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mercoledì 12 dicembre 2018

L'amica geniale in tv, intervista a Elena Ferrante


Dopo dieci milioni di copie vendute in 40 paesi al mondo proteggendo il mistero sull’identità di Elena Ferrante, sulla copertina della nuova edizione Lila e Lenù hanno il volto di due attrici bambine. È il sublime paradosso con cui L’Amica Geniale entra in una nuova dimensione. La tetralogia è diventata una serie tv in otto episodi, i primi due in anteprima all’ultima Mostra di Venezia e al cinema per tre giorni la scorsa settimana, prima di arrivare dal 30 ottobre su Rai1, Ray Play e Tim Vision. Un casting di otto mesi fra novemila partecipanti ha individuato le protagoniste nell’età dell’infanzia in Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, debuttanti, due dodicenni della provincia napoletana. A distanza, nell’ombra in cui ha deciso di vivere la sua condizione letteraria, Elena Ferrante ha seguito la scelta delle attrici e la scrittura della sceneggiatura, a cura di Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Saverio Costanzo, che del film per Hbo-Rai Fiction e Timvision è pure il regista (altra scelta suggerita dalla scrittrice), con la produzione di Lorenzo Mieli e Mario Gianani per Wildside e da Domenico Procacci per Fandango. La voce narrante fuori campo è di Alba Rohrwacher. È una dimensione nuova per la stessa Ferrante, che via mail racconta al Venerdì il suo incontro con il cinema.

Quando nel 1994 Mario Martone preparava la sceneggiatura dall'Amore Molesto, lei scrisse: "Temo di vedere ciò che ho veramente raccontato e disgustarmene; o scoprirne invece la debolezza; o anche semplicemente accorgermi di ciò che manca". Anche stavolta ha temuto di
vivere le stesse sensazioni?
“Sì. Ma oggi è una condizione a cui mi espongo consapevolmente, con ansia, certo, ma anche con curiosità. Una volta, quando si parlava di un film nato da un libro, si usava dire: “riduzione cinematografica”. Oggi non so se questa formula è ancora diffusa, probabilmente no, dà un’idea (sbagliata) di prodotto minore.  Ma di quella espressione ciò che ancora mi interessa è l’idea di movimento: grazie a un certo tipo di lettura specialistica (quella degli sceneggiatori, quella del regista) il romanzo passa dalla pagina allo schermo e nel corso di questo movimento perde la veste letteraria, si denuda. È questa nudità che mi mette ansia e insieme mi interessa.  La lettura di chi fa film è l’unica, forse, che ha l’obbligo di ‘spogliare’ il racconto e prendergli le misure per dargli un abito nuovo. Ma il racconto letterario, ‘ridotto’ al racconto per immagini, privato della sua specificità, disorienta, spaventa, forse addirittura umilia chi l’ha scritto. Viene da chiedersi: ‘Questo è il mio libro? Dov’è ciò che mi pareva di aver scritto?’”.

venerdì 27 aprile 2018

Il miracolo di Ammaniti

Una volta su mille, sosteneva Fellini, i miracoli accadono nel silenzio. Non c’è limite a ciò che può succedere quando si è disposti a crederlo. Scrittori e registi la chiamano sospensione della realtà, i religiosi la chiamano fede. “Un miracolo scoperchia. Il suo senso sta dentro l’eco che ciascuno avverte in sé, nelle domande che ci si pone: perché si sta mostrando a me, perché sono stato scelto io, qual è il mio ruolo nel mondo?”. 

