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giovedì 15 dicembre 2022

La magia che Marco D'Amore vede in Napoli

C'è un uomo esageratamente anziano accecato da una luce in uno scrigno. L'ha aperto con le mani che tremano per l'età, per la fatica di una ricerca. Ha percorso i sentieri di tufo del sottosuolo, si è tuffato nel golfo, ha visto spiriti e fantasmi. Ha pure baciato una sirena, non una qualunque, Partenope, per capire da dove vengano miti e leggende della città. Marco D'Amore è stato al trucco sei ore, prima di girare la scena chiave del suo film Napoli magica, nei sotterranei di Castel dell'Ovo, dove Virgilio nascose l'uovo su cui si posano l'edificio e la città, guai a romperlo, sarebbe una sciagura.

«È un progetto che mette in scena un fallimento — dice — l'impossibilità di raccontare Napoli nella sua pienezza. Come ogni città-mondo ». Prodotto da Sky e Mad Entertainment, il film sarà fuori concorso al festival di Torino, in sala tre giorni dal 5 dicembre, con un linguaggio a metà tra documentario e finzione. È un viaggio nelle credenze di Napoli e dentro ciò che di Napoli si crede, nelle convinzioni dei vivi e nel culto dei morti, un'indagine su Storia e percezione, complessi di superiorità e inferiorità, sul misterioso bisogno di affetto e la necessità di piacere, sulla separazione tra élite e popolo, in un posto dove stanno insieme l'illuminismo di Vico e il corno rosso della superstizione. Ed è curioso che questo percorso nell'aldilà lo faccia il volto che in Gomorra era l'Immortale.

«È il mio desiderio di conoscenza, una spinta che sento da ragazzino. Sono andato via a 18 anni, sono tornato a 30. Ho studiato a Milano, ho girato il mondo con la compagnia di Servillo. Mamma mi portava al Duomo, papà allo stadio. Sono le due passeggiate che mi hanno formato, ma il volto meno folkloristico di Napoli si conosce poco, anche in città. Pasolini ci chiamò una tribù che ha deciso di estinguersi, eppure esiste qui una spinta alla modernità e al progresso. Pazienza se mi sento contestare di non mettere distanza tra me e un'eredità artistica di cui non ho alcun merito, di essere troppo napoletano nel punto di vista politico».

Tra il cimitero delle Fontanelle, le catacombe di San Gaudioso e la cappella del Cristo Velato, il film è un atto di devozione. Eppure, D'Amore tradisce il piacere di camminare nei risvolti, sui sentieri della Napoli scientifica. Mette in scena l'afasia del popolo incapace di definire cosa siano magia e bellezza. Chiude con una sorpresa, uno sberleffo tra Collodi e Apuleio in cui pare invocare una moratoria, il silenzio dell'ignoranza su Napoli. C'è tanto studio dell'antropologia cittadina in dettagli, eccessi, scene comiche, omaggi a Totò e Peppino.


lunedì 12 dicembre 2022

La Roma di Ornella Vanoni

C’è un chilometro di distanza tra l’Auditorium della Conciliazione e Regina Coeli, una passeggiata d’una dozzina di minuti tra il palco di domani sera e le celle scure dove in fondo tutto è cominciato, dove ‘na campana sona a tutti l’ore, il punto metaforico da cui è partita la parabola del successo di Ornella Vanoni. Giorgio Strehler, Fausto Amodei e Fiorenzo Carpi le avevano cucito addosso un repertorio e un personaggio, la cantante della mala. Era una 23enne reduce da un debutto in scena ne I Giacobini di Zardi. Si inventò un genere, di cui era l'interprete ufficiale. I giornali dell'epoca parlavano di "voce interessante da mezzo soprano, calda e penetrante", di "capacità scenica non frequente", e in uno dei pezzi più popolari cantava che le Mantellate so’ delle suore, ma a Roma so’ sortanto celle scure. Era stato costruito apposta perché sembrasse il recupero colto di una tradizione popolare. Invece Strehler era triestino, Amodei torinese, Carpi milanese come lei. Lo presentarono al festival dei due mondi di Spoleto. Cantava il mondo chiuso dentro la sezione femminile del carcere di via Lungara, nato dalla trasformazione di un monastero seicentesco delle Carmelitane Scalze, ma di secolare nella canzone non c’era nulla, una fake-song, sebbene stesse bene pure nel repertorio folk di Gabriella Ferri e Lando Fiorini.
La giovane Ornella che aveva preso il diploma per fare l’estetista perché «avevo l'acne», si ritrovò cucita sulla pelle l’etichetta di cantante cerebrale. Nei titoli era accostata spesso così a Laura Betti, capace d’essere insieme sia felliniana sia pasoliniana, oltre che attrice preferita di Bellocchio. L’Ornella delle Mantellate sparì presto dalla scena. Divenne quasi subito molto altro, si diede alla prosa, al cinema, alla musica leggera. Roma ebbe di nuovo un ruolo, venne per sposare l’impresario Lucio Ardenzi, uscendo dalla figura politicamente scorretta di cantante della mala, quelle esibizioni che erano state raccontate dai critici del 1959 come una “apparizione espressionista, cantava guardando il soffitto, pallida, gli occhi brucianti, le mani bianchissime e lunghe nelle nella semioscurità della sala”. 

