martedì 27 aprile 2010

Dasaev, la cortina d'acciaio

dasaev Quando mi presentai al mondo, avevo quattro lettere cucite sul petto. Cccp. Avevo guanti bianchi e viola. Ero alto e magro. Il più bello di tutti, ai mondiali '82. Più del bellissimo Cabrini, scrisse il settimanale femminile Cambio 16. Io, Rinat Dasaev, ai confronti del resto ero abituato.
Un giorno il partito mi chiama e mi impone di essere un simbolo. Com'era stato Yashin. Un uomo e un popolo, insieme perfetti. Anche per quello avevo sposato Nela, un tempo ginnasta. Ci eravamo conosciuti in ospedale, dove tutt'e due eravamo finiti, ricoverati per un infortunio. Bella storia, compagni. L'Urss si rivedeva in me. Prima di essere sovietico, ero un tartaro. Sono nato ad Astrachan, la città che Tamerlano rase al suolo.


Quando il mondo si accorse di me ai Mondiali di Spagna, avevo già vinto il bronzo alle nostre Olimpiadi, Mosca, due anni prima. A casa ho ancora il dvd della mia prima partita ai Mondiali, contro il Brasile, 2 a 1 per loro, un lungo inseguimento dopo il nostro vantaggio, e io con le mie parate a fare da scudo. Ricordo ogni istante di quella partita, perciò quando riguardo il dvd, confronto i ricordi con le immagini, e mi pare che siano le immagini a sbagliare. Sono convinto che se avessi usato una sola mano anziché due, i brasiliani quei gol non me li avrebbero segnati.


Io, perfetto in campo al mondiale '82. Perfetto per altri sei anni. In occidente mi chiamavano Cortina d'acciaio, i soliti giochi di parole sull'Unione sovietica. Il migliore portiere del mondo, così dicevano tutti. Il mio Spartak Mosca giocava come in un incanto. Piccoli passaggi, calciatori che si scambiavano il ruolo. Una via di mezzo fra l'Ajax di un tempo e il Barcellona di oggi. Le sfide con la Dinamo Kiev erano fantastiche. Qualsiasi partita contro di loro era come se fosse l'ultima, era come vincere la coppa del mondo. Nel 1979 dopo aver battuto la Dinamo Kiev facemmo festa un mese intero. Ne valeva la pena. Diventai il migliore nonostante quella strana parata a gancio, col braccio incrociato, andavo spesso a prendere la palla con la mano più lontana, non quella esterna. Come in Italia faceva Tancredi. Poi arriva il 1988. L'Urss elimina l'Italia e gioca la finale dell'europeo contro l'Olanda. E' il giorno in cui Marco Van Basten si inventa un gol che non si dimentica. Ecco. Quel gol l'ho preso io.