Dopo sette romanzi, un premio Strega e cinque film tratti da suoi lavori, a 51 anni Niccolò Ammaniti si è messo a indagare “le nostre reazioni dinanzi a un evento che va contro i principi della fisica. Cos’è che un miracolo suscita? Paura, curiosità, un allontanamento da sé. Sono partito da una domanda: cosa succederebbe alle persone se un oggetto di plastica di due chili e mezzo producesse 90 litri di sangue al giorno”. È il prodigio raccontato nella serie Il miracolo, dall’8 maggio su Sky Atlantic, otto episodi prodotti da Wildside con Arte e Kwaï, distribuiti da FreemantleMedia, da Ammaniti sceneggiato (con Francesca Manieri, Francesca Marciano e Stefano Bises) e per la prima volta da lui pure diretto (con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini). Nel cast Guido Caprino, Alba Rohrwacher, Tommaso Ragno, Lorenza Indovina, Elena Lietti. 

venerdì 15 dicembre 2017

La linea verticale: di un tumore si deve parlare

Di un tumore si deve parlare. Di un tumore si deve ridere. Prendiamo Luigi, quarantenne, una bimba
piccola, una moglie incinta. Quando scopre d'essersi ammalato - una massa al rene da asportare -
immagina un bel funerale laico fatto di amici spiritosi, perché in quelli cattolici non ci si concentra
abbastanza, la musica dell'organo distrae. La storia di Luigi vive attraverso la faccia magistrale di Valerio Mastandrea nella serie La linea verticale, otto episodi da 30 minuti, programmati due per volta ogni sabato, in prima serata su Rai3 dal 13 gennaio.

La storia di Luigi è quella capitata a Mattia Torre, uno degli autori di Boris, qui sceneggiatore unico e regista. "Da un giorno all'altro mi sono trovato di fronte a una diagnosi grave. Vedrai, mi dicevano, alla fine scriverai una grande cosa e io rispondevo: ma no, davvero, non ci penso proprio; e invece questo mondo dentro cui sono finito, si è rivelato interessante. Un reparto d'eccellenza della sanità pubblica. L'eccellenza commuove, arriva come un brivido".

Quando Mattia Torre racconta di sé, gli viene da parlare di Luigi. Un po' dice io, un po' dice "il mio personaggio". Cerca le parole giuste per rispondere, al tavolo del suo studio nel centro di Roma tocca la barra spaziatrice della tastiera e il computer restituisce un monologo di Luigi. "Mi spiace per lo spoiler - mormora - ma io da solo forse non ce l'avrei fatta a dirlo. Ho scritto un romanzo (per Baldini&Castoldi, da oggi in libreria, ndr) ma in terza persona, perché penso che la sovraesposizione del sentimento sia controproducente. Volevo farne un lavoro teatrale, poi Lorenzo Mieli di Wildside mi ha convinto, l'episodio pilota mi ha divertito ed è nata una serie che in Italia non ha riferimenti. Un'opera giocosa, festosa, senza angoscia. Spero che emozioni".

Mastandrea è perfetto. Cosa c'è di lei e della sua esperienza in quel volto?
"Valerio è un mio amico, veniva a trovarmi, sedeva accanto a me. Quando sul set abbiamo ricostruito
meticolosamente il reparto, ci è toccato un doppio shock, stavolta a parti invertite. È il suo occhio che
comanda, non le sue battute, il suo sguardo empatico, tragicomico, la sua condizione di pesce fuor
d'acqua. Volevo girare un medical al contrario, dalla parte di pazienti che si confrontano sull'emoglobina e di questo uomo che si aggrappa alla moglie e al primario Zamagna, visto quasi come un semidio. Un mondo alla Spike Lee. Vittorio Sermonti era stato prima di me in quel reparto e mi diede un consiglio. Lasciati andare, mi disse, a un abbandono vigile. Consegnati con fiducia a chi ti cura, ma ogni tanto getta un occhio alla cartella clinica".

E questo abbandono vigile che mondo crea?
"La malattia in ospedale non c'è. È come annullata. Perché lì dentro stai male alla pari degli altri, e dunque si produce una normalizzazione in cui prendono corpo il cazzeggio e il calore umano. Prima di entrarci, ti immagini un reparto di urologia oncologica come un epicentro di sofferenza. Invece se dimenticassi quanto stavo male, potrei finanche dire che mi sono divertito come un pazzo. Certe relazioni restano per sempre".