venerdì 8 febbraio 2019

Quei bravi ragazzi della Paranza dei Bambini



NAPOLI. Vengono dalla strada ma dalla strada fuggono. Queste facce, questi occhi, queste vite sono cresciute dentro quartieri presi in ostaggio da codici e costumi di camorra: portarli al cinema è un modo per tenersene lontani. Sono attori esordienti, cercati fra tremila in sei mesi, perché i piccoli boss de La Paranza dei Bambini dovevano avere volti distanti dalla classica iconografia malvagia eppure venire da contesti a cui la realtà del film non fosse estranea. Un casting da neorealismo identitario per l'unico film italiano in concorso a Berlino (il 12, e poi in sala), firmato da Claudio Giovannesi, dal libro di Roberto Saviano e da lui scritto con il regista e con Maurizio Braucci; il racconto dell’ascesa incosciente e criminale di sei quindicenni disposti a rinunciare ai primi amori e all’amicizia per soldi pistole e droga, per prendersi tutto nel rione Sanità, lo stesso in cui nel 1960 Eduardo De Filippo immaginava il suo personaggio forse più controverso, quell’Antonio Barracano che si faceva sindaco d’ufficio e d’onore per tenere le dispute in equilibrio, creatore di una giustizia personale per sfiducia negli uomini e nelle istituzioni.

Quasi sessant’anni più tardi e dieci dopo Gomorra, in questa neo-ferocia ci sono pure riflessi linguistici. Da un lato la malavita si è appropriata di parole nate come innocenti - la paranza, che prima di tutto era imbarcazione da pesca, poi frittura mista di pescetti; dall’altro l’uso comune ha accolto vocaboli camorristici – le “stese” – quasi a legittimarli. Il mondo di “stese” e paranze è fatto di ragazzini che sparano a mura e serrande nei rioni nemici, per intimidire, per sfidare, dopo essersi addestrati mirando ai padelloni delle antenne satellitari sui tetti, mentre tutt’attorno i fuochi d’artificio coprono gli spari. È un mondo senza padri, senza politica, senza divise, nel quale lo Stato è la buona volontà dell’associazionismo, unico contrasto al reclutamento di nuovi delinquenti tra famiglie non affiliate, nella vasta zona grigia dei piccoli precedenti penali, dove ogni adolescente è solo, fragile e a rischio. I numeri sul fenomeno diffusi un anno fa dalla giustizia minorile nel distretto di Napoli raccontavano di 10 procedimenti per associazione di stampo mafioso fra giugno 2016 e giugno 2017, 14 per narcotraffico, 27 per omicidio, 19 per tentato omicidio, 457 per droga, in tutto 2.807 notizie di reati, in calo come numero per la depenalizzazione ma più gravi rispetto al passato. Nella sentenza con cui nell'estate 2016 veniva fissato una volta e per sempre che “esiste la paranza dei bimbi, non è un delirio o un’invenzione” (Saviano), per 43 condanne fra i 2 e i 20 anni il giudice Nicola Quatrano scrisse: “Un filo sottile ed esistenziale lega i giovani che scorrono in armi nel centro storico di Napoli per uccidere o farsi uccidere e i militanti della Jihad. Entrambi sono ossessionati dalla morte, forse la amano, probabilmente la cercano, quasi fosse l'unica chance per dare un senso alla propria vita e vivere in eterno”. Ora il regista Giovannesi chiarisce: “Il mio non è un film su Napoli ma sulla perdita dell’innocenza che si manifesta in ogni metropoli quando si fa una scelta criminale. Un processo raccontato dal punto di vista dei ragazzi, dei loro valori e sentimenti”.

