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lunedì 12 marzo 2018

Quando rapirono Nils Liedholm

L'illustrazione è a cura di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Svezia 1958 - Argentina 1986
Dove si ragiona su cosa vada insegnato ai ragazzini

“Rapiremo Nils Liedholm”. Le tre parole scritte su un foglio a quadretti vennero recapitate in albergo tra le mani del portiere alle dieci e un quarto di un giovedì sera, quando per lo spavento provato dinanzi alla faccia dell’uomo che sbiancava, la vecchia stiratrice si bruciò un dito nell'assestare una botta di calore a un colletto inamidato. Il portiere si chiamava Kalle Svensson, ed essendo l’ultimo di dodici figli aveva affinato l’arte di catturare l’attenzione facendo la cosa giusta nel momento giusto. Perciò strappò il ferro di mano alla donna e prese a salire le scale a quattro a quattro, perché così s’era sempre detto, altrimenti per l’ansia a sei a sei le avrebbe fatte, a nove a nove anzi, e comunque mai in numero che non fosse multiplo di tre. Con la piastra in alluminio dell’arnese, Svensson vibrò un colpo alla porta del compagno Nils, spaccò la serratura, e una volta messo piede in camera, scoprì che la lettera diceva il falso. Non avrebbero rapito Liedholm. Liedholm lo avevano rapito già.

martedì 6 febbraio 2018

Meazza, Kempes e le matite spezzate

maiali colorati
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
    Sedicesimi di finale: Italia '34/'38 vs Argentina '78
Della natura politica del calcio

Il ministero della cultura confermò con un fonogramma urgente che dopo la mezzanotte del venerdì sarebbe arrivato il sabato, e gli italiani vestiti di scuro non ne vollero sapere di far cominciare la partita prima di averlo degnamente celebrato. Le squadre di calcio vennero allora bloccate nel tunnel cinque metri sotto terra, dove ancora non sospettavano che sarebbero rimaste ore e ore. Gli argentini stavano ancora infilando i calzettoni. Dentro lo stadio del paese giungevano suoni di campanelli e squilli di trombetta, ma così piccolini e soffocati che parevano sibili di zanzare, come usciti da ruote di un carro fasciate di stoppa e cenci. Lungo le piazze si vedevano teatrini di tela affollati di bambini, e sui muri delle case alcune scritte col carbone [1]. I ragazzi più coraggiosi si lanciavano dentro cerchi di fuoco e maneggiavano moschetti di legno, mentre le ragazze in camicetta bianca e gonna nera facevano roteare bandiere e clave.

lunedì 27 giugno 2016

Messi, il 10 che non voleva essere di più

Tra le mille cose che il calcio da solo non riesce a spiegare, c'è questa allergia fra il giocatore più bravo al mondo - candidato qualche volta al titolo di sovrano di ogni tempo - e la sua nazionale, o forse il suo paese. "Avrei voluto portare un titolo in Argentina, me ne vado senza esserci riuscito" dice adesso Messi, mentre Olé - quotidiano sportivo di Baires - lo mette in ginocchio in prima pagina, le mani sul prato, la faccia nascosta e lo scongiura, non te ne andare, giocando con le parole, "lo veo y non lo leo", dopo la sconfitta con il Cile. Se Pelé aveva vinto con Garrincha Jairizinho e gli altri due mondiali da protagonista e uno da infortunato; se Maradona ne ha vinti quasi due tutto da solo, Messi rimane un assetato di gloria patria, un collezionista di Palloni d'oro che si prosciuga quando di mezzo c'è la sua bandiera. Adesso dice "mi fa male perdere, per me è finita, la decisione è presa", sfilandosi per sempre la fascia da capitano e la maglia a strisce della Selección, un'altra tragedia che il calcio argentino mette in scena in terra d'America. L'ultimo pianto di Messi cade a duecentotrenta miglia e ventidue anni di distanza dal giorno in cui a Boston Diego fece la sua pipì mondiale con l'efedrina dentro. Era il 25 giugno, per Messi il 26.

