Questa è la storia di un’altra amica geniale, vicina ad Anna Maria Ortese, di nome Adriana e compagna universitaria di Alda Croce, figlia del filosofo. Ma l’ambiente napoletano non è lo stesso in cui Elena Ferrante farà crescere i due personaggi di Elena e Raffaella, Lila e Lenù, durante il ciclo dei suoi romanzi. Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, qui siamo in quella porzione di Napoli che trascorre l’estate a Capri. L’aristocratica Adriana Capocci di Belmonte era stata con le braccia sollevate e le gambe divaricate, sulle rocce di Marina Piccola, la misteriosa silhouette per un quadro del futurista Enrico Prampolini, prima di cominciare a frequentarsi con la ragazza che sarebbe diventata l’autrice di Poveri e semplici, premio Strega nel 1967.
Quel legame viene ora ricostruito nel libro di Sergio
Lambiase Adriana cuore di luce (Bompiani, 208 pagine, 16 euro), attraverso il diario di lei e alcune lettere ritrovate in casa di una pronipote. Qualcosa era emerso nella biografia della Ortese firmata da Luca Clerici, e delle lettere si erano occupati anni fa i quotidiani. Lambiase ora dà veste e metodo alla materia, a un’amicizia che fu parte della breve esistenza di Adriana, morta di tubercolosi a soli 26 anni. I Capocci discendevano da una famiglia patrizia: principi, astronomi, avvocati, autori di canzoni, eroi di guerra e calciatori d’inizio ’900, quando il pallone era faccenda per la upper class. Il mondo di Adriana è questo: le ville, gli ospiti illustri, Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo. Lei è minuta ma esuberante, “lisci capelli tra il biondo e il fulvio, sguardo ironico, eleganza mai scontata”, legge a 18 anni L’amante di Lady Chatterley, vive con “una sorta di malessere, di disagio dello spirito, che la coglie nei momenti più inaspettati”. S’invaghisce del poeta indiano Saumyendranath Tagore, confessa al suo diario un bacio scambiato con Alberto Moravia.
Anna Maria Ortese vive invece i giorni dolorosi delle morti violente di due fratelli, abita a due passi dal molo in cui gli emigranti s’imbarcano per l’America, e quando si imbatte in Adriana scopre complessi e inadeguatezze, finanche cresciute quando le due finiscono per innamorarsi dello stesso uomo, Aldo Romano, storico, ma anche informatore della polizia fascista. La Ortese scrive: “Cara Adriana, io sarei felice se tu che sei a Roma potessi darmi notizie di lui (se è sposato non dirmelo mai mai)”. Sposato no, ma fidanzato sì. Con Adriana. Perciò la lettera successiva della Ortese è feroce: “Mi dovresti chiedere perdono e mi parli ancora della tua felicità. Senti, io t'ho voluto bene come nemmeno tuo padre quando t'accarezza te ne vuole, e tu mi ricambi con tanta volgarità (...). Non scrivermi più”. La malattia di Adriana sarà motivo di rimorso per la Ortese: “Mi porterò in cuore, come un chiodo, le barbare parole che scrissi a te, leggera e dolce come un uccello”. Il Porto di Toledo, del 1975, sarà il romanzo trasfigurato della loro amicizia spezzata.
(Il Venerdì, 19 gennaio 2018)
venerdì 26 gennaio 2018
mercoledì 24 gennaio 2018
Gascoigne e le due maglie di Pelé
Dove si riflette sul significato di essere maestri
English version, abstract >>> Here
Erano passate tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dall'inizio della partita, tempi supplementari compresi, e l'uomo che sembrava un orsacchiotto timido aveva già voglia di cominciarne un'altra [1].
Il gesto di Paul Gascoigne – spostarsi, portare fisicamente il suo corpo dentro lo spogliatoio del Brasile – ebbe la semplicità di un tema di quarta elementare. Se non hai capito - significava - adesso si fa come dico io. “Maestà”, mormorò - ma senza troppa convinzione - “maestà, come già accennavo in campo, avrei piacere di ricevere un’altra maglia”.
“Un’altra oltre quella che abbiamo già scambiato?” chiese il sovrano per essere sicuro di aver capito bene l’inglese.
“Un’altra oltre quella che abbiamo già scambiato?” chiese il sovrano per essere sicuro di aver capito bene l’inglese.
