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venerdì 10 maggio 2019

Due o tre cose sulla superiorità del calcio inglese

Se per le quattro squadre in finale di Coppa dobbiamo celebrare il calcio inglese, sarà bene definire subito cosa intendiamo per calcio inglese, cosa c’è dentro la scatola che porta questa etichetta e dove risiede la sua superiorità.
Come hanno fatto quattro squadre di uno stesso Paese ad arrivare davanti a tutti? Ci sono riuscite perché non sono affatto quattro squadre di uno stesso Paese.

sabato 21 ottobre 2017

Cosa c'entrano le muffe con il Barcellona

Quando Saba scriveva che «il portiere su e giù cammina come sentinella», mentre Pasolini considerava il calcio «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», nel mondo delle lettere nessuno immaginava che dall'universo dei numeri sarebbero venuti a prendersi il pallone. Da sport narrato a sport analizzato. «Quando la matematica incontra il mondo reale può accadere di tutto», dice David Sumpter, londinese, insegnante di matematica applicata all'università di Uppsala, in Svezia. E cosa c'è di più reale del calcio? «Mettere in pratica una teoria è importante quanto conoscerla. Questa combinazione di teoria e pratica fa del calcio lo sport che amiamo così tanto». Nel tempo libero, Sumpter allena una squadra di bambini. Dice di amare la bellezza astratta delle equazioni e poi sporca la sua matematica con la realtà. Ha lavorato con biologi e sociologi, ha creato modelli quasi per tutto e scomposto il calcio per dimostrare che gli allenatori usano strategie simili a quelle con cui gli uccelli attaccano i vermi, i difensori tedeschi del Bayern si muovono come leonesse a caccia, il Barcellona attacca con le stesse reti che una muffa produce per nutrirsi. Le sue tesi sono in Soccernomics che esce ora in italiano con il titolo La matematica del gol: Sumpter spiega quante probabilità esistono di vedere una rete in un determinato minuto, o come lo schema della "ola" negli stadi sia per noi divertente, e per i pesci una questione di vita o di morte.

venerdì 11 agosto 2017

Gli orizzonti di Simone Inzaghi

Dopo il debutto in serie A, il 14 settembre del '98, di lui Gianni Mura scrive: "Credo che non sarà una meteora". Non lo è stato. Quasi vent'anni dopo, Simone Inzaghi è dentro una stanza di Formello a preparare la Supercoppa di domenica, una lavagna alle spalle, i magneti blu che marcano i rossi, la caccia al primo titolo da allenatore dopo i sette da calciatore, tutti con la stessa maglia della Lazio, dov'è arrivato 18 anni fa senza andarsene. "Eppure non saprei spiegare cos'è la lazialità a chi viene da fuori e non conosce Roma. Io vivo ai Parioli, che è come dire nel cuore di questo sentimento. Forse ho capito fino in fondo la malattia del tifo quest'anno, dopo tre derby vinti, una felicità che m'è parsa più grande di quella per scudetto e Coppe".

mercoledì 27 aprile 2016

Simeone e Guardiola, la guerra dei mondi

MADRID - Vederli di fronte, stasera, è un atto naturale. È un contrasto antico quanto il calcio. Hanno dato il loro nome a uno stile. Esiste il Cholo Simeone ed esiste il cholismo: la corsa, il pressing alto, il totem della maglia sudata. Esiste Pep Guardiola ed esiste il guardiolismo: il possesso palla, i passaggi corti, le accelerazioni. Uno è testa, l'altro è croce. Uno è la battaglia, l'altro è l'estetica. Uno è il coraggio, l'altro è il tocco. Forse non esistono oggi due persone più distanti e due concezioni del calcio più lontane, a questi livelli.

