Visualizzazione post con etichetta champions. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta champions. Mostra tutti i post

martedì 31 maggio 2016

Il paradosso Zidane

Zidane allenatore non è mai esistito. Zidane allenatore era un'idea di cui sorridere, se non addirittura sospettare, maliziosi, come hanno fatto in Spagna, dove certe volte pareva la geniale idea venuta a un padre per aiutare la scalata alla gloria di suo figlio calciatore.
Zidane allenatore sembrava un controsenso, primo perché i grandissimi del campo si trascinano sempre un certo imbarazzo in panchina - con l'eccezione di Cruijff - e secondo perché al Castilla, la succursale del Real, Zidane aveva iniziato la sua seconda carriera con cinque sconfitte nelle prime sei partite. Solo che il calcio conosce mille maniere per burlarsi di noi. Compreso mettere Zidane sulla panchina della squadra più ricca del mondo, e fare di lui il primo allenatore francese in grado di vincere la Coppa dei Campioni. In realtà i francesi si attribuiscono pure il passaporto di Helenio Herrera, di nascita argentino. Ma da oggi probabilmente vorranno dimenticarsene, da oggi vorranno essere certi di aver visto nascere una Storia.

giovedì 28 aprile 2016

Il 120° minuto di Miguel Reina

MIGUEL aspettava solo che passasse il tempo. Il tabellone all'Heysel aveva l'orologio fermo. Luis Aragonés, l'uomo che da ct avrebbe inventato la Spagna tiki-taka, aveva fatto gol su punizione, e dalla panchina urlavano che era questione di secondi. L'Atlético stava battendo il Bayern, stava per vincere la Coppa dei Campioni, 15 maggio 1974. E invece. «Invece arriva questo pallone dalla fascia sui piedi di Schwarzenbeck. Lui non voleva tirare. O meglio: non sapeva cosa fare, e allora tirò. Avanzava, senza sapere a chi darla. Gli avevamo chiuso tutti gli spazi». Quasi tutti. Miguel Reina era in porta. Aveva una foresta di gambe davanti. Il tiro lo vide solo arrivare. Anzi, lo vide passare. Gol al 120'. All'epoca non s'andava ai rigori. «Altrimenti sarei potuto diventare io l'eroe, chissà. Sono invece passato alla storia senza desiderarlo. Un portiere sa che dietro c'è il nulla. È un ruolo di esercizio e sacerdozio». Storia di un trauma irrisolto. Su quell'1-1 raccolto a 11 secondi dalla fine, il Bayern costruì il 4-0 nella ripetizione di due giorni dopo e tre trionfi di fila. Come s'usava allora, nelle foto alza la Coppa vestendo le maglie degli sconfitti, mentre per l'Atlético iniziava la leggenda dei colchoneros passione e disfatte. Fino alla rivoluzione di Simeone.

giovedì 14 aprile 2016

Il cholismo in economia

A guardarlo al centro del cerchio, la squadra in silenzio e lui che insegue le parole giuste, Diego Simeone è quello che raccontano che sia. Una luce. Cinque anni fa passò sei mesi in Italia. Doveva salvare il Catania. O non lo abbiamo capito noi o non era ancora l'uomo che è diventato. «Forse sono cresciuto con l'esperienza, forse questo cammino è servito a darmi un'altra consapevolezza. Catania lottava per traguardi diversi. Qui si sono uniti diversi fattori. La mia conoscenza dell'ambiente e la voglia del club di andare oltre i limiti». Un gol serve all'Atlético per passare un'altra frontiera, eliminare il Barcellona e tornare in semifinale di Champions, tenendo per mano questo allenatore senza cerone, come senza finzioni era stato calciatore, un acciaccatibie con pretese di qualità, rispettato dai suoi e dagli altri.
Simeone aveva già il carattere per portare la 10 dell'Argentina dopo Maradona, per litigare con Beckham e per definire Capello «uno che parla troppo». Ma in quattro anni di Madrid è successa una cosa nuova. È uscito dai margini del campo. Cholo è il suo soprannome, cholismo si chiama la devozione per lui, un neologismo accettato pure dalla Fundéu, l'ente che vigila sull'uso dello spagnolo.