Gascoigne annuì senza parlare, come sempre fanno quelli che conducono il discorso. E Pelé, perché era di Pelé la testa coronata, seppur sovrano finì per obbedire. Ma tutto questo avvenne dopo. Tre ore, cinquantuno minuti e una cifra non quantificabile di secondi dopo la partita.
Alle tre del pomeriggio tutto doveva ancora succedere e la giornata che avrebbe cambiato per sempre il calcio, l’apertura dei Mondiali immaginari, aveva solo bisogno di qualcuno che battesse la prima palla al centro. I brasiliani pretesero che si giocasse con una vescica di bue riempita d’aria [2]
, gli inglesi allora si impuntarono per fissare il campo presso il giardino di Elvedon, con due coppie di giganteschi funghi rossi come pali e l’odore delle felci a stordire le cornacchie [3].
Alle tre del pomeriggio tutto doveva ancora succedere e la giornata che avrebbe cambiato per sempre il calcio, l’apertura dei Mondiali immaginari, aveva solo bisogno di qualcuno che battesse la prima palla al centro. I brasiliani pretesero che si giocasse con una vescica di bue riempita d’aria [2]
, gli inglesi allora si impuntarono per fissare il campo presso il giardino di Elvedon, con due coppie di giganteschi funghi rossi come pali e l’odore delle felci a stordire le cornacchie [3].
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venerdì 15 dicembre 2017
La linea verticale: di un tumore si deve parlare
Di un tumore si deve parlare. Di un tumore si deve ridere. Prendiamo Luigi, quarantenne, una bimba
piccola, una moglie incinta. Quando scopre d'essersi ammalato - una massa al rene da asportare -
immagina un bel funerale laico fatto di amici spiritosi, perché in quelli cattolici non ci si concentra
abbastanza, la musica dell'organo distrae. La storia di Luigi vive attraverso la faccia magistrale di Valerio Mastandrea nella serie La linea verticale, otto episodi da 30 minuti, programmati due per volta ogni sabato, in prima serata su Rai3 dal 13 gennaio.
La storia di Luigi è quella capitata a Mattia Torre, uno degli autori di Boris, qui sceneggiatore unico e regista. "Da un giorno all'altro mi sono trovato di fronte a una diagnosi grave. Vedrai, mi dicevano, alla fine scriverai una grande cosa e io rispondevo: ma no, davvero, non ci penso proprio; e invece questo mondo dentro cui sono finito, si è rivelato interessante. Un reparto d'eccellenza della sanità pubblica. L'eccellenza commuove, arriva come un brivido".
Quando Mattia Torre racconta di sé, gli viene da parlare di Luigi. Un po' dice io, un po' dice "il mio personaggio". Cerca le parole giuste per rispondere, al tavolo del suo studio nel centro di Roma tocca la barra spaziatrice della tastiera e il computer restituisce un monologo di Luigi. "Mi spiace per lo spoiler - mormora - ma io da solo forse non ce l'avrei fatta a dirlo. Ho scritto un romanzo (per Baldini&Castoldi, da oggi in libreria, ndr) ma in terza persona, perché penso che la sovraesposizione del sentimento sia controproducente. Volevo farne un lavoro teatrale, poi Lorenzo Mieli di Wildside mi ha convinto, l'episodio pilota mi ha divertito ed è nata una serie che in Italia non ha riferimenti. Un'opera giocosa, festosa, senza angoscia. Spero che emozioni".
Mastandrea è perfetto. Cosa c'è di lei e della sua esperienza in quel volto?
"Valerio è un mio amico, veniva a trovarmi, sedeva accanto a me. Quando sul set abbiamo ricostruito
meticolosamente il reparto, ci è toccato un doppio shock, stavolta a parti invertite. È il suo occhio che
comanda, non le sue battute, il suo sguardo empatico, tragicomico, la sua condizione di pesce fuor
d'acqua. Volevo girare un medical al contrario, dalla parte di pazienti che si confrontano sull'emoglobina e di questo uomo che si aggrappa alla moglie e al primario Zamagna, visto quasi come un semidio. Un mondo alla Spike Lee. Vittorio Sermonti era stato prima di me in quel reparto e mi diede un consiglio. Lasciati andare, mi disse, a un abbandono vigile. Consegnati con fiducia a chi ti cura, ma ogni tanto getta un occhio alla cartella clinica".
