Se per le quattro squadre in finale di Coppa dobbiamo celebrare il calcio inglese, sarà bene definire subito cosa intendiamo per calcio inglese, cosa c’è dentro la scatola che porta questa etichetta e dove risiede la sua superiorità.
Come hanno fatto quattro squadre di uno stesso Paese ad arrivare davanti a tutti? Ci sono riuscite perché non sono affatto quattro squadre di uno stesso Paese.
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venerdì 10 maggio 2019
giovedì 28 aprile 2016
Il 120° minuto di Miguel Reina
MIGUEL aspettava solo che passasse il tempo. Il tabellone all'Heysel aveva l'orologio fermo. Luis Aragonés, l'uomo che da ct avrebbe inventato la Spagna tiki-taka, aveva fatto gol su punizione, e dalla panchina urlavano che era questione di secondi. L'Atlético stava battendo il Bayern, stava per vincere la Coppa dei Campioni, 15 maggio 1974. E invece. «Invece arriva questo pallone dalla fascia sui piedi di Schwarzenbeck. Lui non voleva tirare. O meglio: non sapeva cosa fare, e allora tirò. Avanzava, senza sapere a chi darla. Gli avevamo chiuso tutti gli spazi». Quasi tutti. Miguel Reina era in porta. Aveva una foresta di gambe davanti. Il tiro lo vide solo arrivare. Anzi, lo vide passare. Gol al 120'. All'epoca non s'andava ai rigori. «Altrimenti sarei potuto diventare io l'eroe, chissà. Sono invece passato alla storia senza desiderarlo. Un portiere sa che dietro c'è il nulla. È un ruolo di esercizio e sacerdozio». Storia di un trauma irrisolto. Su quell'1-1 raccolto a 11 secondi dalla fine, il Bayern costruì il 4-0 nella ripetizione di due giorni dopo e tre trionfi di fila. Come s'usava allora, nelle foto alza la Coppa vestendo le maglie degli sconfitti, mentre per l'Atlético iniziava la leggenda dei colchoneros passione e disfatte. Fino alla rivoluzione di Simeone.
venerdì 30 maggio 2014
I calzettoni bianchi di Arconada
Leader è una parola che si usa troppo spesso, dentro un campo di calcio e fuori. Con i leader si esagera. State sempre a cercarne uno, ma i leader sono un problema, i leader sono un pericolo. Esistono le squadre, questo è il calcio. In campo esistono undici personalità, undici esperienze differenti. Non si dovrebbe mai dipendere da un uomo solo, perché quando i leader sbagliano, o quando vengono a mancare, mandano la squadra giù per un precipizio. Non provate a leggere dentro queste mie parole un messaggio politico. Io di politica parlo solo con i miei amici più stretti. Di due cose non parlo: di politica e religione. Tutto quello che di me trovate in giro su questi due argomenti, bene, sono scemenze. Il divorzio, la pillola, eccetera. Tutti chiedevano un mio parere, quando ero Luis Arconada, il numero uno della nazionale di Spagna al Mundial '82, organizzato in casa nostra. Ma ero solo un portiere di calcio, non un personaggio della scena pubblica.
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sabato 17 maggio 2014
Essere colchoneros
Essere colchoneros significa pensare cose come quelle che dice Diego Pablo Simeone. "Nel calcio si deve avere sempre paura, solo chi ha paura scopre di avere coraggio".Parole che oggi fanno di lui l'esatta incarnazione del perfetto uomo Atletico, e non solo perché aveva la maglia bianca e rossa nell'anno dell'ultimo campionato vinto, 1996. L'altra Madrid ha riscoperto con lui il coraggio di pensare in grande, di illudersi, di sentirsi in grado di vincere tutto, persino di demolire la sua mitografia, costruita sull'idea di un club magnifico e perdente. Simeone è tornato per ribaltare un mondo.
giovedì 20 marzo 2014
Iribar, la bandiera dei baschi
Francisco Franco era morto da un anno. Il giorno del derby, il mio Athletic Bilbao contro la Real Sociedad, con Inaxio Kortabarria tirammo fuori la ikurriña. La nostra bandiera era stata messa al bando. Ci eravamo sentiti baschi in clandestinità. Stavolta invece era lì, sotto gli occhi di tutti, in campo, e in campo c'ero anch'io, José Ángel Iribar.
