martedì 25 ottobre 2022

Il western di Cristina Comencini

Puoi rifare il western ma non toccare Pinocchio. Puoi accettare la sfida di essere tra le poche donne al mondo a confrontarsi con il genere cinematografico della virilità, ma i confronti con i padri sono un’altra cosa. Più impegnativa. Più profonda. Su un coloratissimo divano nel cuore del quartiere San Lorenzo, Francesca Comencini ne è divertita. Sgombra il campo dagli imbarazzi. “Starei delle ore a parlare di Pinocchio, ma non ne girerei mai una versione mia. Non mi azzardo. Spero che qualcuno osi ancora, altri lo hanno già fatto. Non io. Proprio non posso”. C’è un filo tra l’eroe di legno che papà Luigi portò cinquant’anni fa nelle case degli italiani con Manfredi-Geppetti e il suo Django, l’anti-eroe della serie prodotta per Sky e CANAL+ da Cattleya e Atlantique Productions, in anteprima alla festa di Roma. “Pinocchio, come il western - dice Francesca Comencini - non finirà mai”.

Una volta Paolo Virzì ha raccontato di aver saputo in treno da Matteo Garrone che stava per girare Pinocchio, mentre lui stesso aveva una riunione in settimana su un progetto simile. Chiamò la segretaria e annullò. Perché tutti vogliono fare un Pinocchio?

“Perché è un contenitore smisurato che rappresenta la condizione umana, in modo universale. Ognuno ne ha uno suo. Quale sia il mio preferito è ovvio. È un enorme archetipo, il mondo di qualunque essere umano si sia sentito storto da bambino, con la sensazione di sentirsi bruciare qualcosa. Come ogni classico, parla di oggi. In questo senso, Pinocchio è un western”.

Se ne vedevano molti in casa Comencini?

“Onestamente, non credo che a papà piacessero. Le favole, quelle sì. Il western era una passione soprattutto mia, da adolescente ribelle. Erano gli anni in cui si andava al cinema per vedere i film di Sergio Leone, “Piccolo grande uomo” o “Pat Garrett e Billy the Kid”. Incarnavano lo spirito del tempo meglio di quei film di denuncia che andavano dritti. Il western è il genere-manifesto dell’idea di chi non si sottomette”.



lunedì 24 ottobre 2022

Come Roma racconta al cinema i suoi ultimi


Quando nel luglio del ‘58 Alberto Moravia pubblica sul Corriere della sera un racconto che si chiama L'incantesimo, Pier Paolo Pasolini ha esordito con Ragazzi di Vita da tre anni. Lo hanno mandato a processo per oscenità e s’è salvato con la testimonianza di Carlo Bo, perché il romanzo - ha detto in tribunale - “spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati". Moravia attaccherà la sua storia scrivendo: "Gli zingari che stanno nelle baracche del Mandrione, vicino a Porta Furba, sono diversi da noialtri romani". Diciassette parole. La rappresentazione di un muro. La linea che separa la città ufficiale dagli ultimi, i giusti dagli espulsi. Siamo alla vigilia di Accattone, il film che apre la stagione delle indagini del cinema nelle esistenze degli irrilevanti, tra Pietralata e il Quarticciolo, dove certe volte si può avere nostalgia solo della morte. Il neorealismo aveva scoperto i proletari, Pasolini mostrerà che c’è un altro strato, un pezzo di mondo che sta di sotto.

Non solo metaforicamente, in questo sotto vivono due nuovi ultimi del cinema italiano, si chiamano Romeo e Callisto, e sono destinati a rimanere indimenticabili con la loro disperazione in Bassifondi, film d’esordio di Trash Secco, con la sceneggiatura poetica di Fabio e Damiano D’Innocenzo, prodotto da 11 Marzo Film con Rai Cinema. Abitano gli argini del Tevere e la città di sopra li ha dimenticati. Hanno le forme opposte di Gabriele Silli e Romano Talevi, alto e magro il primo, riservato, taciturno; basso e irregolare l’altro, sboccato, repellente, l’ultima coppia shakespeariana partorita dalla periferia romana, una catena cominciata con Scintillone e Ruggeretto di Bolognini ne La Notte Brava, ma qui senza nessun compiacimento estetico.

