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domenica 17 febbraio 2019

Banks e la parata del secolo che tolse il fiato a Pelé

Pelé era montato su Tommy Wright come avrebbe poi rifatto in finale sul povero Burgnich, arrivando a colpire il pallone da lassù, oltre i due metri. Lo aveva schiacciato a terra con violenza facendolo picchiare dentro l'area piccola e aveva urlato: goool - alzando le braccia prima del tempo - bucando con la voce pure il boato della folla. Perciò Gordon Banks credette di aver solo toccato la palla senza averle impedito di finire in porta, tanto che rimase un attimo accanto al palo con la testa bassa.
Si sbagliava. Il boato era per lui.
L'aveva presa. Lo capì rialzandosi dai complimenti dei compagni. Si voltò e vide che il pallone era sui cartelloni della pubblicità.
L'aveva deviato col braccio destro cadendo. Pelé era diventato una statua di sale. Gli mormorò: ti odio, prima di raccontare negli anni a venire: «Ho fatto più di mille gol nella vita ma la gente mi chiede dell'unico che non ho segnato». Terry Cooper passò a Banks una mano tra i capelli, mentre Bobby Moore lo fece ridere: «Ehi Gordon», gli disse, «stai diventando vecchio, un tempo l'avresti bloccata».

martedì 14 giugno 2016

Perché ci piace il portiere col pigiama

BORDEAUX. Piace perché si butta nel fango e si sporca. Piace perché a guardarlo pare improbabile. Piace per i motivi opposti a quelli che ci portano spesso a stare dalla parte di Messi e Ronaldo. Piace perché rimette al centro della scena il calcio che il tempo ci ha tolto. Il paradosso di Gábor Király è che il suo romanticismo, i suoi quarant’anni in campo e la tuta grigia con cui gioca, sono il cibo perfetto per i predatori del marketing. Oggi diventa il calciatore più anziano ad aver mai giocato una partita in questo torneo, e tutti guarderemo i suoi pantaloni consumati, per fingere di credere ancora alla magia di questo gioco, per dimenticare che in un campionato chiamato Europeo si sfidano due paesi che l’Europa la stanno spezzando: l’Austria che vorrebbe una barriera al Brennero e l’Ungheria che ha alzato un muro di lamette e filo spinato lungo 175 chilometri al confine con la Serbia; un muro alto tre metri e mezzo, uno in più di una porta di calcio.

mercoledì 20 aprile 2016

Come cambiano le papere dei portieri


Che tutto sia moderno, per favore, anche gli errori. Quello di Andrea Consigli, per esempio, sta dentro il nuovo canone. Un retropassaggio - lo chiamano giro palla basso - un controllo, e poi un tocco che se fossimo in un fumetto farebbe swoosh. Così contemporaneo, questo gesto del povero portiere del Sassuolo, che ancora non ha un nome. Papera no, papera sa d’antico. È roba del Novecento, inadatta al neocalcio.Papera è un pallone che s’infila sotto la pancia, è goffaggine, impaccio, insicurezza. È Arconada che si fa passare sotto il corpo un calcio di punizione di Platini, nella finale degli Europei ’84.


Questa di Consigli tutto è tranne che mancanza di confidenza. È il suo opposto, casomai. Pàparo, cioè balordo, fu invece per primo Vittorio Faroppa, portiere torinese del Piemonte, che a 25 anni debutta in Nazionale contro la Francia e sbaglia quattro prese. Quattro gol per loro, siamo nel 1912. «Stava in porta con i piedi larghi, sembrava una papera», commenta uno dei c.t., Umberto Meazza, commerciante di vini e pure arbitro, per divertimento. Antonio Ghirelli, in un dizionario del dialetto napoletano, spiegherà che la papera è un animale che va nel panico, «come certi portieri sui tiri da lontano», anche i migliori, tipo il tedesco Kahn in finale ai Mondiali 2002 contro il Brasile. Il lessico del calcio esige certezze. Qui siamo dinanzi a una ciabattata, un liscio, una svirgolata. Ma è terminologia per terzini, al massimo mediani. Lirico dev’essere l’errore di un portiere, che infatti una volta usciva a farfalle. Alla Zenga su Caniggia nella semifinale dei Mondiali ’90.