lunedì 1 febbraio 2016

Il progetto per cambiare la Champions


I signori che cambieranno il calcio si mettono al lavoro fra sette giorni. La Champions e i suoi milioni sono l’epicentro della trasformazione, il resto verrà a cascata: dopo i Mondiali a Natale, potremmo avere la serie A di mercoledì e le Coppe spostate al week-end. Il fantasma che si aggira per l’Europa si chiama Superlega, il campionato riservato alle élite del pallone, un giocattolino di cui si parla da tempo nei corridoi, ora neppure sotto voce. Milano, 13 gennaio, convegno alla Bocconi: Karl Heinz Rummenigge (dirigente Bayern) dice: «Nelle cinque leghe di spicco le grandi diventano sempre più forti. In Italia c’è la Juve, spero che torni la mia amata Inter, forse il Milan. Si va verso una Lega oltre la Champions, sotto l’Uefa o un tetto privato. Con partite anche negli Usa e in Asia». Bum.
Decideranno in due. La European Club Association (Eca), di cui Rummenigge è presidente, si riunisce 8 e 9 febbraio in assemblea; la commissione competente dell’Uefa giovedì 11. Eca e Uefa hanno un accordo che le rende partner per le riforme fino al 2022 ma nessuna certezza che arrivino alleate alla fine del processo di revisione. Le parole di Rummenigge sono giudicate da altri club una “fuga in avanti”, di certo la Champions così com’è non piace più a molti dei potenti. I ricchissimi (Real, Barça, Bayern, United) trovano più utile giocare con un Borussia che con un Bate Borisov. C’è poi chi è scottato da troppe qualificazioni mancate e ne porta le cicatrici sui bilanci. Umberto Gandini, vicepresidente dell’Eca e direttore dell’organizzazione sportiva del Milan, spiega che «non abbiamo un piano già definito, ma sappiamo cosa fare. Ogni tre anni, alla scadenza dei contratti tv, si discute del format. Il dato nuovo è che oggi la Premier cresce più di tutti e distribuisce tre miliardi di euro l’anno. Fuori dall’Europa ha più appeal della Champions. Vedere che il Liverpool contro il Real risparmiava giocatori per la Premier del week-end successivo, è stato un segnale preoccupante».
superlega2Il punto sono i criteri d’accesso. I piccoli sono diventati ingombranti e arrivano a frotte pure dall’interno: Leicester, Atlético Madrid, da noi Napoli Roma Fiorentina. Le big storiche vogliono essere certe di un posto. «Esiste una pulsione dei grandi club», dice Gandini, «per avere più stabilità. È un dibattito legittimo e necessario. L’Uefa conosce punti di forza e limiti dell’attuale formula. Un anno mancò il Bayern, un anno lo United, un’altra volta sono assenti Milan e Inter: brand che fuori dal mercato europeo hanno un peso. Esiste una classifica storica nel mondo che non può essere ignorata, mentre ci sono squadre che vengono da mercati con minor appeal con una via per la qualificazione più semplice. È un’esigenza diffusa. Non vogliamo rinnegare la filosofia attuale, ma cercare un sistema diverso da quello che impone a un’italiana di giocarsi il preliminare con una tedesca o una spagnola. Non è scritto da nessuna parte che solo i primi tre Paesi del ranking debbano schierare 4 club. Discutiamo questo dogma. Certo, la revisione andrà a discapito di qualcun altro».
Con un presidente Uefa sospeso e il suo segretario generale in corsa per la Fifa, l’Eca, nel cui board siede anche Andrea Agnelli, ha campo libero come mai. Così può ri-sventolare come nel ‘99 lo strappo finale: un torneo privato a inviti, un sistema che superi il ranking Uefa nel quale oggi il Milan è 24°, l’Inter 30ª mentre il Basilea è al numero 17 e l’Olympiakos al 21. L’ipotesi delle franchigie neutralizzerebbe i tornei nazionali: la realizzazione su scala europea del teorema Lotito e della A senza un Carpi e un Frosinone. «Una soluzione — media Gandini — va cercata dentro il sistema: una formula che possa portare più ricavi, garanzie e stabilità ai partecipanti senza privarci della bellezza». Ci sarà da riscrivere i criteri. Superando il merito del campo, chi stabilisce se contano i titoli antichi dell’Ajax o le maglie vendute in Asia? Anche la Pro Vercelli ha vinto 7 scudetti e la Steaua più Champions del City: cos’è storia e cos’è archeologia? La tv ha stravolto ovunque gli albi d’oro. La Champions recente ha almeno avuto sei finaliste differenti negli ultimi tre anni e 9 vincitrici diverse in 12 edizioni. Due titoli consecutivi mancano dal 1990 (Milan). La filosofia del futuro sarà: più spazio a club famosi sui mercati asiatici e meno ai Ludogorets; più peso a chi genera maggiori risorse. Ma nel sistema attuale, il market pool (una quota dei ricavi tv divisa su scala nazionale) già riconosce pesi diversi ai singoli mercati. Quando il Porto vinse nel 2004, incassò la metà dello United, uscito agli ottavi. «La Champions è diventata un’aristocrazia che non tollera altre origini », ha scritto Aitor Lagunas sulla rivista Panenka. Nel marzo ‘93 l’allora numero uno Uefa Johansson confessò: «Temo che faremo i ricchi sempre più ricchi».
Diego Tarì, analista di bilanci, fondatore del sito Il tifoso bilanciato, avverte: «Una Champions che dovesse svuotare di interesse i campionati nazionali, farebbe crollare il valore dei diritti tv della serie A fino a 500 milioni. La Champions ha trasformato un gioco popolare in un business, la meritocrazia cucita sulla nobiltà e sul passato sega le gambe ai club emergenti». È il punto su cui si sta spaccando il basket, che dall’anno prossimo avrà due Champions perché quella della federazione mondiale sarà priva di undici club dal grande “brand”, tra cui Milano, messi sotto contratto dall’Eurolega per un torneo privato, indipendente dagli esiti dei campionati. Stefano Sardara, presidente di Sassari, si fa sentire: «La Fiba detiene i diritti, l’Eurolega in questi anni ha supplito con competenza. O si trova un punto di incontro, o chi va di là si mette fuori dall’organizzazione Fiba, creando un pregiudizio per la partecipazione alla serie A. Le spaccature sono dannose per tutti». Lo sa bene il rugby. Treviso e Parma hanno lasciato il campionato italiano per un torneo con irlandesi, gallesi e scozzesi. Marzio Innocenti, ex azzurro e dirigente federale in Veneto: «A fronte di un’esperienza per loro poco formativa e con poche vittorie, abbiamo assistito alla distruzione del campionato, che negli anni ’90 aveva i migliori al mondo». Il calcio europeo è a questo stesso bivio.
(da la Repubblica di lunedì 1 febbraio 2016)

