lunedì 21 febbraio 2005
I pugni di Patrizio Oliva
giovedì 10 febbraio 2005
Arena, l'uomo che inventò la beduina
| La Rari Nantes Napoli. Arena è il terzo da destra |
giovedì 6 gennaio 2005
Vicky Bullett
C'è una strada che porta il suo nome, la Vicky Bullett Street, in un angolo della West Virginia. «E' la via in cui sono cresciuta». Gliel'hanno dedicata per la vittoria della nazionale americana ai Giochi di Seul del 1988. «Benvenuti a Martinsburg, casa della medaglia d'oro Vicky Bullett», ha fatto scrivere il sindaco ad ogni ingresso della città. Vicky, che nel frattempo è diventata un'elegante signora di 37 anni, ne va fiera. Ma con pudore. «Cosa significa? Beh, innanzitutto che a Martinsburg non sono successe molte cose... Ma io sono felice d'essere ricordata per il resto della mia vita». West Virginia, la terra del tabacco americano, le radici della schiavitù. «Sono cresciuta in un posto di montagna, dove i giovani non sono tanti. Sarà per questo che sono un tipo tranquillo, mi piace la lentezza. Invece, qui al Vomero non ci capisco niente. Per essere puntuale, devo muovermi un'ora prima». Il Vomero è la nuova casa di Vicky Bullett, dove il miracolo Phard cresce domenica dopo domenica. «All'inizio mi scambiavano per una giocatrice di pallavolo». Ora finalmente il Vomero sa d'avere una squadra in testa al campionato di basket ed una campionessa che ha vinto tanto in giro per il mondo: l'oro olimpico in Corea, il bronzo quattro anni dopo a Barcellona, uno scudetto in Brasile col Fluminense. «Se lo vinciamo qui, magari non mi intitoleranno una strada, ma Napoli impazzisce più di Rio».
venerdì 24 dicembre 2004
Henry Williams
IN principio parlava il coach, e il coach diceva il vero. Chiamava time-out e schemi, bastava prestare un orecchio ai suoi ordini dall'alto. Ma un giorno Henry Williams, il campione che il mondo del basket conosceva come Hi Fly, fra un palleggio e un tiro da tre, s'è fermato e ha sentito la voce di Dio. La vera chiamata, l'ultima giocata da fare. God bless you mates, Dio vi benedica, ragazzi, la strada è un'altra. L'uomo che nel 2002 riportò la pallacanestro di Napoli in serie A, ora ha 34 anni e predica la Buona Novella nella missione della chiesa battista di New Zion, a West Todd Lane, Charlotte, nella Carolina del Nord. Il reverendo Williams scrive sermoni e insegue pecorelle smarrite, come un tempo faceva con gli avversari. «Tutto un dono del Signore. Il successo nello sport serviva a prepararmi per questa nuova vita» .
mercoledì 15 dicembre 2004
Maddaloni, idolo per condanna
LA paura diffusa. «Basta che il vento sbatta più forte un portone. E' successo l'altro giorno, mentre facevo allenamento, e il cuore è volato in aria. I nervi sono tesi. Figuriamoci ora che cominciano i botti di Natale». Il dolore privato. «Certi amici d'infanzia li ho persi di vista. Soprattutto i più scaltri. Dove sono, non lo so. Mi piace immaginare che siano emigrati, non voglio pensare che ci siano finiti dentro». La rabbia civile. «Qui c'è gente che fa i debiti per comprare il pesce la domenica, e poi lasciano i figli senza un libro». E' il buio di Scampia visto con gli occhi di uno che ce l'ha fatta a non farsi risucchiare.
Senza fuggire. Pino Maddaloni, medaglia d'oro olimpica nel judo, vive là dov'era prima di diventare un nome celebre, quartiere Miano, a poche centinaia di metri dal teatro dell'angoscia. «Vado in Nazionale e i compagni vogliono sapere a Napoli che succede. Succede che qui è un vulcano in eruzione, ecco».
Senza fuggire. Pino Maddaloni, medaglia d'oro olimpica nel judo, vive là dov'era prima di diventare un nome celebre, quartiere Miano, a poche centinaia di metri dal teatro dell'angoscia. «Vado in Nazionale e i compagni vogliono sapere a Napoli che succede. Succede che qui è un vulcano in eruzione, ecco».
giovedì 9 dicembre 2004
Liz Bachman
Santa Monica, Redondo Beach, la collina di Hollywood, e adesso Arzano. «Che c'è di strano?». Elizabeth Bachman mette in ogni sguardo il candore immacolato d'una bambolona. Dal suo metro e 94 d'altezza, chiude gli occhi sulle differenze fra Los Angeles e qui, la periferia di Napoli a cui sono rimaste appiccicate addosso le etichette sintetiche degli alunni del maestro D'Orta, le "case sgarrupate", il film con Villaggio e tutto quanto il resto. E' venuta per giocare a pallavolo in quell'Original Marines che sta diventando la grande sorpresa del campionato di serie A2, lei, una delle migliori al mondo nel suo ruolo. «Mi hanno aperto con un sorriso le porte delle loro case, con semplicità, con affetto; e in fondo Los Angeles non era la mia città...».
