle coste italiane, ma non devo ignorare un cadavere che giace a cento metri da me.
Però oggi il vero episodio di Lecco - dall'eco inferiore a quelli di Napoli e fatevi voi un'idea del perché - pare un altro. Oggi la vera preoccupazione di Lecco, sindaco in testa, non è quella di sembrare indifferenti e basta. La preoccupazione è che in giro si facciano paragoni. Come si coglie fra le righe del piccolo articolo uscito sul Corriere della sera.
Lecco come Napoli, l'indifferenza e il cinismo che non si spengono davanti alla morte, un'immagine come quella dell'uomo morto in spiaggia con la gente che prende il sole accanto. Ma qui non è successo niente di tutto questo.
Divertente pure il fatto che in quest'altro post in cui si parla di scena agghiacciante, di gente che continuava a mangiare, addirittura si sottolinea che un uomo si è avvicinato al cadavere con un panino in mano; in questo post se passate però il mouse sulle parole gazebo e tavolino, compaiono un po' di annunci pubblicitari.

Gli altri post sul tema
Dialogo tra un ottantacento e un non so
Dialogo tra un ottantacento e un non so/2

Croy e il giorno d'oro della Germania est

croy Diceva Gary Lineker: il calcio è quello sport che si gioca in undici e in cui alla fine vince sempre la Germania. Io della Germania ero il portiere. Ma non quella di cui parla Lineker. L'altra. La Germania dell'est. Sono nato a Zwickau, in Sassonia, la città di Schumann. Ma pochi pensavano alla musica nell'ottobre del '46: venti mesi prima a Jalta s'era deciso che la mia regione rientrasse nell'area di occupazione sovietica. Tre anni ancora, 1949, ed ero un cittadino della Repubblica democratica tedesca, la Ddr. Sono cresciuto dall'altra parte del muro, altrimenti avrei sorriso compiaciuto anch'io alle parole di Lineker. Invece io sono stato nella Germania che non ha vinto nulla. Quasi nulla. Eccetto quella partita di quel giorno lì.

giovedì 22 aprile 2010

Mal di panchester e Mario Puzo

- Posso pensarci ancora un po', padre?
- No, figliolo. E' mezz'ora che aspettiamo, ora devi darmi una risposta: rinunci a Satana?

Il padrino

Il boom

Ieri le pagine visitate sono state cinque volte più della media. Per un attimo ho pensato che la cosa fosse collegata alla novità della terza colonna, e davanti a me ho visto un radioso futuro da imprenditore, da manager capace di intuire i bisogni latenti e taciuti delle folle, mi sono visto come l'autore del rilancio della new economy, l'alternativa italiana a Steve Jobs. Mi è passata tutta la vita davanti agli occhi. Poi davanti agli occhi mi sono passate le chiavi di ricerca di chi è arrivato qui.
Search: i migliori 12 siti porno
Ho riletto: i migliori 12 siti porno. Proprio così.
Un attimo, un attimo che rileggo: i migliori 12 siti porno
Ah, ecco.

Oddio, non è che dispiaccia essere segnalati fra i migliori 12 siti porno. Uno si domanda perché sono lì dentro. Diciamo la verità: nessuno me l'aveva mai detto prima. Però in fondo sono soddisfazioni. In fondo.
Un dubbio rimane. Perché chi digita la chiave, ne sta cercando proprio dodici?

mercoledì 21 aprile 2010

Mal di panchester e Mordecai Richter

- Glielo ripeto, commissario, sono stati Fred e Wilma a uccidere mia moglie, io non c'entro niente

La versione di Barney

martedì 20 aprile 2010

"Il cancro lo adora, lo zucchero"