Le follie di Palpacelli, una carriera bruciata dall'eroina


Quest'uomo di 48 anni che di fronte al mare beve un succo di mirtillo e porta i capelli a zero, un tempo aveva la coda di cavallo, andava a Jack Daniel's e si faceva di eroina. «Mai mezze misure, alla fine è stata una forza: è un eccesso anche smettere dall'oggi al domani». Tra una dose e l'altra giocava a tennis, il più grande campione mancato d'Italia, una vita che sembrerebbe esagerata pure se fosse fantasiosa, e invece è vera. Roberto Palpacelli schiacciava con il manico della racchetta quando le partite lo annoiavano. Fumava ai cambi di campo. Rifiutò la chiamata di Panatta e Bertolucci a un raduno della nazionale giovanile perché gli pareva una prigione. Si è fatto cacciare dalla scuola per maestri. Poteva bere 4 Campari e giocare 3 ore al sole. A 17 anni era categoria B1 e già sniffava. Nella droga ha scialacquato talento e montepremi. Una discesa all'inferno che lo portò a implorare suo padre di aiutarlo a farsi, perché da solo no, aveva un braccio rotto. Ha battuto Canè, Meneschincheri e Santopadre. Ha perso al 3° set con Ljubicic tre mesi prima di entrare in comunità. Oggi dà lezioni di tennis per 30 euro l'ora al circolo di fianco alla stazione di San Benedetto del Tronto, la città della perdizione e della risalita, dove sua madre lo raggiunge in ansia e gli porta le sigarette, se trova il telefono spento quando lo chiama. Tutto raccontato nel libro scritto con il giornalista Federico Ferrero, Il Palpa (Rizzoli): c'è già una casa di produzione che ha acquisito i diritti per trarne un film.

sabato 12 gennaio 2019

La seconda vita di Manzini, il papà di Rocco Schiavone


Seduto alla scrivania dove nascono le storie di Rocco Schiavone, con alle spalle una libreria che è la Hit Parade dei noir di tutti i tempi, Antonio Manzini ha di fronte a sé un quadro di suo padre Francesco, La porta a vetri, 1971, e un'altra porta a vetri da cui si vede il Terminillo. «Papà leggeva tanto, io da ragazzo 4 libri all'anno, soprattutto King, di nascosto. Lui invece mi voleva coi racconti di Cechov in mano». Domani esce Rien ne va plus, ottavo romanzo della serie del vicequestore burbero e spinellomane. Manzini è il giallista che più vende in Italia dopo Camilleri. Questa è la sua seconda vita, dopo 25 anni da attore. Passa per un orso perché se può evita le presentazioni e non dà volentieri interviste. In questo casale di campagna al confine tra Lazio e Umbria, fra ulivi e sei cani, uno che si chiama proprio Rocco, in quattro ore di chiacchiere più volte parlerà di "sospensione dalla realtà" come condizione di vita.

Suo padre, diceva.
«Non poteva crederci che lasciassi a metà Anna Karenina. Ma nei ragazzi deve scattare il libro giusto. Il mio fu I fratelli Karamazov, un'estate in Calabria, a 16 anni. Capii che ogni volume era un universo. Certo, 66mila novità all'anno sono troppe. Se ne leggo 70, uno ogni 5 giorni, me ne perdo 65.930. Poi ci sono quelli che mi spediscono per un parere».

Se un libro non le piace, come lo dice?
«Dico che non mi è arrivato. Una volta mi è capitato di vivere nel terrore di incontrare una persona che mi chiedesse del suo romanzo. L'ho imparato negli anni di teatro. Se confessavi a un regista che il suo lavoro non ti era piaciuto, ti toglieva il saluto per mesi».