Gli spagnoli dicono: a prendere l’uva. Ma è uguale. Quel disastro là. Le braccia alte, l’aria afferrata al posto del pallone, l’errore numero uno di ogni numero uno. Un classico. Una cappellata, secondo i più arditi. Una pifiada, in Spagna: dal sibilo che nel gioco del biliardo produce la stecca quando manca l’impatto con la palla. Oppure una cantada, come i suoi errori chiama Casillas, perché un cante (di flamenco) pretende attenzione, non passa sotto silenzio. Howler, dicono gli anglosassoni, vale a dire urlatore, e dunque un abbaglio così clamoroso da indurre al grido. È finanche il nome dato negli Stati Uniti a un magazine trimestrale che racconta il modo in cui guardiamo il calcio. Forse perché l’errore è un’esperienza letteraria, «solo l’errore è vita, la conoscenza è morte» (Fontane, Germania, ruolo: poeta).
samaDi vita in Consigli ne scorre allora parecchia. Come in Padelli (stesso gesto un anno fa in Torino-Empoli), come in tutti i portieri di questo calcio così cambiato dal ’90, con regole ritoccate per tutelare gli attaccanti, e sempre meno disposte a proteggere chi difende. I portieri, non ne parliamo. Hanno dovuto imparare a buttar via con i piedi il passaggio all’indietro di un compagno, poi gli hanno chiesto perfino di cominciare a costruire l’azione. Volgarità. Yann Sommer, lo svizzero del Borussia Moenchengladbach, viaggia a una media di 40 passaggi a partita. Certe volte più del centravanti. Consigli è intorno ai trenta. Higuain ha una media di ventisei. Ma per fortuna Consigli la butta in porta meno di Gonzalo. Senza più papere e farfalle, col pallone sempre tra i piedi, il portiere è meno solo e troppo uguale a noi. Cerchiamo almeno un nome magico per i suoi nuovi errori.
aggiornamento nei commenti sulla pagina facebook del blog Puliciclone è arrivata una prima bellissima proposta: "Rimanendo nel campo animale opterei per LA PAVONA. Il pavone è un animale bellissimo ma con delle zampe orrende. La leggenda vuole che pur fiero della sua ruota appena abbassa lo sguardo il pavone si mette a piangere guardando la cosa più brutta che ha: i piedi. Per più di un secolo ai portieri era stato chiesto di usare le mani e la specie non sempre si è evoluta con successo nell'ultimo decennio".
(da la Repubblica del 19 aprile)

lunedì 9 novembre 2015

L'arte totale del calcio di rigore

Franco Baresi e il rigore sbagliato nella finale mondiale '94 a Pasadena
Franco Baresi e il rigore sbagliato nella finale mondiale '94 a Pasadena


CADONO E SI ABBRACCIANO, perdonateli, perché non sanno quello che fanno. L’arbitro fischia un fallo in area e loro esultano prima ancora di andare a tirare. Cosa volete che sia, pensano, un rigore. Perdonateli, benedetti ragazzi, perché invece un rigore è una faccenda complessa. È l’unico gesto del calcio in cui non c’entra solo il calcio. È il gesto sportivo più studiato. Dentro il tragitto da undici metri di un pallone verso la porta, dentro un mistero cominciato mentre finiva l’Ottocento, si sono immersi con le rispettive competenze economisti, fisici, informatici, psicologi, fisiologi, militari, scrittori, semiologi, antropologi, etnologi, registi.

martedì 26 maggio 2015

La notte di Grobbelaar all'Heysel


ERA il clown. Così chiamavano Bruce Grobbelaar. Perché in campo rideva e perché una sera, l'anno prima, s'era messo a danzare sulla linea di porta per parare i rigori alla Roma, in finale di Coppa dei Campioni. «Joe Fagan, l'allenatore, mi mise un braccio sulla spalla e fece: tranquillo, nessuno s'aspetta niente da te, se ti fanno gol non te ne faremo una colpa. Mi tolse un peso. Allora inventai quel balletto con le gambe, gli "Spaghetti Legs", e Bruno Conti sbagliò. Funziona, mi dissi, lo rifaccio. E sbagliò pure Graziani. Gli italiani mi diedero del pagliaccio. Ma vincemmo la Coppa. Pagliaccio a chi?». Dodici mesi dopo, Grobbelaar era all'Heysel. Un'altra squadra italiana. «Prima di ogni partita facevo un giochino. Calciavo il pallone contro l'interruttore, per colpirlo e spegnere la luce. Pensavo che riuscendoci, avremmo vinto noi».