Una donna di 53 anni a cui sia stato di recente diagnosticato un cancro al seno si potrebbe supporre che si fermi un po', rallenti un attimo e faccia un bilancio. Non Martina Navratilova. Nelle ultime due settimane è stata a Minneapolis, ad Atlanta, a New York, alle Hawaii, a Londra e a Parigi; ha partecipato a una gara di triathlon, ha giocato a hockey su ghiaccio e ha sfidato Lindsay Davenport in un'esibizione di tennis. In mezzo a quest'agenda frenetica, da qualche parte, ci ha infilato un intervento chirurgico per rimuovere un nodulo. E tra un po' comincia le radiazioni. Ma il suo modo di vivere non cambierà. "Mangerò solo un po' meno frutta. Perché il cancro lo adora, lo zucchero".
(Martina Navratilova racconta la sua malattia a The Independent)

Mal di panchester e Marguerite Yourcenar

- E poi arrivò il 1976, il mio anno migliore: Foro Italico, Roland Garros e Coppa Davis

Memorie di Adriano

E diciamolo subito

Già deve fare una certa impressione passare da Javier Bardem a Michele Cucuzza. Ma alle 9.10 di oggi, dentro lo studio Rai di Unomattina, al premio Oscar Alejandro Amenàbar è successo di più. Seduto sulla sua poltroncina da super ospite che stava lì a presentare il film Agorà, sulla vita di Ipazia, che con grande ritardo arriva in Italia perché nessuno aveva comprato i diritti (in Spagna è uscito a ottobre); il povero Amenàbar ha avuto un brivido dietro la schiena che non ti viene neppure vedendo The Others, quando ha sentito che Cucuzza cominciava la sua chiacchierata con la frase, Diciamo subito che non si tratta di un film contro la chiesa.

lunedì 19 aprile 2010

Mal di panchester e Diego De Silva

- Marisa, scusa, ma cos'è quel rigonfiamento?

Non avevo capito niente

Un po' più a sud dell'Iislanda

Sappiamo un po' tutto sul ghiacciaio e sulla cenere che blocca i cieli del nord.
Ne sappiamo un po' meno della frana che da quaranta giorni - quarantaggiorni - ha interrotto la linea ferroviaria e isola la Puglia dal resto d'Italia.

sabato 17 aprile 2010

Preparatevi

Sappiate che il 7 luglio, la sera della seconda semifinale dei mondiali, i bambini vorranno andare al cinema a vedere Toy Story 3. E stavolta con Barbie c'è anche Ken.

venerdì 16 aprile 2010

Sotto la lingua

Ovviamente avete amato Closer. E ovviamente la scena di Silvio Orlando e Margherita Buy quando finalmente si lasciano nel Caimano, che proprio mentre si stanno lasciando, dalle auto si salutano, e si risalutano, e non si lasciano mai.
I due film (quella scena lì) hanno in comune una cosa. Damien Rice. The blower's daughter. I can't take my eyes off of you. Non riesco a toglierti gli occhi di dosso. E poi I can't take my mind off of you. Non riesco a toglierti dalla mia testa. And so it is. E così è. E' una delle perle di 0, straordinario disco d'esordio dell'irlandese.
Tutto questo per dire che Damien Rice sta preparando il suo terzo cd, e che in giro esiste già un singolo (Under the tongue) che vi fa stracciare. Lo trovate qua

Mal di panchester e Luis Sepùlveda

- Allora ragazzi, ascoltate…
- Nonno, e che palle!

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore

giovedì 15 aprile 2010

Chi era Maria Pocchiola?

Che poi se ci pensi sono morti lo stesso giorno

Coachella calling

Questo fine settimana, dopo 27 anni, Mick Jones e Paul Simonon - due dei fondatori dei Clash - suonano di nuovo insieme. Si mescolano ai Gorillaz, ve li ricordate, la band cartoon, quelli di Clint Eastwood (I ain't happy I'm feeling glad I got sunshine / it's coming on, it's coming on, it's coming on...).
Coi quali peraltro hanno già inciso in studio una delle tracce del loro disco nuovo, Plastic Beach

Mal di panchester e Susanna Tamaro

- Buongiorno, ho un appuntamento col professor Barnard
- Ultima stanza a destra

Va’ dove ti porta il cuore

Certo che siamo strani

La Lega nord nasce contro la partitocrazia, e ora tutti qui a dire che è rimasto l'unico partito.
E' l'unica forma di resistenza al virtuale. Purtroppo, a differenza di Alberto da Giussano, è salita sul carro dell'imperatore.
(Paolo Rossi al Corriere)

Come se il problema fosse che è salita sul carro dell'imperatore.