E questo abbandono vigile che mondo crea?
"La malattia in ospedale non c'è. È come annullata. Perché lì dentro stai male alla pari degli altri, e dunque si produce una normalizzazione in cui prendono corpo il cazzeggio e il calore umano. Prima di entrarci, ti immagini un reparto di urologia oncologica come un epicentro di sofferenza. Invece se dimenticassi quanto stavo male, potrei finanche dire che mi sono divertito come un pazzo. Certe relazioni restano per sempre".
Nel primo episodio Luigi dice che la nota comica rende il dolore ancora più insopportabile.
"È l'iperbole di un dialogo. Però ora mi domando se inconsciamente non avesse un significato che non avevo colto. Il lato ludico e ironico di questa esperienza è stato per me un salvagente. Il mio compagno di stanza, un architetto elegantissimo, ogni tanto diceva di non sentirsi le gambe. È uno degli effetti della terapia. Eppure quando chiedeva spiegazioni, spuntava questo medico che aveva sempre la stessa risposta. Sono i vasi, ripeteva. Per noi è diventata una gag. Sono i vasi, era una spiegazione che facevamo andar bene per tutto, e ci capitava di riderne fino alle lacrime, col rischio che saltassero i punti. Nessuno potrebbe immaginarlo. Un reparto di oncologia è un curioso mondo in cui regna un'eguaglianza commovente, alla fine provi una specie di sindrome della montagna incantata, trovi che sia un luogo ideale, non vuoi lasciarlo".
Si sta peggio fuori?
"Ho avuto un crollo quando sono tornato a casa, come capita ai reduci del Vietnam a cui all'improvviso hanno portato via le coordinate. Fuori è più complicato, ti senti solo, non c'è più un campanello da suonare di notte, sei espulso da quel mondo rassicurante fatto di leggi proprie in cui ciascuno cerca la salvezza. Avverti la paura che provano gli altri, quelli che ti stanno attorno. In ospedale la paura non c'è. Il medico non ne ha, l'infermiere non ne ha, sono figure assuefatte alla paura, l'hanno esclusa dal loro ambito professionale. Ma fuori, appena sei fuori, percepisci questo sentimento umano, carino, apprezzabile, eppure goffo".
Un sentimento inopportuno, vuole dire?
"In ospedale ti senti un soldato accanto agli altri, poi esci e ti accorgi che la guerra vera sta lì, lontano dal fronte. Io ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con l'assistenza di una comunità di amici molto presente. Mezzo cinema italiano era intorno a me, e non essendo io un volto popolare, alla fine in reparto si domandavano chi davvero fossi. Perciò sono felice di aver trasformato questa disavventura in un progetto culturale, qualcosa di ironicamente sociologico".
Cos'è che vuole sentirsi dire un ammalato?
"Una verità che ho appreso è che se ne deve parlare. La cosa più dolorosa è la discrezione degli altri, la prudenza che diventa vigliaccheria sentimentale, il silenzio di chi ha paura di ferire. Invece è bello sentirsi chiedere: come stai? come va? Trattare il cancro come una cosa tra le altre. È una malattia spaventosa, diffusa ma curabile. Deve entrare nel nostro vocabolario. Non è un suono da cui lasciarsi spaventare. All'inizio avevo pensato di giocare su questa parola tabù che ci appartiene, questa sorta di censura che applichiamo al linguaggio evitando di pronunciarla. Pensavo di sovrapporre un bip ai dialoghi, come per le parolacce, ma con le musiche l'effetto peggiorava. Mi sono detto, lasciamola. Era fico andare dritti e pronunciarla".
"Conta la testa" insiste il cappellano del reparto. Lei ci crede che è così?
"Ci credi perché non sai quale sia la ricetta. Il primo passo è l'abolizione della paura. La paura ti mangia, non serve a niente. La vita è una faccenda complessa. Puoi salutare un amico, un attimo dopo attraversare la strada e finire sotto un tram, oppure campare venti anni da paziente terminale. Autocondannarsi allora è ridicolo. Questa tendenza a vivere con la paura addosso va contrastata più possibile. La linea verticale è la possibilità di stare in piedi, dritti, vivi. In orizzontale si muore".
