martedì 31 dicembre 2013

Combi, il Lord che portava i maglioni

Tutti noi della nazionale italiana ci presentammo intorno al letto di Ceresoli. Meazza, Rosetta, Orsi, io. Il ct Pozzo sperava in silenzio, poi in ospedale arrivò il medico e Pozzo smise di sperare. Toccò il braccio sinistro al portiere dell'Inter e disse che era rotto. L'omero. E' spezzato. Se lo era fratturato in allenamento per parare un tiro di Pietro Arcari, lanciandosi, del resto si buttava anche quando non serviva. Ceresoli non parlò, lo fece Pozzo, mi guardò e sussurrò in piemontese che sarebbe toccato a me. Mancavano 12 giorni al mondiale del '34 e io, Gianpiero Combi, mi misi a piangere.

L'isolamento di Mughini

Le mani che si muovono nell'aria, la risata gonfia che rimbomba dentro un appartamento mai banale in ogni suo oggetto. Giampiero Mughini, 74 anni, è Mughini in ogni parola, immerso dentro quelle stanze che sono il cuore del suo libro di memorie, Una casa romana racconta (Bompiani, 288 pagine, 18 euro). Dove Trastevere diventa Monteverde. Il dramma dei vicini ebrei durante il rastrellamento del '43, la Bologna del '77, Kate Moss, la passione per il collezionismo di volumi antichi. E poi la politica e i giornali: i suoi vecchi amori. Pagine solo in apparenza senza un filo, viene spontaneo accostarle a La casa della vita di Mario Praz (Adelphi, 1960). "Sarebbe stato folle gareggiare con un libro inarrivabile", dice Mughini. 

domenica 29 dicembre 2013

Quanto è buono il cattivo Suárez

Gli inglesi conoscevano Shylock, Iago e Aronne il moro. Più cattivi di loro chi c'era? Poi è arrivato Luis Suárez, e tutti i villains di Shakespeare sono spariti dalla scena.
Il perfido Luis. Il ragazzo che si tuffa in area per ingannare gli arbitri. Quello che prende la palla con la mano sulla linea di porta durante i quarti di finale dei Mondiali e scatena il dramma di Asamoah e del Ghana. Il razzista che insulta Evra. Il violento che morde Ivanovic come se all'improvviso si sentisse il peggior Tyson e si becca 10 giornate di squalifica. Soprannome: il Pistolero. Come chiudere un cerchio.

sabato 28 dicembre 2013

Oscar Bonfiglio e il primo rigore parato

Erano le tre del pomeriggio, faceva freddo e pioveva. Battemmo noi la palla al centro, poi passarono diciannove minuti. In 19 minuti si combattono poco più di sei round di boxe, in 19 minuti Paavo Nurmi corre sette chilometri, in 19 minuti io presi il primo gol della partita, segnò un tale Lucien Laurent, Francia 1 Messico 0, il primo gol nella storia dei Mondiali di calcio. Raccolsi il pallone dalla rete e pensai a mio padre, Manuel Bonfiglio García, il generale Manuel Bonfiglio García, che prima di partire mi aveva detto Il Messico lo puoi servire con le armi ma anche parando un calcio di rigore. Lui aveva scelto le armi, io avevo preso gol. Si occupava della paga delle truppe di Álvaro Obregón, nel pieno della nuestra Revolución. Obregón si era unito a Carranza contro Zapata e Villa, poi era stato presidente fra il '20 e il '24, riforme agrarie, alleanza con gli Usa, politica anticlericale, ecco chi era Obregón. Noi, i Bonfiglio, origini italiane, stavamo dalla sua parte.

giovedì 12 dicembre 2013

Federico Fellini e i 40 anni di Amarcord


Fellini (ritratto di Tullio Pericoli)
Quarant'anni fa in questi giorni usciva Amarcord. Non è che sia un film di nicchia, ci sono abbastanza saggi in giro sul capolavoro di Fellini e su tutta la sua opera, aggiungere altre parole non sarebbe per nulla un'urgenza. Infatti non lo è. Ma girando per archivi ho trovato una bella chiacchierata con Fellini fatta dal New York Times per l'occasione. Erano giorni in cui i critici americani mettevano il suo film in connessione con Proust, Balzac, Sherwood Anderson. Le risposte che dà Fellini sono tutte bellissime. Sono il riflesso di un artista puro, un uomo che non avverte alcun bisogno di spiegare quel che sta facendo, come se dicesse La mia opera è qui, parla da sola, che cosa posso aggiungere? L'ulteriore meraviglia è che lo fa senza pose, con una leggerezza e un'ironia che andrebbero insegnate. Insomma, leggete.

lunedì 9 dicembre 2013

Dove le strade non hanno nome: la recensione di Marino Niola


"Dietro il Congo è all'altro pizzo di Napoli". Senza una scuola, una cassetta della posta, una palestra. La gente attacca fogli di carta al posto delle targhe stradali, poi il vento d' inverno se li porta via e allora bisogna ricominciare a nominare quella periferia dell' uomo, quel buco nero della cittadinanza
È la Napoli di Angelo Carotenuto che, nel suo primo romanzo, Dove le strade non hanno nome, racconta proprio una città in bilico tra due nomi volati via col vento. Tangentopoli e Rinascimento. Un momento in cui tutto il tempo è sospeso sulla lama di coltello di una settimana di luglio del 1993, alla vigilia del concerto degli U2 al San Paolo. Siamo tra il crollo della prima Repubblica e le speranze del bassolinismo. In questo time out della storia si incrociano, come in un istante messianico taroccato, i destini dei personaggi. Il politico di lungo corso, un metro e novanta di scaltrezza, che buca la pancia al territorio.