martedì 2 febbraio 2016

Buster Keaton e la dittatura dell'ottimismo


Benito Mussolini era presidente del Consiglio da quasi sei anni e dittatore da tre, quando nel giugno del '28 su La Stampa uscì quest'articolo firmato da Marco Ramperti, che era critico teatrale e scrittore molto molto apprezzato all'epoca: da Ojetti, D'Annunzio, anche da Pound. Ramperti fu uomo di destra senza indecisioni, pure dopo la caduta del regime. Quel che colpisce in questo suo lungo articolo, in questa sua lettura di una maschera dell'impassibilità, è la relazione che da un certo momento in avanti il Potere e la propaganda stabiliscono o provano a stabilire con l'ottimismo, con la realtà, con la rappresentazione, con la disperazione. (Ce n'è anche per Charlot).

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Mi dicono che Buster Keaton, il comico che non ride mai, sia d'origine italiana. Mi stupisce. Mi spiace, anche, per il mio paese felice che possa produrre di esemplari siffatti, vero che poi li regala all'America e al cinematografo. Codesti, in verità, sarebbero gli emigranti indesirables per il paese che li esporta. E' bene per loro, come per noi, che si allontanino. Passino pure oltremare, insieme alle nuvole di tempesta, gli uomini alla cui faccia non giunge mai raggio di sole!


Buster Keaton è un grande attore. Disgraziatamente è anche un attore immorale. Mi spiego. La disperazione, concessa eccezionalmente ai filosofi, non può esserlo agli artisti. Dove l'arte comincia la disperazione deve finire: poi che, negli esseri sensibili, essa non potrebbe tradursi che nel silenzio. La disperazione è il peggiore dei nonsensi per chi ne fa spettacolo, per chi vi assiste; la peggiore delle istruzioni. Il volto dell'incupito che non ride mai è come il volto dell'idiota che ride sempre: un'assurdità, una mostruosità repellente e contaminatrice. Colui che ignora la ilarità è anche più nefasto di colui che ignora la decenza. Egli è certo peggiore del pornografo, violando una legge più fondamentale e più rigorosa di quella che ha nome soltanto castità. Egli spregia il riso, dono dei Numi; il riso, che vuol dire giovinezza e salute; il riso, che solo ci distingue dai bruti. L'America che condanna i suicidi e ammette Buster Keaton, è, al solito, in contraddizione. Bisogna compatire, invece, il disperato che sa ritirarsi a tempo dietro le quinte; e insorgere contro il suicida recidivo ed ostentato, che fa della propria sorte una maschera esemplare, della propria ottenebrazione una recita quotidiana.