martedì 29 dicembre 2015

Rafa Benítez, una calamita di pregiudizi


Stanno cercando la pistola che fuma, nell'attesa al Real Madrid hanno in mano un dossier. Ma pare che ancora non basti. Non subito. L'ultima prova raccolta da Florentino Pérez per chiudere i conti con Rafa Benítez è un'informativa in cui sono stati raccolti i pareri di calciatori, dirigenti e altri tecnici vicini alla Casa Blanca. Riferiscono di un Benítez ormai isolato, senza più nessuno dalla sua parte. Un panorama di solitudine. L'ultima telefonata fatta dal presidente a Sergio Ramos s'è chiusa con la certezza che la squadra non ci vede chiaro, «il filo è debole», almeno così scrive il quotidiano sportivo Marca, che dal ventre del Real registra sempre le informazioni giuste.

mercoledì 23 dicembre 2015

Gli scherzi dello stress da panchina


SUCCEDE anche a loro, agli spiritosi, quelli che sanno affrontare l'imprevisto con l'ironia. Magari una volta sola, eppure gli capita. Gli sale il crimine, come si dice fra ragazzi, e al posto della battuta leggera scoprono l'ira. Se sei Trapattoni, ti piazzi davanti ai microfoni e te la prendi con Strunz. Se sei Max Allegri, se hai già perso due punti col Frosinone all'ultima azione, se contro il Carpi quelli della difesa te la stanno combinando di nuovo grossa — prima con l'autogol di Bonucci, poi con la palla del 3-3 lasciata sui piedi di Lollo — ecco, se sei Allegri finisce che al 93' ti strappi l'aplomb e il cappotto di dosso, tutt'e due insieme con un gesto solo. L'uomo che di solito nasconde le emozioni dietro il mezzo sorriso e che s'infila nel tunnel dello spogliatoio un secondo dopo il fischio dell'arbitro, verde di rabbia stavolta si toglie la pelle dell'eleganza e si mostra così com'è. E l'umorismo? Poi se ne parla. «Meglio perdere un cappotto che tre punti».

venerdì 5 giugno 2015

La Livorno di Max Allegri

E ADESSO che arriva la bella stagione, a Livorno o si va agli scogli o si va ai Bagni Fiume. Non solo per il mare. C'è un campo in cemento che è un pezzo di storia, le sbarre intorno, una gabbia da cui il pallone non esce mai. Le porte sono proprio due porte. Con le maniglie. Si aprono, si chiudono, si para coi piedi. Cinquant'anni fa, d'estate Armando Picchi chiudeva qui dentro i compagni della Grande Inter. Bedin, Burgnich, Suarez. Sfidavano i giovanotti della dolce vita locale e spesso le prendevano, 4 contro 4, oggi come allora le partite le chiamano gabbionate . Intorno a questa reliquia, si vantano d'aver inventato il calcetto prima del calcetto. «Era come al Palio di Siena, per trovare un posto si arrivava tre ore prima», racconta Armando Neri, uno dei titolari. Qui s'affolla la Livorno vera, proletaria e ruspante. Gli Allegri hanno ombrellone e cabina, dentro la gabbia Max entra con gli amici di sempre. Una volta guardavano insieme le finali di Coppa in tv, vederlo a Berlino gli pare un premio.

domenica 31 maggio 2015

Il calcio scanzonato del Petisso Pesaola


MA TU quanti gol hai segnato, Petisso, gli chiedevano i ragazzini. E lui sottile rispondeva: «Quanti Pelé». In realtà pochini, ma uno contro l'Inter, palla nell'angolo alto alla destra di Matteucci, era diventato la sigla della Domenica Sportiva per mille puntate. E dunque erano più di mille i gol, facile, nella logica stralunata dell'ultimo showman del calcio italiano. Da una quindicina d'anni Bruno Pesaola girava gli ospedali, cinquanta sigarette al giorno gli avevano avvelenato vene e polmoni, colorandogli le dita di giallo nicotina. Pensava a una festa per i novant'anni, a fine luglio, nella sua casa a Napoli, città in cui aveva scelto di restare per sempre non avendo potuto decidere di nascervi: 531 partite sotto quei colori da calciatore e allenatore. Ha vinto di più altrove, come lo scudetto del ‘69 a Firenze, l'ultimo viola. Ma la salvezza del 1983 a Napoli all'ultima giornata era «la gioia più grande della vita dopo il matrimonio con Ornella», ex miss Novara, la ragazza che lo aveva spinto al sud: «Ci lavora mio fratello, andiamo, si sta bene». Viaggio di nozze a Positano e poi in ritiro.