Nel primo episodio Luigi dice che la nota comica rende il dolore ancora più insopportabile.
"È l'iperbole di un dialogo. Però ora mi domando se inconsciamente non avesse un significato che non avevo colto. Il lato ludico e ironico di questa esperienza è stato per me un salvagente. Il mio compagno di stanza, un architetto elegantissimo, ogni tanto diceva di non sentirsi le gambe. È uno degli effetti della terapia. Eppure quando chiedeva spiegazioni, spuntava questo medico che aveva sempre la stessa risposta. Sono i vasi, ripeteva. Per noi è diventata una gag. Sono i vasi, era una spiegazione che facevamo andar bene per tutto, e ci capitava di riderne fino alle lacrime, col rischio che saltassero i punti. Nessuno potrebbe immaginarlo. Un reparto di oncologia è un curioso mondo in cui regna un'eguaglianza commovente, alla fine provi una specie di sindrome della montagna incantata, trovi che sia un luogo ideale, non vuoi lasciarlo".

Si sta peggio fuori?
"Ho avuto un crollo quando sono tornato a casa, come capita ai reduci del Vietnam a cui all'improvviso hanno portato via le coordinate. Fuori è più complicato, ti senti solo, non c'è più un campanello da suonare di notte, sei espulso da quel mondo rassicurante fatto di leggi proprie in cui ciascuno cerca la salvezza. Avverti la paura che provano gli altri, quelli che ti stanno attorno. In ospedale la paura non c'è. Il medico non ne ha, l'infermiere non ne ha, sono figure assuefatte alla paura, l'hanno esclusa dal loro ambito professionale. Ma fuori, appena sei fuori, percepisci questo sentimento umano, carino, apprezzabile, eppure goffo".

Un sentimento inopportuno, vuole dire?
"In ospedale ti senti un soldato accanto agli altri, poi esci e ti accorgi che la guerra vera sta lì, lontano dal fronte. Io ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con l'assistenza di una comunità di amici molto presente. Mezzo cinema italiano era intorno a me, e non essendo io un volto popolare, alla fine in reparto si domandavano chi davvero fossi. Perciò sono felice di aver trasformato questa disavventura in un progetto culturale, qualcosa di ironicamente sociologico".

Cos'è che vuole sentirsi dire un ammalato?
"Una verità che ho appreso è che se ne deve parlare. La cosa più dolorosa è la discrezione degli altri, la prudenza che diventa vigliaccheria sentimentale, il silenzio di chi ha paura di ferire. Invece è bello sentirsi chiedere: come stai? come va? Trattare il cancro come una cosa tra le altre. È una malattia spaventosa, diffusa ma curabile. Deve entrare nel nostro vocabolario. Non è un suono da cui lasciarsi spaventare. All'inizio avevo pensato di giocare su questa parola tabù che ci appartiene, questa sorta di censura che applichiamo al linguaggio evitando di pronunciarla. Pensavo di sovrapporre un bip ai dialoghi, come per le parolacce, ma con le musiche l'effetto peggiorava. Mi sono detto, lasciamola. Era fico andare dritti e pronunciarla".

"Conta la testa" insiste il cappellano del reparto. Lei ci crede che è così?
"Ci credi perché non sai quale sia la ricetta. Il primo passo è l'abolizione della paura. La paura ti mangia, non serve a niente. La vita è una faccenda complessa. Puoi salutare un amico, un attimo dopo attraversare la strada e finire sotto un tram, oppure campare venti anni da paziente terminale. Autocondannarsi allora è ridicolo. Questa tendenza a vivere con la paura addosso va contrastata più possibile. La linea verticale è la possibilità di stare in piedi, dritti, vivi. In orizzontale si muore".

