giovedì 1 aprile 2010

Bergqvist, che non sapeva dire di no



Oltre strade, binari e ponti, oltre la Slussen, stavano le ripide scogliere e le case degli operai. Nel quartiere di Södermalm, la working class si dannava per costruirsi un futuro migliore, i ricchi di Stoccolma ci venivano a fare le vacanze. Strindberg ha raccontato questo posto meglio di tutti. Sono nato qui e qui giocavo, nell'Hammarby, la squadra dei figli degli operai. Era il 1930. Gandhi faceva la marcia del sale, a Berlino scoprivano la Dietrich e noi svedesi piangevamo la morte di Gullstrand, il nostro Nobel per la medicina, aveva studiato l'astigmatismo. Avevo sedici anni e giocavo a bandy, lo conoscete il bandy, vero?

E' uno sport a metà fra il calcio e l'hockey, lo giochiamo nell'Europa del nord. Undici contro undici, tempi da 45 minuti, si va sui pattini, si fa gol con un bastone, il portiere para con le mani. Io, Sven Bergqvist, stavo in porta. Ero bravino. Così quelli dell'hockey vennero a prendermi. Dissero, Lasciateci Berka - così mi chiamavano - da oggi gioca con noi. Solo che a me spiaceva separarmi dai vecchi compagni, a quella squadretta con i miei amici d'infanzia ero legato, non me la sentivo di abbandonarli.

Allora mi feci in due. Iniziai a giocare sia a bandy sia a hockey. Mi sembrava di non avere tempo per altro. Ero bravino, diventai bravo. La voce girava. Così quelli del calcio vennero a vedermi, gli serviva un portiere, mi presero. Lasciateci Berka, da oggi gioca con noi. Avrete capito com'ero fatto, non sapevo dire di no. Scoprii che non solo mi sarebbe dispiaciuto abbandonare i vecchi amici di infanzia, ma pure i nuovi compagni del ghiaccio, la cosa più facile era provare a farsi in tre. E in tre mi feci, giocando contemporaneamente a bandy, a hockey e a calcio. Ero bravo, diventai bravissimo. L'Hammarby era una polisportiva, la sua sede si trasformò nella mia vera casa, a Johanneshov, la zona sud di Södermalm. A ventidue anni ero il portiere titolare della nazionale svedese. Sia quella di hockey sia quella di calcio. Non sapevo cosa scegliere, per fortuna non ce ne fu bisogno. I miei ventidue anni caddero nel 1936, un anno speciale, un anno olimpico. I Giochi che Hitler volle nella sua Germania. Dal 6 al 13 febbraio parai sul ghiaccio di Garmisch-Partenkirchen, alle Olimpiadi invernali battemmo il Giappone e l'Austria, perdemmo da Regno Unito, Usa e Cecoslovacchia. Chiudemmo al quinto posto e sei mesi dopo ero di nuovo in Germania, per i Giochi estivi di Berlino. Per noi calciatori svedesi in realtà durarono una partita sola, il 4 agosto perdemmo 3-2 dal Giappone, presi il gol decisivo a cinque minuti dalla fine da Matsunaka. Ho saputo che sei anni dopo quel gol, il povero Akira fu ucciso in guerra, nel Pacifico, nella battaglia di Gualcanal.

La partecipazione a due Olimpiadi nel giro di sei mesi fece di me una specie di mito svedese. Così quelli della sezione pallamano dell'Hammarby ci provarono: serviva un portiere anche a loro, e vennero da me. Non è che Berka potrebbe... e allora sì, giocai anche per loro. Una partita, una partita sola, ma la giocai. Che anni sono stati. Il Racing Paris, in Francia, si stava convertendo allo sport professionistico. Mi spedirono un contratto, aspettavano solo che glielo restituissi firmato, avevano già vinto campionato e Coppa nello stesso anno, sarei stato il primo atleta svedese della storia a fare del mio sport un lavoro. Quei soldi avrebbero fatto comodo anche a casa. La Svezia era il Paese che più di ogni altro aveva pagato la Grande Depressione del '29. Papà e mamma erano rimasti a vivere nella casa operaia di Södermalm. Ma Parigi era lontana, non me la sentii. Rinunciai. E poi il Racing era un'altra polisportiva, sono sicuro che pure lì avrei finito per dire di sì a tutti. Niente Francia, tanto pensai che ci sarei andato nel '38, per i Mondiali di calcio.