martedì 27 gennaio 2015

Addio Agbonavbare, il portiere facchino che provò a salvare sua moglie


"I giorni del calcio sono finiti. Ora devo lavorare e lavorare, la vita è dura", disse Wilfred Agbonavbare, che andava in campo sorridendo e sorridendo ne era rimasto fuori. La tv spagnola scoprì per caso che era finito a lavorare come portapacchi all’aeroporto di Barajas, dopo aver fatto consegne per una macelleria. "Sono famoso, e allora?", rispose a un finto facchino che il programma El jefe infiltrado de La Sexta aveva intrufolato lì con una camera. "Ho bisogno di soldi", mormorò, e non perché quelli guadagnati da calciatore li avesse sperperati: erano finiti tutti, disperatamente spesi per provare a guarire la povera moglie da un cancro al seno.

mercoledì 29 ottobre 2014

Rigore, rosso, squalifica: il triste destino del portiere


COM'ERA bella la vita quando uscivi di pugno, prendevi la palla, travolgevi gli avversari, nella mischia saltava un dente a qualcuno, e di soprannome magari facevi Kamikaze. Eri il portiere, diamine, e il regolamento prevedeva "la carica" ai tuoi danni, solenne come un peccato mortale. Esisteva un mondo perfetto che riconosceva la diversità del numero uno, la sua eccezionalità, i portieri erano nelle poesie di Saba. Dei matti si diceva dovessero essere, estroversi, anche se ce n'erano di tristissimi. Fino al giorno in cui il calcio ha cominciato a erodere differenze e immunità. Via (o quasi) la carica, via la possibilità di raccogliere con le mani il passaggio all'indietro di un compagno, e con un taglio dietro l'altro succede che al posto del Kamikaze una domenica pomeriggio ti ritrovi Nicola Leali.

giovedì 2 ottobre 2014

Dudek il minatore e la rimonta di Rafa Benítez

dudek Rafa Benítez ci disse, Il Milan non sta bene. E noi a fissarlo. Non sta bene? Proprio così, rispose, ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci, Ehi mister meno male che questi stanno giù.
Giochiamo e divertitevi, così si raccomandò Rafa. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò, Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo okay, va bene così. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. Non ce la faccio, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo. "Guarda che quello regge al massimo venti minuti". “Quello chi?”. “Finnan”. Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio. “Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

mercoledì 24 settembre 2014

Il volo all'antica di Sorrentino


AL MODO in cui cadere pensi dopo, prima viene il volo, che è sempre un po' la scelta della disperazione. La tecnica te l'hanno insegnata anni e anni fa, ma in quell'istante non sai dove sia finita. A parte l'istinto, insomma, non ti rimane niente. Eppure a volte basta. Di certo basta a Stefano Sorrentino, che di domenica sera pesca dalla memoria del corpo l'impulso del colpo di reni, all'età di anni 35, quando la tribù dei sedentari d'Italia comincia semmai a fare i conti con il colpo della strega. Succede che Guarin, con Palermo- Inter ormai al capolinea, metta un pallone dolce al centro dell'area. Succede che Osvaldo su quel pallone ci arrivi con la testa nel miglior modo possibile, solo, elastico, i fotografi tutti per lui, libero e bello, definitivamente rock. E mentre la palombella che ne viene fuori copre il tragitto di metri otto, non di più, verso la porta, Sorrentino scopre di essere troppo dietro per uscire in presa alta e un poco avanti rispetto alla traversa. Ma è il posto giusto in cui trovarsi quando non c'è più niente da fare se non lanciarsi, this must be the place, in volo, e vediamo che succede.

sabato 9 agosto 2014

Storia di Johnny e del rigore parato a Ibra

Zlatan Ibrahimovic psg Johnny crede di non avere cose eccezionali da raccontare, niente che possa lasciare a bocca aperta i nipoti intorno al fuoco, sempre che i nipoti un giorno verranno e che per l’epoca ci sia ancora un fuoco intorno a cui raccogliere la famiglia. Nulla di cui vantarsi, serate meravigliose Johnny non ne ricorda. Fino a venerdì, fino al momento in cui Zlatan Ibrahimovic si presenta davanti a lui, pallone a undici metri, calcio di rigore. Johnny è ancora giovane eppure è tanto vecchio. Ha 26 anni e da quando ne aveva 12 gioca a calcio in Francia, prima a Le Havre, dove ha incrociato Paul Pogba e dove per i portieri hanno un discreto fiuto, se lì hanno cresciuto Mandanda (oggi titolare a Marsiglia) e Boucher (numero 1 a Tolosa).