giovedì 17 settembre 2015

Date a Florenzi un gol da tre punti


Questo gol è la prova di un'ingiustizia. Sei a sessanta metri dalla porta. Acceleri, alzi la testa, guardi laggiù. A quel punto ti viene un’idea, la cosa più vicina alla follia che si possa immaginare con un pallone accanto al piede. Scarti l’idea di scartarla perché davanti a te c’è il tempo, c’è lo spazio e c’è il modo. Prendi la mira, calci come se fosse un lancio e per il resto devi solo rimanere a guardare come va. Ma quando finisce dentro, ecco, l’ingiustizia è compiuta, perché un gioiello del genere alla fine vale uno, soltanto uno, esattamente quanto un gol di Inzaghi in fuorigioco o uno strafalcione di Comunardo Niccolai. Basterebbe avanzare di un paio di canali con il telecomando per capire quanto tutto questo sia immorale, basterebbe osservare nello stesso istante Danilo Gallinari che fa canestro da poco meno di sette metri e prendersi tre punti anziché due.

lunedì 8 giugno 2015

Che cos'è questa mania del Triplete

Manuale catalano. Come si rimane un anno intero con la stessa voglia del primo giorno, come si conserva la stessa fame pur avendo la pancia piena. Come si ritorna a essere il Barcellona del Triplete, sei anni dopo il primo, sei anni dopo la squadra che fece una rivoluzione nel gioco e nel lessico del calcio, latinizzando quello che s'era fin lì chiamato 'Treble', all'inglese, e imponendo la sua egemonia culturale con il guardiolismo, il falso nueve e il tiki taka. È divertente, mentre Xavi solleva la Coppa, ripensare a cosa si diceva di questa squadra un anno fa. Ciclo finito. Era uscita ai quarti, aveva perso campionato e Coppa del re. E adesso, a piacere, li chiamiamo invincibili, cannibali, insaziabili.

venerdì 5 giugno 2015

La Livorno di Max Allegri

E ADESSO che arriva la bella stagione, a Livorno o si va agli scogli o si va ai Bagni Fiume. Non solo per il mare. C'è un campo in cemento che è un pezzo di storia, le sbarre intorno, una gabbia da cui il pallone non esce mai. Le porte sono proprio due porte. Con le maniglie. Si aprono, si chiudono, si para coi piedi. Cinquant'anni fa, d'estate Armando Picchi chiudeva qui dentro i compagni della Grande Inter. Bedin, Burgnich, Suarez. Sfidavano i giovanotti della dolce vita locale e spesso le prendevano, 4 contro 4, oggi come allora le partite le chiamano gabbionate . Intorno a questa reliquia, si vantano d'aver inventato il calcetto prima del calcetto. «Era come al Palio di Siena, per trovare un posto si arrivava tre ore prima», racconta Armando Neri, uno dei titolari. Qui s'affolla la Livorno vera, proletaria e ruspante. Gli Allegri hanno ombrellone e cabina, dentro la gabbia Max entra con gli amici di sempre. Una volta guardavano insieme le finali di Coppa in tv, vederlo a Berlino gli pare un premio.