giovedì 2 giugno 2016

Calcio e potere in Argentina


Se era vero che "perfino in Vaticano parlano solo di calcio", come sosteneva Osvaldo Soriano, figurarsi adesso che in Vaticano c’è un papa argentino. Non esiste angolo della Terra in cui il potere abbia resistito alla tentazione di maneggiare a modo suo il pallone, non esiste sulla Terra un posto in cui accada più che in Argentina.

martedì 8 marzo 2016

Il mondo di Valdano


DAL tavolo di Jorge Valdano il Real Madrid sembra «un quadrato che vuole diventare un cerchio». Non un'utopia: un pasticcio. I sette gol al Celta sono cerotti su un allenatore saltato, un altro che traghetta e basta, la stella Ronaldo che si irrita coi compagni, i fischi, i 12 punti di distacco dal Barcellona. Qui il campione del mondo argentino ha giocato, allenato e fatto il dirigente, fino a rompere con Mourinho. Ha attraversato il calcio da sovversivo, da uomo sensibile ai sogni. Oggi è un apprezzato scrittore. Sorseggia un cortado in una caffetteria a tre minuti dal Bernabéu, dove domani aspettano la Roma, lungo un viale pieno di banche, concessionarie d'auto e platani spogli. Il lusso e le foglie morte. Questo Real. «È un tempo di disperazione per doversi confrontare col più forte Barcellona di sempre. La società tecnologica ci ha tolto la calma e ha imposto la fretta. L'impazienza sta provocando cambi continui, i cambi non aiutano i progetti».
Il madridismo come reagisce?
«Nel modo in cui dice l'inno del Real: quando perdi, dai la mano. Ci sono valori che definiscono un club. Non darsi per vinti, far prevalere il gruppo, associare trionfo e spettacolo. Questo è il madridismo, con l'onestà e l'autorità morale dei suoi idoli. Bernabéu morì povero. Aveva una strategia e una visione, quando costruì lo stadio e allargò la platea dei tifosi ingaggiando un ungherese, un francese e un argentino: Di Stéfano fu un Bernabéu vestito da calciatore. Nel vuoto di soluzioni d'oggi, rimane l'orgoglio di chi non si rassegna alla mediocrità».

sabato 9 gennaio 2016

Dybala, un Pantheon che cammina


New York è a seimilacinquecento chilometri di distanza, ti danno una punizione dal limite e anche senza l'uomo con la barba qualcuno dovrà pur tirarla. Così il povero Allegri una volta incarica Pogba, un'altra si arrangia con Hernanes e preso dalla disperazione un giorno considera perfino che sia il turno di Bonucci: per dire a quale livello di stress possa sottoporre il calcio. Finché trentasei partite dopo l'ultimo gol juventino su punizione, contro il Torino ad aprile, Dybala prende la rincorsa e mette la palla nel punto in cui fino a pochi mesi fa sapeva piazzarla soltanto Lui, l'uomo che non rideva mai. In porta. La "benedetta". Come fai a questo punto a non cedere alla tentazione di chiamarlo "il nuovo Pirlo"?
D'altra parte, chissà perché, con Dybala certi accostamenti vengono naturali. Quando a diciannove anni diventa il più giovane a far gol nella storia dell'Instituto Atlético Central, a Córdoba per tutti è "il nuovo Kempes". Solo qualche mese più tardi Zamparini passa in Argentina e mette dodici milioni sul tavolo per portarsi il ragazzo in Sicilia, gridando al mondo di aver scoperto "il nuovo Agüero". Pietro Lo Monaco che gli sta accanto prova a riportare le cose dentro i nostri confini. Il Kun non c'entra, per lui è "il nuovo Montella". Ma siccome i giorni passano, i ricordi sbiadiscono e le abitudini cambiano, quando dopo 21 gol arriva il momento di venderlo, e di venderlo bene, Dybala è già diventato "il nuovo Messi"; adesso vale cento milioni racconta in giro Zamparini, aggiungendo commosso che preferirebbe darlo al Napoli, perché lì sarebbe diventato il "nuovo Maradona". E qui l'affare onestamente si complica.
disedyba«Non vado al Napoli: là nessun argentino potrebbe fare meglio di Diego» fa sapere Dybala, un po' per smarcarsi avendo in tasca l'accordo con la Juve, un altro po' perché non gli sfugge il tipo di destino a cui sono andati incontro tutti i "nuovi Maradona" della storia: da Borghi a Gallardo, da Ortega a Buonanotte. Meglio Torino, allora. Dove pure lo aspettano con i paragoni puntati. Marotta lo accoglie come il "nuovo Tévez" perché nel frattempo il vecchio, quello vero, se n'è andato. Il sospetto è che Paulo se le vada a cercare: si presenta con questa tendenza a tenere i calzettoni sempre un po' abbassati e finisce che il tifoso Ezio Greggio lo prende per il "nuovo Sivori". Più scetticamente, quasi tutti quanti gli altri cominciano a credere che casomai si tratti del "nuovo Iturbe", per via dei tanti milioni spesi (40), dei pochi gol e delle troppe panchine a cui Allegri lo costringe. Lo stesso Dybala aggiunge confusione facendo partire dal suo account un tweet in cui riferisce di aver ripreso gli allenamenti a Trigoria e chiudendo con un "forza Roma" che certifica questo gigantesco conflitto di personalità presenti in un corpo solo. Peraltro un corpo con tre passaporti: argentino, italiano e polacco. Uno, Dybala e centomila. In realtà aveva solo fatto casino il suo social media manager - li chiamano così: lo stesso del romanista.
Mettendosi dietro le spalle il numero 21, Dybala accetta di diventare un Pantheon che cammina. Era il numero che portava Zidane prima ancora di Pirlo, quello con cui in Argentina nel ‘78 Rossi diventò Pablito. Ma è pure il prodotto fra i due numeri sacri, il tre e il sette, e dunque un segno della perfezione. Il Blackjack. Naletilic, agente Fifa, vede in lui "il nuovo Baggio". Prandelli resta incantato e lo chiama "il nuovo Del Piero". Dybala è una glossa calcistica. Traduce gesti antichi nel linguaggio corrente. È una summa di frammenti, li ammucchia e finisce per citarli tutti. Il primo campione post-moderno. Chissà come lo avrebbe definito l'Avvocato, che aveva visto Raffaello (Baggio), Pinturicchio (Del Piero) e Delacroix (Zidane). Senza una risposta, dovremo lentamente abituarci al pensiero che Zamparini sta già cercando "il nuovo Dybala".
aggiornamento (25 gennaio 2016) "Dybala ricorda un po' Boniek, un giocatore che trascinava". (Trapattoni)

domenica 4 ottobre 2015

Valdano, l'ultimo hombre vertical

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El Hombre vertical è in Spagna una persona assai vicina al nostro uomo tutto d'un pezzo. L'uomo con la schiena dritta. E però. El Hombre vertical della lingua spagnola sarebbe a dire il vero qualcosa in più. Non è solo chi sostiene le sue opinioni senza curarsi di compromessi, non è semplicemente un uomo incorruttibile, libero, ma un uomo talmente libero da riuscire a essere severo con gli amici, se occorre, quando occorre. Quando nel calcio si parla di Hombre vertical viene in mente prima di tutti Luis César Menotti. Lo stesso soprannome diedero poi a Héctor Cúper. Il ceppo italiano è nella triade Zoff-Scirea-Riva. Ma l'uomo più verticale di tutti nel calcio, l'ultimo rimasto, si chiama Jorge Valdano, che infatti adesso il calcio guarda da lontano. Come un filosofo. Da filosofo.

martedì 14 luglio 2015

Messi lo svedese

tup Io ero il genio, il talento, la fantasia. Io ero il mago, la pulce, il prodigio. Io ero l’ingegno, l’estro, il fenomeno. Io ero il capriccio, il miracolo, il sogno. Io ero l’Erede. Ora non più. Ora per tutti sono un pecho frío. Un cuore freddo. Sono senz’anima.

domenica 5 luglio 2015

L'Argentina e gli angeli senza la faccia sporca


Perdere due finali in due anni ammazzerebbe chiunque. Se la cosa succede all’Argentina, la squadra che vale 600 milioni di euro e che può permettersi tutti insieme Messi Agüero Di Maria Tevez Lavezzi e Higuaín - senza segnare neanche un gol nei 240 minuti (4 ore) delle due finali – bisogna provare a chiedersi che cos'è successo a Rio e a Santiago.

mercoledì 8 aprile 2015

Il fascino antico della punizione in area


C'ERA sempre, da bambino, uno che faceva la domanda. «Arbitro, posso tirare?». E quello, poverino, con una santa pazienza a spiegare che bisognava guardare come teneva il braccio. Se alto o basso. Regola 13. Il calcio di punizione. Diretto o indiretto. Fino al giorno in cui arrivava per tutti l'età della conoscenza e dell'accesso alla scoperta avanzata: esiste una punizione in area di rigore. Una vicenda sorprendente e misteriosa, i grandi la spiegavano quasi con la stessa meraviglia che accompagna la storia dell'ape, il pungiglione, il polline e il pistillo. Pareva roba d'altri tempi, invece il gol di Tevez riporta tra noi questo gesto dimenticato. È stato una rarità negli ultimi quindici anni di calcio, per una serie di modifiche regolamentari e perché il basket ha ispirato l'introduzione dei blocchi, così il fallo di ostruzione d'una volta non si fischia quasi più. Come il gioco pericoloso. Un calcio a due in area ormai si vede solo se un Rugani tocca la palla all'indietro e un Sepe la afferra con le mani anziché scaraventarla via con una pedata, come nel frattempo i portieri hanno imparato a fare, alcuni peraltro in modo sommo.

mercoledì 12 novembre 2014

Il gol di Tevez che Kerouac avrebbe amato

Disegno di quel genio di Paolo Samarelli
Disegno di Paolo Samarelli
- Sal, dobbiamo andare e non fermarci mai
finché non arriviamo. 
Per andare dove, amico?
Non lo so, ma dobbiamo andare.

SI DEVE partire e andare, il resto alla fine non conta. Partire, soltanto questo, e fregarsene, davvero, di come andrà a finire. Lo raccontò benissimo Weah, sono già passati diciott'anni. "Ho visto tanto spazio e mi sono detto: ci provo". Aveva 100 metri e mezzo Verona davanti, mica lo sapeva che in fondo alla strada c'era il gol. Era un dettaglio. Era stato fra i peggiori in campo e quando l'onesto signor Manetti andò a battere un calcio d'angolo, illudendosi che fosse un'occasione per fare 2-2, anziché seguire lo stopper nel mucchio il grande George andò a piazzarsi sullo spigolo dell'area, defilato, come una torre sulla scacchiera, forse finanche senza voglia. Fu il caso a fargli arrivare il pallone giusto là, tra i piedi, il resto lo fecero i suoi polmoni pieni di incoscienza.

sabato 8 novembre 2014

La Marsiglia di Izzo e il calcio identitario di Bielsa

bielsaghiacciaia Vent'anni dopo Bernard Tapie, Marsiglia ha trovato un altro uomo dentro il quale immergere se stessa, il suo dna, la fierezza della propria maniera d'essere. L'identità. Marcelo Bielsa, 59 anni, allenatore argentino, speciale come pochi altri, differente. Uno che di Marsiglia dice cose così: "È una città che fa andare le sue differenze tutte nella stessa direzione, come la mia idea di calcio". Sono stato alla Commanderie, il centro sportivo dell'Olympique: su Repubblica in edicola oggi trovate il racconto della maniera in cui una squadra, la sua guida e la sua gente vivono la vigilia di una partita così importante, contro il Psg (domenica alle 21). Impressionante mi è parsa, ripensandoci durante il ritorno, la sovrapposizione tra la filosofia di Marcelo Bielsa e la narrazione che di Marsiglia ha fatto Jean-Claude Izzo, il suo cantore.
"Anche per perdere bisogna sapersi battere" 
(Izzo, da "Casino totale").

giovedì 7 agosto 2014

L'impiegato Bielsa

bielsa
"Un uomo che ha delle idee nuove è un pazzo finché le sue idee non trionfano"

Lasciate perdere gli sceicchi del Psg, lasciate perdere anche il magnate russo del Monaco. Il colpo Ibrahimovic, la carica a Cavani, l’assalto a Falcao. Acqua passata, roba degli anni scorsi, dimenticatela, dimenticate la grandeur di Parigi e della Costa azzurra. Che estate banale, la loro, stavolta. Niente a che vedere con Marsiglia. I nuovi fuochi d’artificio, il calcio francese li ha sparati qui, dov’è arrivato un signore argentino di 59 anni, rosarino come Messi Menotti e Che Guevara, uno che il mondo del calcio chiama El Loco, il pazzo, e adesso anche Le Fou. Se c’è un motivo nuovo per guardare quest’anno la Ligue1 (al via venerdì con Reims-Psg), quel motivo di nome fa Marcelo e di cognome Bielsa. Una delle più grosse calamite viventi di nerd del pallone. Una specie di Zeman, fate conto solo meno difensivista.

lunedì 7 luglio 2014

Goycochea e i rigori parati alle sorelle

goyco2 Diego disse Tranquilli ragazzi, Napoli non ci fischierà. Come potesse esserne così sicuro, non lo capimmo. Anche se lui era lui, e Napoli era sua. Ma di mezzo c'erano l'Italia e una semifinale mondiale.
Sono arrivato a undici metri di distanza dalla Coppa del mondo. Non sono riuscito a parare l'unico rigore che avrei dovuto prendere. Andreas Brehme, 1990, la finale contro la Germania. Feci mezzo passo avanti e mi lanciai sulla mia destra. Poteva tirare solo di là. Ma non ci arrivai. Ai rigori avevamo battuto la Jugoslavia a Firenze nei quarti e l'Italia a Napoli in semifinale. Brehme, in tedesco, per me significa castigo.

lunedì 16 giugno 2014

Shilton, la vittima della mano de dios

shilton2 Ho sempre saputo che sarebbe arrivato un giorno in cui avrei pagato tutto, un giorno in cui qualcuno mi avrebbe fatto scontare il mio lato oscuro. Quel giorno venne, e decise di punirmi con la mano di Diego Maradona. La sola cosa che mi infastidisce è non avere mai avuto le sue scuse. A fine partita, quando succede qualcosa tra noi giocatori, se ne parla. Se c'è da dirsi qualcosa, ce la diciamo. Tutto finisce lì, nel campo. Lui no, Maradona non venne a parlarmene. E' il miglior calciatore che io abbia mai visto in vita mia, ma non gli allungherei la mano per stringere la sua.

martedì 20 maggio 2014

Processo a Maradona e alla mano de dios

manodedios La mano de dios, ci risiamo. Qualche giorno fa, al festival del diritto e della letteratura di Palmi, quel gesto e il suo autore sono stati messi sotto processo, 28 anni dopo. L'accusa: il giornalista Flavio Tranquillo. La difesa: l'avvocato Claudio Botti. Il giudice: il giudice Antonio Salvati. E' andata così.
Flavio Tranquillo ha chiesto la condanna di Maradona per due motivi. Il primo basato sul rilievo per cui se ci sono delle regole, vanno rispettate. E con convinzione, ha sottolineato, citando la lezione di Paolo Borsellino. Un principio da applicare all'interno e all’esterno di un campo di calcio. Il secondo motivo è a suo dire romantico: Maradona va condannato anche per aver fatto ricorso all’inganno, lui che era genio nell’arte del calcio, perché dell'inganno non avrebbe avuto bisogno. Si direbbe un'aggravante.