Signora, e che dovrei dire io di Napoli?

Se avete amato Cavalli selvaggi, Oltre il confine e Città della pianura; se avete amato la Trilogia della frontiera di Cormac McCarthy, bene, sappiate che la vita da quelle parti non è come la racconta lui. Gliene conta quattro la scrittrice texana Christine Granados.
Quei libri mi riportano ai miei 12 anni di scuola pubblica, dove studiavo su testi nei quali nessuno assomigliava o parlava come me e la mia famiglia. E quando ho letto di gente che ci assomigliava, i personaggi erano cattivi, viscidi e corrotti, oppure - peggio - pittoreschi, buoni di natura e mistici. Sono cresciuta immersa in questa tradizione di ignoranza. Alla fine comunque ho visto la luce, o dovrei dire il buio.

Non staranno esagerando?

Avete 6 mesi di tempo per cancellare i vostri pensieri da Twitter. Oppure resteranno nei secoli dei secoli. Li ha comprati the Library of Congress.

mercoledì 14 aprile 2010

Mal di panchester e Louisa May Alcott

- Dì a Rita Pavone che la 40 è stretta, deve prendere la 42

Piccole donne crescono

martedì 13 aprile 2010

Mal di panchester e Jack Kerouac

- Ciao, quant’è?
- 30 euro in macchina, 50 a casa

Sulla strada

Tony Pagoda e Walter Speggiorin

Dunque, ricapitolando. Prefazione: bellissima. Incipit: uno degli intercalari più anacolutamente poetici: "Che poi". Finale: commovente. E in mezzo? In mezzo c'è più roba che in un peperone imbottito. Cos'è il sesso a 15 anni e cos'è a settanta. La nostalgia per la semplicità. Per le risate. A me pare anche nostalgia di Napoli. O forse è solo la mia. Una lingua meravigliosa. Che hanno paragonato a quella di Gadda, e ora capisco perché. Il primo romanzo che cita Walter Speggiorin. D'Orrico sul Corriere ha scritto che Tony Pagoda è il più grande personaggio della letteratura contemporanea. Bah. Non perché non mi piacciano le iperboli. Anzi. Ma quando nelle pagine di Paolo Sorrentino e del suo "Hanno tutti ragione" appare Alberto Ratto, che ve lo dico a fare.

lunedì 12 aprile 2010

Il vero male

Nei commenti sul post relativo alla foto dei "banbini" - dal titolo la questione meridionale - ci siamo un po' confrontati sul tema di Napoli e del suo folklore, Napoli e l'ignoranza, e via di questo passo.
Poi ho capito tutto. E' bastato ricevere una mail, per capire cosa mi dà fastidio nella parte di Napoli che mi dà fastidio.

Mal di panchester e John Fante

- No, per fortuna oggi il Folletto non si è visto

Chiedi alla polvere

domenica 11 aprile 2010

Carrizo a passeggio fuori area

Chi diceva lana, chi diceva pelle. Il dubbio era quello. Il materiale. Ma nessuna esitazione sul fatto che mi servissero dei guanti. Anche se in Argentina nessuno li aveva messi mai. Del resto, prima di me, prima di Amadeo Raúl Carrizo, i portieri non erano neppure abituati a uscire coi piedi fuori area. Io sì, io cominciai. Me lo ricordo il mormorio della folla allo stadio. Ma si potrà fare? Certo che si può, gente. Tante cose credete non si possano fare finché non arriva uno che le fa. Come rinviare fin oltre il centrocampo, oppure uscire dall'area con la palla al piede. Chi credete che l'abbia inventato? Io. Mi chiamavano Tarzan perché sui cross volavo, ma senza liana, volavo e afferravo la palla con una sola mano. Anche questo a Buenos Aires non si era visto mai. La gente impazziva, rideva. In amichevole contro una squadra cecoslovacca, la rubai la palla all'aria e la nascosi subito dietro la schiena. L'attaccante, poverino, non ci capì niente. Si voltava di qua, di là, e la folla rideva. Mi piaceva prenderli in giro, gli attaccanti.

