lunedì 4 gennaio 2016

La scrittura secondo De Giovanni


DETTO COSÌ, FA IMPRESSIONE. «Ho ammazzato un uomo adulto, un anziano, una cartomante, una contessa, un orfano, una coppia, una prostituta, un professore universitario». Maurizio De Giovanni ha avuto due vite. Una da impiegato di banca, fino al 2005, in cui per fortuna non ha ucciso nessuno; la successiva da scrittore, questi ultimi dieci anni, pieni di delitti di carta. Lui sostiene che in realtà le vite sono tre, ce ne sarebbe un’altra, quella in cui tocca capire cosa si vuole diventare. «Ero pigro, sovrappeso, giocavo a pallanuoto. Un ragazzo gioviale, socievole. Ma leggevo. La prima e la terza vita in fondo si assomigliano. Credevo di voler fare il giornalista, era un equivoco, ora so che in realtà volevo scrivere. Non fu possibile. Mio padre morì di domenica, il lunedì facemmo il funerale, il martedì consegnai domanda di assunzione in banca. Era il primo posto di lavoro a cui si pensava dopo un voto alto alla maturità. Sono diventato vicedirettore della sede perché in banca, come dappertutto, promuovono i più scadenti: se sei bravo ti lasciano nel tuo ruolo, dove gli servi davvero. Ho fatto il ragazzo padre per anni senza scrivere una parola, non avevo niente nel cassetto, nemmeno un sogno. Casomai scrivevo qualche canzone: c’era quest’amico, Osvaldo, che sapeva suonare la chitarra, musica brasiliana, io mettevo i testi, più che altro serviva per rimorchiare».


Finché i colleghi lo iscrivono a un concorso per giallisti che si tiene al Gran Caffè Gambrinus, in pieno centro, a Napoli. De Giovanni entra, vince e da lì non esce più. È qui che allora bisogna incontrarlo per cogliere la sua singolare traiettoria, a un soffio da piazza Plebiscito, nel bar della buona borghesia dove fa muovere il suo commissario Ricciardi e dove a Ricciardi è davvero riservato un posto a sedere dai proprietari, ventiquattr’ore su ventiquattro. La gente s’affaccia e scatta una foto al tavolo vuoto. Ora che c’è De Giovanni in carne e ossa, vengono increduli a stringergli la mano. Un giorno ha scoperto che un’associazione accompagnava i turisti sui luoghi dei romanzi, c’era un pullman con cinquanta persone appena arrivate da Sesto San Giovanni. «Ho messo un cappellino, un paio di lenti scure e mi sono intrufolato. Mi piace stare fra i lettori, incontrarli, condividere le idee, fare le foto, firmare autografi. Forse perché il successo è arrivato tardi. In Italia su dieci persone che leggono, sette sono donne fra i trentacinque e i sessant’anni. Se vuoi fare questo lavoro, devi confrontarti con le donne. Il potere invece è in mano agli uomini, da ciò si deduce che il potere non legge romanzi». De Giovanni è una star senza la bolla intorno, lo puoi toccare, gli piace raccontarsi come un impiegato delle parole. «Le ricerche per i miei romanzi ambientati negli anni ‘30 possono durare fra i sette e gli otto mesi, la scrittura non va oltre i trenta giorni. Mi metto in tuta, mi lavo poco, dormo malissimo, nel sonno vengono a trovarmi pezzi di frasi. Scrivo fra le otto del mattino e le cinque del pomeriggio, come in ufficio, dopo non esce più niente: in media fra le quindici e le ventidue cartelle. Scrivo e basta. Non rileggo nemmeno. Se ne occupano mia moglie e l’editor. La scrittura è un mezzo. La qualità vive nella storia. Quando ascolti Santana vorresti che non finisse mai, eppure non ti viene di cantarlo sotto la doccia. Io sono invece quell’autore che si fischietta mentre fai lo shampoo».