Laggiù ci studiava soltanto, University of California, Ucla, il camp dell'Orso Bruno gialloblu, lo stesso in cui sono nati e cresciuti un bel po' di monumenti dello sport americano, le volée di Arthur Ashe e Jimmy Connors, gli sprint di Evelyn Ashford e Jackie Joyner, il pugno chiuso di Tommie Smith, il gancio-cielo di Kareem Abdul Jabbar. Per Ucla, Liz Bachman ha segnato 1000 schiacciate e 500 muri, una delle 4 giocatrici di tutti i tempi a spingersi su queste cifre.
Laggiù ci studiava soltanto, University of California, Ucla, il camp dell'Orso Bruno gialloblu, lo stesso in cui sono nati e cresciuti un bel po' di monumenti dello sport americano, le volée di Arthur Ashe e Jimmy Connors, gli sprint di Evelyn Ashford e Jackie Joyner, il pugno chiuso di Tommie Smith, il gancio-cielo di Kareem Abdul Jabbar. Per Ucla, Liz Bachman ha segnato 1000 schiacciate e 500 muri, una delle 4 giocatrici di tutti i tempi a spingersi su queste cifre.
lunedì 25 ottobre 2004
Il tempo di mister Lambert
| Bagnoli |
domenica 8 agosto 2004
Luigi Tarantino
NON chiedetegli di nascondersi. «Se c'è uno che so di battere sicuramente, lo dico. Se c'è uno più forte di me, lo ammetto. Ma uno più forte di me non c'è». Luigi Tarantino si sentiva il più bravo di tutti già prima di diventare campione del mondo, nell'estate del '98 a Chaux de Fonds, Svizzera, nel pomeriggio d'oro della sciabola napoletana, quello del derby in finale contro l'amico Raffaello Caserta. Sei anni dopo, continua a sentirsi in cima al mondo. «Semmai c'è qualche avversario con delle caratteristiche tecniche che mi fanno soffrire. Parlo di un paio di russi e un paio di ungheresi, e basta». Eppure, a uno così, a uno che non sa cosa sia l'insicurezza, scopri che la Nazionale di scherma ha dato uno psicologo. «Con lui sto lavorando sui dettagli, per esempio su come scaricare la tensione. Facciamo musicoterapia. Vediamo se serve. Di certo non trasforma i brocchi in fenomeni. Sentivo di un tennista francese, un certo Benneteau, a cui lo psicologo aveva consigliato di tenere dei sassolini bianchi in una tasca e dei sassolini neri in un'altra. Ogni volta che vince un punto, sposta una pietrina bianca fra le scure. Così aumenta la fiducia in se stesso. è un sistema con cui sta migliorando, però - guarda caso - un trucchetto del genere ad Agassi non serve». E lui ovviamente si sente un Agassi, non un Benneteau.
lunedì 2 agosto 2004
Paolo De Luca
SE n'è andato a vivere nella città del Palio, perciò non possono spaventarlo gli intrighi, i litigi e i rancori. Siena è la città con cui Paolo De Luca si sente in debito, la città che gli mise a disposizione medici e cortesie per la famiglia, in giorni difficilissimi. Ma Napoli è casa sua. «A Siena sono preoccupati, li capisco, però mi conoscono. Sanno che se prometto, mantengo. Ed ho promesso. Se prendo il Napoli, tengo tutt'e due le squadre. Con uguale amore. Qualcuno semina zizzania, a Siena sappiano che non li abbandono». Sessantuno anni, il presidente d'una storica promozione in serie A e d'una salvezza ancora più miracolosa. Ma Paolo De Luca aveva vissuto capitoli di storia calcistica già prima dell'avventura in Toscana. Capitoli di gloria.
Ennio Falco. In difesa dei fucili
SONO piattelli, ma fa impressione vederli andare in briciole. Di questi tempi, poi. Uno sparo è sempre uno sparo. «Chiariamo subito, allora. Sono stato il primo campione olimpico della storia ad andare in Libano. Ho portato il mio fucile a Beirut. Quale messaggio migliore per invitare ad usare le armi solo come attrezzo sportivo, e non per fare la guerra. Per dirla tutta, a Beirut andai con moglie e figlia». Wolf Creek, così si chiamava il posto dove Ennio Falco vinse il suo oro ai Giochi, otto anni fa, edizione di Atlanta. Con 149 piattelli frantumati su 150, sbagliò il sestultimo, e ci scappò un bacio al fucile, il suo amico imbarazzante. «Capisco: sono di parte. Ma dove lo trovi uno sport pulito come il tiro a volo? Sei tu, da solo coi tuoi pensieri, e all'aria aperta».
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