mercoledì 24 gennaio 2018

Gascoigne e le due maglie di Pelé


Gascoigne-Inghilterra-Mondiali-1990

Sedicesimi di finale: Brasile 1970 - Inghilterra 1990
Dove si riflette sul significato di essere maestri

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Erano passate tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dall'inizio della partita, tempi supplementari compresi, e l'uomo che sembrava un orsacchiotto timido aveva già voglia di cominciarne un'altra [1].
Il gesto di Paul Gascoigne – spostarsi, portare fisicamente il suo corpo dentro lo spogliatoio del Brasile – ebbe la semplicità di un tema di quarta elementare. Se non hai capito - significava - adesso si fa come dico io. “Maestà”, mormorò - ma senza troppa convinzione - “maestà, come già accennavo in campo, avrei piacere di ricevere un’altra maglia”.
“Un’altra oltre quella che abbiamo già scambiato?” chiese il sovrano per essere sicuro di aver capito bene l’inglese.
Gascoigne annuì senza parlare, come sempre fanno quelli che conducono il discorso. E Pelé, perché era di Pelé la testa coronata, seppur sovrano finì per obbedire. Ma tutto questo avvenne dopo. Tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dopo la partita.
Alle tre del pomeriggio tutto doveva ancora succedere e la giornata che avrebbe cambiato per sempre il calcio, l’apertura dei Mondiali immaginari, aveva solo bisogno di qualcuno che battesse la prima palla al centro. I brasiliani pretesero che si giocasse con una vescica di bue riempita d’aria [2]
, gli inglesi allora si impuntarono per fissare il campo presso il giardino di Elvedon, con due coppie di giganteschi funghi rossi come pali e l’odore delle felci a stordire le cornacchie [3].
Paul G color (1)
L'illustrazione è opera di @a.jack199 (instagram)
Quando una pica pica bottanensis che volava sul campo ebbe finalmente risputato la monetina testa-o-croce lanciata dall’arbitro troppo insù nel cielo, del calcio d’inizio si fece carico Eduardo Gonçalves de Andrade, meglio noto come Tostão, due piedi onnivedenti e un distacco di retina all’occhio sinistro. Il dottor Roberto Abdalla Moura viaggiava da mesi dietro di lui con un oftalmoscopio, otto boccette di collirio e una lampada a fessura nella valigetta. Gli controllava per sicurezza la vista e il fondo oculare ogni volta che il pallone finiva in fallo laterale, uno scrupolo legittimo considerando la mira con cui Tostão ultimamente calciava in porta [4] .
Lo chiamavano tutti il Viceré per convenienza, per evitare la seccatura di una discussione con Quello-là nella riscrittura di certe gerarchie, ma dalla totalità o quasi della stampa europea era considerato il miglior giocatore del tempo. Il dubbio, casomai ce ne fosse stato uno, riguardava il ragazzo coi baffi spostato all’ala sinistra, il figlio di un molisano che di nome faceva Roberto e di cognome Rivellino. Pareva che avesse la colla sulle scarpe quando colpiva la palla prima con l’esterno e poi col piede interno, flip e flap, flip e flap, una specie di elastico che raccontava di aver imparato guardando un giapponese. Ecco chi avrebbe preso un giorno il posto di Pelé, oppure adesso, finanche adesso se solo ne avesse avuto voglia [5].
