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venerdì 16 marzo 2018

Cubillas, Varela e il pallone che guarisce l'acufene

Obdulio Varela nell'illustrazione
di @a_jack_drawings (instagram)

Sedicesimi di finale: Perù 1982-Uruguay 1950
Dove si dimostra che un gol ha quasi sempre a che fare con il sesso e con la morte

Il giorno della partita i giocatori del Perù si svegliarono tutti con un fischio all'orecchio destro, ma prima che se lo rivelassero l’uno con l’altro passarono sette ore e mezza. Geronimo Barbadillo se ne accorse mentre sistemava un paio di statuine in terracotta alle pendici di una montagna, affinché proteggessero i suoi vitigni dalla tramontana, e all'inizio scambiò il sibilo per una folata di vento. Juan Carlos Oblitas Saba e César Augusto Cueto Villa stavano giocando a ping pong usando come tavolo l’altare in legno di una chiesa sconsacrata, scoprendo così che mandare avanti e indietro una pallina sopra una rete è il passatempo più crudele, perché chi pensa perde senza via di scampo [1].

mercoledì 14 maggio 2014

Ramón Quiroga e la marmelada del '78

Quiroga_figurina1978 Io, il venduto. Io, quello che aprì la porta all'Argentina. Io, Ramón Quiroga. Ve lo giuro sui miei capelli corti e le mie rughe: sono innocente. Le cose nel '78 sono andate così, e mi dovete credere. Il 21 giugno era il giorno decisivo: per la finale dei Mondiali si sarebbe qualificata la prima piazzata nel girone della seconda fase. Senza semifinali, la stessa formula del '74. Argentina o Brasile. L'Argentina quella sera aveva il vantaggio di andare in campo conoscendo già il risultato dei rivali. Sapeva che per farcela avrebbe dovuto vincere 4-0: contro di noi, il Perù, e in porta per il Perù c'ero io. Ma io sono nato a Rosario, Argentina, il Perù mi aveva solo offerto un passaporto e un posto in nazionale. E Argentina-Perù, quella sera, proprio a Rosario si giocava. La città di Che Guevara. La città di Cesar Menotti, il ct della nazionale che i generali volevano vedere campione del mondo.