La polizia municipale si presentò allo stadio un attimo prima che fosse battuta la palla al centro. Gli austriaci erano tutti schierati, secondo l’ordine che li aveva resi celebri nel mondo [1]. Josef Bican si spazientì perché aveva già piazzato la suola della scarpa sul pallone e nessuno fino a quel momento lo aveva mai obbligato a tirare il piede indietro. Ma il tenente era stato perentorio, aveva tra le mani un foglio di carta che non lasciava spiraglio agli equivoci, chiese di potersi appartare con i due allenatori e a loro per primi comunicò che la partita non poteva cominciare. Marcello Lippi aveva mezzo consumato il quarto Mercator della sua giornata, Hugo Meisl pensò che come al solito, con gli italiani di mezzo, c’era sempre qualche casino che spuntava, ma nessuno dei due aveva alcuna intenzione di rinviare.
“Ho qui la relazione definitiva della commissione d’inchiesta sulla staticità dei campi di calcio di tutta la Cacania” [2], disse il tenente allargando le braccia, quasi scusandosi, “e l’analisi finale della commissione di vigilanza sull'agibilità. Metà campo sorge su sottosuolo vuoto. Mi duole comunicarvi che non ci sono le condizioni di sicurezza necessarie per giocare”. Disse così, disse proprio: mi duole, e senza neppure attendere una replica, voltò le spalle e si avviò verso i cancelli ai quali mettere i sigilli.
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sabato 21 luglio 2018
mercoledì 6 giugno 2018
La partita dimenticata dell'Italia di Bearzot
Gli italiani arrivarono all'ora di pranzo, e tutto quello che davvero era importante accadde prima che iniziasse la partita. Appena sceso dalla diligenza che percorreva la Ruta 68 tra Santiago e Valparaíso, Cesare Maldini corse a posare le sue tre valigie in camera, attraversando il profumo dei filari, dei fiori e delle empanaditas ripiene di carne d’agnello. Un paio di passi dietro di lui, Gigi Riva tirò fuori dalle tasche il foglietto a righe su cui una mano amica aveva scritto il nome dell’uomo a cui rivolgersi una volta giunti al pueblo, pochi chilometri dal lago Villarrica, per venire a capo del rebus con cui erano partiti dall’Italia, in questa missione quasi senza speranze per conto di Bearzot.
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venerdì 16 marzo 2018
Cubillas, Varela e il pallone che guarisce l'acufene
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| Obdulio Varela nell'illustrazione di @a_jack_drawings (instagram) |
Sedicesimi di finale: Perù 1982-Uruguay 1950
Dove si dimostra che un gol ha quasi sempre a che fare con il sesso e con la morte
Il giorno della partita i giocatori del Perù si svegliarono tutti con un fischio all'orecchio destro, ma prima che se lo rivelassero l’uno con l’altro passarono sette ore e mezza. Geronimo Barbadillo se ne accorse mentre sistemava un paio di statuine in terracotta alle pendici di una montagna, affinché proteggessero i suoi vitigni dalla tramontana, e all'inizio scambiò il sibilo per una folata di vento. Juan Carlos Oblitas Saba e César Augusto Cueto Villa stavano giocando a ping pong usando come tavolo l’altare in legno di una chiesa sconsacrata, scoprendo così che mandare avanti e indietro una pallina sopra una rete è il passatempo più crudele, perché chi pensa perde senza via di scampo [1].
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lunedì 12 marzo 2018
Quando rapirono Nils Liedholm
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| L'illustrazione è a cura di @a_jack_drawings (instagram) |
Sedicesimi di finale: Svezia 1958 - Argentina 1986
Dove si ragiona su cosa vada insegnato ai ragazzini
“Rapiremo Nils Liedholm”. Le tre parole scritte su un foglio a quadretti vennero recapitate in albergo tra le mani del portiere alle dieci e un quarto di un giovedì sera, quando per lo spavento provato dinanzi alla faccia dell’uomo che sbiancava, la vecchia stiratrice si bruciò un dito nell'assestare una botta di calore a un colletto inamidato. Il portiere si chiamava Kalle Svensson, ed essendo l’ultimo di dodici figli aveva affinato l’arte di catturare l’attenzione facendo la cosa giusta nel momento giusto. Perciò strappò il ferro di mano alla donna e prese a salire le scale a quattro a quattro, perché così s’era sempre detto, altrimenti per l’ansia a sei a sei le avrebbe fatte, a nove a nove anzi, e comunque mai in numero che non fosse multiplo di tre. Con la piastra in alluminio dell’arnese, Svensson vibrò un colpo alla porta del compagno Nils, spaccò la serratura, e una volta messo piede in camera, scoprì che la lettera diceva il falso. Non avrebbero rapito Liedholm. Liedholm lo avevano rapito già.