Sono lo scarto degli scarti, emarginati nella stessa comunità dei senzatetto, fanno i bisogni in strada come i cani randagi, mangiano come i gabbiani del degrado, si trovano pancia a terra come il topo che scende le scale e annusa i cartoni, attraversa la monnezza, si strofina contro i piedi di chi dorme sotto i ponti. Salgono nella città di sopra per attaccare il naso e le labbra alla vetrina del Caffè della Scala, guardano come i borghesi mangiano i cornetti e si tolgono le briciole dalla barba. Questa secca dell’esistenza è una fantasia partorita da Trash Secco quindici anni fa, prima che Claudio Caligari mettesse in scena tra Ostia e Fiumicino le dipendenze di Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi) in Non essere cattivo. La dipendenza di cui parla Bassifondi è quella dal calore delle persone. “Una storia di fratellanza e d’amore platonico con un compagno d’avventure” dice il regista. Durante le riprese, suo padre gli ha regalato il dvd del film di Kurosawa che porta lo stesso titolo, “e sul set ce lo ripetevamo spesso, facciamolo alla Kurosawa, nel senso che spesso il teleobiettivo stava lontano dagli attori, quasi a spiarli”.

È dalla metà degli Anni Settanta che il mondo degli ultimi lo diciamo dei brutti, sporchi e cattivi, facendo del titolo di Ettore Scola un‘etichetta. Lo puoi raccontare pure se vieni da Prati. Solo che la sincerità si vede. I gemelli D’Innocenzo sono partiti col loro cinema da un set a Ponte di Nona. Quattro anni fa La terra dell’abbastanza era stata un’immersione in un posto senza una scuola, senza una fermata del treno, senza un parco - un posto dove Mirko e Manolo erano due isole affettive condannate al sacrificio. Cinque Nastri d’argento dopo, con il premio di Berlino alla sceneggiatura di Favolacce, Damiano racconta che prima di scrivere Bassifondi ha voluto rileggere Fame di Knut Hamsun, “per ritrovare quella disperazione che - senza essere falsi - abbiamo perso. Trash Secco conosce la grazia degli ultimi e la malinconia dei primi. È un magnifico illustratore. Frequenta il basso senza paura e lo racconta da lì”.

Fabio dice di non aver avuto “libri sul comodino davanti a me, ma la finestra, la gente fuori, e in casa ho pure qualche specchio. Non ho fatto fatica, casomai ho provato vergogna nell’essere tra quelli che ogni tanto pensano di non appartenervi”. L’imperatore di Roma di Nico D’Alessandria è il film di cui Bassifondi si sente più parente. C’è stato un tempo in cui la periferia romana era oltre le mura, poi è stata inghiottita dentro la città che avanza, ora è trasversale. Quando la morte schiaccia Accattone, gli sentiamo dire “Ah! Mo’ sto bbene”, come Callisto accanto a Romeo mormora di non avere niente, eppure ha tutto.

[uscito su Repubblica Roma il 17 ottobre 2022]

domenica 23 ottobre 2022

Fenomenologia del Gradasso romano

Se il vecchio Scrooge di Dickens fosse di Roma e non di Londra, sarebbe burbero, sì, ma a modo suo. Non solo arido e ruvido, anzi, sarebbe una delle tre maschere che questa città da sempre porta al cinema, sarebbe il Gradasso, compagno del Trucido e del Puro, in una strana versione del buono, brutto e cattivo partorita dall’antropologia locale. Il Gradasso ha mille e più sfumature. Non è solo una faccenda di scontrosità (tipo Fabrizio Capucci ne La voglia matta) oppure di cinismo (diciamo alla Alain Delon in L’Eclisse). Il velo che lo separa dal resto del mondo è fatto di eccessi. Di smargiassate e li mortacci tua. Il Gradasso vive di strepito e di apparenza, di esibizione e di possino ammazzàtte. Uno Scrooge di Roma è bullo e becero, vigliacco, ma in fondo fa simpatia perfino prima di cambiare vita, prima che gli appaiano i fantasmi come all’originale nel Canto di Natale inglese.

