Tornavano da Napoli, ed erano eroi di maggio. Con una qualificazione europea in tasca e diecimila ad attenderli a Formello; le tre di notte, Parolo e Marchetti alticci, Pioli che faceva i selfie. Tornarono di nuovo, sempre loro, sempre da Napoli, le tre di notte ancora, ma erano già “undici indegni” oppure “undici vermi”, così scrissero sui muri solo tre mesi dopo, mica una vita, per via di cinque gol subiti: era settembre. Pioli aveva smesso con gli autoscatti, mormorava “dobbiamo guardarci negli occhi” e saliva sulle stesse montagne, un po’ russe e molto romane, dove Rudi Garcia fa su e giù da un anno almeno. La Roma era alla gogna ad aprile (“Capricci da innamorati” minimizzò lui) e venerata il venticinque maggio, giorno del derby vinto e delle magliette nuove di Totti-il capitano. “Game over” dicevano, ed era falso, perché il gioco a Roma non finisce mai. Magari ci fosse davvero tempo per fermarsi, respirare, darsi ristoro.




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