sabato 10 aprile 2010

L'ultimo accordo dei Beatles

L'ultimo accordo dei Beatles fu un fa maggiore. Get back to where you once belonged. Fa maggiore, e fine della storia. Il disco uscì, come dire, postumo. Nel senso che il gruppo s'era sciolto il mese prima. Aveva dato l'annuncio Paul McCartney il 10 aprile del '70. Oggi sono 40 anni che non abbiamo più i Beatles.

Io credo che i problemi siano iniziati quando abbiamo smesso di suonare in giro, nel '66. Durante la realizzazione del White Album, Ringo lasciò il gruppo dicendo che voleva farla finita con noi altri. Due giorni dopo era un'altra volta lì. Ma mentre incidevamo Abbey Road, John e io eravamo apertamente critici verso la musica degli altri e io mi accorsi che John non aveva nessunissimo interesse nel suonare quello che non fosse stato scritto da lui. E per l'album Let It Be, George se ne andava remando controcorrente per conto suo in alcuni pezzi, finché disse che stava lasciando il gruppo. Pochi giorni dopo ci una riunione a casa di Ringo, e lui fu d'accordo nel fare marcia indietro e aspettare almeno che il disco fosse finito. Ma io sentii che la frattura si stava allargando, perché John disse che eravamo fermi. Musicalmente fermi. Una sera, sarà stato nell'autunno del '69, ero a letto con linda e ci pensavo, ci pensavo, ne parlavo con lei e ci pensavo, finché capii cosami mancava. Suonare. Mancava a me e agli altri. Il contatto umano. Così mi venne l'idea di prendere un van e girare per i piccoli teatri dei piccoli villaggi, mettere una locandina che annunciasse i Ricky and Redstreacks, una roba così, la gente sarebbe arrivata eavrebbe trovato noi. A me pareva una grande idea, John disse, Tu sei scemo. La fissazione di John è suonare per 200mila persone, i festival, le adunate, eccetera. Ecco cosa voleva, ora lo capisco. Era la sua maniera di andare avanti, io la vedo in un'altra maniera.
Stavamo chiacchierando negli uffici della Apple. Ringo era lì, forse George non c'era. Allora John fa, Comunque me ne vado. Dice, Voglio il divorzio. Letteralmente così, Voglio il divorzio, e per la prima volta era serio. Questa cosa ci colpì. Fu allora che capimmo che quella grande cosa di cui eravamo stati parte non ci sarebbe stata più. Quella era una bocciatura. Fu quello a colpirci, il resto non contava. E' come lasciare la scuola, e dopo la ami. O una qualunque altra cosa con cui sei fissato. La nostra fissazione erano i Beatles.
A ripensarci adesso, credo che John sia stato grande nel dire, E' meglio per tutti, e ora sono sono d'accordo. Facemmo giusto l'album, il progetto Get Back, e sulla copertina c'era una fotografia che ci mostrava nella stessa posizione in cui eravamo sul primo album - l'impressione e lo sfondo furono riprodotti esattamente. Allora John disse, E' un cerchio perfetto, vedi. Io penso che tutto ciò che John faceva, fosse tremendo. Era il punto di vista di uno che dice "Okay, ora ce ne andiamo ognuno per conto suo". Non si può essere così legati come siamo stati noi, per un periodo tanto lungo, a meno che non si viva nella stessa casa. Da quel momento in avanti il punto vero fu trovare la forza per vivere ognuno la sua vita, e per me fu davvero la prima svolta dopo tanto tempo, e coincideva peraltro con l'incontro con Linda. Così, nei primi giorni del 1970 telefonai a John e gli dissi, Guarda che anch'io lascio i Beatles. Lui rispose, Fantastico finalmente siamo di nuovo in due a pensarla allo stesso modo.
(trad. libera e re-interpretazione da un'intervista a Life di Paul McCartney, 1971)