sabato 15 dicembre 2018

I piani di Gazidis per il Milan

Se avesse 100 milioni pronti, Ivan Gazidis non andrebbe a comprarsi Ronaldo, li spenderebbe per uno stadio nuovo, e infatti lo farà. Primo: perché un altro Ronaldo non c'è. Secondo: perché per prendere la Juve, serve una visione. Da cinque giorni a.d. del Milan, il manager venuto dall'Arsenal ha dato una sterzata ai piani. La ristrutturazione di San Siro annunciata poche settimane fa è ora un piano B, perché non sarebbe semplice utilizzarlo durante i lavori con una capienza ridotta a 40mila posti. Il Milan ipotizza una casa nuova, anche questa non solo per sé. Il peso dell'investimento è da dividere con l'Inter, insieme con i naming rights e le sponsorizzazioni. Sono già fissati nuovi appuntamenti con il Comune per definire un'area, con l'intenzione di non finire nella palude che tiene la Roma prigioniera del suo progetto. Gazidis considera San Siro un'icona del calcio, ma nei suoi piani il nuovo stadio può diventare un'icona della città.
Dovrebbe nascere a sud, intorno a Rogoredo oppure a Baggio. È questo il muro portante che regge l'architettura della sua sfida al pessimismo italiano, per il rilancio del Milan, o come la chiama lui: rigenerazione. Crescita dei ricavi, sostenibilità, autosufficienza economica, in attesa del verdetto Uefa sul fair play finanziario. Gazidis sa di essersi preso un rischio arrivando in Serie A. È uscito dalla sua comfort zone, dovrà mettersi a studiare la lingua italiana e la nostra cultura calcistica, conscio che potrebbe toccargli l'impopolarità per dover reinventare un club con tanta eredità e tanto passato.
Depersonalizzare il Milan, portarlo fuori dall'ombra di Berlusconi è già una grossa sfida.

mercoledì 12 dicembre 2018

L'amica geniale in tv, intervista a Elena Ferrante


Dopo dieci milioni di copie vendute in 40 paesi al mondo proteggendo il mistero sull’identità di Elena Ferrante, sulla copertina della nuova edizione Lila e Lenù hanno il volto di due attrici bambine. È il sublime paradosso con cui L’Amica Geniale entra in una nuova dimensione. La tetralogia è diventata una serie tv in otto episodi, i primi due in anteprima all’ultima Mostra di Venezia e al cinema per tre giorni la scorsa settimana, prima di arrivare dal 30 ottobre su Rai1, Ray Play e Tim Vision. Un casting di otto mesi fra novemila partecipanti ha individuato le protagoniste nell’età dell’infanzia in Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, debuttanti, due dodicenni della provincia napoletana. A distanza, nell’ombra in cui ha deciso di vivere la sua condizione letteraria, Elena Ferrante ha seguito la scelta delle attrici e la scrittura della sceneggiatura, a cura di Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Saverio Costanzo, che del film per Hbo-Rai Fiction e Timvision è pure il regista (altra scelta suggerita dalla scrittrice), con la produzione di Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango. La voce narrante fuori campo è di Alba Rohrwacher. È una dimensione nuova per la stessa Ferrante, che via mail racconta al Venerdì il suo incontro con il cinema.

Quando nel 1994 Mario Martone preparava la sceneggiatura dall'Amore Molesto, lei scrisse: "Temo di vedere ciò che ho veramente raccontato e disgustarmene; o scoprirne invece la debolezza; o anche semplicemente accorgermi di ciò che manca". Anche stavolta ha temuto di
vivere le stesse sensazioni?
“Sì. Ma oggi è una condizione a cui mi espongo consapevolmente, con ansia, certo, ma anche con curiosità. Una volta, quando si parlava di un film nato da un libro, si usava dire: “riduzione cinematografica”. Oggi non so se questa formula è ancora diffusa, probabilmente no, dà un’idea (sbagliata) di prodotto minore.  Ma di quella espressione ciò che ancora mi interessa è l’idea di movimento: grazie a un certo tipo di lettura specialistica (quella degli sceneggiatori, quella del regista) il romanzo passa dalla pagina allo schermo e nel corso di questo movimento perde la veste letteraria, si denuda. È questa nudità che mi mette ansia e insieme mi interessa.  La lettura di chi fa film è l’unica, forse, che ha l’obbligo di ‘spogliare’ il racconto e prendergli le misure per dargli un abito nuovo. Ma il racconto letterario, ‘ridotto’ al racconto per immagini, privato della sua specificità, disorienta, spaventa, forse addirittura umilia chi l’ha scritto. Viene da chiedersi: ‘Questo è il mio libro? Dov’è ciò che mi pareva di aver scritto?’”.