La linea verticale è anche la rabbia che nel reparto ognuno scarica sul gradino inferiore della gerarchia. Esiste una rabbia del paziente?
"Emerge di notte, non si può separare dal percorso, ed è un sentimento interessante se non diventa ingestibile. Luigi trascorre 21 giorni in ospedale. Sono tanti. Le tensioni aumentano. Ma senza fare una didascalica morale, la malattia è un'occasione di rinascita, come ogni altra crisi. Può essere preziosa se non distrugge. Penso a un divorzio. Le crisi hanno una carica vitale. Io ne sono uscito più coraggioso. Ho fatto cose che mi avrebbero spaventato, come scrivere una serie da solo e dirigerla".
Torre, davvero si può ridere di tutto?
"Non lo so, ma so che la commedia può essere uno strumento per raccontare tutto. La risata è un mistero. Può essere piacevole, può essere un istante di abbandono, può essere una forzatura. La commedia salva la possibilità di affrontare argomenti seri senza diventare ridondanti".
E dopo la malattia, dopo, qual è lo spirito con cui si sta al mondo?
"Si torna a vivere con un senso del desiderio più chiaro. Capisci cosa davvero conta per te. È una cosa banale, eppure a volte sfugge. Cosa voglio veramente? Chiederselo e realizzarlo. Mia moglie lavorava in televisione, poi ha mollato tutto ed è diventata ostetrica a trent'anni. Ecco, io ora posso dire con certezza che senza questo tumore, sarei senz'altro morto".
(Il Venerdì, 8 dicembre 2017)
piccola, una moglie incinta. Quando scopre d'essersi ammalato - una massa al rene da asportare -
immagina un bel funerale laico fatto di amici spiritosi, perché in quelli cattolici non ci si concentra
abbastanza, la musica dell'organo distrae. La storia di Luigi vive attraverso la faccia magistrale di Valerio Mastandrea nella serie La linea verticale, otto episodi da 30 minuti, programmati due per volta ogni sabato, in prima serata su Rai3 dal 13 gennaio.
La storia di Luigi è quella capitata a Mattia Torre, uno degli autori di Boris, qui sceneggiatore unico e regista. "Da un giorno all'altro mi sono trovato di fronte a una diagnosi grave. Vedrai, mi dicevano, alla fine scriverai una grande cosa e io rispondevo: ma no, davvero, non ci penso proprio; e invece questo mondo dentro cui sono finito, si è rivelato interessante. Un reparto d'eccellenza della sanità pubblica. L'eccellenza commuove, arriva come un brivido".
Quando Mattia Torre racconta di sé, gli viene da parlare di Luigi. Un po' dice io, un po' dice "il mio personaggio". Cerca le parole giuste per rispondere, al tavolo del suo studio nel centro di Roma tocca la barra spaziatrice della tastiera e il computer restituisce un monologo di Luigi. "Mi spiace per lo spoiler - mormora - ma io da solo forse non ce l'avrei fatta a dirlo. Ho scritto un romanzo (per Baldini&Castoldi, da oggi in libreria, ndr) ma in terza persona, perché penso che la sovraesposizione del sentimento sia controproducente. Volevo farne un lavoro teatrale, poi Lorenzo Mieli di Wildside mi ha convinto, l'episodio pilota mi ha divertito ed è nata una serie che in Italia non ha riferimenti. Un'opera giocosa, festosa, senza angoscia. Spero che emozioni".
Mastandrea è perfetto. Cosa c'è di lei e della sua esperienza in quel volto?
"Valerio è un mio amico, veniva a trovarmi, sedeva accanto a me. Quando sul set abbiamo ricostruito
meticolosamente il reparto, ci è toccato un doppio shock, stavolta a parti invertite. È il suo occhio che
comanda, non le sue battute, il suo sguardo empatico, tragicomico, la sua condizione di pesce fuor
d'acqua. Volevo girare un medical al contrario, dalla parte di pazienti che si confrontano sull'emoglobina e di questo uomo che si aggrappa alla moglie e al primario Zamagna, visto quasi come un semidio. Un mondo alla Spike Lee. Vittorio Sermonti era stato prima di me in quel reparto e mi diede un consiglio. Lasciati andare, mi disse, a un abbandono vigile. Consegnati con fiducia a chi ti cura, ma ogni tanto getta un occhio alla cartella clinica".
