domenica 26 maggio 2013

Bilbao. Quando c'era la Catedral

catedral La prima volta che ci vieni, devi portare i fiori in tribuna. Sul serio. Come in chiesa. Perché questa è una chiesa. Di più. E’ una cattedrale. La Catedral.
La prima volta che una squadra avversaria mette piede al San Mamés, lo stadio dell’Athletic Bilbao, la tradizione le impone una sosta davanti alla statua di Rafael Moreno Aranzadi, detto Pichichi, morto a 29 anni per un attacco di tifo. Un idolo, un nome che è diventato sinonimo di capocannoniere. La statua è lì, alle spalle del palco della tribuna. Quello è l’altare, il cuore di un impianto centenario, il secondo più antico di Spagna, costruito laddove un tempo sorgeva davvero una chiesa dedicata a san Mamés. San Mamete di Cesarea, protagonista di millanta leggende, martire (forse), sua madre morta di parto, suo padre imprigionato perché cristiano, e raffigurato spesso come un bambino circondato da leoni mansueti.
Los leones sono infatti quelli dell’Athletic, perché quando hai alle spalle una storia del genere entri in campo e sei un altro. Soprattutto se il campo è quello di casa, la Catedral, tirata su nel 1913 e quarant’anni dopo addobbata con il suo mitico arco, costato 10 milioni di pesetas dell’epoca. Non uno stadio come gli altri. Lo dicono quelli che hanno avuto la fortuna di entrarci e di giocarci, specialmente gli avversari. Uno dei pochi posti al mondo dove si applaude la squadra avversaria quando gioca bene e vince. “Il più bello di tutti”, parola di Diego Maradona. Senza paragoni. “Certe cose dovrebbero essere eterne, dovrebbero durare tutta la vita. San Mames è una di queste”, disse un giorno Michael Robinson, ex Liverpool. Invece San Mames non sarà eterno. Stasera apre per l’ultima volta, per Athletic-Levante, ma quando tutto sarà finito, stasera si dovrà dire addio alla Catedral. Verrà buttata giù, stanno già costruendo un altro stadio poco distante. Avrà lo stesso nome, perché come dice Luis Fernandez “Bilbao senza il San Mamés è come Parigi senza Torre Eiffel”. Fran, ex calciatore del Deportivo La Coruna, racconta che quando andò a giocarci l’ultima volta gli vennero le lacrime uscendo dal campo, sapendo che non ci sarebbe più tornato. “Alla fine della partita, dopo la doccia, tornai su e me ne rimasi per venti minuti da solo là in mezzo, volevo respirarlo un altro po'”. Perché là “si respira il calcio”, come disse Remy Garde, allenatore del Lione, là “viene la pelle d’oca”, racconta Xavi, al quale ogni volta la Catedral riserva ovazioni e omaggi. Al San Mamés, dice Guardiola, “non vedi l’ora che cominci la partita, è un onore metterci piede”. Mario Kempes, eroe dell’Argentina ’78, non credeva a quel che gli raccontavano i compagni finché non entrò lì dentro anche lui. “Fu come per un bambino andare a Disneyland. San Mamés è diverso da tutti gli altri stadi, là dentro vive il calcio”. Nel 1982, quando la Spagna ospitò i Mondiali, Keegan entrò sul prato di Bilbao e ne uscì dicendo: “È incredibile che gli organizzatori non abbiano deciso di far giocare la finale qui dentro”. Unico, San Mamés, lo stadio che si chiama come un tempio. “Ciò che rende storico uno stadio non è la sua architettura, ma quello che lì dentro succede. Il San Mamés non ti lascia mai solo, parla con i suoi calciatori, ti tende la mano per non lasciarti cadere”, ha detto Marcelo Bielsa, l’allenatore dell’ultimo Athletic. Più le cose alla squadra vanno male, più si riempie il San Mamés. E se questa è la realtà, dentro la nuova Catedral finirà un po’ dello spirito di quella che stasera chiude per sempre.

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