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sabato 22 febbraio 2014
La battaglia dei poeti tifosi
Finì male, finì malissimo. Accuse all'arbitro dalla Real Sociedad e accuse al Barcellona. Avete rubato, la Coppa era nostra. Una delle prime grandi polemiche nella storia del calcio. Ma poiché siamo nel 1928, la polemica la fanno due poeti. Rafael Alberti e Gabriel Celaya. A colpi di versi.Le cose vanno così. Real Sociedad e Barcellona giocano a Santander la finale della Coppa del re. È il 20 maggio 1928. Piove. Scenario di quelli che si tramandano con i toni dell'epica. I giornali raccontano di una partita violenta. Solo a sette minuti dalla fine la Real Sociedad riesce a pareggiare con Mariscal l'iniziale vantaggio catalano segnato da Samitier. In onore del portiere del Barça che si è opposto agli attacchi quasi per la partita intera, il poeta Rafael Alberti - presente allo stadio - scriverà "Ode a Platko". Ferenc Platko, o Francisco, o Franz, è il portiere ungherese del Barcellona. Alberti inizia così:
giovedì 30 gennaio 2014
Ramallets, il gatto con le ali
Mi dissero Vai tu, che in porta copri tutto lo spazio. Ero il più grasso del gruppo, gli amici ridevano, mi prendevano in giro. Antoni el gordito. Ma quando sei nato a Vila de Gràcia, l’anima di Barcellona, di certe cose impari a ridere. Altrimenti non sarei diventato Antoni Ramallets, il gatto del Maracanã.Che poi questo Maracanã non è niente di speciale. Non c’è stadio che lo sia. Dico all’interno. Sono tutti uguali. La stessa erba, le stesse porte, le stesse righe sul campo. Inizia la partita e ti dimentichi del mondo. Tanto le cose vanno sempre in un modo soltanto, se sei un avversario la gente ti fischia, dopo un po’ ti abitui. Per me semmai era più difficile giocare a Barcellona, in casa. Ogni partita un dominio, dovevo solo pregare di essere pronto quelle due-tre volte che arrivava un tiro.
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giovedì 23 gennaio 2014
Cruyff e il calcio secondo Dalì
Josep Samitier era soprannominato l'uomo aragosta. Per i suoi salti, le sue acrobazie, per i tiri al volo folli quanto i dribbling. Era stato acquistato dal Barcellona a 17 anni per un vestito e un orologio. Emilio Sagi Liñán, attaccante, anche lui arrivato nel club ancora ragazzino, era invece figlio del più grande baritono spagnolo d'inizio Novecento, Sagi Barbo. Emilio e Josep da piccoli andavano in vacanza in Costa Brava, a Cadaqués giocavano a calcio con un terzo amico, il figlio di un notaio, un bambino di nome Salvador. Salvador Dalí.
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giovedì 2 gennaio 2014
Zamora, il divino che fece paura al duce
Ne ho visti tanti di bambini giocare per la strada. Andavano in porta e fingevano di essere me. Beati loro, io da bambino volevo essere un altro. A Calle Diputación, la via alla periferia di Barcellona in cui abitavo, ai miei tempi si rincorreva una palla di stracci. Un giorno mandai il mio piede a sbattere contro una pietra, a casa non raccontai niente per tre giorni, il piede si riempì di pus, il dottor Raventós che era il nostro vicino dovette intervenire. “Non voglio giocare mai più a pallone”, piagnucolai allora con mio padre, medico pure lui, lavorava alla Plaza de Toros. Ne fu felicissimo. Sognava che lo avrei seguito, che sarei diventato dottore anch'io. Eravamo una famiglia agiata, mio nonno capitano di una nave della compagnia Mac Andrews, mia madre veniva da Valencia. Studiavo e mi tenevo in forma con la boxe, il nuoto, l’atletica, la pelota, ma in testa avevo solo il calcio. Un amico di famiglia mi presentò alle giovanili del Canigó, fu lì che mi trasformarono in un portiere. Sembravo più grande degli anni che avevo: solo 14 quando don José María Tallada mi portò all'Espanyol e 15 quando debuttai a Madrid. Viaggiai con i pantaloni corti. Finì 1-1. Un giornale scrisse: “In campo c’era un ragazzino che si chiama Zamora. Ha giocato come si potrebbe bere un bicchier d'acqua”. Ricardo Zamora, io.
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lunedì 4 novembre 2013
Letteratura dell'anti-madridismo. E dell'anti-juventinismo
Tutto comincia nelle Asturie. La scintilla si accende con un coro. "Asì, asì, asì gana el Madrid". Così vince il Madrid. Così come? Grazie all'arbitro: questo significa il coro che ormai accoglie il Real su quasi tutti i campi di Spagna. Il 25 settembre del 1979 è la data di nascita universalmente accettata dell'antimadridismo. Il pretesto è un episodio come tanti, l'espulsione al sesto minuto di Enzo Ferrero, numero 11 dello Sporting Gijón allo stadio El Molinón. Ferrero è marcato da San José, scatta, i due si ostacolano, si mettono le mani addosso, ci scappano un paio di spintoni, San José cade. Rosso. L'arbitro manda fuori Ferrero. Asì gana el Madrid. Sul prato arriva di tutto. Quando la gente asturiana vede il rosso a Ferrero, si scatena ripensando all'anno prima. Il Gijón era stato avversario del Real per il titolo. Aveva perso lo scontro diretto in casa, giocandolo senza Dória né Ferrero, espulsi la settimana prima a Salamanca.