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giovedì 22 febbraio 2018
Hanno tagliato le scarpe a Valderrama
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| Illustrazione a cura di @a_jack_drawings (Instagram) |
Dove si riflette sulla vanità del colpo di tacco
English version, abstract >>> Here
Ventidue paia di scarpe da calcio non si trovano dalla sera alla mattina con la tomaia tagliata all'altezza della punta, tutte là, per una combinazione. Sin dal primo istante fu chiaro a tutti che non poteva trattarsi di un caso, né di una qualunque altra circostanza che escludesse un movente, un mandante e un esecutore. L’evento eccezionale, alla vigilia della partita più importante nella storia del paese, scatenò la fantasia del popolo e di quelli che avevano intenzione di guidarla.
I conservatori parlarono di un’azione dimostrativa agli occhi dell’opinione pubblica mondiale e incolparono i leader della lotta contadina impegnati contro le multinazionali della frutta. I liberali sostennero l’evidenza di un’impronta reazionaria affrettandosi ad attribuirla ai vertici delle forze militari in pensione, spaventate si disse dalla gioia che il calcio avrebbe messo in circolo nella vita della nazione. Su un trenino giallo a tre vagoni partito alle undici del mattino dalla vallata, procedendo a non più di trenta chilometri all'ora, dopo un viaggio umido e lento nella terra dei banani e richiamato dalla solennità di quel mistero, giunse allora allo stadio di Macondo il Grande Scrittore, seguito da centinaia di persone in moto e in bicicletta lungo la strada che alla ferrovia correva parallela.
martedì 13 febbraio 2018
Garrincha e la trappola del Belgio
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| L'illustrazione è di A.Jack199 (instagram) |
Sedicesimi di finale: Belgio ’82/86 vs Brasile ’58
Dove si mostra perché si chiama trappola del fuorigioco
I guardalinee baschi arrivarono al campo in groppa a due asini dei Pirenei, e quando scoprirono che le loro bandierine erano state rubate, si alzò improvviso il vento della malevolenza. Non c’era rimedio di cui qualcuno fosse convinto oppure si fidasse. Le indagini si tennero col consueto rigore, in strada e fin sull'uscio del commissariato, sulla scorta di supposizioni, castelli in aria e pettegolezzi. Intorno ai tavoli delle osterie di Alegem [1], il furto diventò il più discusso fra gli argomenti della popolazione, mettendo in secondo piano le accese divergenze che da tempo si manifestavano a proposito delle gabelle sul grano e sulla qualità delle carrozzine cromate per bambini, prodotte dalla ditta del villaggio.
Ai brasiliani non parve vero di poter proporre una partita giocata senza la regola del fuorigioco, da qualche tempo l’arma più temibile dei belgi, i quali ovviamente accolsero l’invito come una provocazione o come il maldestro tentativo di essere resi monchi [2]. Perciò si industriarono per offrire ai signori Xavier Gaínza Pereira e Antonio Gorostiza Rojo, che nel frattempo avevano voltato i musi dei loro ciuchi per tornare a casa, un paio di bandiere sventolate al campo sin dal mattino da un venditore fiammingo di pastelli a cera e da una anziana sarta vallone, la quale ai bordi del suo drappo aveva peraltro ricamato un bel merletto. A quel punto fu l’allenatore sudamericano a rizelarsi, Vicente Feola, richiamando alla memoria prima e sulle labbra poi, certi malocchi del Cilento che suo padre aveva fatto in tempo a riferirgli quando erano attraccati a San Paolo, lasciandosi alle spalle il mezzogiorno d’Italia. “Io una partita con dei guardalinee che sventolano la bandiera del Belgio non la voglio giocare” disse, e dell’ipotesi smise di parlare. I baschi, dal canto loro, neppure presero in considerazione l’ipotesi di agitare nell'aria stracci e maglioni che le lavandaie offrirono tornando dal pozzo. Gli pareva una perdita di autorevolezza e come dei re Magi al contrario, umiliati e offesi, si rimisero in cammino.