E questo abbandono vigile che mondo crea?
"La malattia in ospedale non c'è. È come annullata. Perché lì dentro stai male alla pari degli altri, e dunque si produce una normalizzazione in cui prendono corpo il cazzeggio e il calore umano. Prima di entrarci, ti immagini un reparto di urologia oncologica come un epicentro di sofferenza. Invece se dimenticassi quanto stavo male, potrei finanche dire che mi sono divertito come un pazzo. Certe relazioni restano per sempre".
Nel primo episodio Luigi dice che la nota comica rende il dolore ancora più insopportabile.
"È l'iperbole di un dialogo. Però ora mi domando se inconsciamente non avesse un significato che non avevo colto. Il lato ludico e ironico di questa esperienza è stato per me un salvagente. Il mio compagno di stanza, un architetto elegantissimo, ogni tanto diceva di non sentirsi le gambe. È uno degli effetti della terapia. Eppure quando chiedeva spiegazioni, spuntava questo medico che aveva sempre la stessa risposta. Sono i vasi, ripeteva. Per noi è diventata una gag. Sono i vasi, era una spiegazione che facevamo andar bene per tutto, e ci capitava di riderne fino alle lacrime, col rischio che saltassero i punti. Nessuno potrebbe immaginarlo. Un reparto di oncologia è un curioso mondo in cui regna un'eguaglianza commovente, alla fine provi una specie di sindrome della montagna incantata, trovi che sia un luogo ideale, non vuoi lasciarlo".
Si sta peggio fuori?
"Ho avuto un crollo quando sono tornato a casa, come capita ai reduci del Vietnam a cui all'improvviso hanno portato via le coordinate. Fuori è più complicato, ti senti solo, non c'è più un campanello da suonare di notte, sei espulso da quel mondo rassicurante fatto di leggi proprie in cui ciascuno cerca la salvezza. Avverti la paura che provano gli altri, quelli che ti stanno attorno. In ospedale la paura non c'è. Il medico non ne ha, l'infermiere non ne ha, sono figure assuefatte alla paura, l'hanno esclusa dal loro ambito professionale. Ma fuori, appena sei fuori, percepisci questo sentimento umano, carino, apprezzabile, eppure goffo".
Un sentimento inopportuno, vuole dire?
"In ospedale ti senti un soldato accanto agli altri, poi esci e ti accorgi che la guerra vera sta lì, lontano dal fronte. Io ho avuto la fortuna di vivere questa esperienza con l'assistenza di una comunità di amici molto presente. Mezzo cinema italiano era intorno a me, e non essendo io un volto popolare, alla fine in reparto si domandavano chi davvero fossi. Perciò sono felice di aver trasformato questa disavventura in un progetto culturale, qualcosa di ironicamente sociologico".
Cos'è che vuole sentirsi dire un ammalato?
"Una verità che ho appreso è che se ne deve parlare. La cosa più dolorosa è la discrezione degli altri, la prudenza che diventa vigliaccheria sentimentale, il silenzio di chi ha paura di ferire. Invece è bello sentirsi chiedere: come stai? come va? Trattare il cancro come una cosa tra le altre. È una malattia spaventosa, diffusa ma curabile. Deve entrare nel nostro vocabolario. Non è un suono da cui lasciarsi spaventare. All'inizio avevo pensato di giocare su questa parola tabù che ci appartiene, questa sorta di censura che applichiamo al linguaggio evitando di pronunciarla. Pensavo di sovrapporre un bip ai dialoghi, come per le parolacce, ma con le musiche l'effetto peggiorava. Mi sono detto, lasciamola. Era fico andare dritti e pronunciarla".
"Conta la testa" insiste il cappellano del reparto. Lei ci crede che è così?
"Ci credi perché non sai quale sia la ricetta. Il primo passo è l'abolizione della paura. La paura ti mangia, non serve a niente. La vita è una faccenda complessa. Puoi salutare un amico, un attimo dopo attraversare la strada e finire sotto un tram, oppure campare venti anni da paziente terminale. Autocondannarsi allora è ridicolo. Questa tendenza a vivere con la paura addosso va contrastata più possibile. La linea verticale è la possibilità di stare in piedi, dritti, vivi. In orizzontale si muore".