Altre cose sui Beatles:
Il derby dei Beatles
God save the Queen, e pure i Beatles

La parola del giorno: riforme

Penso che la prima cosa da verificare sia se vogliono la rivoluzione, o solo le riforme; subito dopo si dovranno indagare le loro preferenze sul modello di mondo futuro. Frattanto si dovrà prendere un po' di tempo per la decisione definitiva, separando la fase di progettazione dalla realizzazione pratica. Del resto, ti resterà sempre la piena possibilità di rimproverare le loro sciocchezze.
(Leon Battista Alberti, Momo, 1450)

Il vetraio Carbajal

Lothar Matthäus è un furbacchione. Quando ai Mondiali del '98 Berti Vogts lo mandò in campo nel secondo tempo contro la Jugoslavia, arrivò a cinque coppe giocate e disse: "Non sapevo che qualcuno ci fosse riuscito prima di me. Pensavo di essere l'unico, me lo ha detto Beckenbauer". Invece lo sapeva eccome che c'ero già riuscito io, Antonio Felix Carbajal.

venerdì 9 aprile 2010

la questione meridionale

Mal di panchester e Garcia Màrquez

- Tesoro, che ne pensi di sospendere i rapporti anali per un po'?

L'amore ai tempi del colera

giovedì 8 aprile 2010

Mal di panchester e Oscar Wilde

- Ragazzi...
- Sì, papà
- Siete in nove, non posso sfamare tutti. La signora Maria estrarrà una lettera a sorte, chi ha il nome che inizia con quella lettera partirà per la rivoluzione.
- E' uscita la E, senor Guevara.

L'importanza di chiamarsi Ernesto

Gli eredi di Nino Manfredi

E' un errore liquidare con fastidio i venditori ambulanti. Si perdono straordinarie lezioni. Prendetevi un giorno di ferie e salite su un treno in partenza da Napoli Centrale. I maestri stanno là. Tonino, per esempio. Vende bibite. Passa con un secchio celeste pieno di ghiaccio e sussurra con garbo i nomi dei prodotti che offre. Non è un ingenuo. Lo si capisce da due motivi. Primo: non urla. Sa che darebbe fastidio. Sa che partirebbe da 0-40. Secondo: sa pure che il vagone ristorante-bar apre solo dopo la partenza. Tonino ha un alleato. La gola secca. Può agire in regime di monopolio. Almeno finché il treno non s'avvia. Per una birra in lattina chiede 3 euro. 
"Tre euro?". 
"Tre euro", spiega, "perché è di marca".
Voi allora chiedete: "Ma perché la Peroni è di marca?".
E lui domanda: "Ma perché ci sta 'na birra meglio d''a Peroni?".

mercoledì 7 aprile 2010

Il concertone

Hanno annunciato il cast del concertone, il primo sotto casa. Mi portano Carmen. E il tema di quest'anno è il colore delle parole. Da una poesia di Eduardo.

Mal di panchester: Niccolò Ammaniti


- Uè bello, ma tu veramente stai facendo?
Io non ho paura

Le mele non finiscono mai

martedì 6 aprile 2010

tempo di otto per mille

Mal di panchester

Chi non conosce Panchester. Qua e là s'è affacciato nei commenti. Da oggi avrà uno spazio suo nel cortile. Siccome lui è ragazzo che legge, vede film, sente musica, alla fine gli restano impressi i titoli. E quei titoli, poi, va a finire che li vede dovunque. Sente una chiacchiera qua, e vede un titolo. Sente una chiacchiera là, un altro titolo. Tanto vale che lo dice pure a noi. La rubrica si chiama "Mal di Panchester". E' online alle 13 e 59. Non chiedetemi perché.