Bravo Van Basten. E però. Quello è il giorno in cui sollevo il braccio, tendo la mano e scopro di non farcela più. Era un segno anche quello, era tutta l'Unione Sovietica a non farcela più. Glasnost e perestrojka. Gorbaciov. Il Comitato Centrale del Partito Comunista decise l'introduzione di un sindacato giocatori, i presidenti dei club di prima divisione chiesero la formazione di una Lega professionistica e una riforma. Era la prima volta che il Comitato Centrale si occupava di calcio. "Abbiamo bisogno di più democrazia. Dobbiamo liberare lo sport dal monopolismo dell'apparato e lasciare lo sport agli sportivi", disse Ligaciov, il numero due del Pcus. Una prima forma di professionismo era stata introdotta l'anno prima a Dnepropetrovsk, oggi Ucraina: il Dnipro decise di mettere sotto contratto i giocatori e di autofinanziarsi con gli incassi. Per noi del calcio significava via libera, professionisti, si poteva finalmente uscire dal Paese. Sul punto mi ero espresso in pubblico molto chiaramente. Non solo auspicavo la possibilità di andare a giocare nel resto d'Europa per guadagnare quello che l'Urss non poteva garantirci, ma speravo anche nell'arrivo di qualche tecnico straniero, speravo che qualcuno portasse idee nuove nel nostro calcio.
dasaev2   Il Siviglia versò 180 milioni di pesetas al Cremlino e 150mila a me. Ero libero di andare a prendere una barca di gol in Spagna. Furono anni tremendi. Quando arrivai a Siviglia avevo 31 anni, mi sentivo un ragazzino. Non nel fisico, dico nella testa. Non riuscivo a spiegare ai compagni cosa volessi, forse non lo sapevo neanche io. Persi anche il mio posto in nazionale. Nel '90, al mondiale italiano, non avrebbero voluto portarmi. Lobanovski pensava di escludere tutti quelli che se ne erano andati. Non era una cosa che riguardava solo me. Piano piano lo stesso atteggiamento coinvolse Zavarov, Aleinikov e Khidiatullin. Lobanovski sapeva che eravamo abituati ad allenarci in modo diverso, che la nostra concezione del calcio era cambiata. Perciò emarginò tutti quelli che non aveva plasmato di persona nella Dinamo Kiev. Passai per un traditore, con Lobanovski non ci siamo parlati per dieci anni. Senza aver litigato. A Siviglia finii per essere il quarto straniero quando in campo potevano andarne tre. La tentazione di tornare indietro, ogni tanto, sì, sentivo che si affacciava. Ma indietro non c'era più nulla. Il Rinat sovietico non esisteva più. C'era il Rinat tartaro. Un giorno finisco con l'auto fuori strada e mi rompo una mano. Quella che un tempo faceva miracoli dentro guanti bianchi e viola. Il Siviglia voleva mandarmi in Svizzera. Avevano scoperto che dietro l'incidente c'erano delle bottiglie d'alcol. Mi opposi. Al trasferimento, non all'alcol. E finii una seconda volta con la macchina contro un muro. Mia moglie non ce la faceva più. Chiese il divorzio, portò con sé pure la bambina, mi lasciò con un mucchio di casse di bottiglie. E io le svuotavo, io le svuotavo tutte. Una dietro l'altra. Ho aperto un negozio di articoli sportivi, all'inizio andava bene, ma non ero fatto per gli affari. La mia vita era il calcio. Quando il negozio fallì, sono sparito per anni. La Pravda mi rintracciò, i giornalisti scoprirono che vivevo in uno stato di indigenza che nessuno sospettava. Allora mi decisi a tornare in Russia, almeno lì ero ancora Dasaev. Gli amici mi chiamavano e  giuravano che era cambiato tutto. Era davvero cambiato tutto, tornai e scoprii di non capirci niente. Quando esisteva l'Urss, almeno, ero un privilegiato. Non si guadagnava chissà quanto, ma rispetto al resto del Paese potevo godermi la vita. Avrei potuto comprarmi un automobile o un appartamento, dopo l'Urss no, ero tagliato fuori dal benessere come tanti altri. Un pensiero oggi mi tormenta. Se fossi tornato prima in Russia, non avrei smesso a 35 anni. Avrei potuto continuare fino a 38 o come Zoff fino a 40. Un vecchio amico dello Spartak Mosca mi ha riportato nel calcio. Ho capito che posso stare in piedi solo se mi lanciano addosso un pallone. Allungo le mani e paro. Adesso insegno ai ragazzini come si fa, loro tornano a casa e dicono che Dasaev è un bravo maestro. Questo volevo da me, questa è la felicità.

(Come per l’intera serie, le parole liberamente attribuite a Rinat Dasaev sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti)

3 commenti:

Zio Scriba ha detto...

Be', di solito i tuoi portieri mi limito a leggerli, ma il grande Dasaev lo devo commentare: avevo 15 anni e per me era un idolo, al punto da prendere in seria considerazione la possibilità di provare a diventare portiere da centravanti che ero!...
Lo diventai solo nelle partitelle serali nei prati coi vicini di casa, e dopo le parate più miracolose gridavo: "Dasaev!"

ottanta/cento ha detto...

C'era un amico che invece scartava tutti, o almeno ci provava, e gridava: Kipiani, Kipiani, Kipiani. Altri?

Anonimo ha detto...

Sono pienamente d'accordo sul fatto che fosse bellissimo, credo il più bell'uomo di tutti i tempi (opinione femminile). La storia che ho letto mi ha un pelo turbata, posso dirlo? E posso chiedere umilmente se... è tutta vera? Non per sfiducia, per speranza. Tuttavia la condivido... la mia passione per Dasaev non è mai morta. Grazie per queste informazioni.
Un saluto.

Barbara Risoli (facilmente rintracciabile in rete)