domenica 6 settembre 2015

Il papà di Mazinga e Goldrake


1982. “Dietro il nostro rancore di genitori, di nonni, di zii costretti a spendere soldi, rabbia e inutili prediche per limitare l’invasione della fantasia infantile c’è, inconfessabile, il senso di un’ammirata sconfitta. Si chiama Go Nagai, il nostro avversario, e la sua matita sta alla cartoonistica giapponese come la Dormello Olgiata sta al purosangue: dal suo centro di produzione sono usciti i Nearco, i Tenerani, i Ribot che hanno galoppato nei cieli delle televisioni di mezzo mondo, dall’Indonesia alla Francia, dalle Filippine all’Italia. Per milioni di uomini e donne, domani le immagini ricordo dell’infanzia saranno queste, non D’Artagnan e Zane Grey, e neppure Tex Willer o Mandrake”.
Così scrisse Vittorio Zucconi nel giorno in cui ebbe davanti a sé il papà di Mazinga, Goldrake e Jeeg robot. In Italia tutto era cominciato quattro anni prima, su Rete 2, intorno alle sette di sera, più o meno nella stessa fascia oraria in cui Rete 1 aveva abituato il pubblico alle rassicuranti storie di Fonzie o della famiglia Bradford.

sabato 5 settembre 2015

La fucilata eretica di Saronni

saro   Una fucilata, si disse. Forse perché Saronni vinceva sempre in volata, lasciava dietro di sé come il rumore di uno sparo, bang, e invece stavolta aveva fatto le cose in grande. Una fucilata, si disse, forse perché pochi la videro partire, e quando tutti la sentirono ormai era tardi, ormai era arrivata. Due mesi prima l’Italia di Bearzot aveva vinto i Mondiali in Spagna. Saronni a Goodwood, Inghilterra del sud, una ventina di miglia dalla Portsmouth di Dickens, chiudeva in quel modo l’estate più bella di sempre.

venerdì 4 settembre 2015

Il giorno che vinse Moser

moser77 Restarono in due, ed erano abbastanza. Uno era un tedesco, Dietrich Thurau, la cui ferocia veniva mascherata dietro il nomignolo di Didi, forse perché sembrasse innocuo. Aveva vinto l’estate prima tre tappe al Tour, aveva tenuto la maglia gialla per 18 giorni e alla fine in classifica s’era piazzato quinto. L’altro era Moser, Francesco, che non aveva ancora vinto una delle sue tre Roubaix ma aveva già perso due Mondiali dietro l’altro. La Germania nel ciclismo non aveva il rispettabile peso di oggi. Nel giorno in cui a San Cristobal, Venezuela, 4 settembre 1977, Didi Thurau si trova a 3 km dal titolo mondiale, il suo paese aveva avuto solo una volta un corridore fra i primi tre del Tour de France (Kurt Stoepel nel ’34), mai nessuno al Giro e un solo vincitore in 75 Parigi-Roubaix (il primo, Josef Fischer, noto anche per le sue sfide contro i cavalli). I due campioni del mondo partoriti fin lì, Heinz Mȕller nel ’52 e Rudi Altig nel ’66, pur nella loro eccezionalità parevano finanche uno sproposito.

mercoledì 2 settembre 2015

Quando un colpo di tacco non è vanità

L'assist di tacco di Meggiorini in Chievo-Lazio
L'assist di tacco di Meggiorini in Chievo-Lazio

IN fondo un assist che cos’è: il punto più alto nella domenica di una squadra riuscita, il segno di un’intesa, della sua concordia. Il narciso dribbla, il generoso passa. Riccardo Meggiorini tutt’e due. Ha due anime in un corpo solo. Vede questo pallone che sta scappando oltre la linea di fondo e interpreta la scena come se fosse dentro una di quelle vite che piacciono tanto a Ligabue. Gonfia polmoni da mediano, lui che sarebbe un attaccante, e si mette a inseguire la palla come l’assoluzione un peccatore. Non solo. Quando s’accorge che l’unico modo d’afferrarla sarebbe lanciarsi in scivolata, una volgarità da stopper di provincia anni Settanta, lui proprio in scivolata si lancia, a costo di perdere ogni traccia di nobiltà e passare per gregario. Ecco. Quello è il momento in cui si sdoppia Meggiorini, l’istante in cui all’estetica della fatica sostituisce la dimensione del sollazzo. Dentro un’azione di fango infila una vena d’oro. Adopera l’unica parte del corpo che nel calcio può farti passare per un genio o per un cretino, il tacco, dipende solo da te, da come lo usi, e quando; la parte che più d’ogni altra s’identifica con l’egocentrismo e la frivolezza; ma trasformando così un colpo colmo di vanità in un gesto d’altruismo. Assist di tacco, di controbalzo e senza guardare. No-look direbbero al basket. Troppo. Il capolavoro è suo, il gol di Paloschi. Come commentò Pablito Rossi a proposito del cross di Bruno Conti nella semifinale mondiale ‘82 con la Polonia, sul pallone c’era scritto: “Basta spingere”.