La linea verticale è anche la rabbia che nel reparto ognuno scarica sul gradino inferiore della gerarchia. Esiste una rabbia del paziente?
"Emerge di notte, non si può separare dal percorso, ed è un sentimento interessante se non diventa ingestibile. Luigi trascorre 21 giorni in ospedale. Sono tanti. Le tensioni aumentano. Ma senza fare una didascalica morale, la malattia è un'occasione di rinascita, come ogni altra crisi. Può essere preziosa se non distrugge. Penso a un divorzio. Le crisi hanno una carica vitale. Io ne sono uscito più coraggioso. Ho fatto cose che mi avrebbero spaventato, come scrivere una serie da solo e dirigerla".

Torre, davvero si può ridere di tutto?
"Non lo so, ma so che la commedia può essere uno strumento per raccontare tutto. La risata è un mistero. Può essere piacevole, può essere un istante di abbandono, può essere una forzatura. La commedia salva la possibilità di affrontare argomenti seri senza diventare ridondanti".

E dopo la malattia, dopo, qual è lo spirito con cui si sta al mondo?
"Si torna a vivere con un senso del desiderio più chiaro. Capisci cosa davvero conta per te. È una cosa banale, eppure a volte sfugge. Cosa voglio veramente? Chiederselo e realizzarlo. Mia moglie lavorava in televisione, poi ha mollato tutto ed è diventata ostetrica a trent'anni. Ecco, io ora posso dire con certezza che senza questo tumore, sarei senz'altro morto".

(Il Venerdì, 8 dicembre 2017)

lunedì 24 luglio 2017

Il racconto del calcio secondo Adani

MILANO. Siamo pieni di allenatori che vorrebbero fare i titoli e di giornalisti che vorrebbero fare le formazioni, abbiamo avuto Vittorio Pozzo che era insieme c.t. e inviato per La Stampa, ma quando Daniele Adani ha detto no a Mancini per rimanere in tv, stava chiudendo un cerchio. Un uomo venuto dal campo che al campo preferisce le parole. Le telecronache, lo studio e pure le interviste, come quella a De Rossi, tra le più belle dell'anno. Su una poltroncina rossa nella sede di Sky a Rogoredo, parla di sport travolto da passione. "Da ragazzo non mi dedicavo tanto alla scuola, mi distraeva dal calcio, e quello sì che invece lo studiavo. Giocavo e cercavo di capire il perché di un movimento, di una posizione del corpo. Ho imparato nel mio paesino e in serie A. Ho imparato cose pure da gente che non stimo".

mercoledì 17 febbraio 2016

Le squadre che non vincono mai


Si può trasformare in sette giorni una squadra che non vince mai? E' questa la sfida di Gianluca Vialli e Lorenzo Amoruso, in giro per l'Italia con l'obiettivo di risollevare dal fondo della classifica le formazioni dei campionati dilettanti col peggior rendimento. Anche il calcio ha il suo docu-reality. Intorno a questa idea è nato "Squadre da incubo", format originale prodotto da FremantleMedia con lo stesso Vialli fra gli autori. Il programma sarà trasmesso da domani su Mtv8 (canale 8 del digitale terrestre) in prima serata: sei puntate da 50 minuti per la regia di Alessandro Tresa. Si inizia da Sezze Scalo (Latina), poi Giffoni Valle Piano, Martirano Lombardo, Carunchio, Buttrio, Moneglia. Quella che segue è una chiacchierata fatta con Lorenzo Amoruso sulla sua carriera e sul significato del codice del calcio.  

