lunedì 21 settembre 2015

Koulibaly, o elogio della normalità

Com’è banale essere un idolo. Segnare un gol, segnarne un altro, un altro ancora, e non sbagliare mai. Abbracci, baci, la folla che ti ama, tutto normale, bella scoperta. La vera conquista è diventare un beniamino. Perché - alla De Gregori - tra un idolo e un beniamino la differenza salta agli occhi. L’idolo piace perché è il migliore, il beniamino perché è fatto così. Prendete Kalidou Koulibaly, 23 anni, un ragazzone di un metro e 90, novanta sono pure i chili che pesa, nato in Lorena da genitori senegalesi. Si fa fatica a chiamarlo un campione, ma ogni volta che con la maglia del Napoli anticipa il centravanti avversario e tocca il pallone, allo stadio San Paolo se ne cade ‘o teatro. Napoli, sia detto per inciso, è città che ha avuto molti fuoriclasse (Zoff, Krol, Careca), un genio assoluto (Sivori) e il più grande di tutti (Maradona).
Benché lo scudetto non arrivi da 25 anni, dai tempi del Divino Scorfano, come Brera chiamava Diego, Napoli sente di aver conservato un tratto di nobiltà. Vive ancora dentro quella fotografia sbiadita. Perciò se arrivano tre calciatori dal Real Madrid, la gente mormora che in fondo sono scarti: "Se erano bravi mica li davano a noi". La squadra arriva terza? Doveva arrivare seconda. Arriva seconda? Doveva arrivare prima. Un clima sempre eccessivo che chiama fallimentari gli ultimi due anni, in cui sono stati vinti tutti i trofei italiani lasciati lungo la strada dalla Juve (due su sei: cioè una Coppa Italia e una Supercoppa; il resto è andato a Torino); un ambiente che contesta gli investimenti di De Laurentiis e nel quale ieri sera si sono sentiti cori d'osanna allo yacht presidenziale andato in fiamme. Dentro questa serra di sogni e malumore, come se ci fossero chissà quanti altri ambiti in cui la città occupa i primi posti in Italia, da una squadra del Belgio un giorno arriva Koulibaly. Reazione numero uno: Kouliba chi? Reazione numero due: i pagellisti sportivi lo sommergono di insufficienze e giudizi aspri. Si racconta che al centro sportivo di Castel Volturno, Benítez gli abbia dato il benvenuto spiegandogli a pranzo i movimenti del reparto con quattro bicchieri. Dicono di lui: "Non ha qualità, è impacciato, insicuro, brutto a vedersi, poco elegante". Eppure Koulibaly ha un elemento distintivo. Non c’è immagine in cui non si noti che sta sudando. E il sudore, si sa, al tifoso piace. Piace quasi quanto a un semiologo, che nell’Italia di oggi lo leggerebbe come un segno che rinvia al tentativo di ricostruire il Paese. Koulibaly è un Forrest Gump, secondo la definizione che ne ha dato “Il Napolista”, sito di analisi politico-calcistica, nonché nei due anni scorsi chiesa dei “rafaeliti”, cioè uomini di fede nell’allenatore Rafa Benítez e nel "calcio come espressione di un’avventura psicologica collettiva". Koulibaly può farsi cinquanta metri di corsa irresistibile e servire un assist meraviglioso (con la Roma), poi con altrettanta naturalezza sa regalare il pallone decisivo sui piedi dell’avversario fuori l’area di rigore. Oppure farsi espellere. Per dire cos'è lui e cos'è Napoli: una settimana è stato paragonato a Thuram, quella dopo ricordava Prunier. L'estate scorsa pareva sul punto d'essere ceduto. Da Maksimovic a Romagnoli, il Napoli ha cercato difensori valutati 20 milioni senza riuscire a prenderne uno. Allora Sarri ha chiesto di aspettare. Abbiamo Koulibaly? Proviamo Koulibaly. L'ha rilanciato con il Bruges e ieri di nuovo da titolare con la Lazio. Anche Koulibaly nel frattempo aspettava. La chiamata in nazionale della Francia. Non è arrivata e s'è deciso a dire di sì al Senegal. "Ha mezzi fisici straordinari, di livello mondiale" adesso dice di lui Sarri. Ma anche: "Ha fatto 85 minuti ottimi e poi 5 di cazzate". Perché Koulibaly esalta, deprime e lascia perplessi. Cade e si rialza senza un graffio, come un cartoon, snodabile, gommoso; rimbalza, si espande, pare un fratellino di Tiramolla, figlio della colla e del caucciù. Un giorno vince e un giorno sbaglia. Un eroe anti-eroe. Di più: uno normale. Alla fine uno come noi.

(pubblicato sul Venerdì di Repubblica a dicembre 2014 e rieditato per il blog)

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