giovedì 30 agosto 2018

Sulla pelle di Stefano Cucchi


Ora il mondo saprà di Cucchi - Cucchi Stefano, che avrebbe compiuto quarant'anni a ottobre e che invece è morto a trentuno nella stanza numero 16 al primo piano del reparto di medicina protetta all'ospedale Sandro Pertini, oltre il cancello, oltre le sbarre, rannicchiato vicino alla finestra, dicono fossero le cinque e trenta del mattino. È stata la tragedia italiana di un ragazzo e della sua famiglia che dal 2009 chiede giustizia, mentre ancora si tiene il processo d’appello bis per quella morte avvenuta sei giorni dopo un arresto: tre carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale, un maresciallo che risponde dei reati di calunnia e falso. “Non siamo riusciti a salvarti ma te lo avevo promesso che non sarebbe finita lì”, così ha scritto la sorella Ilaria qualche settimana fa sulla sua pagina facebook seguita da 270mila persone, nel giorno del lancio del trailer di Sulla mia pelle, il film sugli ultimi giorni di Cucchi diretto da Alessio Cremonini che aprirà la sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia. Il mondo saprà di Stefano perché, insieme a Lucky Red, il film è distribuito da Netflix nel suo bacino di 190 paesi: per la prima volta in assoluto sarà disponibile in streaming (dal 12 settembre) in contemporanea all'uscita nelle sale, fra le proteste delle associazioni degli esercenti. Il clima? Un mese fa il ministro dell’Interno Matteo Salvini si schierava contro il ddl sul reato di tortura: “Carabinieri e polizia devono poter fare il loro lavoro. Se devo prendere per il collo un delinquente, lo prendo. Se cade e si sbuccia un ginocchio, sono cazzi suoi”.

venerdì 6 luglio 2018

Soldado, il film americano di Sollima


ROMA. Eravamo sarti raffinati e grandi musicisti, montatori, direttori della fotografia e maghi degli effetti speciali. Eravamo affidabili artigiani a cui consegnare un pezzo di film, con la certezza che Ferretti-Lo Schiavo, o Milena Canonero, o Storaro, o Moroder e Morricone, Scalia o Rambaldi avrebbero reso speciali una scena, un taglio di luce o anche solo il profilo di un alieno, il dettaglio indimenticabile del suo dito indice puntato su telefono-casa. Italians, diceva Hollywood, e si pensava a loro. Ora gli Italians reggono le macchine da presa, con una continuità e un'espansione che nel nostro cinema si erano viste raramente. "Le porte le ha aperte Gabriele Muccino una dozzina d'anni fa. Se lui non fosse andato in America, tutto questo non esisterebbe".

Stefano Sollima è l'ultimo a essersi meritato la chiamata. S'è accomodato pochi giorni fa in una poltrona dell'Amc di Marina del Rey, "la mia sala cinematografica preferita al mondo", e ha guardato in anteprima la versione finale del suo Soldado, il sequel di Sicario, giocattolino da cinquanta milioni che Hollywood gli ha messo tra le mani perché il suo viaggio partito dal male di Gomorra. La serie è stato giudicato convincente. Il film esce oggi negli Stati Uniti, noi lo vedremo a ottobre.

venerdì 15 giugno 2018

Come si vive da Roger Federer


PARIGI. Era un ragazzo che spaccava racchette come tanti, oggi è il solo che si muove come un cavaliere, un mistico, uno che cammina con la luce intorno. Il tennista che più di tutti ha vinto senza l’antipatia degli uomini perfetti. Vent’anni da Roger Federer al prossimo Wimbledon. I primi tre per costruirsi, altri due per esplodere, gli ultimi per risalire. È un immortale che non molla il presente. Essere Federer significa colpire la pallina e poi sorridere, stringere mani, fermarsi tre ore al party organizzato al Pavillon Ledoyen da uno sponsor, Möet & Chandon, con una bottiglia creata per lui. Essere Federer significa fingere di ricordarsi di ogni volto incrociato già, rivolgersi a ciascuno nell’altrui lingua, illuderci che sia riproducibile quel suo tennis così leggero e senza sudore. “Ma sono andato via di casa a 14 anni per essere come Edberg e Becker”, dice, “certi sacrifici sono invisibili. Avevo smesso di migliorare. C’è solo una via per crescere. Allenare la parola again. Lo hai già fatto? Fallo di nuovo. Il tennis aiuta: non è mai lo stesso. Bisogna adattarsi alle diversità. L’avversario, la superficie, il clima. Quando piove cambia il modo in cui si colpisce la palla, così anch’io non sono mai lo stesso. Perciò il tennis non mi ha mai annoiato”.

giovedì 31 maggio 2018

Il '68 di Paolo Conte: 50 anni di Azzurro


ASTI. Il Maggio francese era 800 chilometri più a nord, la Statale e la Cattolica di Milano occupate a tre ore di treno. In mezzo al ‘68, senza scomporsi, Asti poteva abbandonarsi ai suoi piccoli e grandi drammi periferici. I trattori in strada dopo le grandinate, un colonnello trovato morto nel suo ufficio, due coniugi uccisi in una lite per ventimila lire. Il rione di San Pietro aveva vinto il Palio, la città si appassionava a un convegno sullo zucchero nel vino e Paolo Conte - l’avvocato Paolo Conte - tirava giù da qualche posto misterioso parole e musica di Azzurro. Chissà dove abitano le canzoni prima di nascere.

