Gli italiani arrivarono all'ora di pranzo, e tutto quello che davvero era importante accadde prima che iniziasse la partita. Appena sceso dalla diligenza che percorreva la Ruta 68 tra Santiago e Valparaíso, Cesare Maldini corse a posare le sue tre valigie in camera, attraversando il profumo dei filari, dei fiori e delle empanaditas ripiene di carne d’agnello. Un paio di passi dietro di lui, Gigi Riva tirò fuori dalle tasche il foglietto a righe su cui una mano amica aveva scritto il nome dell’uomo a cui rivolgersi una volta giunti al pueblo, pochi chilometri dal lago Villarrica, per venire a capo del rebus con cui erano partiti dall’Italia, in questa missione quasi senza speranze per conto di Bearzot.
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mercoledì 6 giugno 2018
mercoledì 16 settembre 2015
Un giorno diremo: rovesciata alla Pinilla
La prima volta che accade può essere un caso, la seconda una coincidenza, la terza rivela un’attitudine. Ma alla quarta, eh, alla quarta c’è la prova, si scopre la verità: esiste una relazione fra un colpo e il suo autore. Anzi di più: il colpo e il suo autore sono la stessa cosa. Quel gesto è lui. Coincidono. E allora: Mauricio Pinilla uguale rovesciata. Non un copyright, ma certamente un marchio. La cosa è assai curiosa per uno dei tanti deppisti (da Johnny Depp) del calcio, un tipo rock, irriflessivo, eppure incline all’anti-eroismo, al punto da tatuarsi dietro la schiena l’immagine della sua sconfitta più cocente, una traversa colpita al 119’ contro il Brasile ai Mondiali. Pochi centimetri più giù e quella sera a Belo Horizonte sarebbe cambiata la storia del calcio di due Paesi: il Cile sarebbe tornato ai quarti di finale dopo oltre mezzo secolo, e al Brasile non sarebbe più toccato di prenderne sette dalla Germania.
giovedì 11 giugno 2015
Da Pinochet a Pinilla. La Generazione Democracia va alla Copa América
Pulirono tutto in un giorno, il sangue era sparso ovunque. La giunta militare portò via i prigionieri politici e addobbò l'Estadio Nacional di Santiago come se niente fosse, per giocare l'ultima partita di qualificazione ai Mondiali del '74. Alla Fifa andò bene così. Finsero di non sapere che lo stadio era diventato un campo di concentramento per i dissidenti e gli avversari di Pinochet. Non era il solo.Un centro di torture era diventato anche l'Elías Figueroa Brander a Valparaíso, la città de La Sebastiana di Neruda e il luogo in cui era nato don Augusto, al potere da soli due mesi. L'Urss, avversaria di quel Cile, non ne volle sapere di giocare. Non si presentarono. I cileni batterono la palla al centro e nell'altra metà vuota del campo fecero gol, trasformando la tragedia in farsa.
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Fu il primo passo di un lungo periodo buio. I giornalisti Carlos González Lucay y Braian Quezada hanno raccontato cosa accadde al calcio nel loro libro "A Discreción. Viaje al Corazón del Fútbol Chileno bajo la dictadura militar". Scrivono che con Pinochet capo supremo della nazione per tutto il '74 e poi presidente del Cile fino al 1990 "il clima di impunità che esisteva in Cile sul piano politico economico e sociale, doveva per forza contagiare il calcio (...) Nel governo militare si impose la formula del fine che giustifica i mezzi, senza codici morali né etici, il che generò accondiscendenza da parte di alcuni dirigenti di calcio verso il regime". Arrivò lo scandalo dei passaporti falsificati per il campionato sudamericano under 20 del 1979. Arrivò il grande imbroglio del portiere Rojas, la cosiddetta vergogna del Maracanã.
Leggi anche: Rojas e la lametta nel guanto
Già nel '91, a democrazia appena conquistata, il Cile aveva ospitato la manifestazione. Ora riapre i suoi stadi e si mostra al mondo per la prima volta dopo la morte di Pinochet, privo del tutto della sua ombra nera. Sia l'Estadio Nacional di Santiago sia l'Elías Figueroa Brander di Valparaíso sono tra i nove stadi di questa Copa América 2015. Paese e popolo si sono rialzati, la politica ha sostenuto il processo per la candidatura alla Coppa con investimenti rilevanti: Sebastián Piñera dispose a suo tempo un budget di 61 milioni di dollari, il costo finale è salito a 163 milioni. Santiago nel frattempo è stata eletta città più vivibile del Sudamerica (The Economist) e il rapporto del Cile col calcio è tornato gioioso. Un anno fa, prima della partenza della squadra per i Mondiali, i trentatré minatori intrappolati nel 2010 a San José diffusero un video con il quale spingevano la squadra: "Per un cileno niente è impossibile". I tifosi partiti per il Brasile misero paura al Maracanã cantando l'inno senza musica, poi al Brasile mise paura anche la squadra, la Roja, fermata prima da una traversa divenuta un tatuaggio sul corpo di Pinilla , poi dai calci di rigore, con il doppio shock per Gonzalo Jara: autogol e tiro sbagliato.