Arriva adesso un ultimo aggiornamento che porta la faccia di Marco Giallini ne Il Principe di Roma, passato in anteprima ieri alla Festa dell’Auditorium, dal 17 novembre in sala, distribuito da Lucky Red, che co-produce con Rai e Sky. È un tipo che punta a comprarsi un titolo attraverso il matrimonio con l’erede di una nobiltà spiantata, portando - lui - in dote 100 scudi. Parla la lingua nota dei mattatori di Roma. Quando all’ex amico di gioventù dice “Io so’ diventato principe e tu sei rimasto co’ ‘e pezze ar culo” fa sentire tutta l’eco del Sordi vestito da Marchese del Grillo, quello che io so’ io, eccetera eccetera. Se non fosse in abiti ottocenteschi, potrebbe passare per uno dei flâneur visti sullo schermo dentro il corpo di Vittorio Gassman, da Bruno Cortona in poi (Il Sorpasso, Dino Risi, 1962), il prototipo di un certo modo affascinante di essere laido. Edoardo Falcone, regista e sceneggiatore del Principe di Roma, dice di aver scritto il suo film pensando al mondo di Luigi Magni (“Una scelta obbligata”), un mondo popolano e popolare che ha mescolato i propri passi con il clima e l’umore della commedia dell’arte, con la radice originaria del poema cavalleresco. L’antonomasia del Gradasso viene dagli Orlando di Boiardo e Ariosto, uno innamorato e l’altro furioso. Porta quel nome uno dei capi saraceni e l’ha lasciato in eredità, come aggettivo, alla folta schiera di maschere romane, che si tratti di un Meo Patacca, oppure del suo alter ego Marco Pepe, lo spaccone, il fanfarone che promette sfracelli e scappa, un poco vigliacco, un poco canaglia, comunque plateale. Rugantino è la versione addolcita, Cacini quella sguaiata.

sabato 22 ottobre 2022

Come parlano i romani al cinema

Duemila e 800 anni prima di Zerocalcare, Roma non aveva ancora il suo primo re, ma aveva già una lingua pronta per il cinema. Non c’erano i buffi, nessuno che spiccia casa, ma una società primitiva unita da parole che non avremmo conosciuto mai. Non ne hanno lasciato di scritte, il protolatino noto dai primi ritrovamenti è successivo di un bel po’. Eppure, l’ipotesi di una parlata dell’ottavo secolo avanti Cristo è sullo schermo, venduta in 40 paesi con la serie Romulus II - La guerra per Roma, prodotta da Cattleya e Sky, presentata alla Festa del Cinema e dal 21 ottobre sulla pay tv, in streaming su Now.

Il Signore degli Anelli si è inventato l’elfico, Avatar ha fatto conoscere il Na'vi, due latiniste hanno lavorato per aggiungere la lingua di Romolo a quella di Sordi e Fabrizi. Hanno ricostruito un latino che non si studia nelle scuole, ma con una base scientifica. Si sono date un metodo comparativo tra lingue indo-europee, cercando un carattere comune a strutture affini. Daniela Zanarini spiega che “non è la lingua colloquiale né la lingua aulica dei re, si tratta di un grosso compromesso, un lavoro di immaginazione sulla base di una filologia corretta”. Gianfranca Privitera, sua compagna in questa fantasia colta e pop, racconta che “il sapere andava usato e tacitato, per costruire una lingua precedente a quella che conosciamo.

Bisognava cercare il senso della distanza, un latino che fosse rappresentazione del pensiero magico del tempo”. Romolo ha dato una mano. Se è vero che offrì asilo a quanti volevano vivere in Roma, compresi lazzari e assassini, la sua lingua non poteva che essere un impasto di prestiti, “il lessico dei naviganti - dicono le docenti - degli emigranti in una Roma mossa e irrequieta, la lingua della commistione e della mescolanza”. Hanno usato la struttura paratattica del greco di Omero. Hanno privilegiato i suoni forti e duri, quelli che al nostro orecchio sembrano arcaici. Si sono poste il problema di “come far parlare una comunità rozza, probabilmente priva di un pensiero articolato, con frasi semplici, senza subordinate, nelle quali il concreto prevale sull’astratto”, ma con esigenze di sceneggiatura, con “la presenza di personaggi complessi che conoscono odio, gelosia, elaborano un senso del divino”. Un processo di immaginazione fonetica.

venerdì 21 ottobre 2022

Nuovo Cinema Flaminio: le sale che hanno chiuso nella zona del festival

Una volta qui era tutta campagna. Oddio, tutta tutta proprio no. C’erano molti palloni che finivano in porta allo stadio e altri lanciati nei canestri, c’erano le stanze in cui dormivano gli atleti delle Olimpiadi, le gare di sollevamento pesi al palazzetto di piazza Apollodoro. Se viale Ungheria si chiama così, è per i formidabili pallanuotisti del Sessanta, non per le opere di Miklós Jancsó. Senza offesa. I pesi veri da sollevare, nel quartiere, sono arrivati dopo. Quando la fiaccola dei Giochi s’è spenta, l’area ha dovuto combattere il degrado. Lo sport l’aveva popolata, i film l’hanno risvegliata.

