domenica 11 aprile 2010

Carrizo a passeggio fuori area

Chi diceva lana, chi diceva pelle. Il dubbio era quello. Il materiale. Ma nessuna esitazione sul fatto che mi servissero dei guanti. Anche se in Argentina nessuno li aveva messi mai. Del resto, prima di me, prima di Amadeo Raúl Carrizo, i portieri non erano neppure abituati a uscire coi piedi fuori area. Io sì, io cominciai. Me lo ricordo il mormorio della folla allo stadio. Ma si potrà fare? Certo che si può, gente. Tante cose credete non si possano fare finché non arriva uno che le fa. Come rinviare fin oltre il centrocampo, oppure uscire dall'area con la palla al piede. Chi credete che l'abbia inventato? Io. Mi chiamavano Tarzan perché sui cross volavo, ma senza liana, volavo e afferravo la palla con una sola mano. Anche questo a Buenos Aires non si era visto mai. La gente impazziva, rideva. In amichevole contro una squadra cecoslovacca, la rubai la palla all'aria e la nascosi subito dietro la schiena. L'attaccante, poverino, non ci capì niente. Si voltava di qua, di là, e la folla rideva. Mi piaceva prenderli in giro, gli attaccanti.

 Una volta Pedro Mansilla del Racing si presenta da solo davanti a me, io alzo il braccio e gli faccio: Guarda che l'arbitro ha fischiato fuorigioco. Lui si volta e io gli porto via la palla. Il trucchetto mi riuscì di nuovo contro Norberto Madurga del Boca. Anche per questo sono stato l'idolo della gente del River Plate. Ero il primo portiere che li faceva divertire quanto un 10. Quella volta che tenni troppo la palla tra le mani, sempre contro il Racing, l'arbitro però fischiò punizione a due in area. In barriera erano otto. Non vedevo niente. Allora mi venne in mente di mettere i miei compagni sulla linea di porta e io mi piazzai davanti. Non so se è consentito, forse c'è un vuoto nel regolamento, l'arbitro lasciò fare e io parai la punizione con il costato.

Quando partimmo per il mondiale del '58 in Svezia, intorno a noi la gente urlava Somos los mejores, siamo i migliori del mondo. E aveva ragione, la gente. Noi argentini avevamo battuto il Brasile l'anno prima. Campioni del Sudamerica. Noi. In tutto il torneo: 9 gol di Maschio, 8 di Angelillo, Sivori miglior calciatore. I più forti. Noi. Ma era successa una cosa in quel '57: dopo la festa, in Argentina s'erano presentati gli italiani. Arrivò la Juventus con 10 milioni di pesetas e si portò via Omar Sivori, 21 anni. Il River Plate, dove giocavo anch'io, dopo averlo venduto non ha più vinto fino al '75. Omar era nel trio della nazionale con la cara sucia, la faccia sporca, Maschio Angelillo e Sivori. Arrivò pure l'Inter e si portò via Angelillo, 20 anni. Arrivò il Bologna e si portò via Maschio, che era il più vecchio dei tre e ne aveva 24. Capite cosa saremmo stati? Io in porta, loro tre davanti. Che Argentina. Gli italiani ce li rubarono un anno prima dei mondiali. La federazione provò a resistere. Minacciò di lasciarli fuori dalla nazionale, alla fine lo fece. Andammo così in Svezia. Io in porta, loro a casa. E' inutile che vi dica come finì. Ne prendemmo tre dalla Germania Ovest e sei dalla Cecoslovacchia. Non ve lo racconto. Ma vi racconto come sarebbe finita con i tre angeli in campo. In Svezia nel '58 avremmo vinto noi. Mica il Brasile. La stella sarebbe stata Omar. La favola di Pelé non sarebbe cominciata. Sicuramente non quell'anno. E neppure nel '62 perché si fece male. E neppure nel '66 perché non vinsero. Avrebbero vinto nel '70? Chi lo sa. Forse. Ma Pelé non sarebbe stato questo Pelé. E oggi non ci sarebbe nessuno ancora convinto che sia più grande di Maradona, dio mio che enorme sciocchezza. Tutta colpa degli italiani. Della Juve, dell'Inter e del Bologna.

