sabato 21 giugno 2014

Pat Jennings e le giovani vite d'Irlanda

jennings2 Non si può mandare la palla direttamente fuori dal campo, e neppure trattenerla, farla rimbalzare due volte o fare quattro passi senza passarla. Questo è il calcio gaelico, il calcio che amavo e che è stato il mio, prima che andassi a difendere la porta del Tottenham, dell'Arsenal e soprattutto dell'Irlanda del nord.
Dicono sia un gioco violento. Io non credo. Dipende dagli occhi con cui lo guardate. Se vi mettete a giudicare il calcio gaelico con lo sguardo che posate sul calcio, vi parrà forse una piccola barbarie. Ma se lo osservate come quando andate al rugby, quel rugby di cui tanto bene parlate, allora il mio calcio gaelico è un soffio, un vento leggero, un minuetto. Insomma non lo so, so soltanto che con la violenza non si risolve niente, questo ho imparato su un campo, non si cambia il risultato di una partita e nemmeno la vita di un Paese. Nella mia scuola, quand'ero un ragazzino, era il calcio inventato dagli inglesi a essere proibito. Frequentavo una scuola cattolica, dove imparavi prima di ogni altra cosa il senso della parola settarismo. Mi sono spesso domandato se lo sport unisca o divida. Le bandiere che sventolano, la musica degli inni, tutte queste piccole cose che hanno a che fare con quella gigantesca questione che è l'identità. Se andate a una partita di calcio gaelico e sentite suonare l'inno irlandese, non ci vorrà molto a capire quale sia la comunità che più si identifica con quel che sta accadendo. E se all'opposto entrate a Windsor Park, la musica di God Save the Queen vi dirà come la pensa la maggior parte della gente presente lì. Così andavano le cose ai miei tempi, quando da Cavehill si vedeva il profilo della Scozia e si sentiva bruciare l'odore della nostra gioventù migliore. pat1   L'avranno raccontata anche a voi la storia dei piloti d'aereo che atterrano a Belfast e avvertono i passeggeri al microfono, dalla loro cabina, di sistemare le lancette dell'orologio sul fuso locale: il 1690. Per anni, tutto il sangue che è scorso nelle strade d'Irlanda, lo abbiamo semplicemente chiamato "the Troubles". Ho lasciato la scuola a quindici anni per andare a lavorare in una fabbrica di lino dalle otto del mattino alle sei della sera. Non era il calcio che amavo, io amavo giocare a pallone. Soprattutto con i miei compagni di scuola. Si entrava in un prato recintato, poco lontano dal quartiere in cui abitavamo, i pali delle porte erano un paio di sassi, d'inverno i nostri cappotti, e il portiere aveva sempre da fare più di tutti. La prima volta che andammo su un campo vero, non toccavo neppure la traversa. Non ero altissimo, me la cavavo nelle parate basse con i piedi, poi ho imparato a uscire e a colpire il pallone con un pugno. Merito del calcio gaelico. Lavoravo come falegname quando la squadra di mio fratello, il Newry United, perse il suo portiere: da un giorno all'altro se ne andò in Inghilterra a cercarsi un lavoro. Così mi chiamarono ad allenarmi un paio di giorni con loro, tre mesi dopo vincemmo la Coppa d'Irlanda junior, poi venni segnalato per la nazionale giovanile, che avrebbe partecipato gli Europei Under 18 a Londra. Avevo 17 anni e non ero mai stato né più a sud di Dublino né più a nord di Belfast. Questo ero quando un giorno mi guardai intorno ed ero dentro Wembley. Non potevo crederci. L'Inghilterra ce ne fece quattro, e grazie tante, loro giocavano tutti in prima divisione. Gli irlandesi ci mettono un attimo per farsi amico uno straniero, perché abbiamo impiegato secoli a parlarci fra di noi? Forse la colpa è anche del calcio. Nel rugby, nella boxe, siamo sempre stati solo irlandesi, tutti, i cattolici del sud, i protestanti del nord, uniti, semplicemente. Anche alle Olimpiadi, nella tana del più sfrenato nazionalismo, si può scegliere di stare insieme. Ma prendete una partita di calcio e lo scenario improvvisamente cambia. Forse perché è un gioco della working class e la maggior parte dei Troubles succedeva in quelle zone lì. Il Newry mi cedette subito al Watford, la serie C inglese, e l'aprile dopo, anno 1964, la nazionale maggiore mi fece debuttare in una partita contro il Galles. Avevo 19 anni, e 18 ne aveva l'altro ragazzino che giocava per la prima volta, si chiamava George Best. Se mi chiedete chi è il più bravo che io abbia mai visto, e vi giuro che ne ho visti tanti, io dico George. Perché faceva tutto quello che facevano gli altri, solo un attimo prima. Lui protestante, io cattolico: ma in nazionale nella stessa stanza. Andavamo al pub insieme dopo le partite, oggi i club ti fanno mille problemi. Sono i club a mettere pressioni. Molti dei giovani calciatori che ho conosciuto pensano di non dover sbagliare mai, di non dover tradire la fiducia, e per questo vivono stressati, ma l'uomo che non commette errori