Vent’anni di Auditorium e diciassette di festival hanno disegnato un’altra mappa. Ora è il Palatiziano a galleggiare sul mare mosso di chiusure e riaperture, una volta sì e una volta no. Il cinema ha occupato la scena che fu dei cinque cerchi, dove le strade parlano di Pierre De Coubertin e Nedo Nadi, dove le sculture in bronzo di Amleto Cataldi raffigurano calcio e corsa, lotta e boxe. Ciak, si cambia. Se ci fosse Tornatore, direbbe che queste strade adesso sono il Nuovo Cinema Flaminio. Dieci anni fa, all’Auditorium è arrivato Woody Allen per girare delle scene di To Rome With Love. Non possono avergli detto che lo svincolo di corso Francia, verso viale maresciallo Pilsudski, nell’immaginario collettivo rimarrà il tratto di strada dove si prostituisce Jolanda, la sorella di Sordi in Lo Scopone scientifico, né che per anni è rimasta vandalizzata e abbandonata la cabina telefonica da cui Fabio chiama amici e conoscenti per il suo spettacolo d’avanguardia in Io sono un autarchico. Nel quartiere Flaminio, Dario Argento girò L’uccello dalle piume di cristallo negli Anni Settanta, Nanni Moretti è venuto di recente per Mia Madre, Pietro Germi prima di tutti portò il set di La città si difende.

Eppure, perfino nei paraggi della zona in cui Roma ha messo in piedi la sua Croisette, il cinema è un bene da difendere a fatica. Quando Giovanni Gronchi dichiarò aperte le Olimpiadi, la sera del 25 agosto 1960, al Capitol davano Il Barone con Jean Gabin, mentre il Roxy voleva vincere facile, in cartellone manteneva La Dolce Vita. Erano due delle 41 sale di prima visione aperte in città, altre 63 affollavano il circuito di seconda, 51 offrivano film al terzo giro di vita. Nella pagina degli spettacoli, L’Unità pubblicava anche il programma di 31 sale parrocchiali e di 28 arene estive. A 700 metri dall’Auditorium, il Capitol oggi non esiste più. È stato travolto dal ciclone che investì gli affari dei Cecchi Gori. La sala è diventata prima un club con musica dal vivo e adesso una discoteca, di fronte a una caserma dismessa, in mezzo a un paio di tavole calde e alle petizioni di protesta dei residenti nei paraggi. “Mi pare che l’ultimo film sia stato Ovosodo di Virzì. Era una delle poche sale con il tetto mobile. Si apriva per permettere di fumare”, racconta Fabrizio Tosi. Il Bar Xenia, di fianco, è di proprietà della sua famiglia. La crisi della sala aveva coinvolto pure loro.

Adesso invece stanno aperti 24 ore su 24, così servono l’alcol di notte a quelli che entrano, il caffè e il cornetto a quelli che escono all’alba. Resiste l’Arena Tiziano, sala parrocchiale dell’Associazione culturale Santa Croce, dieci minuti a piedi dal red carpet. Domani danno I figli degli altri. Per provare a salvare il Roxy, due km più su, verso i Parioli, l’ultima petizione è stata firmata nel dicembre scorso, in un quartiere che nel frattempo ha visto cadere l’Archimede e l’Embassy. L’ultimo colpo l’ha assestato la pandemia, decine di cinema trasformati in supermercati, bingo, ristoranti, parcheggi. Eravamo appena usciti dal lockdown, nel maggio 2020, quando la politica annunciava l’arrivo del primo drive-in, in un’area che le indiscrezioni individuavano in piazzale Ankara, dove al martedì ci fanno il mercatino. Ai drive-in siamo invece andati a farci i tamponi. Ieri, al giorno #1 della festa, all’Auditorium è tornato il pubblico. Nuovo Cinema Flaminio, dai, ricominciamo.