- Salve, vorrei prenotare due biglietti per il traghetto per Procida.
- Certo signore, a che nome li segno?
- Toscanini, grazie.
L'isola di Arturo

Borghi, il gremlin che fece piangere gli inglesi

borghi3 Qualche anno fa vennero a chiedermi che fine avessi fatto e dove fossi finito. Ero sempre stato lì, che novità, nella mia Saint Louis. Avevo aperto un ufficio di pompe funebri, da sempre il ramo di famiglia. Da ragazzino guidavo io il carro per la ditta di mio zio, Paul Calcaterra. Sulla Hill. Eravamo quasi tutti italo-americani in città. I miei figli se ne sono andati a Kansas City, qualcuno aveva cominciato a giocare a calcio come me, poi hanno smesso. Qualche volta il calcio lo guardo in tv. Di tanto in tanto mi fermo a Wilbur Park a fissare i ragazzini che corrono dietro il pallone, li chiamo e gli chiedo Ehi kids, posso fare il vostro coach? Loro mi sorridono e continuano a correre, che ne sanno di me, che ne sanno della storia di Frank Borghi. Mi piaceva molto allenarmi. Era il baseball che amavo. Ma mia madre non voleva, avevo 14 anni quando allontanò uno scout venuto per offrirmi un provino. Che cos'è il baseball, ragazzi, non lo capirete mai.

La Lega e il sindaco di Napoli

Oggi Roberto Maroni dà una bella notizia. La Lega nord sta facendo un pensierino per presentare una sua candidatura a sindaco di Napoli. Lo dice con uno slogan che è già elettorale ("Almeno cominceremo a far funzionare qualcosa") ma sul serio è una bella notizia. Per più motivi.

Uno. E' la conferma che il suo modello politico e la sua visione del mondo vivono un precoce e mal documentato declino nelle terre in cui maggiormente sono stati finora predicati. Come già sapete, la Lega ha perso voti (voti, non la percentuale, cioé elettori, cioé persone che la pensano così) nelle regioni in cui da anni amministra, col caso-soglia di Lecco (dove peraltro presentava un big come Castelli), aumentando i suoi consensi al centro Italia, dove non è stata ancora sperimentata come esperienza di governo locale e dove dunque ancora può presentarsi come una speranza. Ecco perché adesso ha bisogno di nuove praterie da cavalcare e di terre vergini da concimare con il seme degli egoismi. In questo senso: cosa c'è meglio di Napoli?

venerdì 2 aprile 2010

Bonetti e la lettera della madre

Mia madre, voi non avete idea. Non le bastava accompagnarmi al campo, quando ero bambino. Volle fare di più. Stabilì che sarei dovuto diventare il portiere del Chelsea. Numero uno: Peter Bonetti. In fondo l'ha deciso lei. Dear sir Drake, egregio signor Ted, le scrivo per chiederle di fare tutto il possibile affinché il club di cui lei è manager, il Chelsea, possa offrire un provino a mio figlio Peter Phillip. Il mio ragazzo ha 19 anni, gioca nel Reading e dicono sia bravino. Firmato: la signora Bonetti.

giovedì 1 aprile 2010

i disastri del T9

Scrivi Al Pacino ed esce Al Sabina. Che pare un night club.

Bertrand-Demanes e il mondo di Amélie

bertra Chi diavolo è questo ragazzino che s'è fatto trovare al posto giusto nell'istante giusto? Avevo il numero 21 dietro la schiena e il 21 ce l'aveva pure quell'italiano magro magro che mi aveva appena fatto gol, colpendo la palla in mezzo a una carambola di piedi e pali. Lui si chiamava Paolo Rossi, stava giocando la prima partita in un Mondiale. Rimasi a guardare tutta l'Italia che lo abbracciava e poi a fissare i compagni che mi guardavano. Era la prima partita anche per me, Jean-Paul Bertrand-Demanes. Una partita cominciata benissimo.