Italiano, Buster Keaton? Spero che no. Non può essere della nostra razza, questa glottide inerte; non dei nostri chiari orizzonti; non del nostro clima temperato. Io lo suppongo, e lo spero, originario di qualche terra d'antipodi, Patagonia o Nuova Zembla. Poiché la sua insensibilità è antipodittica. Perché egli non può essere che nell'estrema saggezza o nell'estrema imbecillità: o troppo al disopra delle cose, o troppo al disotto. Non mi meraviglierebbe ch'egli fosse un tardigrado. Ho visto, tante volte, abbondare la serietà sul labbro degli stolti! Ma fosse egli pure un essere superiore, l'avrei altrettanto in dispetto. C'è anche una forma d'intelligenza, isterilita e ammutolita innanzi alle cose, che è l'inutilità stessa, e ingombra-ed offende peggio d'ogni insufficienza. E' la paralisi dell'atleta. Che farne più! Cosi Buster Keaton sullo schermo. Conoscete qualche cosa di più pesante, di più lugubre della sua impassibilità? Come i teschi seguitano a ridere, egli seguita a non ridere. Io me lo figuro, appunto, come la negativa d'uno scheletro. Forse, mi dicono, il suo non ridere è un puntiglio. Ne metterebbe egli dunque in una mala azione? Io però credo, più semplicemente, non si tratti che d'una disgrazia. Di cui non sì può per altro essergli pietosi. Non ridere mai, mai, mai di ciò che succede e di ciò che esiste, può sembrare un rispetto, ed è invece uno spregio. Ridere è atto d'amore. Anche quando è infido. Anche quando è crudele. Come l'amore, appunto. Sì: noi ridiamo anche del nostro simile che casca sul selciato: e si suol dire che in questo ridere è il senso egoistico, stupido insieme ed efferato, della nostra sicurezza e superiorità. Può darsi: ma mettiamoci insieme un altro senso, il quale è invece cordiale e umanissimo: quello della sorpresa per un'inattesa disarmonia, per una comica negligenza delle leggi stabilite. La superbia di quella nostra sicurezza sarebbe mitigata, in ogni caso, dal frivolo ma innocente piacere dello spettacolo e della rarità. Mentre quella superiorità è assai più prossima all'alterigia e assai più vistosa e intollerabile in chi, di fronte alla stessa avventura, non schiude labbro né batte ciglio. Buster Keaton è della specie. La sua indifferenza è punita col castigo di un'immensa tristezza: ed è forse la sola ragione per cui si riesce, dopo tutto, ad accordargli un po' di clemenza. Conosco un solo volto più funereo del suo: quello di Charlot. Confesso di sentire imminente in me, verso Charlie Chaplin, quella ribellione che André Suarès ha già rudemente bandito contro l'attore famoso. Charlot fa ancor peggio che non ridere: fìnge di ridere. Sento che ne rifuggo. Prevedo che l'odierò. Il suo ghignetto rassegnato ed intimorito ha la stessa grinta dei molossi minacciati quando scoprono i canini. C'è sempre un bastone alzato sulla testa di Charlot che sorride, cioè che mostra di sorridere. Poi quando le sue labbra si raggiustano, guardate, c'è come il dispetto d'un morso mancato. E' la tristezza, ed è anche l'inanità del suo genio. Buster Keaton potrebbe ancora rallegrarsi, cioè commuoversi internamente di qualche cosa. Forse l'ondata del riso non fa che arrestarsi alla sua epidermide; forse egli ne frena l'impeto, ne cela il risucchio per nient'altro che per una sua stravagante dignità. Non così Charlot. Qualche volta egli ride di fuori, appunto per illuderci che vibri, che brilli qualche cosa di dentro. Ma non è così. Sentiamo che l'ombra è in lui, anche se un lume si accenda alla superficie, subito spento da un vento d'afflizione. Non ride, non può ridere: perché tutto lo percuote ma nulla può sorprenderlo; perché gli esseri come lui portano in sé, un'infinita, ma funesta saggezza, più dura del nicchio sul petto e del sacco sulla spalla.