[uscito su Repubblica Roma del 14 ottobre 2022]

lunedì 14 marzo 2022

La leggerezza di WIlson, il capitano baronetto

Successe a Sunderland, a Doncaster, a Wolverhampton, a Londra per una partita contro l'Arsenal nel vecchio stadio di Highbury e pure davanti al mare di Ipswich. Ogni volta che la Lazio volava in Inghilterra, Pino Wilson si trovava a fissare l'orizzonte e a fare i conti con una tentazione, scappare, salire su un treno, esplorare. Desiderava vedere finalmente Darlington, almeno una volta, su al nord, dove tra carbone e acciaio erano diventati famosi per la lana e per la prima ferrovia al mondo. Voleva risalire alle radici, scoprire la sua culla, era nato là e non c'era tornato mai. Era di quella Lazio il volto della saldezza, portava la fascia da capitano, ma aveva pure lui le sue malinconie. Suo padre Denis, inglese, aveva fatto il militare a Napoli, la città dove si era innamorato di Rachele. Dentro uno spogliatoio che aveva assegnato a ciascuno un ruolo, Wilson era il dominus d'ogni contesto, era l'altra faccia di Chinaglia, la sua spalla forte, almeno fino alla crisi post scudetto che portò Giorgione in America e la squadra dei miracoli a smembrarsi. Luigi Martini aveva la parte dell'oppositore, Sergio Petrelli quella dell'irregolare che aveva portato le pistole dentro lo spogliatoio, Renzo Garlaschelli il viveur, Mario Frustalupi il filosofo socialista, Felice Pulici un buono agostiniano, Franco Nanni il timido, Vincenzo D'Amico la recluta, Giancarlo Oddi l'ingenuo, Mario Facco una specie di fool shakespeariano. Wilson era invece per tutti il Baronetto, per altri il Padrino. Proiettava questa posa di stabilità e di fermezza pure sul campo. Quando Gianni Brera se ne avvide, di lui scrisse: «La difesa ha scoperto in Wilson un regista sapiente, non che sia gran cosa l'anglo-napoletano, in fatto di acrobazia: è anche miope e sulle palle spioventi da lontano non si sente a suo agio, come è ovvio: però nel tackle è tempestivo e qualche volta maligno. Nei disimpegni tocca di piatto destro con ricercata eleganza».

lunedì 30 novembre 2020

L'ultima volta ch'è morto Maradona


Quante cose è stato, tutte insieme, nell'unico posto al mondo che l'ha reso martire e sovrano, dove si vive toccando il cielo e ci si converte in un secondo al pessimismo. La città che prima mise un suo capello sotto una teca nella vetrina di un bar e poi rinchiuse direttamente lui sotto una cappa morbosa di venerazione. La città che lo ha costretto a vivere di notte e che in periferia gli aveva intitolato una Rotonda. La città che lo ha trattato come una divinità, mai come un divo, venerandolo più dei suoi cinquantadue santi patroni e il loro sangue sciolto. La città che quando giurava diceva ha da muri' mammà, iniziò a giurare su Diego Maradona, detto qualche volta O Nennillo, come il bambino Gesù, oppure O Masto, il maestro, per i più anziani la parola che indica il datore di lavoro, dunque il guadagno, il benessere, la riconoscenza. Era Diego, semplicemente. Diego solo con il nome, alla maniera di Eduardo, anzi come Eduardo diceva che meritassero di essere chiamati i re e i parrucchieri. È stato anche Dieco, con la c, anzi Thiechíto. È stato il nome di battesimo per 527 bambini nati in città, provincia esclusa, in quei 7 anni irripetibili, 12 dei quali Diego Armando e uno per intero Diego Armando Maradona. Fa il pizzaiolo in un comune nei pressi del Vesuvio. Vengono ancora gli inviati dall'estero per parlare con lui.

martedì 16 giugno 2020

La partita che cambiò il peso del calcio in Italia

Tutto quello che si trovava cinquant'anni fa sulla scena della cultura pop italiana non c'è più. Carosello ha smesso di esistere nel 1977, Canzonissima due anni prima, il cinema ha rinunciato ai poliziotteschi, il 
Guardiano del Faro non fa un disco da tempo. Ma se una qualunque partita di calcio in qualunque angolo del mondo finisce 4 a 3, anche senza pubblico, non c'è nessuno che non pensi a Italia-Germania, semifinale della Coppa Rimet in Messico, i Mondiali, 17 giugno 1970.
È la partita che ha cambiato il peso del calcio italiano nella società. L'abbiamo vista portare a teatro e al cinema, l'abbiamo vista tra le strisce dei fumetti di Topolino. L'abbiamo vista all'epoca in bianco e nero e la rivediamo — ogni volta che le televisioni la rimandano in onda — a colori. Finisce sempre 4 a 3, e ogni volta ci scappa un sorrisino mentre Nando Martellini dice «Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani». Noi ci domandiamo — conoscendoci — come abbiamo fatto a buttarla via, riprenderla e ribaltarla. Così come i tedeschi si chiedono al contrario — conoscendosi — come abbiano fatto loro a riprenderla, ribaltarla e poi buttarla via ai supplementari. I messicani l'hanno chiamata el partido del siglo — la partita del secolo — e hanno scolpito questa convinzione su una targa che sta fuori lo stadio dove si giocò: l'Azteca di Città del Messico. Una partita matrioska, la partita cioè che dentro ne contiene tante, due tre quattro, o forse ne contiene una diversa per ciascun calciatore andato in campo.