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venerdì 27 settembre 2013
Papà, perché siamo dell'Atlético Madrid?
Sono da sempre i parenti poveri del Real. I materassai. Vendono i loro campioni. Non vincono un derby in campionato dal 1999. Ma sanno diffondere l'amore per la loro squadra come nessun altro al mondo. E stavolta arrivano al Bernabeu da primi in classifica. Quelli dell'Atlético Madrid.
Sono passati dodici anni. Dodici anni dal giorno in cui la macchina si ferma al semaforo, il bambino getta lo sguardo fuori dal finestrino, assorto, poi domanda Papà perché siamo tifosi dell'Atlético? E il papà muto, gli occhi che ruotano verso il sedile posteriore, un mezzo sorriso accennato. "Non è facile da spiegare, però è qualcosa di grande, molto grande", risponde al suo posto una frase scritta sullo schermo, prima che appaia lo scudo di Madrid, dell’Atlético Madrid.
Sono passati dodici anni. Dodici anni dal giorno in cui la macchina si ferma al semaforo, il bambino getta lo sguardo fuori dal finestrino, assorto, poi domanda Papà perché siamo tifosi dell'Atlético? E il papà muto, gli occhi che ruotano verso il sedile posteriore, un mezzo sorriso accennato. "Non è facile da spiegare, però è qualcosa di grande, molto grande", risponde al suo posto una frase scritta sullo schermo, prima che appaia lo scudo di Madrid, dell’Atlético Madrid.
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domenica 26 maggio 2013
Bilbao. Quando c'era la Catedral
La prima volta che ci vieni, devi portare i fiori in tribuna. Sul serio. Come in chiesa. Perché questa è una chiesa. Di più. E’ una cattedrale. La Catedral. La prima volta che una squadra avversaria mette piede al San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, la tradizione le impone una sosta davanti alla statua di Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi, morto a 29 anni per un attacco di tifo. Un idolo, un nome che è diventato sinonimo di capocannoniere. La statua è lì, alle spalle del palco della tribuna. Quello è l’altare, il cuore di un impianto centenario, il secondo più antico di Spagna, costruito laddove un tempo sorgeva davvero una chiesa dedicata a san Mamés. San Mamete di Cesarea, protagonista di millanta leggende, martire (forse), sua madre morta di parto, suo padre imprigionato perché cristiano, e raffigurato spesso come un bambino circondato da leoni mansueti.
martedì 7 febbraio 2012
L'età dell'oro dello sport spagnolo e tutte le ombre intorno
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| Il ciclista spagnolo Contador |
domenica 20 novembre 2011
L`ultima noche del presidente
E allora buenas noche Espana, domani mattina ti sveglierai e io non sarò più il capo del tuo governo. Laura, Alba, raccogliete le vostre cose che si va, togliete i poster di quel gruppo rock dai muri della vostra camera alla Moncloa, lo so che otto anni sono tanti, ma è ora di tornare a casa. L`avete studiato a scuola, figlie mie, si chiama principio dell`alternanza, ed è uno dei pilastri delle democrazie occidentali. Si spendono inni di gloria per questo strumento che ci rende così diversi dai cittadini di altre zone del mondo, eppure andatelo a magnificare al cospetto di quelle coppie gay che in queste ore corrono a sposarsi prima delle elezioni, spaventate dall`eventualità che il prossimo governo Rajoy cancelli la loro conquista civile.
domenica 11 luglio 2010
Olanda-Spagna e il tifo di Napoli
E allora, insomma, per chi tifiamo? Noi napoletani, dico. Se fosse il mondiale del 1510, non ci sarebbero storie. Saremmo sudditi della corona spagnola e di Ramon Folc III de Cardona, vicere di Napoli nominato da re Ferdinando II d'Aragona. La Spagna sarebbe a pieno titolo la nostra nazionale. Oppure deve pesare l'effetto Rudy? L'effetto Rudy è quel sentimento favorevole all'Olanda introdotto a Napoli da Krol, il libero della generazione di Cruyff che venne a giocare da noi nel 1980. Portava la maglia numero 5, e tutti i bambini di Napoli volevano quella maglia lì. Fu un Maradona prima di Maradona. Tendeva il braccio nell'aria, puntava l'indice nel vuoto e dalla sua area di rigore, la nostra area di rigore, lanciava la palla esattamente lì dove finiva la traiettoria immaginaria cominciata dal suo dito. Sui piedi di tale Claudio Pellegrini, uno a cui il Divino Rudy fece segnare 11 gol, e il Napoli arrivò terzo (era primo a 5 giornate dalla fine).