Ora pensate alle cento, mille figure del riso assunte dall'umana specie: da Strepsiade a Mercuzio, da Guignol a Karaguez, dal bastoncino di Petronio alla spatola di Gioppino, da Molière e Goldoni al moro del jazz-band. Il riso si svegliò con l'esistenza nostra. Del riso, gli stessi popoli più feroci crearono il mito e l'altare. Dal riso, presero tutte le civiltà un loro dolce, particolare colore: il riso attico e l'egizio, il riso viennese e il parigino; e quel gran riso cinquecentesco delle nostre maschere: conclusione trionfale, epifonema echeggiante d'un tempo di gloria. E ancora nella vecchia Cina la statua del Riso va accompagnata a quella della Carità; servendo l'uno e l'altra, oppostamente, alle Sorti: dove l'uno esilara ed esalta, l'altro ammonisce e trattiene, con la giusta alternativa di ogni pendolo vitale. Così afferma Edgar Poe che la stele consacrata al Riso sia la sola sopravvissuta, là dove fu Sparta, di tutte le deità lacedemoni: le quali dovevano essere molto accigliate, a tutela d'un popolo si grave e guerriero. Così fu inteso, da quando nascemmo, che avremmo dovuto ridere di tutte le piccole disarmonie di quaggiù: poiché le grandi ci avrebbero fatto piangere soltanto. Ma che si oppone, e chi, a sì antico comandamento? La conoscenza assoluta; lo scettico totale. E poi qualcuno che non è nella dottrina, e certo non è nella perfezione, essendo soltanto attore di mestiere; qualcuno che, senza avere quella triste supremazia, pretende a quella triste eccezionalità degli sconsolati e dei sapienti: il comico che non ride. Questo istrione è un prepotente. Né riso né pianto vuol egli pagare pel suo diritto di recitare. Recitare è più che vivere: ma egli vuole vivere moltiplicatamente, negando la vita. Nel gelido ma sacro tempio dov'è scritto «Silentium», e dove Arpocrate, il terribile dio limitare, tiene il dito contro le labbra, sigillate in eterno sulle parole inutili e sulla vana ilarità, Buster Keaton fa delle irruzioni in maschera. Questo commediante è un sopraffattore. Questo cabotin vuol sembrare un sacerdote. Insorgerò un giorno contro la sua immobilità, come insorgerò contro il ghigno di Charlot. Capisco, vi ho detto la disperazione che patisce e si apparta. Non quella che recita e insegna. Questa propaganda di tenebrosa impassibilità è la più grave eresia, forse la sola vera eresia in questa epoca nostra che davvero è di eroi; in questa nostra umanità così vibratile, sensibile, suscettibile, che ha scoperto tutti i suoi nervi; ch'è tutta un nervo solo, ormai, dalle anche delle femmine ai lungheroni degli aeroplani: e freme e canta e ride e grida, abbandonatamente, gloriosamente, come non mai. Ma costoro, che non ridono, sembrano assistere a tutto ciò dal fondo di una caverna. Non sanno ridere perché non sanno soffrire: e non ridono né soffrono perché già sono defunti. Morti ritti, credetemi: come quel pontefice dissepolto. Riso di teschio; riso di Jena; riso d'erba sardonia; riso di solletico omicida. Oppure la scempia, la vile, la vanitosa indifferenza che nega il fenomeno, la fantasia, la sorpresa, l'avventura: e quindi l'arte, impresa, la bellezza, l'esultanza; che si crede nella perfezione, essendo soltanto nella solitudine; che presume, senza riso com'è, non d'essere bestia, ma dio. Credete dunque che l'improbità d'una tale eccezione abbia da diventare simbolo ed esempio? E credete che debbano, a degli uomini dignitosi, insegnarla degli istrioni? Buster Keaton, che forse potendo non vuole ridere, e Charlie Chaplin, che anche volendo non può sono due compagni di sventura, il cui reato è di mostrare in pubblico la propria piaga, assai più profonda e assai più penosa di un'ulcera. Essi ci rivelano uno stato d'animo, il cui gelo sgomenta, la cui inumanità atterrisce. In quello stato si potrebbe anche uccidere od uccidersi: ch'è un obbrobrio del pari. Giacché tutto potrebbe attendersi da un impassibile. Intanto Buster Keaton non sorride neppure a un cavallo che vola: ma neanche si volta a guardare, poi quando l'animale gli cade fulminato ai piedi. Charlot va in cerca dell'oro così come fugge dal penitenziario ma si pensa ch'egli potrebbe tornare qui dove fu accolto per chissà quale incognito delitto. Quando ripenserete al destino di questo grande attore veramente grande, ma di una sinistra grandezza, ricordatevi sempre che il suo primo film fu la storia di un'evasione; e ch'egli portò il camice del galeotto, prima di quel suo attillato giubbetto. Troppo spavento in quel suo pallore; troppa minaccia in quel suo rictus. C'è in lui una cattiveria potenziale che, certo, non fu mai capace d'una mala azione, ma nella sua implicita presenza, può farci comprendere l'ostilità, tanto illogica quanto implacabile, di quella sua pessima moglie trascorsa. Tutti dicemmo allora: — Povero Charlot! Anch'io lo dissi. Ma poi ripensai se non capii, come a questi uomini che non sanno ridere, per valenti che siano, non si perdoni. Anzi più appariscenti sono, e, acclamati, e famosi, e più cresce la nostra segreta inimicizia, che un giorno divamperà. Ciò è fatale. Ciò scritto. André Suarès ha predetto una crociata, forse più prossima di quanto non si creda. Noi abbiamo già bandito Pierrot, il quale dopo tutto non era che un melanconico: e, intanto, restava esiliato sopra un tetto, in disparte dalla vita vissuta; ma poi ancora poteva sorridere per un mìcio ramingo, o piangere per una Colombina infedele. Buster e Charlot sono invece degli inerti: e quel ch'è peggio, li vediamo mescolarsi agli altri uomini andanti, venienti, ridenti, lagrimanti. Son qua in mezzo a noi; a noi frementi per ogni fibra, attenti, protesi, entusiasti, così facili a ogni riso come pronti a ogni pena, al modo dei fratelli incappucciati che il Goya metteva nei suoi carnevali, insensati predicatori d'insensibilità e di rinuncia. Insensati, costoro, e perversi. Perché non sono dei penitenti, ma degli attori. Perché ci sgomentano divertendoci. Perché sotto la maschera del loro cappuccio essi non hanno né legge né fede: ma solo l'orribile ambizione di mostrarci come si possa vivere, a questo mondo, senza riderci neppure una volta; e quel ch'è peggio, senza neanche la forza d'evaderne: così come si evade, o Charlot!, ai ghiacci erranti dell'Alaska, o anche soltanto da una cella di reclusione.

Marco Ramperti su La Stampa del 22 giugno 1928

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