venerdì 10 maggio 2019

Due o tre cose sulla superiorità del calcio inglese

Se per le quattro squadre in finale di Coppa dobbiamo celebrare il calcio inglese, sarà bene definire subito cosa intendiamo per calcio inglese, cosa c’è dentro la scatola che porta questa etichetta e dove risiede la sua superiorità.
Come hanno fatto quattro squadre di uno stesso Paese ad arrivare davanti a tutti? Ci sono riuscite perché non sono affatto quattro squadre di uno stesso Paese.

lunedì 6 maggio 2019

Come il Milan vinse lo scudetto della stella



Lo scudetto della stella del Milan, 6 maggio 1979, 
nelle parole d'epoca: Arpino, Brera, De Felice, Sconcerti, Zanetti. 

Io triumphe, caro vecchio Milan! Sento impazzare i clacson, indici del suo nume. Dal primo all'ultimo giorno il Milan ha comandato il torneo. Ha tenuto più a lungo la sua ruota il magnifico Perugia: poi ha dovuto arrendersi, troppo grande la differenza di forze in campo, di riserve in panchina, di mezzi in città (per tacere della Regione, cioè del retroterra). Ora, secondo che giustizia vuole, togliamoci il cappello per il Perugia e ascoltiamo con grata meraviglia il chiassoso carosello dei nostri cari fratelli cacciaviti [1]. L'anno di Rivera, Maldera, Bigon, di un Perugia che perde il trentenne Vannini e quindi cade in ambasce strategiche che costano punti, l'anno di una Juve retour de Baires che che prima è appagata poi pentita, poi distratta, l'anno di un Torino falcidiato, è trascorso [2]. "In pratica, è stato un torneo a due, ma con una sola squadra iscritta alla corsa per lo scudetto: una sola squadra che poi sono state due, il Milan con Rivera e il Milan senza Rivera. Un autentico rompicapo per i maghi delle panchine [3].

la partita decisiva
Alle quattro del pomeriggio San Siro aveva diecimila persone in più delle sessantamila consentite. C'è voluto un appello di Rivera per vedere lentamente la grande ammucchiata aprirsi e disperdersi come il Mar Rosso davanti a Mosè [4]. È entrato in campo Rivera avendo al fianco Paride Accetti: "Alzati Gioann", ha ringhiato un fesso, neanche fosse il papa. Rivera ha avuto il microfono dell'altoparlante e ha detto: "Se non sgombrate perdiamo la partita". Accetti, che è forse un congiuntivo esortativo, non un indicativo presente e neanche un plurale sbagliato, ha compiuto ampi e cattivanti gesti a sostegno dell'oratore: poi si sono mossi i pretoriani (the Milan boys) brandendo manganelli astutamente avvolti in bandiere da campo: la gente ha subito capito e si è pigiata sugli anelli superiori. Allora finalmente ha avuto inizio la più divertente parodia d'una partita di calco che mai sia stata inscenata negli ultimi decennio (a quel livello dico) (...) Il pericolo era che qualcuno, per isbaglio, segnasse [1]. C'è una sorta di pudore a cantare il trionfo del Milan, come entusiasmo popolare vorrebbe, anche perché la partita è stata falsa. Il Bologna puntava al pareggio, e lo hanno capito subito tutti. (...) A cercare il gol con un certo impegno fra loro era Juliano, che non ha mai amato Rivera per questioni di nazionale [5]. La parte cogliona dei presenti si è messa a fischiare con temeraria insolenza: qualcuno ha pure gridato ai bidoni. Oh comica pretesa di voler vedere calcio fra due squadre egualmente interessate a non procurarsi danno! [1].