martedì 1 settembre 2015

Addio a Cancogni, un premio Strega ai Mondiali

canco
Manlio Cancogni, morto oggi a 99 anni
"Vedendo avanzare quella sagoma potente avevo provato una sensazione di vuoto allo stomaco, e come se una mano estranea avesse sospeso le mie facoltà vitali". Manlio Cancogni era rimasto affatturato da Coppi, dal suo lento avanzare in salita, lento ma meno lento degli altri. Quando il grande Fausto morì, così lo celebrò, in due pagine sull’Espresso, rievocandone un’impresa sull’Appennino in Toscana. Cancogni raccontava di un nubifragio che l’aveva sorpreso e di essersi rifugiato con un collega a Pistoia, in un sottopassaggio. “D’improvviso schiarì e apparve, in fuga, sulla strada lucida di pioggia, lui, Coppi…”. Era bartaliano, Cancogni: lo trovava più intelligente, mentre Coppi gli appariva nevrotico e malinconico: “Aveva la morte addosso”. Il Giro d’Italia lo aveva seguito da inviato, sin dal ’48 per “Il mattino dell’Italia centrale” di Firenze, secondo la tradizione italiana di arruolare scrittori dietro il ciclismo: Campanile, la Ortese, Buzzati, Pratolini, Malaparte, Gatto, Parise, Zavattini. Va detto che il rapporto fra la cultura letteraria italiana e lo sport è stato a lungo controverso, segnato da una discriminazione, dal pregiudizio che esistesse una materia “alta” e una materia “bassa” (lo sport era materia “bassa”), poi per l’uso propagandistico che il regime fascista aveva fatto delle vittorie sportive, infine in qualche misura anche da questo registro letterario adottato dalle pagine sportive dei quotidiani. Come se il pubblico potesse vedere soddisfatta già lì la propria voglia di narrazione sportiva. Cancogni viveva invece la passione per lo sport senza transenne. Un anno dopo aver vinto il premio Strega con “Allegri, gioventù” (Rizzoli, 1973) andava ai Mondiali di calcio in Germania per il Corriere della Sera. Nel ’58 aveva scritto di atletica per la Stampa dagli Europei di Stoccolma e solo due anni prima aveva dedicato uno dei suoi romanzi a un cavallo da corsa “La carriera di Pimlico”: un cavallo da piazzamenti, mediocre, una storia di sofferenza, la condizione dell’uomo medio, scrisse l’Unità “appena accesa da qualche sprazzo di successo in una società che tutto sacrifica al mito del purosangue e della meritocrazia borghese; una società scuderia in cui la massima libertà concessa è il capzioso allentamento delle briglie, per dequalificare e sfruttare altrimenti le residue energie dell’uomo-massa”.

lunedì 31 agosto 2015

Quando Kuiper spiazzò Moser

kuiper Questa è la foto di Hennie Kuiper, olandese, campione del mondo a Yvoir in Belgio nel 1975, oggi sono quarant’anni esatti. Aveva già vinto le Olimpiadi da dilettante e poco altro. Avrebbe poi vinto all’Alpe d’Huez, tappe alla Vuelta, una Sanremo, un Fiandre, una Roubaix, un Lombardia, più due secondi posti al Tour. Un signor corridore. Quel giorno al Mondiale andò in fuga al primo giro, al terzo era stato già ripreso. Tutt’intorno c’era un’aria di precarietà. La corsa era partita dal centro abitato, nessuno aveva potuto assistere, mentre sul rettilineo intanto un paio di inservienti spazzava la strada. Al quinto giro cadde Merckx, urtato dallo spagnolo Tamames, a sua volta buttato giù da uno spettatore che s’era sporto oltre le transenne. La cosa cambiò i piani di tutti.