I bambini brasiliani avevano lasciato le loro suppliche al numero 10 dentro bottiglie di vetro in strada, fuori le porte delle favelas [6]. Solo che non si sapeva a chi fossero rivolte per davvero, in quanto i 10 in campo erano nel frattempo diventati cinque, giacché l’allenatore Mário Zagallo non sapeva decidere chi tenere fuori. Al 10 del Santos, del Cruzeiro e del Corinthians, aveva aggiunto pure Jairzinho del Botafogo: gambe lunghissime, magre, un tipo duro, formidabile nel dribbling [7]; e Gerson del São Paulo, detto Pappagallo, non certo per i suoi lanci da 40 metri ma perché parlava molto. Tutti con lo stesso numero dietro la schiena. L’arbitro non ebbe da ridire. Portava in tasca sempre con sé un ritaglio di giornale e sostenne di essere in grado di distinguere comunque i brasiliani uno dall’altro. Chi andò nel panico fu l’allenatore inglese Bobby Robson, quando urlò allo stopper Butcher di marcare il 10, ai terzini Pearce e Parker di incollarsi ai 10 e al libero Wright di raddoppiare sul 10. Ne venne fuori una disordinata rumba e comunque ne restava sempre smarcato uno, occasione che Tostão stavolta non mancò, piazzando di destro le interiora bovine di forma sferica fra i due miceti color porpora che spuntavano dall’erba.
La folla allo stadio balzò in piedi ed esultò tacendo, mentre mescolando camicie candide e sottane di canapa, colonnelli prostitute e coltivatori di cacao si abbracciarono sotto l’acqua gelida delle cascate di Januario, da qualche parte nello stato del Paraná, dove era stata portata una radio a uso del popolo e dove la notizia giunse cavalcando la voce eccitata di Orazio Pánama, radiocronista che parlava tutte le lingue del mondo, comprese la sumera e l’eblaita, senza saperne leggere né scrivere alcuna. Butcher fissò il suo vecchissimo portiere Shilton. “Potevi arrivarci” gli disse. “Come no, e dopo trasformare pure l’acqua in vino” gli rispose stizzito quello, che non si sentiva tanto in imbarazzo dalla sera in cui la polizia lo colse mentre amoreggiava in auto con una signora della buona società di Nottingham, e lui nel tentativo di sfuggire agli agenti e allo scandalo, ingranò la marcia e finì contro un palo della luce [8].
Fu Tostão a precipitarsi fra gli inglesi per metter pace, usando parole ascoltate più volte nelle prediche dell’arcivescovo Hélder Pessoa Câmara, e convincendoli che “la rivoluzione vera è l’amore non la lotta, la solitudine per noi non esiste”. Il sesto numero 10 in campo aveva la maglia bianca ed era inglese. Gary Lineker credette che il modo migliore di spronare i suoi fosse ricordargli che “diamine, siamo noi i maestri”. In realtà produsse solo una discussione fra tutti i giocatori, protratta per una quarantina di minuti e in certi tratti assai prossima alla rissa. Seduti a gambe incrociate come i kaduweu del Mato Grosso do Sul intorno al fuoco, inglesi e brasiliani si scambiarono opinioni accese sul senso del primato e della didattica, finendo a discorrere di maieutica e ricerca della verità perché Tostão aveva letto Socrate e Platone. Clodoaldo sostenne che il miglior maestro è colui che sa insegnare dubbi e perplessità. Walter Piazza era del parere che la primogenitura di una tesi, di un’idea, finanche di un gioco e delle sue regole, in tutta sincerità vale poco più di zero, perché “sono stati gli italiani a perfezionare il cannocchiale ma poi sulla Luna ci sono andati gli americani”. Chris Waddle si scolò una birra e ribatté che le radici non ghiacciano mai, e le radici del calcio santo dio le avevano piantate gli inglesi [9]. Avendo avuto una governante brasiliana, David Platt cercò una mediazione mormorando qualcosa in portoghese con l’accento del doppiatore di Oliver Hardy. Finché entrò in scena Paul Gascoigne, sostenendo con una certa crudezza che in definitiva di quel ruolo era meglio liberarsi, perché un maestro va sempre tradito e spesso ammazzato. Quando dal pubblico si staccò un professore di filosofia dublinese, nel candido tentativo di aggiungersi al gruppo e dire la sua, un paio di poliziotti che puzzavano come una cella frigorifero piena di carne si lanciarono sul prato per placcarlo, credendolo un militante dell’Ira in missione clandestina. L’arbitro indicò l’orologio fra gli alberi e fece segno che avrebbe concesso dei minuti di recupero.

