martedì 1 ottobre 2013

Il professor Wenger


Vattene, Wenger, liberaci dal male, vattene prima che per l'Arsenal sia tardi. A questo era arrivata la Londra radical chic, quella che impasta il suo tifo liberal al cockney della working class. Addio diversità. Due mesi fa di trasversale c'era solo l' esasperazione per 8 anni senza titoli e per un mercato deludente: persi Jovetic, Higuaìn e Suàrez. Puoi essere la squadra degli intellettuali di sinistra, puoi tenere sotto al braccio tutti i romanzi di Nick Hornby che vuoi e alla fine ragionare come gli altri: non avrai altro dio all'infuori del risultato. 

Arséne Wenger era finito sotto accusa. Lui, il Professore. Il primo francese ad allenare in Inghilterra e a vincere una Premier (poi diventate tre), uno dei pochi ad aver portato la propria squadra alle finali di tutte le Coppe europee (tutte perse, dicono i nemici). «Il guaio è che se hai assaggiato il caviale, non ti accontenti di tornare a mangiare salsicce», Wenger razionalizzava così. "Spendere, spendere", sbraitavano i tifosi a inizio agosto, quando il Napoli arrivò all'Emirates in amichevole (2-2). Ora che torna per la Champions, l'Arsenal è altro. È la squadra che ha iniziato la sua sedicesima campagna europea consecutiva con una vittoria a Marsiglia, è da solo in testa alla Premier, e da Wenger non vuole separarsi più. «Mi piacerebbe restare per sempre, qui vorrei essere un immortale», dice lui. La scadenza giugno 2014 sul contratto non pare più premessa di un addio. Stan Kroenke, il proprietario che viene dal Missouri, ha rotto il silenzio, adesso offre il rinnovo per fare di Wenger il Ferguson di Londra. «Siamo fieri della sua maniera di guidare la squadra».

I 17 anni spesi da Arséne sulla stessa panchina all'improvviso non sono più una zavorra, il passaggio al Psg è meno scontato. Wenger sa bene perché è girato il vento: «Vincere è più dolce di ogni torta». È girato senza che cambiasse la sua idea di calcio. Se l'Arsenal è di nuovo in cima lo deve ai soliti princìpi. La vocazione al gioco e l'attenzione ai giovani. Il suo è un piccolo calcio totale imbottito di irregolari, un mucchio di ali e trequartisti che sanno fare bene tutto il resto. Un congegno splendido pure adesso che per infortunio stanno fuori tutti insieme Walcott, Cazorla, Rosicky, Podolski, Oxlade-Chamberlain. Età media: 26 anni. La terza più bassa in Premier. La cura dei talenti è il culto di monsieur Wenger. La nuova onda Arsenal nasce con gli 8 gol in 9 gare di Aaron Ramsey, 22 anni, centrocampista gallese portato a Londra quando ne aveva 18. L'ultima scoperta si chiama Serge Gnabry, tedesco di origini ivoriane, 18 anni, in campo per emergenza sabato a Swansea: subito gol. E poi Jack Wilshere, forse il più puro genio inglese contemporaneo. «Noi non compriamo stelle, noi le costruiamo», una delle colonne del pensiero di Wenger.

Il compromesso con la sua filosofia si chiama Mesut Özil, preso dal Real con 50 milioni. Ha portato assist, personalità e consapevolezza. Giroud ha iniziato a segnare anche fuori la cinta urbana di Londra. Flamini è tornato per accanirsi sulle caviglie altrui. E il portiere italiano Viviano aspetta il suo momento. Diciassette anni di quest'idea di calcio. L'anniversario del primo allenamento cade domani. Wenger si presenta a Londra una domenica mattina. Porta il suo spirito internazionale, lui francese di Strasburgo. «Subito dopo la guerra, a noi bambini dicevano di non passare il confine perché di là i tedeschi erano cattivi, ma i tedeschi sapevano giocare a calcio, a me interessava quello». Papà Alphonse, ristoratore, ogni tanto lo accontenta. Lo porta a vedere il Borussia Mönchengladbach. Nel suo villaggio, Duttlenheim, per avere un pallone si deve chiedere il permesso ai preti. Quando il giovane Arséne inizia a giocare con il Mulhouse, d'estate vede i compagni prenotare al Club Med, lui va a Cambridge in bici per studiare l'inglese. «Mi chiamavano matto». Smette col pallone appena s'accorge che prendere una laurea in ingegneria, poi un'altra in economia, è per lui più agevole che andare in dribbling sulla fascia. Poteva scegliere se subentrare a suo padre al "Croix d'Or" o se insegnare calcio. 

Cosa scelse si sa. Allenatore dei ragazzini a Strasburgo, a Cannes, poi a Nancy su segnalazione di Aldo Platini, il papà di Michel. Diventa un lavoro. Al Monaco scopre un giovanotto liberiano che si chiama Weah. Se ne va in Giappone, nauseato, quando in Francia scoppia il bubbone Marsiglia. Venti mesi di vita monastica. «Lì sono diventato più flemmatico». E poi l'Arsenal. Dal 1996. Una rivoluzione. Il "boring boring Arsenal" che diventa icona del calcio frou frou. La scoperta di Vieira, Anelka, Fàbregas, van Persie. «Il mio lavoro è offrire a chi lavora tutti i giorni un motivo per essere felice il sabato». E pure il mercoledì. Di Benìtez, avversario domani, può dirsi amico. «Rafa è un grande, il suo Napoli riparte come una bomba». Idee simili, stesse antipatie. Ferguson e Mourinho su tutti. Sir Alex una volta gli manda a dire che giocano meglio i suoi, Wenger replica che «tutti credono di avere a casa la più bella delle mogli». Mou gli dà del voyeur, accusandolo di «parlare sempre del Chelsea e di sbirciare in casa d'altri», lui gli risponde che è fuori controllo, che «il successo rende gli stupidi ancora più stupidi». Ora è il più longevo di tutti dopo l'addio di Ferguson, Londra è davanti a Manchester. «Il giorno che mi sarò stancato, me ne andrò a insegnare calcio da qualche parte in Africa, oppure in India, in un posto dove finora non è successo niente». Professore per sempre.

(Repubblica, 30 settembre 2013)

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