venerdì 28 agosto 2015

L'America e i suoi fuochi artificiali

Un negozio di fuochi d'artificio in South Carolina
Piove anche mentre attraverso la contea di Palm Bay. L’uscita per Melbourne promette food and gas. C’è una donna a un tavolo che ha come preso in ostaggio un’altra signora, pure lei bloccata dall’acquazzone. Le parla senza darle il tempo di far suo il sandwich appena comprato. Dice che il marito a casa non c’è mai, lavora lavora, sempre lavora, certe volte esce anche nel fine settimana. Melbourne fa circa 80mila abitanti, la disoccupazione è al 4 percento. Il grosso è impiegato nel comparto hi-tech fiorito intorno alle tante compagnie che operano nel settore della sicurezza e della difesa. Viveva a Melbourne negli anni ’40 l’uomo che sarebbe diventato il contrammiraglio George Stephen Morrison, venti anni più tardi alla guida della flotta nel golfo del Tonchino, quando uno scontro fra quattro  torpedinieri vietnamiti e lo Uss Maddox, americano, diventò per il presidente Johnson l’occasione per attaccare il Vietnam del nord. La donna racconta che lei però da tempo s’è insospettita. L’altra, col panino a mezz’aria, adesso è un po’ rassegnata e un po’ incuriosita. Dice che ha fatto seguire il marito e ha scoperto quello che cercava ma che forse non avrebbe voluto mai sapere. “Ha una storia con la sua segretaria, il porco: ecco qual è questo lavoro, lavoro, lavoro”. Nel ’43 George Stephen Morrison prendeva lezioni di volo alla Naval Air Station Pensacola. Un paio di settimane prima di Natale, sua moglie Clara partorì il loro primo bambino, James Douglas, che a dire il vero un po’ tutti nel mondo avremmo preso a chiamare Jim. Jim Morrison. Quel Jim Morrison. 

mercoledì 26 agosto 2015

I peccati di Romagnoli e la maledizione dei difensori milionari

romagno INSIEME alle mezze stagioni, signora mia, non ci sono più nemmeno i difensori di una volta. Chi ha quelli bravi, se li tiene. Non li vende mica. In giro si dice così. E il sospetto che questa voce sia attendibile, domenica sera a Mihajlovic è venuto. Guardando i nuovi. Gli avevano raccontato che gli scudetti si vincono con la difesa, anche se ogni volta che vede partire Galliani da Milano, lo vede poi tornare con un contratto firmato da un centravanti, si sa come sono i romantici. Per fortuna Sinisa è uomo di citazioni. Che Guevara, Kennedy, Walt Disney. Perciò non può essergli sfuggita la verità che ci ha lasciato in consegna John Madden, americano del Minnesota, fra i più celebrati allenatori di football, secondo cui «l’attacco fa vendere i biglietti, ma la difesa fa vincere le partite». Allora Mihajlovic s’è fatto comprare un paio di centrali, salvo scoprire che - maledizione - forse è proprio così, chi ha quelli bravi davvero se li tiene.

venerdì 21 agosto 2015

Il gps e le strade blu d'America

Insomma. Alla fine si cade sempre in tentazione, con tutta questa saldezza nel ritenere che di un posto in settantadue ore si sia compreso molto, quando non tutto. Viaggiamo tra gli effetti con la pretesa di coglierne le cause. Mentre raccontare dovrebbe essere il contrario di capire. Il cammino non è un lavoro per interpreti. Perdersi, deviare, cercare, stupirsi. Questo è. Anche se nessuno vuole perdersi più. Prendiamo le strade americane. Trentatré anni fa il professor William Trogdon, in piena crisi personale, si convertì al nativismo, lo chiamo così per semplificare, e prese il nome di Heat Least Moon. Scrisse dall'America quello che diremmo un reportage. Un libro magnifico: Le strade blu (Einaudi) era il diario di una ricerca. Di un'America diversa. Di se stesso. Di un senso.

lunedì 3 agosto 2015

Piccoli ciclopi

Questo è un libro che mette Freud alle corde. Perché se l'interpretazione dei sogni è la chiave d'accesso al contenuto dell'inconscio, come bisogna regolarsi di fronte a sogni mai sognati, del tutto inventati, eppure narrati e descritti come se fossero veri? È il giochino, questo, a cui si dedica con  Piccoli ciclopi Enrico Careri, romano, 55 anni, docente di musicologia alla Federico II di Napoli che aveva già sperimentato, spiazzato e convinto col precedente Adesso altre pecore. Careri mette in fila quarantanove finti sogni, mini-racconti che iniziano tutti allo stesso modo («Sono al mio funerale», «Sono il famoso lupo dei tre porcellini», «Sono Giuseppe Garibaldi»), molti irresistibili, e li riempie di paradossi e giochi di parole.
Così da convincerci che perfino l'inconscio oggi è diventato virtuale, se possiamo immaginare di essere in sogno Pipino il Breve e Cenerentola, e se un treno soppresso può raggiungere l'apice della felicità gettandosi a trecento all'ora con Ludmila, la sua unica passeggera, moldava.

(la Repubblica, 2 agosto 2015)