giovedì 10 luglio 2014

I gol di Chilavert

chilav2 La cosa è più comune di quanto si pensi. State prendendo la rincorsa, andate verso la palla per calciare un rigore - o una punizione - e dietro di voi spunta di corsa un altro ragazzino che batte al posto vostro. Batte e ride.
Io quelli così li odiavo e vi confesso che li odio ancora. Vuoi battere al posto mio? Dimmelo. Ti ho detto di no e vuoi calciare lo stesso? Bene, allora corri, fai lo scorretto: arriva alle spalle e batti. Ma non devi ridere. Io non ci trovo niente da ridere. Questa era la cosa che mi piaceva fare da bambino. Tirare i rigori. O le punizioni. Invece mio fratello mi sbatteva sempre in porta, José stai lì, diceva,ne basta uno di Chilavert in attacco. Bastava lui. Questo intendeva. E se sono diventato un portiere è tutta colpa sua.

mercoledì 9 luglio 2014

Taffarel e le nuvole di Pasadena

taffarel Dio mi permette di sopportare qualsiasi tempesta. Mi fa guardare avanti aspettando la prossima schiarita. La bufera mi avvolse che ero campione del mondo, incredibile a dirsi. Avevo vinto la Coppa e non avevo più una squadra.
A 23 anni, se fai il calciatore, non sai molto di come vanno le cose nell'economia mondiale. Giocavo nell'Internacional, avevo i fulmini nelle gambe grazie al beach volley, i balzi da fermo mi avevano fatto bene, quando mi dissero che una squadra italiana mi voleva dall'altra parte dell'Oceano. Era stata promossa in serie A. Il Parma. Passavo da un guadagno di un milione l'anno a 250. Pensateci un attimo e ditemi se non è una cosa che può far perdere la testa.

martedì 8 luglio 2014

Tony Meola e quella faccia da Hollywood

meola3 Il primo elogio me lo fece Dino Zoff, che allora allenava i portieri della Juve. Non mi conosceva nessuno. Erano i giorni in cui sognavo di giocare la Coppa del mondo: se da bambino mi avessero chiesto in quale Paese, avrei detto Italia e Usa. E andò così.
Vincenzo, mio padre, era arrivato in New Jersey nel '65. Io sono nato quattro anni dopo. Raccontava di aver giocato con l'Avellino in serie B. Forse qualche partita, di sicuro era la serie C. Era partito da Torella dei Lombardi, il posto in cui era nato anche il papà del regista Sergio Leone, negli anni Sessanta stavano andando via in molti: più o meno il 10 per cento della popolazione.

Campos e i maglioni con i colori del surf

jorge-campos-9 Voi non sapete quanto era forte Adolfo. Ottantuno milioni di persone e cento anni di pallone: noi messicani non avevamo mai avuto un grande portiere, e proprio io mi dovevo trovare davanti Adolfo Rìos. Un mostro.


jorge94Quando arrivai ai Pumas, il numero uno era lui. Solo che non mi andava certo di fare la riserva all'unico portiere buono che il Messico avesse tirato fuori dai tempi di Adamo ed Eva. Lasciate perdere Carbajal, io dico un portiere forte sul serio. Visto che c'era già Rios, chiesi di andare in attacco, me la cavavo anche coi piedi. Mi aveva insegnato tutto mio padre, che aveva messo su una squadretta nel quartiere a cui aveva dato il nostro cognome.
 