Il pianoforte su cui venne partorita Azzurro è sempre lì dov’era allora, al primo piano di una palazzina liberty nel centro della città, uno Steinway a coda appartenuto a papà Luigi, notaio, grande consumatore di dischi jazz. “Ora possono passare giorni senza che dia una spolverata ai tasti con le mani”. Quest’uomo di 81 anni le mostra sospese per aria, a galleggiare. Dita lunghe, ossute, sbilenche. “L’artrite. Prendere il si bemolle con il mignolo è una scommessa”. Esagera. A Paolo Conte piace mormorare cose così. “Ci sono tanti concerti sul canale 138, ci passo le giornate, mi impigrisco ad ascoltare”. Ha occhi chiari affilati come spade quando guarda dritto, solo che spesso li manda in giro da tutt’altra parte perché a parlar di sé ancora si vergogna, e casomai gli viene da raccontarsi come se non fosse il musicista italiano che ha scritto la canzone italiana più famosa al mondo insieme con Volare. Sono passati 50 anni, una ricorrenza che celebrerà con un concerto il 14 giugno a Roma, alle Terme di Caracalla, “ma senza arrangiamenti speciali, in versione sportiva, perché magari al pubblico gli va di cantare il ritornello”. Magari.

venerdì 27 aprile 2018

Il miracolo di Ammaniti

Una volta su mille, sosteneva Fellini, i miracoli accadono nel silenzio. Non c’è limite a ciò che può succedere quando si è disposti a crederlo. Scrittori e registi la chiamano sospensione della realtà, i religiosi la chiamano fede. “Un miracolo scoperchia. Il suo senso sta dentro l’eco che ciascuno avverte in sé, nelle domande che ci si pone: perché si sta mostrando a me, perché sono stato scelto io, qual è il mio ruolo nel mondo?”. 

Dopo sette romanzi, un premio Strega e cinque film tratti da suoi lavori, a 51 anni Niccolò Ammaniti si è messo a indagare “le nostre reazioni dinanzi a un evento che va contro i principi della fisica. Cos’è che un miracolo suscita? Paura, curiosità, un allontanamento da sé. Sono partito da una domanda: cosa succederebbe alle persone se un oggetto di plastica di due chili e mezzo producesse 90 litri di sangue al giorno”. È il prodigio raccontato nella serie Il miracolo, dall’8 maggio su Sky Atlantic, otto episodi prodotti da Wildside con Arte e Kwaï, distribuiti da FreemantleMedia, da Ammaniti sceneggiato (con Francesca Manieri, Francesca Marciano e Stefano Bises) e per la prima volta da lui pure diretto (con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini). Nel cast Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Lorenza Indovina, Elena Lietti. 

venerdì 24 novembre 2017

Massimo Ranieri, un Riccardo III di borgata

Il sovrano che un tempo avrebbe scambiato il suo regno per un cavallo adesso trama per la reggenza dei malaffari di famiglia in polvere bianca. Vive in un castello degradato alle porte di Roma, la borgata del Tiburtino III come terzo è lui, il re Riccardo, tra le pagine del dramma di Shakespeare. Nella reinterpretazione che Roberta Torre porta al cinema il 30 novembre, e in anteprima il 27 al Torino Film Festival fuori concorso, Riccardo di cognome fa Mancini e torna a casa a cospirare nell’ombra contro i suoi, contro il suo sangue e i fantasmi della sua infanzia, dopo anni di reclusione in un manicomio. Complotta cantando su note e parole di Mauro Pagani, perché Riccardo va all’inferno è un musical dark e allucinato, pop e letterario insieme, un film difforme, che non appartiene a nulla – filoni, modelli, tradizioni – se non all’identità estetica di Roberta Torre e a una sua ambiziosa evoluzione dai tempi di Tano da morire e Sud Side Stori.