martedì 6 febbraio 2018
Meazza, Kempes e le matite spezzate
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| L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram) |
Sedicesimi di finale: Italia '34/'38 vs Argentina '78
Della natura politica del calcio
Il ministero della cultura confermò con un fonogramma urgente che dopo la mezzanotte del venerdì sarebbe arrivato il sabato, e gli italiani vestiti di scuro non ne vollero sapere di far cominciare la partita prima di averlo degnamente celebrato. Le squadre di calcio vennero allora bloccate nel tunnel cinque metri sotto terra, dove ancora non sospettavano che sarebbero rimaste ore e ore. Gli argentini stavano ancora infilando i calzettoni. Dentro lo stadio del paese giungevano suoni di campanelli e squilli di trombetta, ma così piccolini e soffocati che parevano sibili di zanzare, come usciti da ruote di un carro fasciate di stoppa e cenci. Lungo le piazze si vedevano teatrini di tela affollati di bambini, e sui muri delle case alcune scritte col carbone [1]. I ragazzi più coraggiosi si lanciavano dentro cerchi di fuoco e maneggiavano moschetti di legno, mentre le ragazze in camicetta bianca e gonna nera facevano roteare bandiere e clave.
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lunedì 29 gennaio 2018
Platini e la barriera di piume
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| L'illustrazione è opera di @a.jack199 |
Sedicesimi di finale: Germania 2014 - Francia 1982/1986
Dove si evince l'immenso potere di una punizione
English version, abstract >>> here
A un minuto dalla fine Michel Platini sbuffò e si lasciò cadere. Aveva il gomito avvitato nell'erba, il mento appoggiato al palmo della mano e adesso aspettava che i tedeschi la smettessero di sollevare inutili questioni. Dall'alto del ruolo di campioni in carica, tenevano in ostaggio il pallone e chiedevano di esporre le proprie ragioni a qualcuno che stesse un po’ più su di questo arbitro scelto chissà da chi, un birraio di Gand dalla faccia rossa e i capelli bianchi come la schiuma, convinto d'essere credibile mentre in fiammingo impartiva l'ordine di proseguire, andare avanti, continuare e chiudere la partita come nulla fosse, ché presto o prestissimo quei dieci corvi dagli alberi calati fin sul campo sarebbero volati via lontano: a lui non pareva bizzarro neppure che fossero alti un metro e ottantadue.
mercoledì 10 maggio 2017
Irregolarità nel tesseramento di Maradona: revocati gli scudetti al Napoli
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| 10 maggio 1987-2017: 30 anni scudetto Napoli |
L’uomo che dovete immaginare ha un telefono tra le mani. Un fisso. Il filo attorcigliato. È seduto alla scrivania del suo ufficio – l’uomo, non il telefono. Fa il produttore. È ricco, frequenta donne magnifiche e per punizione la vita lo costringe a parlare con gli Arteteca. Questo sta facendo, adesso. Parla con loro. Discutono di soldi, o forse di battute da pronunciare nel prossimo film di Natale. L’uomo dialoga senza troppo trasporto. Senza passione, si direbbe. Con sofisticato distacco. È lavoro. Se al lavoro si dona la passione, il lavoro se ne approfitta.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.
Nella stanza accanto, una donna su una orribile sedia girevole bianca. Ha un computer acceso di fronte a sé. Un vasetto di vetro in cui sono infilati due evidenziatori – uno giallo, uno verde – una matita, una manciata di semi che profumano di qualcosa, un tubetto di colla. Un foglio Excel aperto sullo schermo. L’icona di facebook in basso a destra. Senza troppi svolazzi: il cliché della segretaria. Con le unghie lunghe smaltate di bianco digita sul centralino tre cifre. L’interno del Dottore. Lei lo chiama così da tanto tempo. Dottore.