Certo, fummo spagnoli, e in fondo lo siamo tuttora nel tratto genetico, sovrapposto al seme svevo e sopravvissuto alle mutazioni politiche. Ma bisogna tifare per la Spagna perché ci ha lasciato i Quartieri spagnoli o tifare contro la Spagna per lo stesso motivo: per quel massacro urbanistico e sociale cominciato con la loro dominazione? Se fosse così, sarebbero un po' nostre anche le nazionali di Francia, di Austria e di mamma Grecia.
Certo, fummo spagnoli, e in fondo lo siamo tuttora nel tratto genetico, sovrapposto al seme svevo e sopravvissuto alle mutazioni politiche. Ma bisogna tifare per la Spagna perché ci ha lasciato i Quartieri spagnoli o tifare contro la Spagna per lo stesso motivo: per quel massacro urbanistico e sociale cominciato con la loro dominazione? Se fosse così, sarebbero un po' nostre anche le nazionali di Francia, di Austria e di mamma Grecia.
sabato 10 luglio 2010
Gli scrittori dei Mondiali: Olanda-Spagna
Io non gioco a calcio più di quanto preferisca giocare a hula hoop
(Michel Faber, La pioggia deve cadere)
Sospetto sempre di chi non prende caffè. Così come degli intellettuali ai quali non piace il calcio. I miei napoletani preferiti sono devoti, senza esclusioni, del San Carlo e del San Paolo. E bevono caffè.
(José Vicente Quirante Rives, Elogio del caffè al bar)
(Michel Faber, La pioggia deve cadere)
Sospetto sempre di chi non prende caffè. Così come degli intellettuali ai quali non piace il calcio. I miei napoletani preferiti sono devoti, senza esclusioni, del San Carlo e del San Paolo. E bevono caffè.
(José Vicente Quirante Rives, Elogio del caffè al bar)
martedì 20 aprile 2010
E diciamolo subito
Già deve fare una certa impressione passare da Javier Bardem a Michele Cucuzza. Ma alle 9.10 di oggi, dentro lo studio Rai di Unomattina, al premio Oscar Alejandro Amenàbar è successo di più. Seduto sulla sua poltroncina da super ospite che stava lì a presentare il film Agorà, sulla vita di Ipazia, che con grande ritardo arriva in Italia perché nessuno aveva comprato i diritti (in Spagna è uscito a ottobre); il povero Amenàbar ha avuto un brivido dietro la schiena che non ti viene neppure vedendo The Others, quando ha sentito che Cucuzza cominciava la sua chiacchierata con la frase, Diciamo subito che non si tratta di un film contro la chiesa.
giovedì 25 marzo 2010
Dalla Quinta di Butragueño alla cantera
Nacque una definizione e nacque un'idea. Julio César Iglesias, giornalista di El País, inventò la formula in un articolo uscito il 14 novembre del 1983.Titolo: Amancio y la Quinta de El Buitre.
Amancio, cioè Amancio Amaro Varela, gallego di La Coruña, terzo posto al Pallone d'Oro del '64 dietro lo scozzese Denis Law e Luis Suarez, gallego come lui. Una delle stelle della prima Spagna campione d'Europa e del Real Madrid anni '60.Nel 1983 Amancio è l'allenatore del Castilla, la filiale del Real Madrid, la sua squadra B. Squadra che sta viaggiando in testa alla classifica della seconda divisione e che sta per consegnare al calcio una generazione di fenomeni, la Quinta de El Buitre, la generazione di Butragueño.
Amancio, cioè Amancio Amaro Varela, gallego di La Coruña, terzo posto al Pallone d'Oro del '64 dietro lo scozzese Denis Law e Luis Suarez, gallego come lui. Una delle stelle della prima Spagna campione d'Europa e del Real Madrid anni '60.Nel 1983 Amancio è l'allenatore del Castilla, la filiale del Real Madrid, la sua squadra B. Squadra che sta viaggiando in testa alla classifica della seconda divisione e che sta per consegnare al calcio una generazione di fenomeni, la Quinta de El Buitre, la generazione di Butragueño.
martedì 21 aprile 2009
Oppure si mangia qui

Quattro dei migliori 8 ristoranti al mondo, secondo il magazine Restaurant, sono in Spagna. Numero uno: El Bulli, in Catalogna. State calmi: per tutto il 2009 non hanno un tavolo. Il primo degli italiani, tredicesimo posto, è Osteria Francescana a Modena: inquieta solo me il fatto che la terza immagine in ordine di apparizione sulla Home Page sia un gelato Magnum?
lunedì 6 ottobre 2008
Il sorpasso dello spagnolo
Ora è ufficiale. Ci sono più ispanofoni negli Stati Uniti che in Spagna. Solo in Messico la cifra è ancora superiore, ma nel 2050 è previsto che gli Usa faranno il sorpasso
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