domenica 2 novembre 2014

Da "secco" a "chiatto": la mutazione del biasimo sociale


Sik Sik, l'artefice magico

Deve essere accaduto davvero qualcosa, nelle nostre teste, nei nostri sguardi, se verso l’obesità avvertiamo quello che Davut Grossi chiama "biasimo sociale". Come un clic improvviso, ma inesorabile, scattato per creare una discriminazione nuova. Nella città in cui l’affetto verso i figli è sempre stato direttamente proporzionale al cibo che gli viene offerto ("mangia, a mamma") e in una regione dove il tasso di obesità infantile è la più alta d’Europa (il 49 per cento), il disprezzo per i chiattoni non ha mai trovato riverberi nel canone, antropologico e soprattutto letterario, di Napoli.
Il cibo accompagna le feste da santificare, i chili in più entrano nella iconografia. A cominciare da quella sacra. Roberto De Simone, ne "Il presepe popolare napoletano", ricorda che Maria è rappresentata in alcuni casi con il sedere grosso e i fianchi larghi, al punto da essere detta Mamma Chiatta. Del resto, recita il Libro dei Salmi, "il giusto sarà pingue e rigoglioso". Boccaccio, il cui legame con Napoli è noto, celebrava come fattore chiave dell’erotismo le rotondità. E nell’Aminta, il sorrentino Torquato Tasso tesseva l’elogio d’una bocca vermigliuzza e di "guance pienotte e delicate". La donna procace e piacente, la celebre "ciaciona", ha avuto una lunga e luminosa rappresentazione, fino alle figure femminili di Annibale Ruccello.
È il regime del matriarcato napoletano a imporre la sazietà come criterio di benessere. Il timido Gaetano di Massimo Troisi che in "Ricomincio da tre" s’avvia in gita con il predicatore Frank, si vede costretto a portarsi dietro le frittatine della zia. "Vino e maccarune", si diceva all’inizio del secolo scorso "songo ‘a cura p’’e pulmune". Il cibo è terapia, il cibo è rimedio. Il termine "chiatto" si incontra spesso e volentieri con accezioni positive. Quando un uomo "trase ‘e sicco e se mette ‘e chiatto" ha di sicuro migliorato la sua posizione. Quel termine può raccontare sia un moto di orgoglio per un complimento ("S’è fatto chiatto chiatto") sia uno slancio di sincerità, come testimonia la canzone "Lo Guarracino": "A Vavosa pisse pisse, chiatto e tunno nce lo disse".
C’è di più. Se un’avversione si coglie nell’immaginario storico napoletano, questa semmai è rivolta agli smilzi, ai mingherlini, che addosso portano il peso di un’esistenza da macchietta. È di loro che si ride. Si ride di Felice Sciosciammocca, la maschera che prese il posto di Pulcinella e che secondo Salvatore Quasimodo viveva dentro "un abituccio magro e nodoso". Si ride del maldestro illusionista di Eduardo, Sik-Sik, sin dal nome condannato a dolente parodia. Siamo addirittura nel ‘700 quando il libro "Del dialetto napoletano" di Ferdinando Galiani, l’aggettivo "sicco" ha per sinonimi "zi pichillo" e "strunzillo". La magrezza è una condizione poco invidiabile, la peggiore in vita ("‘O napulitano se fa sicco ma nun more"). È portatrice di calamità: "A cavallo sicco ‘o Pataterno ‘nce manna ‘e mmosche". I guai chiamano guai. Il marito geloso della canzone "Acquaiola ‘e Margellina" può sembrare un Otello "però nun tene sanghe dint’’e vvene, è sicco, è lluongo, comm’’a nu stecchino". Magro vuol dire anemico, ligneo, spento. Anche il mal d’amore rende gracili e dunque poco attraenti, come si canta in "Te voglio bene assaje": "Guárdame ‘nfaccia e vide / comme sòngo arredutto / Sicco, peliento e brutto / nennélla mia, pe’ te!".
Eppure, un giorno capita di vedere azzerati un insieme di simboli e di concetti custoditi nella memoria. È la tribù di Napoli che abbraccia la storia e la modernità, per dirla in termini pasoliniani. Smette di rifiutare "l’irrisorio benessere", abbraccia la società anoressica di cui parla Grossi e nei carrozzini giocattolo delle bambine sostituisce Cicciobello con Barbie. Così Roberto Saviano, in "Super Santos", ci ricorda che oggi per un ragazzo grasso la sola occasione di giocare a calcio è accettare d’andare in porta. Ma l’ultimo passaggio dell’avvenuta mutazione antropologico-letteraria vive forse nelle pagine di Peppe Lanzetta con il personaggio di Ugo Peppenella (il romanzo è "Il cavallo di ritorno"). Peppenella è definito il commissario più grasso del mondo. Gran mangiatore di kebab e bevitore di birra, è l’unico napoletano a tifare per la Juventus. Più cattivo di così.

(uscito su Repubblica Napoli il 24 ottobre)

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