martedì 22 dicembre 2015

Giandomenico Mesto


BOLLETTINO delle ultime settimane. Un calciatore, Soriano, preso a schiaffi dai suoi tifosi. Una squadra, la Roma, che riceve casse di carote e poi uova marce. Un'altra, la Lazio, a cui consegnano letame. Cosa significa un ambiente ostile. «Forse succede perché i tifosi hanno smesso di vederci come uomini. Dovremmo ricostruire daccapo un rapporto con loro». Giandomenico Mesto, 33 anni, 13 in A, ha conosciuto la Champions e la Nazionale. Non era mai rimasto senza contratto, ma non ha preso un etto, a tavola non sgarra, pesce ai ferri a Pegli e poi al campo. S'allena con il Genoa. Rientrerà.
Certi eccessi li conosce e lo hanno ferito: era nella squadra che a Marassi dovette svestirsi e consegnare le maglie agli ultrà; poi nel Napoli che giocò la finale di Coppa Italia la sera in cui spararono a Ciro Esposito, con un capotifoso a torso nudo al centro della scena. Mesto accetta per la prima volta di parlarne. Partendo da un'anomalia. «Un'Olimpiade è il sogno di ogni sportivo. Ci sono stato e ho vinto una medaglia. Eppure so che nessun calciatore la baratterebbe con un Mondiale. Già basta a fare di noi degli atipici. Per partecipare alla cerimonia d'apertura ad Atene, avremmo dovuto farci tre ore in pullman. Altri le fecero, noi no. Ci chiamano viziati. Il punto è che ci hanno allevati così. Chi gioca a calcio, non conosce un modo alternativo di gestirsi. Pranzare alla mensa del Villaggio era uno sballo: afferravi un vassoio, ti guardavi attorno e cercavi un posto accanto a un tuffatore o un centometrista. Ma il giorno prima della partita non potevi fare a meno di notare che il menù abituale non c'era: e la pasta è scotta, e il pollo così, e le patate colà».

Beckham dice che a questo calcio preferisce il rugby.
«Lui? Mi suona strano. Lui ha conosciuto gli stadi della Premier: un sogno. Quando guardo la Nba o il football americano, ne invidio il contorno. Hanno lo show in campo e fuori, noi siamo lontani anni luce. Ci pare straordinario un pomeriggio senza fumogeni. A inizio carriera, dopo certe sconfitte in trasferta a mille chilometri, guardavo i pochi tifosi tristi e mi chiedevo chi glielo facesse fare. Ma non potevo capirli: la loro stessa passione non l'ho avuta. Io come altri miei colleghi. Andiamo via di casa presto per giocare, molti di noi non sono mai stati in curva. Se fossi uno con soli 20 euro in tasca, penserei a spenderli per mia figlia. Ma non faccio testo: sono un privilegiato. In questa bolla di passione non ci sono stato: non giudico contesti che non conosco. Però non tutto è giustificabile».
22 aprile 2012. Genoa-Siena. Invasione e partita sospesa per 45'.
«Il pallone pesava prima di cominciare. È il bello del mio lavoro. Questa adrenalina. Questa paura. Questa tensione. Ti senti vivo. Solo che dopo venti minuti eravamo sotto 3-0. Quando i tifosi interruppero la partita, noi avevamo in mente una cosa sola: farla ricominciare. Avremmo fatto qualunque cosa pur di riprenderla, evitare una penalizzazione che poteva mandarci in B».
Vi chiamarono indegni. Cosa successe quando vi ordinarono di togliere le maglie?
«Eravamo tutti per il no, ma non c'era via d'uscita. Chi ce la dava? Noi e il Genoa fummo lasciati allo sbando, senza nessuno che ci tranquillizzasse. La polizia ci chiedeva di non piegarci, ma l'arbitro ci aspettava per ricominciare. Avevo gli occhi lucidi, crollai. Oggi potrei dire: non avrei dovuto toglierla. Ma non volevo retrocedere. Retrocedere è come la fine del mondo. È difficile da spiegare. Lavoro e vita privata sono dita che si intrecciano. Chi vive con me, segue gli umori della mia squadra. Invece le famiglie dei calciatori dovrebbero essere lasciate in pace. Aver dovuto consegnare la maglia è stato come rompersi un ginocchio. A me sono successe tutt'e due le cose, non so dire cosa mi abbia fatto male di più. È come chiedermi se voglio più bene a mamma o a papà».
3 maggio 2014. Un colpo di pistola fuori l'Olimpico, una curva che chiede di non giocare.
«Eravamo nel sottopassaggio. In venti minuti arrivarono quattro versioni diverse. Qualcuno di noi chiamò amici a casa e si sentì perfino dire che il ragazzo era morto. Pur provando sempre a mettermi nei panni altrui, troppe cose inaccettabili accaddero. Gli incidenti. Il ritardo con cui si giocò. La mancanza di notizie certe. Quando Hamsik andò sotto la curva, dovette fidarsi della versione di chi gli stava accanto. Che un leader vada a calmare la folla, ci sta. Ma dovrebbe essere una sua scelta. Noi fummo messi in una situazione nella quale non era giusto che ci trovassimo. Non fu Marek a dire: vado io».
Lo conosce lo slogan "amiamo solo la maglia"?
«Lo sento. Ma dentro la maglia ci sono persone con le loro debolezze, le loro fragilità. Posso capire come nasce. Di fronte allo schifo delle scommesse e delle partite vendute, viene da dire: basta. Ma la gente non sa rinunciare al calcio, allora ha rinunciato a noi. Ha perso fiducia, non ci vede più come uomini. Una maglia invece non può tradire. Prima c'era prossimità fra noi e i tifosi, ora siamo rinchiusi, ci siamo isolati. Io sogno un calcio che abbatta questa distanza».
Perciò nascono le gogne?
«Le sanzioni a chi le accetta possono persino essere comode: offrono uno scudo. Ma la cura vera è creare le condizioni perché non accadano. Chi fa il calciatore non può fregarsene dei tifosi: noi siamo il motore, loro la benzina. Torniamo alla naturalezza dei rapporti, alla condivisione di gioie e delusioni. Se vogliono parlarci niente di male: ma al campo, non dopo una partita. Gli stadi vuoti sono la morte. Ci sono cose che non capisco. Mia moglie è perquisita, però entrano le bombe carta».
Avvicinerà suo figlio al calcio?
«Ho una bimba, balla come sua madre. Un maschio non lo spingerei. Come mio padre, che giocava in C e non mi ha incoraggiato. La mia fortuna è stata avere genitori che sedevano lontano dagli altri, in silenzio. Non basta accompagnare un bimbo allo stadio. Gli va insegnato che c'è del buono anche in una sconfitta».

(la Repubblica, 21 dicembre 2015)

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