martedì 6 febbraio 2018

Meazza, Kempes e le matite spezzate

maiali colorati
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
    Sedicesimi di finale: Italia '34/'38 vs Argentina '78
Della natura politica del calcio

Il ministero della cultura confermò con un fonogramma urgente che dopo la mezzanotte del venerdì sarebbe arrivato il sabato, e gli italiani vestiti di scuro non ne vollero sapere di far cominciare la partita prima di averlo degnamente celebrato. Le squadre di calcio vennero allora bloccate nel tunnel cinque metri sotto terra, dove ancora non sospettavano che sarebbero rimaste ore e ore. Gli argentini stavano ancora infilando i calzettoni. Dentro lo stadio del paese giungevano suoni di campanelli e squilli di trombetta, ma così piccolini e soffocati che parevano sibili di zanzare, come usciti da ruote di un carro fasciate di stoppa e cenci. Lungo le piazze si vedevano teatrini di tela affollati di bambini, e sui muri delle case alcune scritte col carbone [1]. I ragazzi più coraggiosi si lanciavano dentro cerchi di fuoco e maneggiavano moschetti di legno, mentre le ragazze in camicetta bianca e gonna nera facevano roteare bandiere e clave.

Come sparsa dal cielo, la voce del capo del governo incitava gli atleti attraverso gli altoparlanti lungo le strade a essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi. “Ricordatevi che quando combattete oltre i confini, ai vostri muscoli e soprattutto al vostro spirito è affidato in quel momento l’onore e il prestigio sportivo della nazione. Dovete mettere tutta la vostra energia, tutta la vostra volontà per raggiungere il primato in tutti i cimenti della terra, del mare e del cielo” [2]. Sventolarono i loro fazzoletti la principessa della casa regnante, il duca di Frittole, il presidente del Senato, il segretario del partito, i sottosegretari all’aeronautica, all’Interno, alle corporazioni, agli Esteri, il capo di Stato maggiore della milizia, il prefetto della capitale, i vice-segretari federali, il capo dell’ufficio stampa, il conte Bruttacostola e il direttore del giornale che per una circostanza straordinaria godeva in tribuna di un riposo feriale retribuito [3].

Per arrivare fin lì i calciatori italiani avevano lasciato il loro albergo ai comandi di Vittorio Pozzo, un tipo di alpino e salesiano posto alla loro guida senza essere né un allenatore di professione né un burocrate dello sport, più semplicemente un piemontese risorgimentale per il quale la parola sacra era el travail. Considerava i suoi ragazzi dei soldati e li trattava come degli operai [4]. L’albergo che aveva scelto per loro era di quelli che oggi sono a una o due stelle: senza garage, senza ascensore, senza sala per i convegni, con i lettini che cigolano, le stanze a due letti, ed era lui a decidere chi doveva dividerle con chi. Era un alberghetto nuovo dalle parti della stazione, quella con il faro, un tubo di cemento alto una cinquantina di metri che faceva pensare ai lampioni accesi di giorno per le visite del re, lo stesso che se chiedeva una pianta della città gli mostravano un pino. Pozzo aveva ordinato a tutti di arrivare in ferrovia. L'albergo aveva un piccolo dehor cintato da siepi di mirto attorno a cui stavano i tifosi e i curiosi, ma senza disturbare. La partitella di allenamento, per il caldo, si svolgeva di solito nel tardo pomeriggio, quando i ragazzi erano davanti l'albergo già da ore, ciascuno con il suo campione prenotato per portargli la valigetta con mutandine e scarpe bullonate. E sembrava naturale, molto piemontese, molto alpino, che gli azzurri non avessero un pulmino per fare il chilometro fra l'albergo e il campo, e che non ci fosse un servizio di lavanderia negli spogliatoi, che ognuno badasse a se stesso facendosi portare il bagaglio dai tifosi. Era quella modestia naturale in una città dove il legno era ancora dominante, di legno i banchi del mercato e delle scuole su cui generazioni di alunni avevano scavato canyon meravigliosi con i colori della valle di Giosafat e del Mar Morto, blu scuro, argentei, violacei. I pennini rotti e piantati per ricavarne musiche meravigliose che invano i professori cercavano di far tacere [*].

Uno fra gli italiani dei più anziani, Serantoni Pietro, aveva quel giorno un alluce rotto ma lo confessò solo anni dopo al prete del paese. Andreolo Michele, per tutti “el chivo”, il caprone, tirava nell’attesa testate al pallone per verificare la tenuta delle sue cuciture, mentre Foni Alfredo se ne stava in disparte, spigoloso, antipatico quasi a tutti, si mormorava per via della sua laurea in economia, con abilitazione a esercitare da commercialista [5]. E poi si fece avanti lui, il Balilla, piccolo, magro, i muscoli nascosti fra le ossa, ma non fragile, le gambe erano forti, un simbolo della patria alto un metro e 69, appena liberatosi del suo cappotto di cammello, del suo odore di brillantina e del profumo delle molte donne amate, comprese quelle delle case chiuse [6]. Meazza Giuseppe ficcò lo sguardo dentro uno sbrego dal quale si riusciva a stento a intravedere cosa stesse accadendo sopra, nel cuore della festa del paese al buio, e dinanzi ai tanti uomini in divisa nera, con lo stemma e le lettere P.F. appuntate al petto, credette di trovarsi dinanzi alla più eccezionale fra le adunate dei dipendenti delle Pompe Funebri. Si ritirò accigliato, la scena non gli parve un buon auspicio, e a dirla tutta, torto l’inconsapevole Meazza non aveva.

maiali
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
Di fianco camminavan gli argentini, albicelesti a loro volta, immacolati nei gesti, da guanti di seta bianca fasciate avevano le mani, i passi lattei, un limpido avanzare, le fronti candide [7]. Luis Menotti: così si chiamava il loro leader, detto el Flaco, il Magro, un uomo deciso a difendere l’idea secondo cui “il calcio è il solo posto dove mi piace essere preso in giro”. Sparati gli ultimi fuochi d’artificio, alle cinque del mattino, ormai all’alba, in tribuna sembrò che fosse tutto pronto, che fossero finalmente arrivati anche i signori del governo di Buenos Aires, al punto che fu dato il cenno pattuito per far salire le squadre in campo e cominciare [8]. Solo molto tempo più tardi, a cose fatte, un venditore tucumano di costumi rivelò di aver contribuito quel giorno a mascherare un gruppo di maiali che avevano deciso di travestirsi da uomini con un cuore e un’anima, pur di infiltrarsi e godersi lo spettacolo. Sopraffatto dal rimorso, José Claudio Ignacio Vincenzi si sarebbe poi tolto la vita tagliandosi le vene con la puntina di un grammofono, dopo un iniziale tentativo andato a vuoto con una musicassetta Basf, e dopo aver inseguito l’arma del gesto definitivo per circa 78 giri, strappandola ai graffi che stava imprimendo senza pietà su un disco di successi di Adelaide Saraceni.

kempes
Orazio Pánama aveva raccontato alla radio, in perfetta solitudine, tutte le sei ore e passa di cerimonia, in italiano per gli italiani, in castigliano per gli argentini [9]. Nel salire verso il campo, lungo il corridoio attraversato spalla a spalla con Piola, e Combi, e Ferrari, e Monti, ai calciatori sudamericani parve di sentir giungere un lamento da una delle finestre laterali. Per via dello stesso istinto che aveva in campo, Mario Kempes si arrampicò, si sporse e riferì che oltre i vetri a lui pareva ci fosse qualcosa di sospetto. “Non siete inquieti anche voi?” chiese ai compagni e in qualche modo pure agli italiani, e tutti si guardarono un istante, indecisi sul da farsi. “Che vedi?”, domandò Guaita al capellone. “Matite”, rispose, “un mucchio di matite spezzate in due, sparse per la stanza”. Erano accumulate una sull’altra, piccole montagnole di colori rotti, una lunga fila di dune di tristezza, come certi poggi di terra e lapidi nei cimiteri di guerra. “E poi, che altro?”, lo incalzò Gallego. “Bambini”, disse Kempes, “bambini e bambine che piangono in un angolo. Ci sono uomini in divisa che gli strappano di mano i pastelli e glieli rompono”. Combi ruppe il silenzio: “Gli uomini chi sono? I nostri o i vostri?”. Kempes si sporse un altro po’ ma proprio non vedeva, e scelse di tornare con i piedi a terra per non cadere ed essere travolto. “Sono voci” disse cercando coraggio nelle sue parole, “sono soltanto voci, forse siamo dentro un incubo, niente è reale. Ma io dico che dovremmo andarcene”. Scelsero, i giocatori, di parlarne in una specie d’assemblea tenuta in pantaloncini corti, nello stesso stanzone, uno di fianco all’altro seduti sulle stesse panche, e stavolta erano i signori seduti di sopra, in tribuna, ad aspettare. Vittorio Pozzo parlottava in un angolo con Menotti e con una pila di lettere e cartoline sotto braccio [10], raccomandando ai suoi di bere prima, non in campo, “perché bere durante la partita toglie le forze”. Pietro Rava allora fece cadere un cubetto di ghiaccio in un bicchiere, e in mezzo a una ventina di facce arrossate dagli sbadigli e dalla sete, riferì la sua esperienza, di quando era partito volontario per la guerra, il fronte russo, gli amici perduti in combattimento, gli orrori, e di quella foto fatta un giorno a Palazzo Venezia, quando si nascose dietro un compagno, “non per vergogna di qualcosa” volle chiarire “ma per riservatezza” [11]. Daniel Passarella scosse il capo, sputò sul pavimento e disse che quando c’è la Storia di mezzo, non ci sono mai innocenti.

carrascosa
Le voci oltre la porta proseguivano, adesso erano quasi dei lamenti, come lacrime di vitelli, mentre chissà come e per quale via giunse il canto di Mercedes Sosa a ricordare che nell'ora del naufragio e dell'oscurità ti salverà qualcuno perché tu possa cantare. Da qualche parte là attorno, ora era chiaro, cresceva sofferenza. “Dovremmo fare qualcosa”, sussurrò una voce che nessuno seppe riconoscere. “Allora cosa?” chiese Biaviati. Si considerò l’idea di rinunciare, di fare un passo indietro e ritornare a casa. “Parliamoci con chiarezza. Questo Mondiale dura un mese”, rispose Larrosa, “le dittature durano anni, eppure tutti mandano avanti regolarmente le loro attività. Perché noi non dovremmo?”. Fu in quel momento che prese la parola Carrascosa. “Perché il calcio è rituale sublimazione della guerra, undici uomini in pantaloncini corti sono la spada del quartiere, della città o della nazione. Questi guerrieri senza arma né corazza esorcizzano i demoni della folla e ne confermano la fede: a ogni confronto tra due squadre entrano in gioco vecchi odi e amori trasmessi in eredità dai padri ai figli. L’idolatria del pallone è la superstizione che il popolo si merita. Posseduta dal calcio, la plebe pensa con i piedi, e ciò le si addice, e in quella goduria subalterna si realizza. L’istinto animale si impone sulla ragione umana, l’ignoranza schiaccia la cultura, e così la marmaglia ottiene ciò che vuole. In cambio, molti intellettuali di sinistra squalificano il calcio perché castra le masse e devia la loro energia rivoluzionaria. Pane e circo, circo senza pane: ipnotizzati dal pallone che esercita un fascino perverso, gli operai atrofizzano le loro coscienze e si lasciano trascinare, come pecore, dai loro nemici di classe”. Meazza fece due sorsi dal mate di Ardiles e poi chiese: “E allora?”. E allora niente, Carrascosa salutò la compagnia e se ne andò. Daniel Bertoni alzò la voce per fermarlo: “Noi ci rompiamo il culo dentro il campo. Io non sono né un militare né un montonero. Faccio il calciatore, non me la merito una condanna per indifferenza”. E Fillol aggiunse: “Ci addolora essere messi in relazione col governo. Una cosa non ha nulla a che fare con l’altra” [12]. Misero ai voti e poi tirarono dritto. Andarono in campo e giocarono, incapaci di stabilire una volta per tutte se un gol segnato ai Mondiali è per un popolo o per il governo.

tarantini78Solo una volta conclusa la partita, incapace del tutto di riconoscere il falso dal vero, Alberto Tarantini si portò al cospetto dei maiali in tribuna, credendoli uomini del governo, e pensando di potergli strappare una risposta sulle voci e i lamenti che avevano sentito dal basso, domandò cosa sapessero delle matite spezzate e di tanta crudeltà [13]. Della partita invece poco o nulla si seppe, neppure il risultato di preciso. Chi disse uno a zero, chi disse quattro a tre. Dagli appunti ritrovati di Orazio Pánama si riesce tuttora a decifrare che vinse l’Argentina ma che tutto il resto non venne mai dimenticato. Molti anni dopo, in preda ai rimorsi, Luque e Olguín ammisero con Kempes che avrebbero dovuto ascoltarlo, davanti a quella porta chiusa. Kempes li abbracciò e li confortò dicendo che il calcio è solo il regno della lealtà umana esercitata all'aria aperta [14].
Il tabellino della partita Italia ‘34/38 c. Argentina ‘78 0-1 oppure 3-4 Italia: Combi s.v.; Foni s.v. (dal 55’ Monzeglio s.v.), Rava s.v.; Serantoni s.v., Monti s.v., Bertolini s.v.; Guaita s.v. (dal 67’ Biavati s.v.), Meazza s.v., Piola s.v. (dall’88’ Schiavio s.v.), G. Ferrari s.v., Orsi s.v.. All.: Pozzo. Argentina: Fillol s.v.; Olguin s.v., Tarantini s.v.; Gallego s.v., Galvan s.v., Passarella s.v.; Bertoni s,v., Ardiles s.v., Luque s.v., Kempes s,v., Ortiz s.v. (dal 79’ Houseman s.v,). All.: Menotti.

Note al testo
[1] Il luogo in cui si tenne la partita fu molto probabilmente il Paese dei Balocchi (Collodi, Pinocchio 1881), ma dagli appunti lasciati da Orazio Pánama non è mai stato possibile dedurlo con certezza. ^
[2] “Agli atleti d’Italia”, discorso di Benito Mussolini del 28 ottobre 1934. ^
[3] Dopo la vittoria del titolo mondiale, 11 giugno 1934, Emilio De Martino scrisse sul Corriere della sera: “Il grande quadro del campionato, organizzato mirabilmente da uomini di sicura fede, si è concluso alla presenza del Duce, con una grande dimostrazione di popolo, al canto di Giovinezza. La grande fortezza è stata finalmente espugnata. Ora pensiamo a consolidarla. Intanto gli azzurri, il loro presidente, il loro Commissario devono essere issati sugli scudi: essi hanno vinto su tutti i campi. Bisogna rendere loro giustizia. Ma il popolo nei suoi slanci sa essere ancora più grande degli atleti. Questa vittoria conquistata nel nome del Duce è sorta appunto dal popolo, dalla folla, dalla grande, generosa folla italiana. (...) Gli spettatori tutti in piedi agitano i fazzoletti al grido di Duce, Duce. In un baleno le gradinate da nere diventano bianche mentre la folla sugli spalti si agita come una possente marea”. In un articolo non firmato in prima pagina sulla Gazzetta dello sport: “Poi la moltitudine, posseduta da un sentimento che era di felicità e di gratitudine, di scatto e d’istinto, in un nembo di fazzoletti freneticamente agitati, in un’invocazione sovrana delle forze visibili ed invisibili, concrete ed arcane, che avevano rivelato la grande ebbrezza della vittoria, s’è rivelata, al Titano che la scena grandiosa dominava, col braccio teso e col sorriso sulle labbra. L’osanna al Duce ha l’intensità di un ciclone, l’austerità di un rito, il palpito commosso di un voto”. ^
[4] La definizione è di Giorgio Bocca, la Repubblica, 7 luglio 2006. Vittorio Pozzo era per lui “un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti”. È tutta tratta dallo stesso articolo la lunga descrizione che segue nel testo fino all’asterisco [*]. ^
[5] Davide Rota, Guerin Sportivo, 19 giugno 2008 ^
[6] Così Mario Sconcerti su Meazza, 30 novembre 2012, da Sette: “Ha fatto cose che nessun altro attaccante ha fatto, nemmeno Maradona. E di Messi aveva il gioco, lo scatto, il dribbling stretto. Come Messi amava giocare da attaccante unico e partire un po’ defilato. Non ascoltava tattiche, puntava l’avversario e cercava la porta. (...) Lo chiamavano Balilla perché era il cocco del regime. Meazza non era fascista per ideologia. Era che non sapeva si potessero avere altre idee. Era giovane, ricchissimo, felice e riverito. Perché avrebbe dovuto scegliere qualcosa di diverso? Era stato Dio ad aver scelto per lui. Il fascismo dette molto al calcio degli Anni Trenta. Mussolini capì che non era uno sport, era un perfetto linguaggio universale. Gli diede organizzazione e dirigenti, lo rese ricco e ne fece un grande strumento di propaganda. E il calcio gli restò fedele. Nel 1938, quando l’Italia andò in Francia a difendere il titolo mondiale, i francesi dissero a Vittorio Pozzo che avrebbe dovuto rinunciare alla maglia azzurra. Era troppo simile al blu della maglia francese. Pozzo rispose che non c'erano altre maglie, ma i francesi insistettero: le nuove maglie ve le diamo noi. Gli italiani si videro recapitare in albergo poche ore dopo una muta di maglie rosso fuoco. I dirigenti federali, tutti gerarchi, si rifiutarono, ma i giocatori andarono molto oltre. Pretesero di giocare con le maglie nere, colore del fascismo. Non era eroismo, era coerenza, senso del groppo. D’altronde quando i partigiani bresciani trovarono Eraldo Monzeglio a Salò dopo la fuga del Duce, non pensarono per un minuto a fucilarlo. Monzeglio era stato a lungo accanto a Mussolini, era maestro di tennis dei figli, giocava spesso con il Duce, ma i partigiani dissero che un campione del mondo non poteva essere toccato. E lo lasciarono libero”. ^

foto di @a.jack199 (instagram)
[7] Scrisse Nino Petrone, su Corriere dell’informazione. “C’è questa attendibilissima versione a scagionare il ct dalla colpa di non aver allestito una squadra più vigorosa, dica pure più cattiva. A Menotti è stato raccomandato di mettere in campo una nazionale che desse al mondo la stessa immagine che avrebbe dato il paese: ospitalità, calma, niente violenza. Al ct i generali avrebbero detto: tanto meglio se vinciamo il Mundial ma i risultati delle partite ci interessano fino a un certo punto. Ci interessa molto di più dimostrare, con un comportamento in campo che non dia adito a nessuna illazione, che non vogliamo vincere a tutti i costi, o peggio ancora picchiando. La bella immagine del paese, non importa come, i generali effettivamente sono riusciti a darla: l’organizzazione è perfetta e non c’è scena che turbi gli ospiti. Menotti, dicono, ha fatto altrettanto con la squadra, ed ecco il grande smacco. Ovviamente, non c’è la firma di Videla né di Massera a questa versione popolare, e tanto meno di Menotti, almeno ufficialmente”. ^
[8] In una delle corrispondenze dall’Argentina durante il Mundial del ‘78, l’inviato del Corriere della sera Paolo Bugialli scrisse: “Non possono essere tutti fascisti, o poliziotti travestiti, quanti, sentendoti parlare italiano, ti fermano per la strada (non è raro: la metà degli argentini sono d’origine italiana), e ti chiedono di dove sei, chi sei, e quando sanno che sei giornalista ti chiedono, quasi implorando: Per favore dite la verità. La verità. È quasi sempre individuale e relativa. (…) Chi è giunto dall’Europa si è portato qui, insieme al cappotto per il freddo, anche una quantità d’idee prefabbricate. Il mondiale in un campo di concentramento è una di queste idee. Non sarà evidentemente il caso di negare che le carceri siano gremite di reclusi politici, e che il regime abbia commesso attentati ai diritti dell’uomo (…) Ma neppure è il caso di negare che gli argentini, quelli che amano Videla, quelli che lo sopportano, quelli che lo detestano, sentono che la grande rassegna sportiva di imminente inizio, che richiamerà l’attenzione di un paio di miliardi di persone, la metà degli abitanti della Terra, è una cosa loro, degli argentini tutti, del paese intero, e non soltanto del generale che sta alla Casa Rosada”. ^
[9] Bruno Pizzul, telecronista della Rai, scrisse sul Corriere dell’informazione del 29 maggio 1978: “Al mundial la giunta militare che regge l’Argentina affida un messaggio propagandistico la cui efficacia è intuitiva. Nel palazzone televisivo, in questi giorni di vigilia, si succedono riunioni per definire il programma della cerimonia inaugurale: il generale Videla e i suoi più stretti collaboratori vorrebbero ampliare i tempi parzialmente previsti e assumere vesti di veri e propri protagonisti (…) La Rai-TV sembra orientata a saltare a pié pari la cerimonia inaugurale, collegandosi con lo stadio del River solo poco prima del calcio d’inizio. Con mia somma soddisfazione, naturalmente. Tengo famiglia e mi sembra molto meno rischioso parlare di Tomaszewski o di Schoen”. ^
[10] In morte di Vittorio Pozzo, il 22 dicembre 1968, Gino Palumbo scriveva su Corriere della sera: “Pozzo leggeva la corrispondenza di tutti i suoi giocatori; ma non di nascosto: la sua onestà glielo avrebbe impedito. La posta ai giocatori veniva consegnata aperta. E nessuno osava protestare: ciascuno di loro sapeva ch’egli avrebbe conservato il segreto come un confessore, e li avrebbe consigliati come un padre. (…) Una volta l’anno andava a Roma, e senza che nessuno lo sapesse, si recava al cimitero per deporre un fascio di fiori sulla tomba di Attilio Ferraris, uno dei suoi ragazzi (...). Quando andò in Cile per i mondiali, si trattenne più di un mese in Sudamerica per far visita agli azzurri che vivevano laggiù: Orsi, Monti, Guaita, De Maria, un pellegrinaggio tra i suoi ragazzi. (…). Non ti promettiamo di ricordarti sempre: sarebbe un’ipocrisia. La legge spietata della vita che continua cancella tutto attraverso il tempo”. ^
[11] Un ritratto-intervista a Rava è firmato da Corrado Sannucci su la Repubblica il 6 gennaio 2003. ^
[12] In occasione del trentesimo anniversario del Mundial, i calciatori argentini citati espressero le loro posizioni in alcune interviste a El Gráfico. Fillol disse: “Non siamo stati noi a uccidere, torturare e sequestrare. Ci disturba che ci venga chiesto in continuazione. Di certo fummo campioni del mondo, di certo ci furono 30mila desaparecidos, ma una cosa non ha nulla a che fare con l’altra. La terza verità è che il governo militare utilizzò la nostra impresa. Gli assassini ci usarono”. Carrascosa, che davvero si rifiutò di partecipare, qui parla con le parole espressa da Eduardo Galeano in Splendori e miserie del gioco del calcio. ^
[13] Il 17 settembre 2005, in un’intervista a Página 12, il terzino argentino sostenne di aver chiesto al dittatore Videla notizie sulla sorte di tre amici desaparecidos, approfittando di una premiazione organizzata dal quotidiano Clarin, e di aver ricevuto come risposta la frase: “Non mi occupo di queste cose”. “Non sapevo delle atrocità che la giunta militare stava commettendo”, dichiarò Tarantini, “gli argentini sapevano dei desaparecidos ma guardavamo dall’altra parte. Nessuno di quei delinquenti entrò in campo. Vincemmo il Mundial in modo legittimo. Il titolo mondiale fu come una vacanza per gli argentini”. In una conversazione con Sandro Veronesi (La matematica del gol, 2007), Edoardo Nesi sosteneva: "Senti: io ti posso dire perché tifavo per l' Argentina nel '78 e perché mi sembrava una squadra straordinaria. Perché i giocatori, il loro aspetto e il modo in cui giocavano in campo, erano la cosa più lontana dai colonnelli che ci potesse essere: le zazzere tenute in quel modo e chiaramente poco lavate; i baffoni; i riccioli di Tarantini; i capelli lunghi sulle spalle di Kempes e di Luque. E mi sembrava che l' essenza di quella squadra fosse, in assoluto, la vera forma di protesta contro l' Argentina di quei tempi. Per questo mi piaceva". ^
[14] Così parlò Gramsci. ^

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