venerdì 29 maggio 2015

Heysel, il nome che i ragazzi non conoscono

h11 Guardatela questa foto che arriva dal passato. C’è un uomo giusto al centro, non so di quanti anni, forse quaranta, forse meno, stringe qualcosa fra le mani. Un gesto di protezione, dentro una scena in cui la protezione non c’è più. Porta con sé l'innocenza di un'espressione quotidiana, l'unica che resista dentro questo scatto. Si volta come si farebbe su un autobus affollato, dove ti spingono, si volta e sembra un istinto, come a chiedere attenzione, dentro una scena in cui l’attenzione non esiste più.

martedì 26 maggio 2015

La notte di Grobbelaar all'Heysel


ERA il clown. Così chiamavano Bruce Grobbelaar. Perché in campo rideva e perché una sera, l'anno prima, s'era messo a danzare sulla linea di porta per parare i rigori alla Roma, in finale di Coppa dei Campioni. «Joe Fagan, l'allenatore, mi mise un braccio sulla spalla e fece: tranquillo, nessuno s'aspetta niente da te, se ti fanno gol non te ne faremo una colpa. Mi tolse un peso. Allora inventai quel balletto con le gambe, gli "Spaghetti Legs", e Bruno Conti sbagliò. Funziona, mi dissi, lo rifaccio. E sbagliò pure Graziani. Gli italiani mi diedero del pagliaccio. Ma vincemmo la Coppa. Pagliaccio a chi?». Dodici mesi dopo, Grobbelaar era all'Heysel. Un'altra squadra italiana. «Prima di ogni partita facevo un giochino. Calciavo il pallone contro l'interruttore, per colpirlo e spegnere la luce. Pensavo che riuscendoci, avremmo vinto noi».

giovedì 2 ottobre 2014

Dudek il minatore e la rimonta di Rafa Benítez

dudek Rafa Benítez ci disse, Il Milan non sta bene. E noi a fissarlo. Non sta bene? Proprio così, rispose, ha avuto problemi tutto l’anno, fidatevi, fisicamente non sono pronti, non sono pronti come noi. Solo che quando tornammo negli spogliatoi, intervallo della finale di Coppa dei Campioni 2005, tre gol avevano fatto loro e nemmeno uno noi del Liverpool. Incrociai un attimo lo sguardo di Rafa e gli feci, Ehi mister meno male che questi stanno giù.
Giochiamo e divertitevi, così si raccomandò Rafa. Invece stavamo facendo divertire il Milan. Eravamo molto arrabbiati, le cose non andavano secondo i piani. Benítez allora chiamò Traoré e quasi si scusò, Grazie ma adesso esci, al tuo posto facciamo entrare Hamann. C’era una voragine da quella parte del campo. Traoré abbassò lo sguardo, sfilò maglia e pantaloncini e mormorò una cosa tipo okay, va bene così. Steve Finnan, dall’altro capo dello spogliatoio, se ne stava sdraiato su un lettino. Aveva dolore a una coscia. Non ce la faccio, confessò sotto voce, ma il fisioterapista filò dritto da Benítez a riferirglielo. "Guarda che quello regge al massimo venti minuti". “Quello chi?”. “Finnan”. Rafa fissò prima uno poi l’altro e chiese se facessero sul serio. “Allora Finnan grazie, grazie per quello che hai dato, esci tu e Traoré rimane dentro”.

giovedì 28 agosto 2008

La Champions in un saloon


Famagosta è una città di Cipro grande quanto Afragola, o Fiumicino se volete, e con una storia meravigliosa. Dominata da genovesi e veneziani, saccheggiata dai turchi, semidemolita dagli inglesi che avevano bisogno di materiale edile per costruire il canale di Suez, da trent'anni ha una porzione abbandonata perché zona militare. Tipo quei western in cui nel cuore di una città deserta le porte del saloon vengono aperte dal vento. E' il quartiere di Vanosha, di cui ha scritto Alan Weisman nel suo The World Without Us, ed è l'esempio di cosa accadrebbe alle città se l'uomo non ci fosse: palazzi minati dal tempo e dagli agenti atmosferici, negozi con vetrine ferme a trent'anni fa, tartarughe che vanno a nidificare lì. Ecco. Ora Famagosta è in Champions League con la sua squadra, che si chiama Anorthosis. Come si fa a non tifare per una storia così?
update L'Anorthosis è nel girone dell'Inter con Werder Brema e Panathinaikos