non è ancora nato. L'errore è un compagno di viaggio. Il miglior portiere del mondo è quello che ne commette meno. Solo gli errori con le armi in mano sono irrimediabili. Quelli vanno fermati. Il 1972 era stato l'anno con il maggior numero di vittime dei Troubles, quasi 500. La domenica di sangue a Derry era un ricordo freschissimo, l'Operazione Motorman appena lanciata. Dovevamo fare qualcosa: di piccolo e di grande. L'idea venne a Derek Dougan, all'epoca giocava nel Wolverhampton. Disse Facciamo una squadra dell'Irlanda unita, dimostriamo al mondo che possiamo stare insieme. Lo chiamavamo il Doug, lui era 40 anni avanti, credeva che noi calciatori avessimo un potere enorme. Per come vestiva, per come si pettinava, pensate a un Beckham venuto al mondo in anticipo. Ma la sua faccia e il suo nome voleva spenderli per la pace in Irlanda. Johnny Giles era suo amico. Nel 1973 Giles era contemporaneamente calciatore del Leeds, calciatore della nazionale dell'Eire e suo ct. Insieme ne parlarono a Louis Kilcoyne, presidente dello Shamrock Rovers, il club più famoso d'Irlanda. Pareva una follia, si dissero: proviamoci. Il Doug organizzò la selezione di noi ragazzi del nord, Giles e Kilcoyne quella del sud. Kilcoyne ne parlò con Havelange, il presidente della Fifa. Gli promise il proprio voto alle elezioni successive, nel '74, se avesse fatto giocare il Brasile in amichevole contro questa selezione. Havelange accettò, e la prima cosa che pensai quando Derek venne a convocarmi fu che sarebbe stato splendido giocare contro Rivelino, Jairzinho, Tostao. Una grande occasione per chi cercava inutilmente dal '64 di qualificarsi per i Mondiali. Derek mi rimproverò. Disse, Non pensare al Brasile, pensa all'Irlanda. Aveva ragione. Avrebbe voluto far giocare la partita a Belfast, ma nessuno gli diede una mano.  Scoprimmo che l'ostacolo più grande per una nazionale irlandese unita non sono i popoli, ma le due federazioni, c'è gente che pensa di perdere il proprio posto di lavoro. Perciò non potemmo dare il nome di Irlanda a quella squadra che scese in campo nel luglio del '73 a Lansdowne Road, Dublino. Eravamo lo Shamrock Rovers, in special edition. Nelle cinque partite della nazionale nord irlandese che precedettero la sfida, Doug non venne convocato. Era la punizione dell'apparato politico-burocratico per aver messo in campo un processo di dialogo, se non di pace. Due anni dopo si sarebbe dovuto ritirare dal calcio. Anche a noi altri cinque convocati venne fatto capire che ci sarebbero state ritorsioni, non ce ne furono, addirittura tre di noi (Hamilton, O'Neill e io) dell'Irlanda del Nord saremmo poi stati capitani. Contro il Brasile perdemmo 4-3, una partita indimenticabile: nessuno segnava 3 gol al Brasile da non so quanti anni. Noi dimostrammo al mondo che era possibile. Che era possibile fare tre gol al Brasile, che era possibile vivere cattolici e protestanti insieme. E alla fine ce l'ho fatta. A qualificarmi per una Coppa del Mondo, dico. Non bisogna mai smettere di sperare. Nel 1982 eravamo in Spagna e passammo perfino il turno. Norman Whiteside, a 17 anni e 41 giorni, diventò il più giovane di tutti i tempi a debuttare in una partita della fase finale dei Mondiali. Oggi è ortopedico, si laureò dopo aver smesso con il calcio. I tifosi portarono la bandiera dell'Irlanda del nord sulle tribune, non posso dire di essere sempre stato a mio agio nel sentire certi cori, canzoni di odio, né di ricevere ogni tanto minacce dai più fanatici fra i protestanti nazionalisti. Ma di quel Mundial vado orgoglioso. Cinque mesi dopo, Bono venne con gli U2 in concerto a Belfast, stava per uscire l'album War, disse che aveva una nuova canzone da farci sentire. Parla di noi, disse quella sera, parla dell'Irlanda: ma se non piacerà a voi del nord, non la canteremo più. Era Sunday Bloody Sunday.  Non hanno smesso di suonarla. Vado fiero delle centinaia di partite giocate con il Tottenham e delle centinaia con l'Arsenal, soprattutto vado fiero del fatto che mi hanno amato i tifosi di entrambe. Nel 1986 ero ancora ai Mondiali. Avevo lasciato il calcio, ma William Bingham mi volle lo stesso squadra. E poi mi volle titolare: contro l'Algeria, contro la Spagna e anche nella partita che chiudeva il cammino nel girone e la nostra partecipazione. A Leòn ho chiuso la mia carriera il 12 giugno, nel giorno del mio quarantunesimo compleanno. L'avversario era il Brasile. E quando Careca segnò il gol del definitivo 3-0, davanti agli occhi vidi passare Rivelino, Jairzinho, Derek Dougan e tutti i giorni futuri dell'Irlanda.   (Come per l’intera serie, le parole liberamente attribuite a Pat Jennings sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti)

1 commento:

Blogger ha detto...

eToro is the most recommended forex trading platform for new and full-time traders.