martedì 16 febbraio 2016

Quando si va a Sanremo

Quando si va a Sanremo per la prima volta, la scoperta iniziale sono i tassisti francesi. Quelli che si muovono dall'aeroporto di Nizza, dove si atterra da Roma. Parlano e capiscono benissimo l'italiano, ma fanno finta di no. Vogliono prima divertirsi a capire se tu arrivi dalla terra di Totò e Peppino, nojo vulevòm savuàr. In macchina si percorre un'autostrada che passa davanti a cartelli di posti meravigliosi, dandoti l'illusione che li stai vedendo tutti. Ho pensato a Grace Kelly. Il tassametro dei francesi si muove a un ritmo che neppure Rocco Hunt riesce a sfiorare. Specialmente in avvio di corsa, dev'esserci un sistema in base al quale il primo tratto di percorso si paga di più, non lo so, non l'ho capito. Se sono riuscito a sincronizzare bene lo sguardo fra tassametro e orologio, scattano più o meno 10 centesimi ogni due secondi. Per cui quando sei appena partito, ti fai due conti e pensi che fino a Sanremo ti verrà a fare tutta la tredicesima, per chi ce l’ha. Avrei poi scoperto che da Sanremo a Nizza la corsa costa un po’ meno, c'è una tariffa fissa di 140 euro, poi tasse, bagagli, festivo, queste cose qua, ma comunque meno, e che molti a Nizza il taxi se lo fanno arrivare da Sanremo. Buono a sapersi.


I tassisti di Sanremo hanno invece un altro connotato. Ne ho conosciuti parecchi, in questi sei giorni. Sono ansiosi. Non nella guida, sono ansiosi nell'atto di fare la ricevuta. Si sentono sotto esame. Avvertono l'esigenza di lasciarti e andarsene senza ombre, senza sospetti di disonestà. Scrivono tesi, agitati, spiegano bene perché fanno così e non colà. Una sera ho chiesto a uno di loro di accompagnare prima una collega nel suo albergo e poi di portarmi al mio, che era dall'altra parte della città. Alla fine mi fa: “Ma ora non posso scrivere il percorso: la cifra che lei mi paga non sarebbe adeguata, è troppo”. Questo perché sul percorso non era specificata la deviazione. 15 euro. Di questo parliamo. Sono rimasto cinque minuti in macchina a fargli coraggio, mentre lui cercava una soluzione. “O gliene faccio due diverse, oppure scrivo: percorso urbano. Lei che dice?”. Gli ho detto: buonanotte.
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Quando si va a Sanremo per la prima volta, si scopre che il festival della canzone italiana è un evento che i giornalisti raccontano e non vedono. Un po’ come le partite di calcio in notturna, quando per la fretta di scrivere, qualcosa te la perdi, e spesso più di qualcosa. Ma almeno sei allo stadio, dentro lo stadio. A Sanremo no, a Sanremo non si scrive dal teatro, si è tutti insieme da un'altra parte, in una sala gigantesca al secondo piano, il “roof”, davanti a un maxi-schermo che stavolta ogni tanto s'è inceppato perdendo la sincronizzazione fra immagini e audio, per cui a un certo punto ho avuto paura di sentire i Jalisse mentre inquadravamo gli Stadio. Se per esempio una conduttrice impazzisse e si spogliasse sul palco in diretta, più di quanto sia già spogliata in partenza da vestita, non si potrebbe correre da lei e chiederle perché lo fai, disperata ragazza mia. Gli accessi ai varchi sono infatti presidiati, specialmente quest'anno con il rafforzamento delle misure anti-terrorismo. Ho visto Max Giusti lanciare invettive contro il dio delle cittuààà e dell’immensituaàà perché non volevano farlo passare da una determinata porta.
   
   Anche le prove sono state bonificate. Nel giorno di Elton John non ne parliamo. Poliziotti ai varchi, cani anti-esplosivo in azione. Il motivo non l’ho capito, se è vero che Elton John alle prove non c’era. Comunque. Solo il lunedì, il giorno prima del via, è stato possibile affacciarsi in platea, dopo una lunga trattativa sull'uso di smartphone tablet computer eccetera. La paura dell'organizzazione era che qualcuno degli accreditati potesse riprendere o registrare qualcosa, tipo che poi torni in camera e con qualche software ti fai la cassettina Mixed by Erri. È un mondo scottato dal fatto di trovare in vendita su EBay perfino le cartelline-stampa, quei fogli che in una manifestazione vengono preparati e distribuiti con le notizie base di partecipanti, ospiti, eccetera. Wikipedia di carta, insomma. Ho scoperto che ci sono feticisti ghiotti di questa roba. Assistere alle prove è stato bellissimo: “Signori, non twittate nulla sulle canzoni in gara". Questo per spiegare a quale grado di nevrosi sia approdato lungo la sua evoluzione l’homo sapiens: tutto sembra un film da girare troppo in fretta, come dicevano proprio loro: gli Homo Sapiens. 
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Quando si va a Sanremo per la prima volta, c'è uno sguardo naïf a cui molte cose paiono speciali. Ho scoperto allora questo piccolo esercito di ragazzi sotto i trent'anni, che hanno messo le loro lauree e i loro percorsi di studio al servizio della comunicazione nella macchina discografica. Ivan Butera, 29 anni, mi ha detto di aver intuito cinque anni fa che in Italia esisteva un vuoto nel marketing musicale mentre l'America offriva un modello che gli pareva replicabile. Così ha lasciato la Facoltà e gli studi in scienze della comunicazione ("il corso è più lento rispetto alla velocità a cui viaggia il web") e si è inventato un ruolo da social media manager. Scrive tweet e post su facebook per i cantanti, i quali "all'inizio mi rispondevano di avere già un ufficio stampa, ma l'ufficio stampa è un pannello di relazione con i media, io invece li metto in contatto direttamente con il loro pubblico, sono due cose differenti". Il festival della comunicazione l'ha vinto lo staff di Noemi, che ha partorito l'idea dominante dei nastrini arcobaleno. Giulia Trippa, 31 anni, laureata in lingue e letterature straniere, ma già con un percorso solido nel settore, cercava invano in giro per Sanremo una coccarda, finché in una merceria di via Corradi, una traversa di corso Matteotti su cui s'affaccia l'Ariston, ha chiesto alle due proprietarie di mettere insieme un po' di fettuccine iridate. Con 11 euro e uno sconto di 40 centesimi ha imposto un messaggio. Le sarte del festival hanno legato i nastrini sull'asta del microfono, ma quando Noemi è salita sul palco l'asta non c'era, stava per rimanere dietro le quinte. Panico. Enrico Ruggeri ha spiegato che tutto è stato anche un po' casuale perché molti cantanti, nei camerini, non avevano avuto modo di sapere. Così è partito il Sanremo Rainbow.

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Ho scoperto a quanto dolore Virginia Raffaele si sottoponesse per farci ridere. Per una settimana, tre ore e mezza di trucco prima di salire sul palco e trasformarsi nella Ferilli o in Carla Fracci. Questo significa che durante le operazioni non sei lberissima di far tutto. Mangiava sushi per non compromettere la maschera e prima di bere, con una cannuccia, aveva bisogno di cinque minuti per liberarsi dell'imbracatura. Con un libro di Flaiano che le ha tenuto compagnia, mentre a puntata conclusa il festival andava a dormire, lei restava sotto le mani delle truccatrici, al lavoro con un solvente che agisce su mastice e altri collanti nel giro di un'ora e mezza, bruciacchiando la pelle qua e là.
Ho scoperto che Carlo Conti non fa le prove. Cioè le fa, ma non sale sul palco a presentare i cantanti, al suo posto c'è un assistente di scena che pronuncia le frasi "dirige il maestro Vince Tempera, canta" eccetera eccetera. Ecco, l'uomo che per sei giorni fa finta di essere Carlo Conti sarebbe stato un bel pezzo da scrivere. Parlare con i cantanti non è la cosa più impossibile al mondo, durante il festival. Devi solo stargli un po' dietro ma ci si riesce. Se proprio gli manca il tempo, il tempo te lo devi inventare. Io gli chiedevo di poter salire in macchina con loro e fare il tragitto insieme da una parte all'altra della città: lo avevo visto fare in campagna elettorale ad Aldo Cazzullo con D'Alema, ma lui è Cazzullo, io l'ho fatto con Clementino, Caccamo e Iurato, e di certo mi sono divertito di più. Sono stato a pranzo dalla Gialappa's; ho fatto le tre di notte con Morgan che in un locale suonava in modo splendido Bowie dopo essere stato eliminato; ho preso un caffè con la donna più affascinante del festival (Caterina Caselli); ho chiesto a Elio se gli piacessero gli Squallor (risposta: "oggi forse anche loro verrebbero al festival"); ho aspettato sotto la pioggia Elton John all'ingresso artisti come una volta si aspettava Maradona al campo Paradiso (viene, non viene, con chi viene); ho conosciuto due belle persone come Ezio Bosso e Peppe Vessicchio; ho letto l'enciclopedia su Sanremo di Marcello Giannotti; ho camminato molto a piedi per capire la città del festival, i suoi alberghi, i suoi artisti di strada, chi frequenta il Casinò, com'è cambiata la raccolta rifiuti, perché gli ultrà della squadra di calcio (serie Eccellenza) gestiscono uno spazio pubblico accanto allo stadio; e una mattina sono salito a piedi al Poggio, dove si decide la corsa di ciclismo, la Milano-Sanremo, perché non c'ero stato mai. Alla fine ho guardato il registro del cellulare e fatto due conti: in sei giorni 206 telefonate fatte e 92 ricevute, 21 perse, 12 senza risposta, 263 messaggi ricevuti e 223 inviati. Perché Sanremo è Sanremo. 
(I miei preferiti: Noemi, Elio, Bluvertigo, Ermal Meta)
(La suoneria del cellulare di Peppe Vessicchio è un frinire di grilli. La voglio)

2 commenti:

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