Ma questo Riccardo III non sarebbe quel che è senza una interpretazione monumentale di Massimo Ranieri, che a 66 anni non s’è ancora stancato di esplorare zone in cui non era mai stato prima, di tradire la facile rendita di Rose Rosse e Perdere l’amore perché, come dice seduto nel suo studio, fra dischi e locandine alle pareti, «non sono mai stato solo quella persona lì, dentro di me c’è stato ogni giorno anche un altro Giovanni Calone, io faccio l’attore e l’attore è un ipocrita. Io mi sento ancora alla ricerca di una sfumatura che non avevo mai colto finora, nell’angolo più buio e sperduto di me, altrimenti non farei questo mestiere, e dico mestiere di proposito, non professione né lavoro. Fare l’attore non può essere un impiego. Forse questo ruolo spiazzerà il mio pubblico tradizionale, pazienza, di certo mi porterà a un pubblico nuovo».

sabato 21 ottobre 2017

Cosa c'entrano le muffe con il Barcellona

Quando Saba scriveva che «il portiere su e giù cammina come sentinella», mentre Pasolini considerava il calcio «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», nel mondo delle lettere nessuno immaginava che dall'universo dei numeri sarebbero venuti a prendersi il pallone. Da sport narrato a sport analizzato. «Quando la matematica incontra il mondo reale può accadere di tutto», dice David Sumpter, londinese, insegnante di matematica applicata all'università di Uppsala, in Svezia. E cosa c'è di più reale del calcio? «Mettere in pratica una teoria è importante quanto conoscerla. Questa combinazione di teoria e pratica fa del calcio lo sport che amiamo così tanto». Nel tempo libero, Sumpter allena una squadra di bambini. Dice di amare la bellezza astratta delle equazioni e poi sporca la sua matematica con la realtà. Ha lavorato con biologi e sociologi, ha creato modelli quasi per tutto e scomposto il calcio per dimostrare che gli allenatori usano strategie simili a quelle con cui gli uccelli attaccano i vermi, i difensori tedeschi del Bayern si muovono come leonesse a caccia, il Barcellona attacca con le stesse reti che una muffa produce per nutrirsi. Le sue tesi sono in Soccernomics che esce ora in italiano con il titolo La matematica del gol: Sumpter spiega quante probabilità esistono di vedere una rete in un determinato minuto, o come lo schema della "ola" negli stadi sia per noi divertente, e per i pesci una questione di vita o di morte.

martedì 19 settembre 2017

Stefano Borgonovo raccontato da sua moglie Chantal


Certe vite si sconvolgono in sordina, le tragedie si fanno annunciare da dettagli che paiono trascurabili. La vita di Chantal Guigard cambiò quando le consonanti pronunciate da suo marito iniziarono a incepparsi. Prima la “r” poi la “t” e dopo la “f”. Che sarà, niente, forse lo stress. Invece era la Sla, sclerosi laterale amiotrofica, da quel giorno in casa detta «la stronza» perché «i malati diventano sottili, figure di carta, fili» e quando la Sla entra in una famiglia «nessuno si salva, nessuno rimane immune». Chantal è all'epoca una donna quarantenne, sposata da venti e innamorata da sempre di Stefano, che di cognome fa Borgonovo e di mestiere faceva gol, tanti, per la Fiorentina, per il Milan, in Coppa dei Campioni, con la Nazionale, e poi in un calcio più piccino perché questo è il ciclo naturale, si parte, si sale, si scende.

martedì 15 agosto 2017

Napoli e l'equilibrio dei sacerdoti di frontiera


Puoi farti gli affari tuoi e vivere cent’anni, oppure restare fedele a ciò per cui sei venuto al mondo. Esiste una linea di frontiera, nel Mezzogiorno d’Italia, lungo la quale una tonaca da prete può essere una divisa o un costume, il segno di una responsabilità e di una promessa, o solo l’abito ben stirato di un esercizio. Dentro questo dilemma con cui la debolezza di molti uomini si confronta in certi territori, indaga L’equilibrio, il nuovo film di Vincenzo Marra, napoletano, 45 anni, che al prossimo festival di Venezia torna nella sezione “Giornate degli autori” cinque stagioni dopo aver presentato Il gemello.
   Come essere sacerdote quando intorno a te regna l’orrore? 