mercoledì 22 aprile 2015

Parabola di Luis Enrique. Quanto conta un allenatore nel calcio

imago Hai Messi. Pensi che la squadra vada rinforzata. Allora prendi Neymar. Passa un'altra estate e avverti la sensazione della incompletezza. In realtà è ingordigia. Ma ognuno ha le sue idee. I soldi non ti mancano e dunque vai a comprare un centravanti. Non uno qualunque, ma il centravanti capocannoniere del campionato inglese. Suárez. Uno potrebbe obiettare: così sono bravi tutti (e magari è proprio vero: così sono bravi tutti). Poi però quei tre devi farli giocare insieme. Un'impresa o la cosa più facile al mondo? È lavoro per gente scafata o, come si sente in giro, "il Barcellona potrei allenarlo pure io"? Se hai tutto questo ben di dio, quanto conta un allenatore nel calcio?

lunedì 13 aprile 2015

Il progetto nel calcio è una bugia

Mihajlovic, allenatore della Sampdoria
Mihajlovic, allenatore della Sampdoria
"Deciderò il mio futuro in base al progetto che mi verrà sottoposto", così dice Sinisa Mihajlovic, barcamenandosi fra chi lo corteggia. Milan e Napoli con più insistenza. Progetto. Questa parola non è nuova. Ma soprattutto: non è vera. È l'abuso linguistico che più spesso il calcio impone. Un progetto implica un tempo. Solo che tempo nel calcio non ce n'è. Un progetto esige fatica e la messa in conto di un arretramento momentaneo. Il progetto nello sport è pazienza. Nella sua scalata da 5 metri e 85 fino a 6,14 Sergej Bubka impiegò dieci anni. Tre li trascorse per passare da 6,06 a 6,07, saltando nel frattempo misure inferiori. Tre anni per un centimetro.

mercoledì 18 marzo 2015

Quando allenare ti fa invecchiare


GLI hanno comprato Shaqiri, gli hanno comprato Podolski, non sarà difficile comprargli anche un collirio. Costa meno e risolve l'ultimo problema dell'Inter. Gli occhi rossi di Mancini. «Non ho pianto. Forse è il dolore», ha mormorato domenica sera in televisione, non si sa se solo mogio o molto confuso, sotto il tiro flebile di domande più imbarazzate di lui. Era il dolore di una scoperta. La rivelazione della verità sulla sua squadra, sull'irraggiungibilità della Champions e su un'avventura che s'aspettava diversa. Detto chiaro e tondo: «Forse sono stato troppo ottimista». E forse sì. Pensava fosse Europa, invece era un castello in aria. Più grave del suo peccato di fiducia, è stata solo la fanfara che la accompagnava. L'ultimo passo che allora gli resta è inconfessabile. Chiedersi se davvero ne valesse la pena.

martedì 24 febbraio 2015

Il calcio matematico di Hitzfeld



PERUZZI , Ferrara e Deschamps. Zidane, Boksic e Vieri. Che Juve, la Juve di Lippi. In Europa non perdeva da 11 partite. Fino a quella sera lì, 28 maggio ‘97. «La chiave di tutto era convincere i miei che potevamo batterli». Infatti. 3 a 1 per il Borussia (due gol di Riedle). «Credi in te stesso. È stata la mia filosofia ». Ottmar Hitzfeld era il motivatore di quella banda capace di riportare dopo 32 anni lo scudetto a Dortmund e dopo 14 la Champions in Germania. È l'uomo che ha tolto per sempre di dosso a un ambiente la paura di vincere. Oggi commenta il calcio per Sky nel suo Paese. Nessuno più di lui sa cos'è il calcio a Dortmund.
«Arrivai nel ‘91, c'erano dei sogni, li abbiamo realizzati. La Ruhrpott è la regione degli operai, del lavoro durissimo. Non c'era altra cosa che il calcio, la vera religione di quell'area. Diventammo campioni con Chapuisat in attacco, uno svizzero che non erano in tanti a conoscere. Io sì, io venivo dalla Svizzera».