“Una telefonata urgente per lei”, gli dice.
Più urgente degli Arteteca, vorrebbe aggiungere.
Il Dottore allora chiude il primo fronte, commuta la propria personalità sulla modalità Presidente di squadra di calcio, alza il telefono e ascolta. Non fa altro. Ascolta. Sarà passato un minuto ma pare un’eternità. Un minuto in cui fissa il vuoto, recepisce, incamera, assembla e partorisce in estrema sintesi la propria replica.
“Nun me ne po’ frega’ de meno”.
***
Quando una voce ferma e contrita comunicò la sciagurata notizia al Calcio Napoli, la città stava celebrando gli 880 anni della presa di Ruggero il Normanno, i 370 della Repubblica Napoletana, i 280 del teatro San Carlo, gli 80 anni della Mostra d’Oltremare, i 50 della morte di Totò e con rispetto parlando, senza offesa per nessuno, i 30 anni dello scudetto. Ricordare è la cosa che a Napoli riesce meglio. Ma chissà perché, pur avendone vissuti due, i napoletani dicono: lo scudetto. Al singolare. Come se fosse esistito solo il primo, il lavacro collettivo di un lungo scuorno, sufficiente a saziare la fame di successi passati e futuri. Lo scudetto. Quello là. 10 maggio '87. Le istituzioni invece possiedono meno romanticismo. Così la Federcalcio, al Napoli, li tolse tutti e due. Con un comunicato ufficiale, che seguì di circa 30 minuti l’anticipazione della notizia data in privato al Presidente, e di altri 10 una breaking news lanciata da Gianluca Di Marzio sul suo sito e nel sottopancia da Sky, la giustizia sportiva dichiarava revocati il titolo di campione d‘Italia del 1987 e del 1990. Proprio nel giorno dell'anniversario. Una crudeltà mascherata da giustizia.
giovedì 13 ottobre 2016
Un salone così grande
La prima volta che misi piede in casa sua, il professor Borraccia aveva lasciato sul fondo di una ceneriera scorie di sigarette, saranno state almeno una dozzina. Pareva si fosse divertito a sminuzzare in residui di polvere il suo vizio e a tenerlo parcheggiato chissà da quante ore di proposito laggiù, a una profondità da cui esalava per noialtri un castigo senza scrupoli. La seconda volta al fumo pareva essersi concesso perfino più generoso, e dalla terza in poi non ne parliamo. Non si trattava di amnesia, questo mi fu presto chiaro: era una cattiva abitudine. Lui accumulava rimasugli puzzolenti, a me toccava invece liquidarli. Non c’era nulla che mi desse più fastidio. In quell’appartamento di via Labicana avrebbero potuto chiedermi di strigliare il pavimento in marmo fino a spaccarmi la schiena, di stirare una giogaia di camicie, di preparare la cena per un corpo d’armata, di dare acqua alla Brighamia insignis e all’Adenium Obesium, di lustrare vetri e tapparelle due volte a settimana - questo e altro avrebbero potuto chiedermi, e io non avrei detto niente. Tutto compensava la vista dal terrazzo, il parco del colle Oppio e oltre lo sguardo l’ombra del Colosseo; all’orizzonte opposto il campanile di santa Maria maggiore, settantacinque metri ficcati nel cielo di Roma come la lancia nel costato di Cristo. Tutto accettavo e avrei accettato, tranne mettere le mani in quella montagna di cenere accumulata senza un perché, al chiuso di un salone.
mercoledì 9 marzo 2016
I tiri in porta di Manoel Mosquito
L’Italiano li aveva riconosciuti senza che loro neppure facessero rumore, come in genere arrivano le sventure, silenziose, contromano. Era sceso dal marciapiede e aveva attraversato la strada, scavalcando una lattina di birra vuota lasciata lungo le strisce pedonali e certi miraggi di premonizione; e nell'attraversare le strade di Rio, stuprate dai lavori per le Olimpiadi, guardando dal finestrino posteriore quella infinita catena di speranze che il tempo si sarebbe preoccupato di frustrare, ebbe all'improvviso chiaro cosa avrebbe chiesto in cambio per questa storia che stava cominciando.