venerdì 11 agosto 2017

Gli orizzonti di Simone Inzaghi

Dopo il debutto in serie A, il 14 settembre del '98, di lui Gianni Mura scrive: "Credo che non sarà una meteora". Non lo è stato. Quasi vent'anni dopo, Simone Inzaghi è dentro una stanza di Formello a preparare la Supercoppa di domenica, una lavagna alle spalle, i magneti blu che marcano i rossi, la caccia al primo titolo da allenatore dopo i sette da calciatore, tutti con la stessa maglia della Lazio, dov'è arrivato 18 anni fa senza andarsene. "Eppure non saprei spiegare cos'è la lazialità a chi viene da fuori e non conosce Roma. Io vivo ai Parioli, che è come dire nel cuore di questo sentimento. Forse ho capito fino in fondo la malattia del tifo quest'anno, dopo tre derby vinti, una felicità che m'è parsa più grande di quella per scudetto e Coppe".

lunedì 24 luglio 2017

Il racconto del calcio secondo Adani

MILANO. Siamo pieni di allenatori che vorrebbero fare i titoli e di giornalisti che vorrebbero fare le formazioni, abbiamo avuto Vittorio Pozzo che era insieme c.t. e inviato per La Stampa, ma quando Daniele Adani ha detto no a Mancini per rimanere in tv, stava chiudendo un cerchio. Un uomo venuto dal campo che al campo preferisce le parole. Le telecronache, lo studio e pure le interviste, come quella a De Rossi, tra le più belle dell'anno. Su una poltroncina rossa nella sede di Sky a Rogoredo, parla di sport travolto da passione. "Da ragazzo non mi dedicavo tanto alla scuola, mi distraeva dal calcio, e quello sì che invece lo studiavo. Giocavo e cercavo di capire il perché di un movimento, di una posizione del corpo. Ho imparato nel mio paesino e in serie A. Ho imparato cose pure da gente che non stimo".

giovedì 20 luglio 2017

Il film che Troisi non riuscì a girare

IL NUOVO film di Massimo Troisi è rimasto per 23 anni sotto chiave, commissionato pensato e scritto, «non chiuso in un cassetto perché c'erano già i computer», spiega adesso sorridendo Anna Pavignano, la sceneggiatrice che lo ha accompagnato da Ricomincio da tre del 1981 fino a Il postino nel 1994. Troisi non riuscì a leggere l'ultima versione del copione. Ora La svedese è un romanzo (Verdechiaro edizioni): storia di Livia, della sua infanzia ferita e del colpo di fulmine per Milo, uomo inafferrabile, sposato e distante 700 chilometri, per il quale vale la pena autodistruggersi, pur di mostrarsi fino in fondo libera. «Troisi mi chiese se avessi una storia che parlasse del modo di amare delle donne». Anna Pavignano dice raramente Massimo. «Una storia su un certo modo di abbandonarsi alla passione, al dolore, all'irrazionale. Gli piacque l'idea, finii di scriverla mentre girava Il postino».

venerdì 7 luglio 2017

De Giovanni e l'ultimo Ricciardi: "Fra due anni smetto"

Il tavolino numero dieci all'interno del Caffè Gambrinus è inaccessibile. "Riservato al commissario Ricciardi", c'è scritto sulle due facce di un segnaposto plastificato. Oggi, domani e nei secoli dei secoli. I clienti s'accostano, scattano una foto e vanno via. È qui che Maurizio De Giovanni porta il suo personaggio a fare colazione da undici anni e undici libri, dodici con il nuovo, "Rondini d'inverno", che Einaudi fa uscire in centomila copie: lunedì nel cortile del Maschio Angioino il primo incontro fra l'autore e quelli che non sono più lettori ma fans, se è vero che quattro associazioni organizzano tour guidati sui luoghi dei romanzi. «Fans dei personaggi, non miei», mormora lui, 59 anni, una delle voci più presenti della città, ora anche autore di teatro e sceneggiatore per la tv.
Il telefono che squilla, un tifoso che domanda del Napoli, un'ammiratrice che gli stampa un bacio. «Oggi concedersi a un selfie è parte dell'attività, eppure io non credo che uno scrittore debba avere una sua rilevanza personale. Ne hanno i suoi personaggi. Sono contento che sia conosciuto Ricciardi e che il tassista citi le sue frasi. Mi piacciono queste gioiose manifestazioni. Ma io cosa c'entro? Se a suo tempo avessi incontrato García Márquez, lo dico da lettore forte, credo che non lo avrei riconosciuto». Eppure, tutto questo finirà. Presto. «Nel 2020 smetto».