Due romanzi l’anno. Su un binario parallelo a Ricciardi corrono l’ispettore Lojacono e i bastardi di Pizzofalcone, il commissariato napoletano ispirato alle storie di Ed McBain: presto sarà una serie tv. «Il noir italiano non è mai stato così florido. Non vinceremo lo Strega e la critica continuerà a ignorarci, ma in classifica almeno tre titoli su dieci sono nostri. Fino a qualche anno fa chi amava il genere doveva leggere gli americani. I miei libri adesso sono tradotti in sedici paesi. Gli altri inseguono l’universale, noi raccontiamo la strada, la realtà, le nostre città. Parto dalla vittima, ci giro attorno, mi chiedo com’è morta, perché, indago le apparenze e mi allontano. Vado a cercare il dolore e il piacere provocati da quella morte. L’efferatezza non fa per me, neppure l’enigma. Mi attrae lo squarcio, lo strappo che un omicidio provoca. Un uomo fa l’amore con una donna, poi si alza, va in cucina, si fa un caffè, prende un coltello, torna di là e uccide. Cos’è successo in un minuto nella sua testa? Ecco, di questo mi piace scrivere». I colpevoli di De Giovanni spesso non vanno in galera. «Non mi consola. Un delitto non è mai rimarginabile ». E nei delitti la camorra non c’è. «La camorra è un cancro atroce, una realtà mondiale, una macchina. Non mi diverte parlare di macchine, ma di passioni, di persone. Il primo delitto si trova già a pagina due della Bibbia. Stavano in quattro al mondo e c’era una vittima. Napoli è la città in cui tutto è stereotipo: Gomorra e Bellavista, il finto morto di Eduardo e le mani sulla città. In una storia lunga tremila anni, in un posto con due milioni di persone, non può esserci un solo punto di vista. Nessuno può intestarsi la verità su Napoli, dove viviamo male questo destino di essere narrati in modo negativo. È triste sentirsi chiedere da un amico se possa camminare in strada con l’orologio al polso. Questa è l’unica macro metropoli del meridione, amplifica il sud, non è il castello degli orrori d’Italia. Le mie storie sono ambientate qui perché la conosco. I suoi contrasti sono socialmente drammatici, ma narrativamente straordinari. In quattrocento metri, nell’area di competenza di un commissariato, si possono trovare quattro città differenti. A Roma dove c’è la Magliana non c’è piazza di Spagna».

Lungo questo prolifico zig-zag fra Ricciardi e Lojacono, ogni tanto De Giovanni piazza un libro sul calcio. Ne parla con la libertà di chi ne fa territorio per le viscere. «È l’unica eccentricità che mi consento. Se mi invitano a parlare dei miei libri e gioca il Napoli, io devo prima guardare la partita. La mia vita è organizzata in base al Napoli. Da bambino salii le scale dello stadio e lassù, in cima, il prato enorme visto dall’alto, col fiatone, sentii il cuore sospeso. Un’emozione così non l’ho provata più». Chiacchierando dei Mondiali gli scappa un lapsus. «Gli ultimi », dice, «quelli del 2006». Come se da allora esista un solo frame congelato, quasi che i dieci anni del suo successo siano un indistinguibile flusso. «Non si vive per lavorare. Nessun lavoro può piacere per ventiquattro ore al giorno, ogni giorno. Neppure il mestiere dello scrittore. Smetterò quando non avrò più storie. Non sono di quelli che stanno male se non scrivono. La scrittura non è la colonna vertebrale della mia vita. Io sto male se non leggo». Questa è una carriera cominciata prestissimo. «Il primo libro a sei anni. Volevo imitare mio padre, lui era avvocato. Presi dai suoi volumi il più grosso, per darmi un tono. Il conte di Montecristo. Dopo sole dieci pagine ero disperato al pensiero che prima o poi sarebbe finito. Oggi mi manca da morire il potere di scelta, decidere cosa leggere: sono sommerso da manoscritti, volumi a cui fare la prefazione, non riesco più ad amministrare il mio più grande piacere. Per fortuna ho amici che scrivono benissimo». Amici che si domandano se nelle storie di De Giovanni non ci siano per caso anche loro. «Non mi piace ispirarmi alla realtà, neppure alla cronaca. Mi piacciono la corruzione dei sentimenti, la deviazione dal corso, l’adulterazione, l’infezione, la suppurazione. Perciò all’inizio temevo di dare ai personaggi cognomi di gente a me vicina. Ricciardi è nato così: di Ricciardi non ne conoscevo. Solo una volta ho dato a un personaggio meschino i tratti di un collega che mi stava antipatico e che non vedevo da trent’anni. Succede che un giorno me lo trovo a una presentazione e ci mettiamo a parlare proprio di quel tipo là. Caro Maurizio, mi dice, quanti ne abbiamo conosciuti di uomini così. Ecco, ho capito che potrei raccontare chi voglio, nessuno si vede mai per quel che è».
(da la Repubblica del 3 gennaio 2016)

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