domenica 6 settembre 2015

Il papà di Mazinga e Goldrake


1982. “Dietro il nostro rancore di genitori, di nonni, di zii costretti a spendere soldi, rabbia e inutili prediche per limitare l’invasione della fantasia infantile c’è, inconfessabile, il senso di un’ammirata sconfitta. Si chiama Go Nagai, il nostro avversario, e la sua matita sta alla cartoonistica giapponese come la Dormello Olgiata sta al purosangue: dal suo centro di produzione sono usciti i Nearco, i Tenerani, i Ribot che hanno galoppato nei cieli delle televisioni di mezzo mondo, dall’Indonesia alla Francia, dalle Filippine all’Italia. Per milioni di uomini e donne, domani le immagini ricordo dell’infanzia saranno queste, non D’Artagnan e Zane Grey, e neppure Tex Willer o Mandrake”.
Così scrisse Vittorio Zucconi nel giorno in cui ebbe davanti a sé il papà di Mazinga, Goldrake e Jeeg robot. In Italia tutto era cominciato quattro anni prima, su Rete 2, intorno alle sette di sera, più o meno nella stessa fascia oraria in cui Rete 1 aveva abituato il pubblico alle rassicuranti storie di Fonzie o della famiglia Bradford.

mercoledì 15 luglio 2015

Mettete Napoli nei vostri docu-reality

Una volta era più facile. C’erano i film e c’erano i documentari. Non esisteva la minima possibilità di confondersi. Nei film si recita una storia, con i documentari si diffonde la conoscenza. A parte qualche incertezza teorica iniziale sui Lumière e sulle loro riprese dell’uscita degli operai dalle officine, la distinzione è stata presto netta: quelli di Murnau sono film, quelli di Flaherty sono documentari. Nel ’43 per i documentari l’Academy istituisce anche l’Oscar, e in corsa ne troviamo di firmati da John Ford e da Frank Capra, ma dubbi sulla loro natura non ce ne sono. Dovendolo spiegare a un bambino di cinque anni, in un documentario non ci trovi le attrici. Lo so, vi state chiedendo che cosa c'entra Napoli.

mercoledì 11 marzo 2015

Quando il salotto tv diventa un ring



CI SONO quelli a cui in diretta si dà del tu. Ex compagni di squadra, qualche volta di nazionale, o magari compagni di una sera a cena, forse più d'una. Si riconoscono perché in genere a fine partita hanno azzeccato tutto. «Bravo Pippo, sei stato bravissimo » (Pippo è Inzaghi, la frase è tratta dal post-partita Sky di Chievo-Milan, 0-0). Ci sono poi quelli a cui si dà del lei. Non ci hai mai preso insieme nemmeno un caffè, non hai il suo numero di cellulare e se la sua squadra vince 4-3 gli chiedi cos'è che non ha funzionato in difesa.

venerdì 14 febbraio 2014

Il kamikaze Ghezzi e le notti di Cesenatico


Mike insisteva: Edy parla di più. Edy era così, non faceva nulla per mettersi in mostra. Non le occorreva. Modesta, serena, discreta. Elegante. Bellissima. Parlava poco, perché già avevano congedato Maria Giovannini da "Lascia o Raddoppia" dopo poche puntate. Ma lei era lei. Un incantesimo di gentilezza. La mia fidanzatina. La fidanzatina di Giorgio Ghezzi, portiere dell'Inter, detto il kamikaze.Quel nome lo meritai dopo un derby in cui mi gettai a faccia in giù sulle scarpe di Schiaffino. Spata-bam. Un'uscita folle. Servì. Fu lui a colpirmi, mi venne addosso, rimasi a terra a contorcermi, seguirono giorni e giorni di polemiche sui quotidiani. In realtà non mi feci niente, mi piaceva provocare Schiaffino. All'epoca, comunque, fidanzata era una parola impegnativa. Meglio fare larghissimi giri intorno alle parole. Un giornale scrisse che esisteva "una favorevole disposizione d’animo di Edy nei miei confronti". Favorevole disposizione d'animo. Che cos'erano gli anni Cinquanta.

mercoledì 11 agosto 2010

Il padrone delle parole

Pare che Murdoch abbia intenzione di citare quelli di Skype, colpevoli di utilizzare per tre quinti nel loro marchio il logo delle sue tv. Cielo è una parola sua. Dunque per evitare cause qui non saranno mai utilizzate in inglese le seguenti parole: grattacielo, allodola, profilo, orizzonte, esorbitante, paracadutismo, né dirottatore. No, uno lo dice per avvertire.