Appena il primo tempo si fu chiuso sull’uno a zero, i giardinieri di Elvedon presero secondo abitudine a spazzare il prato a colpi di granate; operazione rischiosa che suggerì l’evacuazione dello stadio durante l’intervallo, e un successivo rientro del pubblico durato circa tre quarti d’ora. Burbero e generoso [10], Bobby Robson si raddrizzò sulla giacca la spilla con il volto della signora Thatcher, parlando ai suoi e ricordandogli che non aveva aggiunto il libero in difesa, riformato la squadra e rinunciato al conservatorismo per fare poi di queste figure [11]. Gascoigne posò la mano sul petto e disse che ci avrebbe pensato lui, mentre Shilton si appese con le gambe alla traversa, a testa in giù, come da bambino faceva alla scala di casa legandosi sacchetti di sabbia alle caviglie, pensando che a quel modo sarebbe cresciuto di statura. Gascoigne giocò i 45 minuti più memorabili nella storia del calcio inglese, in mezzo agli avversari pareva uno scafo fra le vele, un paio di volte ne mise a sedere quattro o cinque tutti insieme solo muovendo le anche, meglio che in un postribolo, prese un palo da 35 metri e servì il pallone dell’1-1 a Lineker, il figlio del fruttivendolo di Leicester che amava i libri, il teatro, i Deep Purple, il cricket, il biliardo e la cucina italiana. Orazio Pánama sentenziò che se Lineker fosse nato ai tempi del Far West, certamente sarebbe stato il più rapido nell’estrarre la pistola [12].
Fu dopo quell’azione che Pelé si avvicinò a Gascoigne e propose lo scambio delle maglie a fine partita. Perché Gascoigne era diverso da tutti gli altri. Era la cosa più simile al resto del mondo che gli inglesi potessero esibire nella fierezza del loro isolamento. Era un pugno di coriandoli sui loro pavimenti da secoli uguali: portava allo stesso tempo disordine e allegria. Un irregolare nei pensieri e nel fisico. La gente gli lanciava tavolette di cioccolata per prenderlo in giro sul peso. Lui ne raccolse un paio, le scartò dalla stagnola e le masticò. Poi riprese a correre e soprattutto a ridere, sbattendosene di qualunque cosa attorno a lui avesse a che fare col discredito [13]. Poco dopo l’invasione finale del popolo che festeggiava il 2-1 di Rivellino, Pelé lasciò il campo con la maglia numero 19 di Gascoigne fra le mani, e l’altro con la 10 color dell’oro poggiata sulle spalle. Perciò il sovrano del calcio si stupì nel sentirsene chiedere una seconda. Nessuno seppe da allora mai spiegarselo. Quel che si sa è che un mercante dalmata di ampolle un giorno rivelò di aver ricevuto da un vecchio inglese della contea di Tyne and Wear due maglie di Pelé per cederne in cambio una di Johan Cruyff [14].