La linea verticale è anche la rabbia che nel reparto ognuno scarica sul gradino inferiore della gerarchia. Esiste una rabbia del paziente?
"Emerge di notte, non si può separare dal percorso, ed è un sentimento interessante se non diventa ingestibile. Luigi trascorre 21 giorni in ospedale. Sono tanti. Le tensioni aumentano. Ma senza fare una didascalica morale, la malattia è un'occasione di rinascita, come ogni altra crisi. Può essere preziosa se non distrugge. Penso a un divorzio. Le crisi hanno una carica vitale. Io ne sono uscito più coraggioso. Ho fatto cose che mi avrebbero spaventato, come scrivere una serie da solo e dirigerla".
Torre, davvero si può ridere di tutto?
"Non lo so, ma so che la commedia può essere uno strumento per raccontare tutto. La risata è un mistero. Può essere piacevole, può essere un istante di abbandono, può essere una forzatura. La commedia salva la possibilità di affrontare argomenti seri senza diventare ridondanti".
E dopo la malattia, dopo, qual è lo spirito con cui si sta al mondo?
"Si torna a vivere con un senso del desiderio più chiaro. Capisci cosa davvero conta per te. È una cosa banale, eppure a volte sfugge. Cosa voglio veramente? Chiederselo e realizzarlo. Mia moglie lavorava in televisione, poi ha mollato tutto ed è diventata ostetrica a trent'anni. Ecco, io ora posso dire con certezza che senza questo tumore, sarei senz'altro morto".
(Il Venerdì, 8 dicembre 2017)
domenica 10 dicembre 2017
Chiaroscuro di Ronaldo e di un'era del calcio
Fa una certa impressione scorrere la lista dei vincitori, contare i palloni d'oro di Cristiano Ronaldo e accorgersi che sono gli stessi di Eusébio, Zidane, Best, Ronaldinho e Roberto Baggio messi assieme. Se non fosse mai cambiato il regolamento – fino al 1995 potevano essere premiati solo calciatori europei – i trofei sarebbero dieci. Con la formula attuale è stato stimato che Pelé, nei suoi anni migliori, sarebbe arrivato al massimo a sette. Perciò o siamo davanti a un altro che è meglio ' e Pelé, oppure c'è qualcosa di profondamente mutato nei nostri occhi, nella maniera in cui abbiamo guardato il calcio in questi anni.
È la collezione di premi che spinge a farsi delle domande. Su noi stessi, non su di lui. Nessuno poteva negare il titolo di più bravo del 2017 all'uomo dei due gol in finale di Champions. Ronaldo è un accumulatore di gol e di esultanze uguali, uguali e globali, il saltello, le gambe larghe, le braccia spalancate; un moltiplicatore di attimi gloriosi per sé e per i suoi. È un calciatore che corre lungo la linea di mezzo fra spavalderia e arroganza, guadagna 84 milioni l'anno ma non ha smesso di voler diventare qualcos'altro rispetto al giorno prima, qualcosa in più. Chiamiamola umiltà, applicazione, forse ossessione. È diventato nel tempo una religione mediatica da 300 milioni di fedeli al mondo sulle reti social. I cristiani ortodossi, per intenderci, sono di meno.
È la collezione di premi che spinge a farsi delle domande. Su noi stessi, non su di lui. Nessuno poteva negare il titolo di più bravo del 2017 all'uomo dei due gol in finale di Champions. Ronaldo è un accumulatore di gol e di esultanze uguali, uguali e globali, il saltello, le gambe larghe, le braccia spalancate; un moltiplicatore di attimi gloriosi per sé e per i suoi. È un calciatore che corre lungo la linea di mezzo fra spavalderia e arroganza, guadagna 84 milioni l'anno ma non ha smesso di voler diventare qualcos'altro rispetto al giorno prima, qualcosa in più. Chiamiamola umiltà, applicazione, forse ossessione. È diventato nel tempo una religione mediatica da 300 milioni di fedeli al mondo sulle reti social. I cristiani ortodossi, per intenderci, sono di meno.