lunedì 21 giugno 2010

Allora spegnila, e leggiti un libro

Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano.
(Luca Zaia, Pontida)

domenica 4 ottobre 2009

Quando vi diranno delle falsità di internet

La pillola di cui parla oggi in un articolo anche il Corriere, quella che cancella i traumi e azzera la memoria di se stessi, quella che ha scatenato indignazioni e analisi nel solco della linea "signora mia dove andremo a finire", ecco, quella pillola - beh, insomma, ehm cough cough - pare che non esista.
Ieri pomeriggio al Fatto - ci stavano cascando - avevano rivelato la beffa. E' la pubblicità di un programma di Current Tv. Che si chiamerà appunto Letenox. Nessuno aveva badato al nome dell'azienda produttrice del Letenox, la Marlow & Kurtz. C'era troppo Conrad per non insospettirsi.
Oddio, proprio nessuno no.
Jacopo Fo sapeva tutto già da mercoledì.

lunedì 31 agosto 2009

La fine di Giochi senza frontiere

Dieci anni fa. Silvia Baraldini tornava in Italia, Michael Johnson faceva il record del mondo sui 400 metri e finivano i Giochi senza Frontiere. Quelli di Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi (anche se ormai loro due non c'erano più), quelli dell'anche il Belgio gioca il suo jolly così caro a Buildo. Certo, l'ultima finale dell'ultima edizione, a Le Castella, con Mauro Serio e Flavia Fortunato nei panni di Rosanna Vaudetti e Giulio Marchetti (ma pure Ettore Andenna e Milly Carlucci, va'), già non si poteva più guardare. Ma il trionfo nel '78 della mitica Abano Terme, come si fa a scordarlo? Così come non si scorda la delusione della sera in cui Moena fu bruciata da una squadra piena di ragazze bellissime che si chiamava NL e che sentivamo chiamare Olanda.

giovedì 20 agosto 2009

In regalo la copertina del primo volume

Al misterioso universo che abita il profilo psicologico di un collezionista, nel tempo, si sono dedicate illustri menti. Hitchcock, Malraux, Ottanta/Cento. In principio erano i francobolli. Poi è venuta la Panini con le figurine. Dopo gli ovetti Kinder. Sono arrivati quelli delle schede telefoniche. E le maglie di calcio. E le Barbie. Io sono affascinato dalle pubblicità che in tv reclamizzano le uscite in edicola di nuove collezioni. Mi sforzo di capire, e un poco la capisco persino, la passione di chi costruisce vascelli o compra le automobiline di Formula Uno. I soldatini e i carrarmati fanno tornare bambini, le navicelle spaziali evocano Star Wars.
Ma i modellini in scala 1:43 dei più famosi trattori, chi se li compra?

venerdì 12 giugno 2009

Su Italia unooooooo


Prendete un imitatore di Berlusconi. Non uno qualunque. Uno bravo. Quasi un sosia. Poi uno di D'Alema. Uno di Mastella. Uno di Di Pietro. E così via. Prendeteli tutti, metteteli in una casa e costruiteci intorno un reality show. Senza fantasia. Con la formula solita: le nomination, le votazioni da casa, le eliminazioni. Come reagirebbero, gli imitati?
E' quello che stanno facendo in Argentina. Il programma si chiama El Gran Cunado, Il Grande Cognato. Per immaginarselo bisogna frullare insieme il Grande Fratello e il Bagaglino. Così. Solo un poco più trash [qui]. Non è finita. Immaginate tutto questo a due-tre settimane dalle elezioni. Pure questo stanno facendo in Argentina. Si vota fra poco. L'ex presidente Menem è andato ospite in una puntata, ed ha annunciato al presentatore che tornerà a candidarsi per la presidenza nel 2011.
Ora. E' solo una mia sensazione, oppure sarebbe assolutamente verosimile anche in Italia?