lunedì 7 luglio 2014

Goycochea e i rigori parati alle sorelle

goyco2 Diego disse Tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c'erano l'Italia e una semifinale mondiale.
Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a parare l'unico rigore che avrei dovuto prendere. Andreas Brehme, 1990, la finale contro la Germania. Feci mezzo passo avanti e mi lanciai sulla mia destra. Poteva tirare solo di là. Ma non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti e l'Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

domenica 6 luglio 2014

Ivkovic e i due rigori parati a Maradona

ivkovic3 Non conta solo il numero 10, non conta solo il numero 1. A calcio si gioca in undici e se quegli undici non funzionano tutti insieme, be', non si va da nessuna parte. Neppure se avete parato un rigore a Maradona, neppure se gliene avete parati due, com'è capitato a me, senza riuscire a batterlo mai. Quando arrivammo in Italia per giocare i Mondiali del '90, il nome Jugoslavia conteneva ansia e paura. La Slovenia aveva proclamato l'indipendenza economica a marzo, e a Zagabria, la mia città, Tuđman pronunciava parole simili. L'ultima amichevole prima della partenza era finita con il pubblico a tifare per l'Olanda: nell'unità garantita da Tito, la mia gente non si riconosceva più. Eppure, dovevamo essere una squadra, un gruppo solo. Si decise che fra di noi non avremmo mai parlato di politica.

sabato 5 luglio 2014

Lo scorpione di Higuita

higuita Dare gioia alla gente, alla fine questo conta. Averle strappato un sorriso con il tuo nome. Averla confortata un po' durante i suoi giorni. Se le persone si ricordano di te, ecco, allora ce l'hai fatta.
È stato un regalo del cielo aver incontrato Maturana. La sua idea del calcio era uguale alla mia. Lui diceva sempre che di pallone ce n'è uno solo, il segreto è conservarlo. Se lo tieni, non possono farti gol. Io l'ho giocato sempre con criterio, tranne quel pomeriggio maledetto a Napoli, contro il Camerun.

domenica 29 giugno 2014

Il passaggio all'indietro per Bonner

bonner Perdonatemi, se potete. È tutta colpa mia. Se avete dovuto imparare a giocare con i piedi. Se la vostra vita in campo è diventata più difficile. Se non potete più passeggiare col pallone in mano. Perdonatemi, portieri di tutto il mondo, colleghi, è solo colpa mia.
Dovevo fare quel che feci. Per me, per noi, per la nostra comunità, per la mia Irlanda. "Facci adunque un Principe conto di vivere e mantenere lo Stato: i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli, e da ciascuno lodati". Lo ha scritto Machiavelli, e quel giorno del resto eravamo in Italia. Palermo, 17 giugno 1990. La nostra seconda partita del girone. Contro l'Egitto. Eravamo in un girone dove pure un soffio avrebbe rotto l'equilibrio. Due pareggi alla prima giornata: noi contro gli inglesi e gli olandesi contro gli egiziani. Passavano le prime due, più le migliori terze. Insomma, sarebbe stato meglio vincere, ma la prima cosa da fare era non perdere. Con ogni mezzo.

giovedì 26 giugno 2014

Stejskal, l'ultimo cecoslovacco

stejsk Sui calci d'angolo dei tedeschi, decidemmo di mettere due uomini sulla linea. Accanto ai pali. Tre volte ci siamo salvati così, respingendo la palla un attimo prima che fosse gol, altre due volte con un paio di parate mie su Buchwald e Littbarski, ma ci fece gol su rigore Matthaeus. Io da una parte e il pallone di là. Faceva caldo a Milano, quel giorno. Uscimmo dai Mondiali del '90 ai quarti di finale. Senza sapere che la Cecoslovacchia, dopo, non ci sarebbe stata più. Di fronte avevamo l'ultima Germania ovest, il muro di Berlino era caduto l'anno prima, la squadra della loro riunificazione sarebbe nata di lì a poco, mentre per noi sarebbe cominciato il processo opposto. L'est si sbriciolava, presto sarebbe toccato a Praga.

martedì 24 giugno 2014

Rojas e la lametta nel guanto

condoro1 La vergogna è una belva che non andrebbe guardata mai negli occhi. Logora e corrode, marcisce, divora dall'interno. Forte e diabolico è l'uomo che sa vivere in sua compagnia, ignorandola, tenendola a bada laggiù, nel profondo di se stesso. Io non ce l'ho fatta, l'ho sputata fuori, la mia vergogna si chiamava Maracanã. Il piano era perfetto. Quasi. Vincere a tavolino in casa del Brasile. Ai Mondiali italiani dell'anno dopo sarebbe andata solo una squadra: o loro, o noi cileni. La partita di Rio era come uno spareggio. Il piano nacque per scherzo, in allenamento, a un certo punto caddi e il ct Aravena disse, Se vai a terra così anche allo stadio ci danno la partita vinta.