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venerdì 6 novembre 2015
La nebbia mise fine al Milan di Sacchi
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giovedì 15 gennaio 2015
Il millesimo gol mai segnato da Pelé
E se si fosse buttato apposta? L’arbitro Manuel Amaro de Lima ebbe un momento di incertezza. Solo un attimo. Impossibile. Quello era Pelé. Il grande Pelé. L’immenso Pelé. Il loro Pelé. O Rei. Un re non si tuffa, un re viene abbattuto. Allora gettò via i dubbi, mise il fischietto tra le labbra e soffiò. Undici minuti alla fine. Calcio di rigore per il Santos. Il momento che la gente aspettava.
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venerdì 9 marzo 2012
L'ultima finzione di Borges: "Chi è più grande tra Messi e Maradona"
Professor Jorge Luis Borges, ha visto di cosa parlano i giornali in tutta Argentina?
“E’ da un pezzo che non leggo più giornali. Di che si tratta?”.
Si chiedono se Messi sia più grande di Maradona.
“Giovanotto, lei ha davvero fatto questo lungo viaggio per chiedermi questo?”.
Volevo chiederle chi dei due preferisce.
“Non mi interessa saperlo. Anzi, io credo che nessuno dovrebbe indagare dentro di sé per sapere se preferisce Messi o Maradona”.
Perché dice così?
“Perché la gloria è una forma di incomprensione, forse la peggiore. Dunque stiamo parlando di due incompresi. Si può scegliere un migliore fra due incompresi?”.
Possiamo almeno parlare un po’ di calcio?
“Il calcio mi pare una sublime forma di noia”.
Non le piace?
“Mi piaceva giocarlo. Però lo detesto. Voglio dirlo meglio: lo detesto perché mi piaceva giocarlo. Non so se mi segue”.
Ci provo.
“Il calcio è un gioco brutale che non richiede alcun coraggio speciale. Nessuno si gioca la vita. Credo che a nessuno interessi veramente il calcio”.
Professore, il calcio è lo sport più popolare del mondo.
“Il calcio è popolare perché la stupidità è sempre popolare”.
E’ così che spiega gli stadi pieni? Con la stupidità?
“Ah, ma la gente allo stadio non va mica per il calcio. Alla gente interessa solo che vinca quello o quell'altro. Non ho mai sentito qualcuno dire: sono tifoso del San Lorenzo, ma come sono contento che abbia vinto il Boca”.
Lei non ha mai avuto una squadra per cui fare il tifo?
“Da bambino me lo chiedevano sempre. Io rispondevo che di calcio non sapevo nulla. Allora gli amici ribattevano che poiché eravamo di quel barrio là, dovevo dire che tifavo per il San Lorenzo”.
Lei tifava per la squadra di Lavezzi?
“Piano piano scoprii che il San Lorenzo non vinceva mai. Allora un giorno lo dissi ai miei amici, risposero che non c’entrava niente, che il fatto di vincere o perdere era secondario, e in questo avevano ragione. Dissero che potevo tifare per il San Lorenzo perché era una squadra scientifica”.
In che senso scientifica?
"Che non sapeva vincere. Ma che lo faceva meglio di tutti”.
Professore, lei è morto il 14 giugno del 1986.
“Giovanotto, lei è pedante. Conosce solo cose ovvie”.
“E’ da un pezzo che non leggo più giornali. Di che si tratta?”.
Si chiedono se Messi sia più grande di Maradona.
“Giovanotto, lei ha davvero fatto questo lungo viaggio per chiedermi questo?”.
Volevo chiederle chi dei due preferisce.
“Non mi interessa saperlo. Anzi, io credo che nessuno dovrebbe indagare dentro di sé per sapere se preferisce Messi o Maradona”.
Perché dice così?
“Perché la gloria è una forma di incomprensione, forse la peggiore. Dunque stiamo parlando di due incompresi. Si può scegliere un migliore fra due incompresi?”.
Possiamo almeno parlare un po’ di calcio?
“Il calcio mi pare una sublime forma di noia”.
Non le piace?