mercoledì 14 maggio 2014

Ramón Quiroga e la marmelada del '78

Quiroga_figurina1978 Io, il venduto. Io, quello che aprì la porta all'Argentina. Io, Ramón Quiroga. Ve lo giuro sui miei capelli corti e le mie rughe: sono innocente. Le cose nel '78 sono andate così, e mi dovete credere. Il 21 giugno era il giorno decisivo: per la finale dei Mondiali si sarebbe qualificata la prima piazzata nel girone della seconda fase. Senza semifinali, la stessa formula del '74. Argentina o Brasile. L'Argentina quella sera aveva il vantaggio di andare in campo conoscendo già il risultato dei rivali. Sapeva che per farcela avrebbe dovuto vincere 4-0: contro di noi, il Perù, e in porta per il Perù c'ero io. Ma io sono nato a Rosario, Argentina, il Perù mi aveva solo offerto un passaporto e un posto in nazionale. E Argentina-Perù, quella sera, proprio a Rosario si giocava. La città di Che Guevara. La città di Cesar Menotti, il ct della nazionale che i generali volevano vedere campione del mondo.

venerdì 18 ottobre 2013

Canaglie contro lebbrosi, il folle derby di Rosario

Le canaglie contro i lebbrosi. La squadra per cui tifava Che Guevara e quella di Messi. La folle storia della rivalità più accesa che ci sia. 



Celtic-Rangers? Sbagliato. Lazio-Roma? No. Olympiakos-Panathinaikos? Nemmeno. Il derby più derby che esista al mondo si gioca domenica in Argentina, dove molti credono che il massimo sia Boca-River, il Superclàsico di Buenos Aires. Illusi. Dimenticano cos'è il calcio a Rosario. La città di Messi. Sul fiume Paranà. Dove tutto parla del Central nella zona nord, dove tutto è Newell's Old Boys nella parte sud. I marciapiedi e i muri hanno i colori dei due club: giallo e blu di qua, rosso e nero di là. Non c'è nel mondo una città più malata di calcio di Rosario. Quando arriva il derby, i bambini vanno a scuola con la maglia della loro squadra sotto i grembiuli. Immaginate ora che il derby torna dopo tre anni. Il Central è risalito dalla B, il Newell's nel frattempo è tornato campione.

sabato 31 agosto 2013

Il senso di Guardiola per l'abbraccio

Li ha abbracciati uno per uno. Tutti. Sul campo, in tribuna, di nuovo sul campo. Non era un rito anonimo quella stretta di Guardiola ai suoi uomini, i primi a dargli un titolo senza Messi. C'era intimità, c'era l'esibito piacere di un gesto di cui Pep ha raccontato di avere un terribile bisogno. “Per convincerli che l’idea è una”. Così raccontò a maggio scorso, quando in pieno anno sabbatico volò in Argentina per un ciclo di conferenze sulla sua idea di calcio, una coerente appendice della sua idea di mondo. Parlò dell'abbraccio e del suo metodo d'insegnamento, la sua maniera di costruire un gruppo, di gestirlo, brutta parola, meglio dire di viverlo. E parlò di Messi, l'uomo che forse più di tutti gli è capitato di abbracciare. Ne parlò sorprendendo gli argentini. Ora che si è scollato di dosso l'ombra di Leo vincendo anche senza di lui, la rilettura di quelle frasi racconta un Guardiola privato. Venti frasi. Eccole:

giovedì 25 luglio 2013

Borges e il rosa del Boca

Ride, Ramòn Diaz. Guarda la nuova maglia dei rivali di sempre e ride. Ride con lui tutto il mondo del River Plate al cospetto della nuova divisa del Boca Jrs. Perché è rosa. Sfottò, gente che si dà di gomito, fotomontaggi che girano sui social network: la pantera, un tutù da ballerina, il maiale dei Pink Floyd. E quella risata di Ramòn che ha accompagnato il suo commento: "Davvero è rosa? Che carina. Dal blu e giallo passano al rosa. Carini. Aspetto di vederla...".