Ai calciatori dei Balcani è stata rimproverata spesso una certa sofisticata incostanza. Ora, mentre abbatte la decennale autorità del mostro a due teste Messi-Ronaldo, il Pallone d'oro a Luka Modric ribalta pure quest'ultimo stereotipo. Ha vinto un piede elegante ma regolare, un virtuoso ma non un solista, non un anarchico.
Nell'anno del Mondiale delle sorprese, condannato a ignorare il fantasma di Leo e un Cristiano dall'immagine compromessa per le accuse di stupro dall'America, il calcio è tornato all'antico scegliendo come simbolo di sé un attore classico, un giocatore che cuce e non uno che strappa, un sarto, un camminatore sul confine fra arte e artigianato: tecnica, estro, pregio, eppure tutto il contrario dello sperpero di solito imputato alla sua stirpe, sul podio del premio fin qui rappresentata da genialoidi alla Savicevic e alla Dzajic, oppure da finalizzatori crudi alla Pancev, alla Mijatovic, alla Suker. In un caso o nell'altro, tutta gente che si fermava un passo prima di vincere.
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sabato 8 dicembre 2018
domenica 6 luglio 2014
Ivkovic e i due rigori parati a Maradona
Non conta solo il numero 10, non conta solo il numero 1. A calcio si gioca in undici e se quegli undici non funzionano tutti insieme, be', non si va da nessuna parte. Neppure se avete parato un rigore a Maradona, neppure se gliene avete parati due, com'è capitato a me, senza riuscire a batterlo mai. Quando arrivammo in Italia per giocare i Mondiali del '90, il nome Jugoslavia conteneva ansia e paura. La Slovenia aveva proclamato l'indipendenza economica a marzo, e a Zagabria, la mia città, Tuđman pronunciava parole simili. L'ultima amichevole prima della partenza era finita con il pubblico a tifare per l'Olanda: nell'unità garantita da Tito, la mia gente non si riconosceva più. Eppure, dovevamo essere una squadra, un gruppo solo. Si decise che fra di noi non avremmo mai parlato di politica.
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