Bergqvist, che non sapeva dire di no



Oltre strade, binari e ponti, oltre la Slussen, stavano le ripide scogliere e le case degli operai. Nel quartiere di Södermalm, la working class si dannava per costruirsi un futuro migliore, i ricchi di Stoccolma ci venivano a fare le vacanze. Strindberg ha raccontato questo posto meglio di tutti. Sono nato qui e qui giocavo, nell'Hammarby, la squadra dei figli degli operai. Era il 1930. Gandhi faceva la marcia del sale, a Berlino scoprivano la Dietrich e noi svedesi piangevamo la morte di Gullstrand, il nostro Nobel per la medicina, aveva studiato l'astigmatismo. Avevo sedici anni e giocavo a bandy, lo conoscete il bandy, vero?

E' uno sport a metà fra il calcio e l'hockey, lo giochiamo nell'Europa del nord. Undici contro undici, tempi da 45 minuti, si va sui pattini, si fa gol con un bastone, il portiere para con le mani. Io, Sven Bergqvist, stavo in porta. Ero bravino. Così quelli dell'hockey vennero a prendermi. Dissero, Lasciateci Berka - così mi chiamavano - da oggi gioca con noi. Solo che a me spiaceva separarmi dai vecchi compagni, a quella squadretta con i miei amici d'infanzia ero legato, non me la sentivo di abbandonarli.

Allora mi feci in due. Iniziai a giocare sia a bandy sia a hockey. Mi sembrava di non avere tempo per altro. Ero bravino, diventai bravo. La voce girava. Così quelli del calcio vennero a vedermi, gli serviva un portiere, mi presero. Lasciateci Berka, da oggi gioca con noi. Avrete capito com'ero fatto, non sapevo dire di no. Scoprii che non solo mi sarebbe dispiaciuto abbandonare i vecchi amici di infanzia, ma pure i nuovi compagni del ghiaccio, la cosa più facile era provare a farsi in tre. E in tre mi feci, giocando contemporaneamente a bandy, a hockey e a calcio. Ero bravo, diventai bravissimo. L'Hammarby era una polisportiva, la sua sede si trasformò nella mia vera casa, a Johanneshov, la zona sud di Södermalm. A ventidue anni ero il portiere titolare della nazionale svedese. Sia quella di hockey sia quella di calcio. Non sapevo cosa scegliere, per fortuna non ce ne fu bisogno. I miei ventidue anni caddero nel 1936, un anno speciale, un anno olimpico. I Giochi che Hitler volle nella sua Germania. Dal 6 al 13 febbraio parai sul ghiaccio di Garmisch-Partenkirchen, alle Olimpiadi invernali battemmo il Giappone e l'Austria, perdemmo da Regno Unito, Usa e Cecoslovacchia. Chiudemmo al quinto posto e sei mesi dopo ero di nuovo in Germania, per i Giochi estivi di Berlino. Per noi calciatori svedesi in realtà durarono una partita sola, il 4 agosto perdemmo 3-2 dal Giappone, presi il gol decisivo a cinque minuti dalla fine da Matsunaka. Ho saputo che sei anni dopo quel gol, il povero Akira fu ucciso in guerra, nel Pacifico, nella battaglia di Gualcanal.

La partecipazione a due Olimpiadi nel giro di sei mesi fece di me una specie di mito svedese. Così quelli della sezione pallamano dell'Hammarby ci provarono: serviva un portiere anche a loro, e vennero da me. Non è che Berka potrebbe... e allora sì, giocai anche per loro. Una partita, una partita sola, ma la giocai. Che anni sono stati. Il Racing Paris, in Francia, si stava convertendo allo sport professionistico. Mi spedirono un contratto, aspettavano solo che glielo restituissi firmato, avevano già vinto campionato e Coppa nello stesso anno, sarei stato il primo atleta svedese della storia a fare del mio sport un lavoro. Quei soldi avrebbero fatto comodo anche a casa. La Svezia era il Paese che più di ogni altro aveva pagato la Grande Depressione del '29. Papà e mamma erano rimasti a vivere nella casa operaia di Södermalm. Ma Parigi era lontana, non me la sentii. Rinunciai. E poi il Racing era un'altra polisportiva, sono sicuro che pure lì avrei finito per dire di sì a tutti. Niente Francia, tanto pensai che ci sarei andato nel '38, per i Mondiali di calcio.

