Visualizzazione post con etichetta ballestrero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ballestrero. Mostra tutti i post

giovedì 25 marzo 2010

Ballestrero, campione per caso

Tornammo negli spogliatoi e uno dei miei si gettò a terra piangendo. Non possiamo perdere, diceva, loro sono argentini e noi uruguayani. Lo disse in quel modo tutto nostro, di noi sudamericani, quel modo cioè in cui impastiamo la tragedia pure alle piccole cose della vita. Nello stadio soffiava un vento di angustia. Noi sudamericani diciamo spesso frasi così.
Era tutta colpa mia, io, Enrique Ballestrero, 25 anni, il portiere della Celeste, la nazionale di casa. Eravamo il primo Paese latino americano con il suffragio universale. Eravamo il primo Paese in cui i neri potevano giocare insieme ai bianchi, i figli degli spagnoli e i figli degli italiani, mentre Artur Friedenreich, figlio di un tedesco e di una donna africana, in Brasile era costretto a cospargersi il volto di polvere di riso per nascondere il colore della pelle. Eravamo i primi a ospitare la Coppa del mondo di calcio. E poi c'ero io. Intorno a me sapevano che sarebbe successo, sentivano che non sarei stato all'altezza della finale di un campionato del mondo, erano certi che li avrei traditi. Come poteva l'Uruguay vincere la prima coppa del mondo con un portiere che in nazionale non c'era stato mai? Quel portiere: io.