venerdì 24 novembre 2017
Massimo Ranieri, un Riccardo III di borgata
Il sovrano che un tempo avrebbe scambiato il suo regno per un cavallo adesso trama per la reggenza dei malaffari di famiglia in polvere bianca. Vive in un castello degradato alle porte di Roma, la borgata del Tiburtino III come terzo è lui, il re Riccardo, tra le pagine del dramma di Shakespeare. Nella reinterpretazione che Roberta Torre porta al cinema il 30 novembre, e in anteprima il 27 al Torino Film Festival fuori concorso, Riccardo di cognome fa Mancini e torna a casa a cospirare nell’ombra contro i suoi, contro il suo sangue e i fantasmi della sua infanzia, dopo anni di reclusione in un manicomio. Complotta cantando su note e parole di Mauro Pagani, perché Riccardo va all’inferno è un musical dark e allucinato, pop e letterario insieme, un film difforme, che non appartiene a nulla – filoni, modelli, tradizioni – se non all’identità estetica di Roberta Torre e a una sua ambiziosa evoluzione dai tempi di Tano da morire e Sud Side Stori.
Ma questo Riccardo III non sarebbe quel che è senza una interpretazione monumentale di Massimo Ranieri, che a 66 anni non s’è ancora stancato di esplorare zone in cui non era mai stato prima, di tradire la facile rendita di Rose Rosse e Perdere l’amore perché, come dice seduto nel suo studio, fra dischi e locandine alle pareti, «non sono mai stato solo quella persona lì, dentro di me c’è stato ogni giorno anche un altro Giovanni Calone, io faccio l’attore e l’attore è un ipocrita. Io mi sento ancora alla ricerca di una sfumatura che non avevo mai colto finora, nell’angolo più buio e sperduto di me, altrimenti non farei questo mestiere, e dico mestiere di proposito, non professione né lavoro. Fare l’attore non può essere un impiego. Forse questo ruolo spiazzerà il mio pubblico tradizionale, pazienza, di certo mi porterà a un pubblico nuovo».
Ma questo Riccardo III non sarebbe quel che è senza una interpretazione monumentale di Massimo Ranieri, che a 66 anni non s’è ancora stancato di esplorare zone in cui non era mai stato prima, di tradire la facile rendita di Rose Rosse e Perdere l’amore perché, come dice seduto nel suo studio, fra dischi e locandine alle pareti, «non sono mai stato solo quella persona lì, dentro di me c’è stato ogni giorno anche un altro Giovanni Calone, io faccio l’attore e l’attore è un ipocrita. Io mi sento ancora alla ricerca di una sfumatura che non avevo mai colto finora, nell’angolo più buio e sperduto di me, altrimenti non farei questo mestiere, e dico mestiere di proposito, non professione né lavoro. Fare l’attore non può essere un impiego. Forse questo ruolo spiazzerà il mio pubblico tradizionale, pazienza, di certo mi porterà a un pubblico nuovo».
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giovedì 23 novembre 2017
Identikit di un leader
mercoledì 15 novembre 2017
L'Apocalisse del calcio italiano
Prima di battere stasera la palla al centro, vale la pena ricordare a noi stessi chi siamo e cos'è oggi il nostro calcio, per provare a separare il grano dal loglio. Siamo arrivati a questa partita in compagnia dell'idea che tutto il movimento sia malato di mediocrità. Non è vero. Negli ultimi tre anni la Juventus è arrivata due volte in finale di Champions - le inglesi non la giocano dal 2012 - con la stessa difesa di questa Nazionale. Nelle Coppe europee l'Italia ha appena scavalcato la Germania, ora è terza, con due squadre fra le prime 15, la Juventus quinta e il Napoli tredicesimo. Sulla qualità di gioco del Napoli cascano complimenti da mezzo mondo; vero è che si tratta di una squadra per nove undicesimi fatta da stranieri, ma il meccanismo è merito di un toscano venuto dal nulla e oggi considerato un innovatore. Sarri non è un frutto nel deserto. Negli ultimi dieci anni tutti i principali campionati europei sono stati vinti almeno una volta da un allenatore italiano. È un settore in cui, come nella moda e nel cibo, questo paese tuttora vanta maestri eccellenti. Pure fra i 30 candidati al prossimo Pallone d'oro ci sono due italiani – Bonucci e Buffon – due come gli argentini, come i tedeschi, uno in più degli inglesi. Sembra davvero il ritratto di una pianta sterile?