il tabellino della partita
Brasile 1970 - Inghilterra 1990 2-1 dopo tempi supplementari
Brasile: Felix 5.5; Carlos Alberto 6.5, Everaldo 6; Clodoaldo 7, Brito 6, Walter Piazza 6; Jairzinho 7, Gerson 7 (dal 94’ Paulo Cesar 6), Tostão 7, Pelé 6.5, Rivellino 7.5. Allenatore: Zagallo.
Inghilterra: Shilton 6.5; Parker 6, Pearce 6; Walker 6, Wright 7, Butcher 6; Waddle 6, Gascoigne 7.5, Lineker 6.5, Platt 6.5, Barnes 5 (dal 70’ Beardsley 5.5). Allenatore: Bobby Robson.
Arbitro: i testimoni non ne trascrissero il nome.
Reti: 27’ Tostão, 67’ Lineker, 117’ Rivellino.


note al testo
[1] È stata Emanuela Audisio sul quotidiano la Repubblica, il 3 luglio 1990, a definire così Gascoigne. ^
[2] Marca del pallone: un Jorge Amado (Cacao, Einaudi, 1933). ^
[3] L’ingegnere che progettò così lo stadio si chiamava Virginia Woolf (Le onde, Einaudi, 1931). ^
[4] Il 4 giugno 1970 Vittorio Notarnicola scriveva sul Corriere d’Informazione: “A centro del campo in fase di attacco i brasiliani formavano una specie di treno a tre vagoni: vagone di testa Tostão; subito dopo Pelé; alle spalle di Pelé il formidabile Gerson. Manovra perfetta in verticale assoluta. Gerson toglieva la palla agli avversari, la dava a Pelé, Pelé faceva il vuoto, sparava lungo in avanti verso Tostão e Tostão purtroppo sbagliava”. ^
[5] Gigi Riva raccontò in una intervista nel 2006: “Ho sempre ammirato Rivellino, sapeva fare tutto: il mediano, la mezzala, l’attaccante. Tirava in porta delle botte spaventose da trenta metri. È tra i più grandi giocatori di tutti i tempi”. Maradona confessò: “Davanti a Pelé mi tolgo il cappello, ma se in campo ci sono insieme Pelé e Rivellino, io guardo Rivellino. Perché è elegante, perché è ribelle, perché è mancino”. In modo simile Beckenbauer rivelò: “Ero andato a vedere Pelé, mi rimase negli occhi Rivellino”. ^
[6] Lo scrisse Paolo Bugialli sul Corriere della sera il 27 maggio 1970, aggiungendo: “Il Brasile, paese del carnevale, è da tempo in piena quaresima: a causa del regime militare, e a causa della crisi economica che lo ha fatto precipitare al penultimo posto nell’America Latina, con un reddito medio annuo di 240 dollari e con una svalutazione media annua del cruizero del venticinque per cento”. ^
[7] Sir Alfred Ramsey, ct inglese fra il 1963 e il 1974, considerava che fosse più difficile marcare Jairzinho che Pelé. ^
[8] Come raccontato da Marco E. Ansaldo su la Repubblica il 4 luglio 1990. ^
[9] Carlo Coscia scrisse su la Stampa il 13 giugno del ‘90: “Gli inglesi stavano al centro del mondo, anzi erano il centro del mondo, in questa sorta di quadro che facevano di se stessi: tutti gli altri dovevano solo osservare e imparare. Ma in tanti anni, a ben vedere, i leoni di Wembley hanno vinto la miseria di un campionato mondiale, disputato peraltro sui loro sacri suoli. Il discorso è più ampio, e riguarda cose di sport ma anche concezioni di vita, prima fra tutte questa incapacità di cambiare che riflette insieme l’anima conservatrice di un popolo e la sua arroganza nel credere di essere prescelto dal destino Ieri il mondo si staccava dall’Inghilterra, quando si levava la nebbia. Oggi l’Inghilterra del calcio si stacca dal mondo. E così la vecchia cara Inghilterra del calcio, quella delle sfide furibonde in vetusti stadi di legno, degli scontri fisici, delle fatiche e dei santi sudori, dello spirito infiammato di orgoglio, sta diventando sempre più rugosa e lontana, persino estranea alle nostre memorie. E brutta”. ^
[10] La definizione è di Stefano Benni. ^
[11] Harry Harris, l'inviato del Daily Mirror ai Mondiali del '90, dopo le prime partite scrisse che il gioco della nazionale era al livello dell'età della pietra, sembrava spazzatura. Il 15 giugno 1990 Gianni Brera commentò su Repubblica: “Gli inglesi non godono né delle mie simpatie né della mia ammirazione. Capisco come la cosa possa lasciarli del tutto indifferenti, però un critico non può umanamente dolersi di veder verificate sul campo le proprie previsioni. Gli inglesi mazzolano calcio alla sperindio: negli anni trenta faceva molto effetto il loro ritmo: adesso fa solo discreta pena”. Gianluca Vialli dichiarò in quei giorni che il calcio inglese era ormai superato. ^
[12] Evidentemente conosceva la definizione di Jorge Valdano, e la copiò. Scrive Giancarlo Liviano D’Arcangelo in Gloria agli eroi del mondo di sogno (Il Saggiatore, 2014): “Per immaginare tutti i gol di Lineker era sufficiente averne visto uno. Non perché fossero facili o banali, ma perché erano tutti voluti, cercati, posseduti dallo stesso spirito voluttuoso, espresso attraverso principi dinamici. Un roteare magnetico leggendo lo sviluppo dell’azione, una particolare coscienza dell’elettrizzazione dei corpi”. ^
[13] Beppe Di Corrado, il Foglio, 6 aprile 2008: “Paul Gascoigne è fuori dal tempo. Forse è troppo simile all’inglese medio per diventarne il simbolo. La differenza con i maledetti del pallone era il sorriso. Tu prendi tutti i difficili e li identifichi con una smorfia di dolore, col volto basso e l’occhio di chi ha sempre qualcosa da recriminare: incompresi o troppo coccolati e quindi incompresi lo stesso. Gazza sorrideva invece. Matto era matto, ma più clown che melodrammatico. Ai suoi tempi doveva essere il volto da usare per dare l’impressione di stare nel giro: guarda, abbiamo anche noi uno forte”. Curzio Maltese, la Stampa, 5 luglio 1990: “Svolge nel calcio inglese un’importante funzione. Rappresenta la nostalgia. È l’unico principe ereditario d’un altro calcio, ormai cancellato dall’accelerazione dei tempi. Con quel fisico sgraziato e tozzo, la pancetta e il doppio mento da tifoso del pub, impersona la negazione del football atletico. Corre poco e occupa una fascia limitatissima di campo, l’angolo della fantasia. Ma i sudditi lo mantengono volentieri perché li diverta con numeri d’antiquariato del pallone. È un lusso, un orpello. Tutta la sua parabola calcistica sembra compiersi all’insegna del motto: non contate su di me”. ^
[14] Nella sua autobiografia (Gazza: My Story, 2005) Gascoigne scrive: "One of the nice things that happened when I played for Lazio was that I met Johan Cruyff, my boyhood idol. We had a game against Barcelona, where he was manager". ^

prossima partita dei Mondiali immaginari: lunedì 29 gennaio.

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