C'eravamo qualificati con un 4-0 alla Finlandia e un 7-2 all'Estonia. Ma quando la federazione preparò documenti e biglietti per il viaggio, scoprì di non avere abbastanza soldi per portare tutti. Feci io un passo indietro. Scelsi di non muovermi da Södermalm, meglio così. Ero fra i convocati, sarei stato riserva a casa, pronto a raggiungere la squadra in caso di necessità. Sapevamo di non dover giocare il primo turno, gli ottavi di finale, l'Austria nostra avversaria non esisteva più, annessa in una notte alla Germania. Con in porta Abrahmsson, la Svezia si spinse fino alla semifinale. Non c'ero, pazienza, tornai titolare della squadra fino al '43.

In Svezia ancora ricordano una partita con la Danimarca e una mia parata rimasta nella storia. Jörgensen si liberò in area e calciò la palla verso l'angolino basso alla mia sinistra. Ma il tiro picchiò dietro la schiena di Sven, Sven Andersson, e prese il volo. Iniziammo a seguirlo con gli occhi, la palla s'impennò dall'altra parte, verso l'angolo alto alla mia destra. Una parabola imprendibile, lo pensarono tutti, arbitro compreso, e prima che il pallone entrasse mi voltò le spalle e corse verso il centro del campo con il dito teso. Gol. L'aveva convalidato in anticipo, senza accorgersi che nel frattempo mi ero sollevato in aria e dall'angolino l'avevo scacciato via. Il pubblico urlò, l'arbitro si voltò di scatto: il pallone in porta non c'era, intorno a lui i miei compagni protestavano. Pensai a Gullstrand e all'astigmatismo. Si misero a discutere per un po', riuscirono a convincerlo che era andata davvero così, che l'avevo presa, mentre io avevo abbassato i miei pantaloncini davanti a tutti, facendo il gesto di sfilare schegge di legno della traversa dal mio sedere: lassù m'ero spinto per parare.

A trent'anni mollai tutto, volevo fare il maestro di sport. Sono stato allenatore di calcio, poi di hockey, il ct della nazionale, divertendomi a spendere la mia piccola celebrità nella serie A svedese di bowling. Fino al 3 dicembre del '55. Avevo 41 anni, non vidi un'auto, soprattutto l'auto non vide me. Le mie giornate da quel momento sono proseguite su una sedia a rotelle. Sono stato spesso il migliore in campo nella prima metà della mia vita, nella seconda metà la migliore è stata Marianne, mia moglie. Mi convinse che quella era soltanto una stupida sedia a rotelle, non un capolinea. Di certo non il mio. Imparai a tirare con l'arco. Marianne mi accompagnava al poligono e se ne stava in disparte a leggere un libro, mentre io mettevo pace nei miei pensieri spedendo centinaia di frecce al centro di un bersaglio. Io, che alla protezione di un bersaglio avevo dedicato gli anni precedenti, non dirò mai i migliori. In cinque anni arrivai in nazionale. Il comitato olimpico svedese mi convocò per i Giochi olimpici di Roma del '60. Ma come 22 anni prima, come alla vigilia dei Mondiali di calcio francesi, i soldi erano pochi. Chiarirono che avrei partecipato se mi fossi pagato il viaggio da solo. Ricordo che feci un sorriso e ringraziai. Avevo imparato a dire di no.

Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo.
(Philip Roth, Pastorale americana)

Nessun commento: