giovedì 25 marzo 2010

Ballestrero, campione per caso

Tornammo negli spogliatoi e uno dei miei si gettò a terra piangendo. Non possiamo perdere, loro sono argentini, noi uruguayani. Lo disse in quel modo tutto nostro, di noi sudamericani, quel modo in cui impastiamo la tragedia pure alle piccole cose della vita. Nello stadio soffiava un vento di angustia. Noi diciamo frasi così. Era tutta colpa mia, io, Enrique Ballestrero, 25 anni, il portiere della Celeste, la nazionale di casa. Intorno a me sapevano che sarebbe successo, sentivano che non sarei stato all'altezza della finale di un campionato mondiale, che li avrei traditi. Come poteva l'Uruguay vincere la prima coppa del mondo con un portiere che in nazionale non c'era stato mai? Quel portiere: io.

D'accordo, lo so, lo so, mancavano l'Inghilterra, l'Italia, l'Austria, la Spagna, l'Ungheria e la Cecoslovacchia. Lo so, e allora? Nel 1930 volevamo vincere lo stesso quel Mondiale. Campeones, campeones: l'avremmo gridato uguale. Solo che a tutto c'è un limite, e il limite per loro ero io, adesso che l'Argentina era avanti 2-1 all'intervallo.
La loro sfiducia s'era incollata alla mia pelle. Sarebbe stato meglio avere Andrés, lui sì che li avrebbe fatti vincere, Andrés Mazzali, il titolare, uno vero, il portiere che aveva trascinato l'Uruguay a due ori consecutivi alle Olimpiadi, qualche anno prima aveva persino vinto il titolo sudamericano dei 400 ostacoli. Altro che me. Solo che Alberto Suppicci, il nostro ct, uomo scontroso, si era preso il lusso di passare alla storia come un sergente. Aveva beccato Mazzali che rientrava in ritiro di notte, in punta di piedi e con le scarpe in mano. Eravamo chiusi in quel maledetto albergo di Montevideo da 8 settimane e si scoppiava. Mazzali scappò, si fece scoprire. Disse che non ne poteva più di stare lontano dalla moglie, Ma quale moglie gli rispose Suppicci, e dalla moglie lo rispedì davvero. Via. Fuori dalla nazionale. Gioca Ballestrero. Ballestrero chi?, fecero quelli della squadra. L'unico Ballestrero che c'è in mezzo a noi. Io. Bello scherzo Suppicci, gli risposero. Ma Suppicci non scherzava. Mazzali tornò a casa e in campo andai io.

Nelle prime due partite me l'ero anche cavata. Con Perù e Romania senza prendere un gol. In semifinale con la Jugoslavia era stato tutto facile facile, 6-1, troppo forti noi. Ma la finale? I loro tifosi erano arrivati a Montevideo con dieci battelli, i giornali uruguayani scrissero: Attenti, che nemmeno un revolver attraversi il confine. C'era nebbia, otto di quei dieci battelli sarebbero arrivati a partita già cominciata. Fortuna che l'arbitro viaggiasse sul primo. I calciatori argentini s'erano presentati in campo con uno spezzato grigio, come a un gala. Avevano un appuntamento con la coppa.
I pensieri contrari dei miei compagni li colsi tutti. Uscii dallo spogliatoio, sulle scale sentii un mormorio. E' con me che ce l'avevano, e quella fu la scossa. Giocai un secondo tempo senza errori. Il resto lo fecero loro, i ragazzi della Celeste. Da 1-2 a 3-2. All'ultimo minuto vidi libero Cea e gli passai la palla, lui la diede a Castro e facemmo 4-2. Finita. Campioni. Al diavolo Mazzali, ditemelo adesso che era meglio lui. Due argentini raccontarono di minacce di morte subite prima della partita, l'Uruguay arrivò a a rompere le relazioni diplomatiche, che cos'è il calcio. Ma io ero campeòn. Il treno era passato, c'ero salito, Mazzali invece era rimasto con il biglietto in una mano, le scarpe nell'altra.

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