sabato 21 ottobre 2017
Cosa c'entrano le muffe con il Barcellona
Quando Saba scriveva che «il portiere su e giù cammina come sentinella», mentre Pasolini considerava il calcio «l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo», nel mondo delle lettere nessuno immaginava che dall'universo dei numeri sarebbero venuti a prendersi il pallone. Da sport narrato a sport analizzato. «Quando la matematica incontra il mondo reale può accadere di tutto», dice David Sumpter, londinese, insegnante di matematica applicata all'università di Uppsala, in Svezia. E cosa c'è di più reale del calcio? «Mettere in pratica una teoria è importante quanto conoscerla. Questa combinazione di teoria e pratica fa del calcio lo sport che amiamo così tanto». Nel tempo libero, Sumpter allena una squadra di bambini. Dice di amare la bellezza astratta delle equazioni e poi sporca la sua matematica con la realtà. Ha lavorato con biologi e sociologi, ha creato modelli quasi per tutto e scomposto il calcio per dimostrare che gli allenatori usano strategie simili a quelle con cui gli uccelli attaccano i vermi, i difensori tedeschi del Bayern si muovono come leonesse a caccia, il Barcellona attacca con le stesse reti che una muffa produce per nutrirsi. Le sue tesi sono in Soccernomics che esce ora in italiano con il titolo La matematica del gol: Sumpter spiega quante probabilità esistono di vedere una rete in un determinato minuto, o come lo schema della "ola" negli stadi sia per noi divertente, e per i pesci una questione di vita o di morte.
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venerdì 6 ottobre 2017
Viaggio in Neoborbonia, tra i nostalgici del Regno del sud
NAPOLI. Benso Camillo, conte di Cavour, madrelingua francese, presidente del Consiglio dell’Italia unita; Cialdini Enrico, generale maggiore dell’esercito piemontese che sparò su Pontelandolfo e Casalduni: voi siete i nemici della nazione meridionale, i malevoli avversari del Sud e del suo popolo. Che siano abbattuti i vostri busti e cancellati i nomi dalle strade. Mentre l’America vandalizzava le statue di Colombo e la Catalogna si ribellava a Madrid, nell’estate del passato da riscrivere il Mezzogiorno d’Italia ha scelto per obiettivo il Risorgimento, il «pezzo di storia rimosso», la perduta età dell’oro borbonica. Al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta. Lo stesso documento è apparso in Abruzzo, Molise, Basilicata, Sicilia, Campania; una carezza alla pancia di un orgoglio postumo, quello che Antonio Ghirelli in Storia di Napoli (1973, Einaudi) definiva uno «schermo vittimistico dietro cui si trincera la classe dirigente», eppure in grado di «suscitare una notevole risonanza sentimentale a livello di massa».
È nella capitale dell’antico Regno delle Due Sicilie che bisogna andare per provare a capire cos’è questa febbre così nuova e insieme anacronistica, questo sposalizio tra archivi e populismo, uso della memoria e ricerca del consenso. Il Movimento neoborbonico è nato nel 1993, quando la politica e la classe dirigente del Paese venivano decapitate dalle inchieste su tangenti e corruzione. Salvatore Lanza, il segretario generale, dice che non si tratta di piagnisteo. «L’obiettivo è ricostruire la verità per i figli di tutti i meridionali. Dopo ogni conflitto ci si siede a un tavolo e si discute di risarcimenti, con noi non è successo. Eravamo un regno modello».
È nella capitale dell’antico Regno delle Due Sicilie che bisogna andare per provare a capire cos’è questa febbre così nuova e insieme anacronistica, questo sposalizio tra archivi e populismo, uso della memoria e ricerca del consenso. Il Movimento neoborbonico è nato nel 1993, quando la politica e la classe dirigente del Paese venivano decapitate dalle inchieste su tangenti e corruzione. Salvatore Lanza, il segretario generale, dice che non si tratta di piagnisteo. «L’obiettivo è ricostruire la verità per i figli di tutti i meridionali. Dopo ogni conflitto ci si siede a un tavolo e si discute di risarcimenti, con noi non è successo. Eravamo un regno modello».
martedì 19 settembre 2017
Stefano Borgonovo raccontato da sua moglie Chantal
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