C'eravamo qualificati con un 4-0 alla Finlandia e un 7-2 all'Estonia. Ma quando la federazione preparò documenti e biglietti per il viaggio, scoprì di non avere abbastanza soldi per portare tutti. Feci io un passo indietro. Scelsi di non muovermi da Södermalm, meglio così. Ero fra i convocati, sarei stato riserva a casa, pronto a raggiungere la squadra in caso di necessità. Sapevamo di non dover giocare il primo turno, gli ottavi di finale, l'Austria nostra avversaria non esisteva più, annessa in una notte alla Germania. Con in porta Abrahmsson, la Svezia si spinse fino alla semifinale. Non c'ero, pazienza, tornai titolare della squadra fino al '43.

In Svezia ancora ricordano una partita con la Danimarca e una mia parata rimasta nella storia. Jörgensen si liberò in area e calciò la palla verso l'angolino basso alla mia sinistra. Ma il tiro picchiò dietro la schiena di Sven, Sven Andersson, e prese il volo. Iniziammo a seguirlo con gli occhi, la palla s'impennò dall'altra parte, verso l'angolo alto alla mia destra. Una parabola imprendibile, lo pensarono tutti, arbitro compreso, e prima che il pallone entrasse mi voltò le spalle e corse verso il centro del campo con il dito teso. Gol. L'aveva convalidato in anticipo, senza accorgersi che nel frattempo mi ero sollevato in aria e dall'angolino l'avevo scacciato via. Il pubblico urlò, l'arbitro si voltò di scatto: il pallone in porta non c'era, intorno a lui i miei compagni protestavano. Pensai a Gullstrand e all'astigmatismo. Si misero a discutere per un po', riuscirono a convincerlo che era andata davvero così, che l'avevo presa, mentre io avevo abbassato i miei pantaloncini davanti a tutti, facendo il gesto di sfilare schegge di legno della traversa dal mio sedere: lassù m'ero spinto per parare.

A trent'anni mollai tutto, volevo fare il maestro di sport. Sono stato allenatore di calcio, poi di hockey, il ct della nazionale, divertendomi a spendere la mia piccola celebrità nella serie A svedese di bowling. Fino al 3 dicembre del '55. Avevo 41 anni, non vidi un'auto, soprattutto l'auto non vide me. Le mie giornate da quel momento sono proseguite su una sedia a rotelle. Sono stato spesso il migliore in campo nella prima metà della mia vita, nella seconda metà la migliore è stata Marianne, mia moglie. Mi convinse che quella era soltanto una stupida sedia a rotelle, non un capolinea. Di certo non il mio. Imparai a tirare con l'arco. Marianne mi accompagnava al poligono e se ne stava in disparte a leggere un libro, mentre io mettevo pace nei miei pensieri spedendo centinaia di frecce al centro di un bersaglio. Io, che alla protezione di un bersaglio avevo dedicato gli anni precedenti, non dirò mai i migliori. In cinque anni arrivai in nazionale. Il comitato olimpico svedese mi convocò per i Giochi olimpici di Roma del '60. Ma come 22 anni prima, come alla vigilia dei Mondiali di calcio francesi, i soldi erano pochi. Chiarirono che avrei partecipato se mi fossi pagato il viaggio da solo. Ricordo che feci un sorriso e ringraziai. Avevo imparato a dire di no.

Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo.
(Philip Roth, Pastorale americana)