Finché ho giocato a calcio, mi sono sentito invulnerabile. Ho smesso e avevo sempre qualcosa. Un'aritmia, la vescica, l'ernia, l'artrite, la prostata. Per fortuna che c'è il vino, un bicchiere fa star bene. E se il bicchiere manca, va bene anche un fiasco. Ne bevevo sempre un sorso anche quando giocavo, adesso mai, mai prima di salire in bici o in moto, voglio dire. Certo, sono salito in moto anche oltre gli 80 anni. Tranquilli, con il casco. Mio padre era di Rafaela. Lavorava in ferrovia. Prima come passalegna, poi fuochista, alla fine macchinista. Certi giorni mi portava con lui, apriva lo sportellino per farmi guardare il fuoco, si divertiva a mettere due uova lì dentro e frrrr, in un istante tutto pronto. Come figlio di ferroviere, avrei avuto la precedenza sugli altri, se avessi voluto fare quel lavoro. Ma a 18 anni il River Plate mi aveva già chiamato. Hector Berra era stato un grande atleta del River negli anni '30. Era di Rufino, la mia città, lavorava con mio padre. Fu lui a segnalarmi al mitico Carlos Peucelle che mi convocò per un provino. Ricordo che feci il viaggio in treno di notte, 430 chilometri in 15 ore, fino a Buenos Aires. Al campo eravamo qualcosa come duemila ragazzini, tutti con lo stesso sogno. Pensai che mi avrebbero cacciato a calci nel sedere. Invece andò tutto bene. Mi dissero, Bueno, ragazzo, di' a tuo padre che rimani qua. E come? Noi a casa non avevamo il telefono. Feci avvertire un tipo, don Miguel, mio padre lo seppe da lui.

Penso sempre a mio padre. Il primo pallone me lo ha fabbricato lui, si fece dare dal macellaio una vescica di vacca e armeggiò con quella. Pensavo a quell'improbabile pallone il pomeriggio che divenne mio il record argentino di imbattibilità. Velez-River. Dovevo resistere per i primi 23 minuti. Cinquantamila spettatori. Io passeggiavo al bordo dell'area, lo sguardo posato all'orologio dello stadio e tutti gli altri sguardi su di me. Tre minuti, due minuti, uno e mezzo, uno. Quando arrivò il momento, i miei compagni calciarono il pallone lontano, fuori dal campo e corsero da me. Anche il pubblico del Velez batté le mani. Anche l'arbitro. Il mio record era la vendetta per i tanti matti che un giorno hanno scelto di stare in quel posto meraviglioso e ingrato che è la porta. La rivincita sui tanti gol presi stupidamente, la rivincita su chi si ricorda solo dei tuoi errori. Il fuoco che guardavo con mio padre lo sentivo dentro. Alzai il braccio destro per salutare la folla e scoppiai a piangere. Avevo inventato un nuovo modo di essere portiere. Ero bravo con i piedi, ma non mi hanno mai lasciato tirare un rigore. Un calcio di punizione sì, ero già emigrato in Colombia, quando dopo 23 anni il River si era stufato di me. Mi convocarono in sede e mi dissero che il mio ciclo era finito, che ci sarebbe stata una partita d'addio e sarei diventato allenatore delle giovanili. Sono ancora qui che aspetto. Quando i tifosi lo seppero, vennero a strappare i libretti dei loro abbonamenti davanti la porta di casa mia. E sono tornati a piangere da me qualche anno fa, la notte in cui il River retrocesse in B. Amadeo, perché?

Se sono quel che sono, un po' lo devo all'italiano che mi regalò i primi guanti. Giovanni Viola, il portiere della Juve. Li portava durante un'amichevole. Gli chiesi: come ti trovi? Benissimo, prova. E me ne regalò un paio. In Argentina non ce n'erano. Mi vergognavo. La prima volta li nascosi nel pantaloncino e li infilai soltanto in campo, sperando che nessuno se ne accorgesse. A volte penso che el Congreso de la Nación dovrebbe istituire la festa del portiere. Così come esistono la festa del papà e la festa della mamma. Sì, dovrebbero cercare una data per la festa del portiere. Meglio il 12 giugno. Il mio compleanno.

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