“Mi piaceva giocarlo. Però lo detesto. Voglio dirlo meglio: lo detesto perché mi piaceva giocarlo. Non so se mi segue”.
Ci provo.
“Il calcio è un gioco brutale che non richiede alcun coraggio speciale. Nessuno si gioca la vita. Credo che a nessuno interessi veramente il calcio”.
Professore, il calcio è lo sport più popolare del mondo.
“Il calcio è popolare perché la stupidità è sempre popolare”.
E’ così che spiega gli stadi pieni? Con la stupidità?
“Ah, ma la gente allo stadio non va mica per il calcio. Alla gente interessa solo che vinca quello o quell'altro. Non ho mai sentito qualcuno dire: sono tifoso del San Lorenzo, ma come sono contento che abbia vinto il Boca”.
Lei non ha mai avuto una squadra per cui fare il tifo?
“Da bambino me lo chiedevano sempre. Io rispondevo che di calcio non sapevo nulla. Allora gli amici ribattevano che poiché eravamo di quel barrio là, dovevo dire che tifavo per il San Lorenzo”.
Lei tifava per la squadra di Lavezzi?
“Piano piano scoprii che il San Lorenzo non vinceva mai. Allora un giorno lo dissi ai miei amici, risposero che non c’entrava niente, che il fatto di vincere o perdere era secondario, e in questo avevano ragione. Dissero che potevo tifare per il San Lorenzo perché era una squadra scientifica”.
In che senso scientifica?
"Che non sapeva vincere. Ma che lo faceva meglio di tutti”.
Professore, lei è morto il 14 giugno del 1986.
“Giovanotto, lei è pedante. Conosce solo cose ovvie”.
venerdì 4 giugno 2010
Il cielo sopra Johannesburg
Ultima pregunta, disse la signorina. L'ultima, davvero. Javier Alejandro Mascherano aveva alzato la coppa ormai da un'ora oltre il profilo disegnato dalla Boogertman & Partners per lo stadio Soccer City, e nel cielo aveva spinto le braccia su, più su - le sue e quelle di tutta l’Argentina campione del mondo - oltre Hillbrow, oltre Sentech Tower, con la forza innaturale e misteriosa di un uomo appena uscito da una pagina di Cortàzar. Un’ora. E da quell’istante Messi stava seduto lì, davanti al microfono, a rispondere, a rispondere, e ancora a rispondere. A raccontare come aveva trasformato il sinistro in un punteruolo per il gol dell’uno a zero, come lo aveva modellato in un cucchiaio per la punizione del due a due, come la testa era diventata miracolosamente lignea per il colpo del tre a due, e come aveva trovato la forza per partire da centrocampo, allungare il passo davanti a Gerrard, saltare Lampard, accelerare di fronte a Glen Johnson, scartare Ashley Cole, fare il tunnel a Rio Ferdinand e finalmente mettere la palla in porta, pareggiando così al 94’ il gol di mano - sì di mano – segnato da John Terry. Argentina-Inghilterra 4-4, la finale più incredibile della storia. E non era finita.
mercoledì 9 gennaio 2008
Birra, vino e cocktail
Credo d'essere morto così. Per una fotografia sfondo seppia e un estratto di nascita. Mio padre se ne stava in posa avvolto in una canottiera bianca, col fucile a tracolla e i baffetti radi, il ventre pingue, sotto braccio a un'appetibile ragazza somala, lasciva e candida. Avevo imparato da sempre a considerarla l'immagine scandalo della casa, finché non divenne un velo spalancato su altri tormenti. L'appresi dal confronto fra due date, quella del mio compleanno e dello scatto africano. Inconciliabili. Una delle due truffava. O lui era partito tardi per le campagne di guerra oppure ero io a essere arrivato troppo presto. Indagai. Seppi che le date non baravano, seppi che esisteva una terza via. Insomma, il certificato della mia venuta al mondo finì per sollevare l'uomo che chiamavo babbo da ogni responsabilità biologica. Quando l'ho scoperto, c'è voluto poco a ricostruire il resto. La faccio breve. In piena Resistenza, i tedeschi rastrellavano l'Italia, e mia madre se li fotteva.
lunedì 25 ottobre 2004
Il tempo di mister Lambert
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