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martedì 6 aprile 2010

Borghi, il gremlin americano che fece piangere gli inglesi

borghi3 Qualche anno fa vennero a chiedermi che fine avessi fatto e dove fossi finito. Ero sempre stato lì, che novità, nella mia Saint Louis. Avevo aperto un ufficio di pompe funebri, da sempre il ramo di famiglia. Da ragazzino guidavo io il carro per la ditta di mio zio, Paul Calcaterra. Sulla Hill. Eravamo quasi tutti italo-americani in città. I miei figli se ne sono andati a Kansas City, qualcuno aveva cominciato a giocare a calcio come me, poi hanno smesso. Qualche volta il calcio lo guardo in tv. Di tanto in tanto mi fermo a Wilbur Park a fissare i ragazzini che corrono dietro il pallone, li chiamo e chiedo: "Ehi kids, posso fare il vostro coach?". Loro mi sorridono e continuano a correre, che ne sanno di me, che ne sanno della storia di Frank Borghi. Mi piaceva molto allenarmi. Era il baseball che amavo. Ma mia madre non voleva, avevo 14 anni quando allontanò uno scout venuto per offrirmi un provino. Che cos'è il baseball, ragazzi, non lo capirete mai.