giovedì 18 dicembre 2014

La stanchezza di Zeman


GUARDATEGLI le rughe e la pelle che il sole sardo gli ha spiegazzato più di prima. Guardategli la faccia sfinita da sedici anni di polemiche, ed ecco chiarito il primo Zeman vs. Juve senza tracce apparenti di veleno. E le battaglie, le lotte, le campagne? Parole di qualche settimana fa: «Ridirei tutto e aggiungerei altro ma in questo momento non ricordo bene». Punto. A capo. «Non ricordo bene». La frase che in tribunale non aveva pronunciato mai. È finita la giostra, guardate solo il mio calcio color tramonto, questo predica Zeman una volta sfilato dalle spalle il poncho dell'eroe che un tempo camminava nella polvere per moralizzare il vecchio West. Ha passato la vita a mescolare Nietzsche con Clint Eastwood, sublimando la volontà di potenza nella moralizzazione dei costumi. Ma l'eroe è stanco, pazienza se oggi pomeriggio arriva la Juve, anche i saloon hanno un orario di chiusura.

sabato 8 novembre 2014

La Marsiglia di Izzo e il calcio identitario di Bielsa

bielsaghiacciaia Vent'anni dopo Bernard Tapie, Marsiglia ha trovato un altro uomo dentro il quale immergere se stessa, il suo dna, la fierezza della propria maniera d'essere. L'identità. Marcelo Bielsa, 59 anni, allenatore argentino, speciale come pochi altri, differente. Uno che di Marsiglia dice cose così: "È una città che fa andare le sue differenze tutte nella stessa direzione, come la mia idea di calcio". Sono stato alla Commanderie, il centro sportivo dell'Olympique: su Repubblica in edicola oggi trovate il racconto della maniera in cui una squadra, la sua guida e la sua gente vivono la vigilia di una partita così importante, contro il Psg (domenica alle 21). Impressionante mi è parsa, ripensandoci durante il ritorno, la sovrapposizione tra la filosofia di Marcelo Bielsa e la narrazione che di Marsiglia ha fatto Jean-Claude Izzo, il suo cantore.
"Anche per perdere bisogna sapersi battere" 
(Izzo, da "Casino totale").

martedì 7 ottobre 2014

Allegri e Sacchi nel club degli allenatori nemici


CI SONO serate in cui davanti alla telecamera ti fanno sentire Udo Lattek. Quanto sei bravo, ma no sei bravo tu, hai detto tutto benissimo, macché tu più di me. E poi arrivano le serate in cui Max Allegri incrocia Arrigo Sacchi. Allora chiude gli occhi e gli passa la vita davanti, i quattro anni da milanista, pieni pieni di consigli che Berlusconi gli somministrava prima e dopo i pasti. Ora, sarà che le due sagome gli si confondono tra i pensieri, sarà che gli salgono alle labbra quelle parole che a Milanello non ha detto, ma succede che un fruscio dallo studio, un distinguo, passa per il rumore dei nemici e oplà, ci scappa il litigio. Addirittura due in una settimana, il primo in Coppa e il secondo in campionato, roba che ci sarebbe da invocare il turnover e poi puntare dritti al Triplete.

