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venerdì 16 marzo 2018

Cubillas, Varela e il pallone che guarisce l'acufene

Obdulio Varela nell'illustrazione
di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Perù 1982-Uruguay 1950
Dove si dimostra che un gol ha quasi sempre a che fare con il sesso e con la morte

Il giorno della partita i giocatori del Perù si svegliarono tutti con un fischio all'orecchio destro, ma prima che se lo rivelassero l’uno con l’altro passarono sette ore e mezza. Geronimo Barbadillo se ne accorse mentre sistemava un paio di statuine in terracotta alle pendici di una montagna, affinché proteggessero i suoi vitigni dalla tramontana, e all'inizio scambiò il sibilo per una folata di vento. Juan Carlos Oblitas Saba e César Augusto Cueto Villa stavano giocando a ping pong usando come tavolo l’altare in legno di una chiesa sconsacrata, scoprendo così che mandare avanti e indietro una pallina sopra una rete è il passatempo più crudele, perché chi pensa perde senza via di scampo [1].

venerdì 17 luglio 2015

Il 16 luglio di Ghiggia

IL 16 LUGLIO di Alcides Ghiggia è come il 23 aprile di William Shakespeare. Dentro c'è tutto. L'inizio e la fine. Per chi ama i simboli: è una ruota, un serpente che si morde la coda, il tempo circolare. Qualcuno direbbe: la perfezione.

lunedì 14 aprile 2014

Mazurkiewicz e la finta di Pelé

Magari voi il barrio Sayago neppure lo conoscete, il quartiere della ferrovia, a nord di Montevideo, dove abitano gli scrittori, dove una volta ci tenevano rinchiusi gli schiavi. Ma quando io entrai al Parque Osvaldo Roberto, lo stadio del Racing al barrio Sayago, avevo in mente una cosa sola. Diventare un calciatore. Uno vero, dico. Guadagnarmi la vita col pallone. Ero mediocampista. Sì, centrocampista. Lo ero dentro di me. Nella mia testa, voglio dire. Perché è là che succedono le cose, in mezzo al campo. E io là volevo stare. Solo che arrivo al Parque e mi fanno Ehi tu ragazzo, Chiquito, mettiti in porta che oggi manca uno dei nostri. In porta, io. Bah. Comunque vado. Quel giorno ho imparato che se ti chiedono una cosa che non hai intenzione di fare per il resto della vita, ecco, devi farla bene per senso del dovere, ma non devi farla benissimo, altrimenti ti incastrano.

domenica 29 dicembre 2013

Quanto è buono il cattivo Suárez

Gli inglesi conoscevano Shylock, Iago e Aronne il moro. Più cattivi di loro chi c'era? Poi è arrivato Luis Suárez, e tutti i villains di Shakespeare sono spariti dalla scena.
Il perfido Luis. Il ragazzo che si tuffa in area per ingannare gli arbitri. Quello che prende la palla con la mano sulla linea di porta durante i quarti di finale dei Mondiali e scatena il dramma di Asamoah e del Ghana. Il razzista che insulta Evra. Il violento che morde Ivanovic come se all'improvviso si sentisse il peggior Tyson e si becca 10 giornate di squalifica. Soprannome: il Pistolero. Come chiudere un cerchio.

martedì 6 luglio 2010

Gli scrittori dei mondiali: Olanda-Uruguay

Il totaalvoetbal rispecchiava la mentalità di una città libera, piena di idee nuove, sessualmente emancipata, democratica. Il nostro calcio era ed è leggero, d'attacco, quanto quello del Feyenoord è fisico, difensivo, un po' operaio. È un problema di aria e terra. Amsterdam è sempre stata una città artistica, effervescente, mentre Rotterdam, completamente distrutta dopo la guerra, ha dovuto lavorare sodo e sgobbare per rimettersi in piedi. Andare a vedere l'Ajax è come andare al teatro, si applaude solo quando ne vale la pena.
(H. J. Gortzak)

La maglia celeste era la prova dell'esistenza di una nazione: l'Uruguay non era un errore. Il calcio tirava fuori quel paese minuscolo dall'ombra di un anonimato universale.
(Eduardo Galeano)

venerdì 11 giugno 2010

Gli scrittori dei mondiali: Uruguay-Francia

Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo; durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese.
[Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio]

Il calcio è la metafora dell'esistenza
[Jean-Paul Sartre]

sabato 27 marzo 2010

Barbosa, la vittima del Maracanazo


Mentre salivano le scalette che dagli spogliatoi del Maracanã portavano al campo, Obdulio Varela detto El Jefe prese in disparte il suo compagno Omar Míguez e gli disse: "Guarda che faccia da stupido ha il portiere, vorresti farmi credere che proprio tu non sei in grado di segnargli almeno due gol?" Il portiere ero io. Moacir Barbosa. Il primo portiere nero nella storia del Brasile. E me l'avrebbero fatta pagare. Ci bastava un pareggio nell'ultima partita del Mondiale, nel nostro stadio, per vincere la Coppa. Non esisteva finale nell'edizione del '50, il titolo sarebbe stato assegnato da un girone, Brasile-Uruguay decideva tutto. Come ha scritto Eduardo Galeano, "per vedere quella partita, i moribondi rinviarono la loro morte e i neonati si sbrigarono a nascere". Il 16 luglio del '50.
È stato il calcio a fare del male a me. Da quel giorno lì, da quel gol che avrò rivisto un milione di volte in vita mia. A nove minuti dalla fine del Mondiale, l'uno a uno ci rendeva campioni. Come credevano tutti, come volevano tutti. Tranne gli uruguagi. Pensavamo già alla folla e alla sua festa, ai motori delle limousine che si sarebbero accesi, fra poco si va, fra poco alziamo la Coppa. E poi successe. Il Maracanaço, il disastro del Maracanã.

giovedì 25 marzo 2010

Ballestrero, campione per caso

Tornammo negli spogliatoi e uno dei miei si gettò a terra piangendo. Non possiamo perdere, diceva, loro sono argentini e noi uruguayani. Lo disse in quel modo tutto nostro, di noi sudamericani, quel modo cioè in cui impastiamo la tragedia pure alle piccole cose della vita. Nello stadio soffiava un vento di angustia. Noi sudamericani diciamo spesso frasi così.
Era tutta colpa mia, io, Enrique Ballestrero, 25 anni, il portiere della Celeste, la nazionale di casa. Eravamo il primo Paese latino americano con il suffragio universale. Eravamo il primo Paese in cui i neri potevano giocare insieme ai bianchi, i figli degli spagnoli e i figli degli italiani, mentre Artur Friedenreich, figlio di un tedesco e di una donna africana, in Brasile era costretto a cospargersi il volto di polvere di riso per nascondere il colore della pelle. Eravamo i primi a ospitare la Coppa del mondo di calcio. E poi c'ero io. Intorno a me sapevano che sarebbe successo, sentivano che non sarei stato all'altezza della finale di un campionato del mondo, erano certi che li avrei traditi. Come poteva l'Uruguay vincere la prima coppa del mondo con un portiere che in nazionale non c'era stato mai? Quel portiere: io.