martedì 16 febbraio 2016

Tenco, l'hotel Savoy e la memoria di Sanremo

LE MIMOSE fioriscono in pace, dietro un cancello che Sanremo non riesce a riaprire. Poco oltre la metà di questa strada in salita ormai presa d'assalto dalle agenzie immobiliari, dopo un caffè, una bottega di bigiotteria e un buco in cui si tosano cani chiamato "Il paradiso di Pluto", da una curva a gomito spunta un pezzo di memoria con cui la città del Festival ancora non si sente in pace. Hotel Savoy, via Nuvoloni numero 44. Nella notte fra il 26 e il 27 gennaio del 1967 la canzone italiana qui trovò cadavere uno studente di ingegneria che viveva a Recco con sua madre, Luigi Tenco, appena bocciato dalla giuria popolare e neppure ripescato in gara da quella degli esperti al Casinò. I giornali non fecero in tempo a dare la notizia, raccontavano anzi in quelle ore di un Festival piatto, senza polemiche.

La camera 219, poco più di un seminterrato, apparteneva alla dépendance di questo albergo dimenticato a lungo, al centro di un contenzioso fra il Comune e i proprietari, la Immobiliare Savoia, e nel frattempo ristrutturato. Sono finiti in tribunale per stabilire chi dovesse realizzare l'adeguamento delle fogne: la concessione edilizia del 1998 non lo precisava. Tre anni fa l'accordo e l'annuncio enfatico: lo riapriamo. Invece è ancora vuoto, lassù.
Salendo in Comune è subito chiaro che non si tratta della prima pratica sul tavolo di un sindaco, Alberto Biancheri, che in diciannove mesi ha dovuto mettere mano al Puc, ai venti chilometri di pista ciclabile lungo il mare, alla riorganizzazione della raccolta rifiuti e soprattutto al putiferio sull'assenteismo dei dipendenti. «Venticinque persone licenziate, programmare ora è più difficile», spiega nel suo studio, sedendo su un divanetto, informale, dietro la scrivania. I tormenti dell'hotel Savoy non sono finiti. Una via che si restringe, un marciapiede da realizzare: ogni volta c'è un ostacolo nuovo. Il parere dell'ufficio legale del Comune è che occorrerebbe procedere a un esproprio per rendere sicura la viabilità della zona. Si sono convinti che in questa situazione «la struttura non pare appetibile alle catene alberghiere». Il Comune vorrebbe che fosse gestita come un polo di lusso. «Investiamo un milione e trecentomila euro l'anno per il turismo». Il Casinò dista a piedi meno di dieci minuti. «La città ha bisogno di alberghi a cinque stelle», dice il sindaco, pensando ai grandi eventi di oggi - il rally, la classica di ciclismo, il torneo di poker - e a quelli che la città nel tempo ha lasciato appassire: il festival degli abiti maschili, del melodramma e finanche dei barmen. I proprietari dell'hotel preferirebbero invece realizzare per buona parte residence e case vacanza, così si abbassa pure il costo del lavoro.
È un nuovo motivo di scontro, nel cuore di una città che se non fosse per il premio Tenco non avrebbe luoghi né altri momenti per ricordare il mistero del cantautore morto dopo l'eliminazione di Ciao amore ciao: un suicidio secondo la versione ufficiale, ma con un'imperizia tale nelle indagini, come scrisse Gianni Mura dieci anni fa a caso archiviato, «da autorizzare ogni sospetto». Via Luigi Tenco esiste a Modena, a Cento, a Gela, a Lecce, a Mantova, a Vittoria, a Osimo, a Monghidoro: il paese di Morandi. Non a Sanremo. Biancheri, che resterà in carica fino al 2019, spiega che in collaborazione con il Casinò «stiamo appunto pensando di dedicare ogni anno una statua a un personaggio storico del Festival ». Come quella in stile disneyano che già esiste per Mike Bongiorno in centro, a duecento metri dall'Ariston. «Ho incontrato poco tempo fa Tony Renis e gli ho promesso che presto ce ne sarà una per lui».
Lungo la passeggiata di corso Matteotti, una serie di placche in bronzo ricorda i vincitori del festival anno per anno. In piazza Bresca, l'epicentro della dolce vita sanremese, le foto in bianco e nero dei vecchi Festival sono legate ai rami degli alberi di mandarino. L'osteria "Tre scalini" nel '67 si chiamava "Nostromo". Tenco cenò qui con Dalida prima del dramma, un tavolo in un angolo, scale e corrimani sono quelli dell'epoca. La famiglia Folloni ha rilevato nel 1980 il ristorante dai proprietari d'allora, oggi alla guida c'è Costantino. «Mio fratello Stefano conservava dei vecchi scatti di Tenco, saranno ancora da qualche parte, devo decidermi a tirarli fuori. Vorremmo ricordarlo con una targa, ogni tanto passano di qua dei turisti francesi, scattano foto e vanno via».
Oggi pare improbabile che il Savoy sia aperto entro il prossimo gennaio, per il prossimo Festival, quando saranno passati 50 anni dalla morte di Tenco. Del resto, solo 36 ore dopo, Claudio Villa e Iva Zanicchi vinsero cantando Non pensare a me.

(la Repubblica, 15 febbraio 2016)

1 commento:

Blogger ha detto...

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