domenica 21 settembre 2014

Zeman al posto di Scopigno

DORME ancora in una delle 16 camere della club house di Assemini, al campo, ma cerca casa di fronte al mare. Il Poetto, non distante dalle vie in cui passeggiano Riva, Brugnera, Tomasini, la fetta del grande Cagliari che ha scelto di restare qui per sempre. Zeman si sta aprendo alla Sardegna, la Sardegna sta entrando dentro Zeman. La sua faccia è sui cartelloni pubblicitari, frasi in lingua sarda, la speranza che qualcosa di nuovo con lui succeda, ora che la pagina Cellino è voltata. «Non so se ci credono come ci credo io» brontola Zeman. Roma è lontana, una grossa delusione da andare a guardare negli occhi. Domani.
Zeman, adesso non dica che è una partita come le altre.
«Non lo è. È la partita fra la mia squadra e quella della città in cui abito da 20 anni. Ma senza rivalsa».

mercoledì 10 settembre 2014

De Biasi, il figlio del paese delle favole

GIANNI De Biasi quando parla dell'Albania dice «lì da noi». Se ne accorge e ride. Saranno tre anni di lavoro a gennaio, ma adesso comincia proprio a divertirsi. Dopo i play-off per i Mondiali sfiorati, è andato a vincere in Portogallo la prima partita di qualificazione agli Europei. «Ecco, lì da noi ora sono tutti convinti che passeremo. Mi preoccupa. Perché rilassarsi è nel carattere degli albanesi, perfino più che per gli italiani. Ma siamo in un girone dell'horror. Farei a cambio con chiunque. Non bastava il Portogallo, a ottobre ci aspettano la Danimarca e la Serbia, peraltro 15 anni dopo la guerra in Kosovo».

giovedì 7 agosto 2014

L'impiegato Bielsa

bielsa
"Un uomo che ha delle idee nuove è un pazzo finché le sue idee non trionfano"

Lasciate perdere gli sceicchi del Psg, lasciate perdere anche il magnate russo del Monaco. Il colpo Ibrahimovic, la carica a Cavani, l’assalto a Falcao. Acqua passata, roba degli anni scorsi, dimenticatela, dimenticate la grandeur di Parigi e della Costa azzurra. Che estate banale, la loro, stavolta. Niente a che vedere con Marsiglia. I nuovi fuochi d’artificio, il calcio francese li ha sparati qui, dov’è arrivato un signore argentino di 59 anni, rosarino come Messi Menotti e Che Guevara, uno che il mondo del calcio chiama El Loco, il pazzo, e adesso anche Le Fou. Se c’è un motivo nuovo per guardare quest’anno la Ligue1 (al via venerdì con Reims-Psg), quel motivo di nome fa Marcelo e di cognome Bielsa. Una delle più grosse calamite viventi di nerd del pallone. Una specie di Zeman, fate conto solo meno difensivista.

martedì 26 novembre 2013

Klopp, il monello Borussia


DORTMUND. Il tunnel che porta al campo è stretto e basso. Jürgen Klopp china la testa. Ci passa a stento. «Qui sotto si sta tutti pigiati, ventidue calciatori, i bambini tenuti per mano, due allenatori, cinque arbitri». Fa un trillo, Klopp è anche un formidabile imitatore di fischietti. «L'arbitro dice "andiamo" e noi camminiamo schiacciati uno all'altro». Indica la luce là in fondo. «Quando il tunnel finisce e sbuchiamo sul prato, bam, pare di essere di nuovo partorito da mia madre». Ride forte, ride spesso. «È come rinascere. In campo si simula la lotta per la sopravvivenza». 

martedì 1 ottobre 2013

Il professor Wenger


Vattene, Wenger, liberaci dal male, vattene prima che per l'Arsenal sia tardi. A questo era arrivata la Londra radical chic, quella che impasta il suo tifo liberal al cockney della working class. Addio diversità. Due mesi fa di trasversale c'era solo l' esasperazione per 8 anni senza titoli e per un mercato deludente: persi Jovetic, Higuaìn e Suàrez. Puoi essere la squadra degli intellettuali di sinistra, puoi tenere sotto al braccio tutti i romanzi di Nick Hornby che vuoi e alla fine ragionare come gli altri: non avrai altro dio all'infuori del risultato.