In queste settimane si stimano introiti nel Paese per 143 milioni di dollari grazie all'arrivo di almeno 80mila turisti. Come già in Brasile un anno fa per Dilma Rousseff e come spesso accade nel calcio, i risultati della nazionale di casa avranno un riflesso sullo stato di salute del governo: il gradimento di Michelle Bachelet è in calo. Ma soprattutto il Cile non ha vinto mai la Coppa. Ci riprova con la prima Generazione Democracia, un gruppo di calciatori che sono stati bambini senza la cappa nera di Pinochet sulla testa.
(la foto, dall'archivio de La Nación, è tratta da una gallery pubblicata sul sito del quotidiano cileno, qui: http://www.lanacion.cl/estadio-nacional-fotos-de-cuando-fue-centro-de-detencion/noticias/2013-09-06/141754.html)
il documentario Estadio Nacional (da youtube)
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martedì 26 maggio 2015
Sei chiodi storti
La breve felicità del tennis italiano sta compiendo quarant’anni. Panatta che vince prima Roma e poi Parigi in primavera; la squadra di Davis che con Barazzutti Bertolucci e Zugarelli accanto ad Adriano conquista la Coppa nel dicembre, sempre del ’76. Non era mai successo prima, né dopo più accadrà. In una stagione di angoscia e lutti, in un Paese che si è consegnato alla Dc, quella giovane nazionale con le racchette finisce dentro un corridoio di gloria e fortuna. Dario Cresto-Dina è andato a cercare uno per uno i protagonisti di quella stagione, compreso l’uomo che li guidava dalla panchina, Nicola Pietrangeli, per catturare con loro umori e atmosfera di quei giorni. Il sesto protagonista, il maestro Mario Belardinelli, non c’è più dal ’98.
Toccò, a quella squadra, giocare l’ultima partita sui campi di Santiago del Cile, da tre anni e tre mesi piegata alla dittatura di Augusto Pinochet. Il libro “Sei chiodi storti” (66thand2nd, 147 pagine, 17 euro) ricostruisce l’avvicinamento alla finale e il feroce dibattito che s’accese in Italia sull’opportunità di presentarsi in scarpette e pantaloncini candidi in un Paese insanguinato. È il racconto di un’Italia sconvolta dal terrorismo, ventuno morti - sarebbero diventati 120 quattro anni dopo - e in ginocchio sotto i provvedimenti economici del terzo governo Andreotti.
martedì 24 giugno 2014
Rojas e la lametta nel guanto
La vergogna è una belva che non andrebbe guardata mai negli occhi. Logora e corrode, marcisce, divora dall'interno. Forte e diabolico è l'uomo che sa vivere in sua compagnia, ignorandola, tenendola a bada laggiù, nel profondo di se stesso. Io non ce l'ho fatta, l'ho sputata fuori, la mia vergogna si chiamava Maracanã. Il piano era perfetto. Quasi. Vincere a tavolino in casa del Brasile. Ai Mondiali italiani dell'anno dopo sarebbe andata solo una squadra: o loro, o noi cileni. La partita di Rio era come uno spareggio. Il piano nacque per scherzo, in allenamento, a un certo punto caddi e il ct Aravena disse, Se vai a terra così anche allo stadio ci danno la partita vinta.
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domenica 11 maggio 2014
Olivares e la partita in 11 contro nessuno
Scoprimmo che ci fischiavano. Arrivammo in Germania e ce l'avevano con noi. Eravamo la squadra di Pinochet, ci eravamo qualificati grazie alla rinuncia dell'Urss, ma soprattutto con una partita diventata barzelletta. In Cile le cose andarono così. Il Palazzo della Moneda era caduto da due mesi. Settembre '73. "Ho fiducia nel Cile e nel suo destino", aveva detto Allende alla radio, poco prima di morire durante il golpe di Pinochet. Ci stavamo infilando nel buio. Chi si opponeva finiva allo stadio, il nostro, l'Estadio Nacional, a Santiago. Non c'era più posto per i gol, lo avevano trasformato in un gigantesco campo di concentramento per chi aveva idee diverse da quelle del generale.
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mercoledì 16 giugno 2010
Gli scrittori dei mondiali: Honduras-Cile
Una trentina di ragazzini scalzi e straccioni giocavano nel patio comune una partita di calcio con un pallone di pezza, gridando e dicendo parolacce come gli adulti di El Mango Verde.
(Ramón Amaya-Amador, Jacinta Peralta)
Il giorno del suo compleanno Pedro ebbe in regalo un pallone. Lui protestò perché ne voleva uno di cuoio bianco a bolli neri, come quelli che usano i giocatori professionisti
(Antonio Skàrmeta, Tema in classe)
(Ramón Amaya-Amador, Jacinta Peralta)
Il giorno del suo compleanno Pedro ebbe in regalo un pallone. Lui protestò perché ne voleva uno di cuoio bianco a bolli neri, come quelli che usano i giocatori professionisti
(Antonio Skàrmeta, Tema in classe)
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