lunedì 16 giugno 2014

Il film mai girato da Scola



ETTORE SCOLA dice che il cinema è uno stato d'animo. «Si fa quando lo senti dentro di te». Il suo ultimo film non solo si vede, ma si tocca, è sulla sua scrivania, girato con acquerelli, senza pellicola. L'industria del cinema vola verso le stregonerie immateriali del digitale, lui ne porta la magia su carta, altro fascino decadente. Era un film perduto, cancellato, e adesso esce in un albo.


Dieci anni fa Scola aveva deciso di rinunciare. «Il mercoledì saremmo partiti con le riprese, era tutto pronto, sopralluoghi finiti a Parigi, set fissato a Ile Saint-Louis, avevo individuato una bellissima libreria antica in cui girare, riparata, difesa dal resto della città». Produzione Medusa. Poi Scola va al festival di Setubal e annuncia che basta, non se ne fa niente, dice che è tutto rinviato fino al giorno in cui Berlusconi non sarà più a capo del governo. «Era successo che un deputato di Forza Italia, ex Pci, Ferdinando Adornato, alla Camera aveva citato il mio nome come esempio del liberalismo e della magnanimità di Berlusconi. "Pensate", disse, "produce finanche un film di Scola..."». Erano gli anni della battaglia politica sulla legge Gasparri. Sottotema: la libertà dell'artista nell'era Berlusconi. «Non sono un regista bizzoso, sapevo bene che il produttore era lui, l'accordo era stato firmato un anno prima. Ma non volevo andare sul set e lavorare grazie alla larghezza di idee di chi mi "concedeva" un film, non è amore per l'arte. Insomma, con quelle premesse non mi andava più».

Questa è la storia del film mai nato. Solo che adesso il film c'è. L'ha disegnato Ivo Milazzo, il fumettista papà di Ken Parker, al quale un giorno arriva per caso la sceneggiatura di Un drago a forma di nuvola. «L'ho letta», ricorda, «e mi sono commosso. Ho disegnato dalla prima all'ultima tavola secondo il mio modo di illustrare, ma fedele al mondo immaginato da Ettore. All'inizio era perplesso, immaginava il fumetto come un luogo di avventure e di movimento, mentre qui c'è una trama intima. Ma le storie che mi affascinano di più sono proprio quelle calate nel mondo reale, quelle che arrivano dalla vita di tutti i giorni». Il film, o il fumetto («chiamiamola storia» risolve Scola), racconta le giornate di un libraio che si dedica ai volumi antichi e alla figlia, paralizzata e priva della parola dopo un incidente in triciclo da bambina. «La sua missione è offrirle avventure e viaggi attraverso la lettura dei libri». Un film sulla cura e sulla rinuncia. Milazzo ha disegnato i personaggi della storia ispirandosi agli attori che aveva scelto Scola per la pellicola mai girata. Marie Gillain è la giovane cliente che inizierà a frequentare la libreria, invaghita del suo titolare. Spiega Scola: «Con lei avevo già fatto La cena, in cui si innamorava di un professore, Giancarlo Giannini, il quale per sottrarsi comincia a distruggere l'immagine ideale che la ragazza si era fatta di lui». Il libraio è Gerard Depardieu, trasferito su carta con una fedeltà assoluta. «Lo avevo appena diretto in Concorrenza sleale . Ne avevo apprezzato la finezza psicologica. Poi, come nel film il personaggio di Giannini, anche lui nella realtà si è impegnato molto per distruggere la sua immagine: mi riferisco alla storia sulle tasse e la Russia. Non era così, Depardieu, quando l'ho conosciuto. Ecco, forse oggi il ruolo da libraio nel mio film non glielo affiderei». Perché un attore di Scola è uno specchio di esperienze. «Manfredi, Gassman, Mastroianni, Sordi, Tognazzi: mi piaceva vederli anche fuori dal set, privatamente, frequentarli, conoscerne le idee, l'istinto, le preferenze. Prima di lavorare insieme dovevo sapere cosa leggessero, cosa pensassero dell'amore, dell'amicizia, in modo che il ruolo da interpretare si potesse inserire bene dentro il loro mondo. Un attore deve avere una natura vicina al personaggio che gli affido».
La figlia del libraio è Nastassja Kinski, ma la sorpresa dell'albo sta in un piccolo ruolo, un barista italiano che ha occhi, riccioli e pose di Massimo Troisi. Milazzo si augura che «la sua famiglia ne sia rallegrata». A vent'anni dalla morte, Scola parla di lui scegliendo con premura le parole, profondo, assorto. C'è una foto di Troisi semi nascosta, con pudore, su uno degli scaffali della maestosa libreria di casa, un palazzotto riparato dal sole nel cuore dei Parioli, il tavolo da ping pong nel patio. Nello studio alloggiano gli infiniti amori di Scola, i romanzi francesi all'ingresso, su un tavolino un volume su Orson Welles. E poi la foto di Troisi. «Con lui è stato un colpo di fulmine. Mi piaceva quel suo lato intellettuale che emergeva dietro l'apparente afasia. Non tutti sanno che Massimo era uno studioso della questione meridionale, dei rapporti fra il sud e il resto d'Italia. Non impazziva per il mestiere della regia, lavorando con me sentiva compresa e accettata questa sua pigrizia. Dopo Splendor mi disse "facciamone un altro insieme, poi un altro, poi un altro..."». Quando nasce il progetto di Un drago a forma di nuvola, Troisi già non c'è più. «Forse la parte al cinema l'avrei affidata a Silvio Orlando. Ma in quel ruolo volevo un altro Troisi, era lui l'archetipo. Non ce ne sono molti di Troisi, nel mondo. Massimo aveva questa eleganza inglese presente in alcuni napoletani, rideva molto quando gli dicevo che mi ricordava Hugh Griffith (premio Oscar come attore non protagonista nel '60 per lo sceicco di Ben Hur, ndr). Una generazione è cresciuta avendo Massimo come modello, con il desiderio di parlare come lui, di pensare come lui. Sono sicuro che durante le riprese avrei pensato a Massimo. E adesso che lo vedo lì, disegnato, dentro la storia, penso che sì, questo è proprio il nostro quarto film insieme».
La colonna sonora sarebbe stata di Armando Trovajoli, costola musicale di Ettore Scola. La fotografia di Luciano Tovoli. «È stato incredibile», racconta il regista, «ritrovare nel lavoro di Ivo Milazzo i suoni, le luci, gli umori che pensavo di mettere nel film. Ha disegnato una Parigi non convenzionale. Ha illustrato in modo magnifico le visioni della ragazza, che con le nuvole ricostruisce una città e un cielo a sua misura. Un tratto da impressionista che un disegnatore giapponese non avrebbe». Un incontro fortunato. C'è sempre stato tanto cinema nelle tavole di Milazzo, a partire dal volto di Ken Parker plasmato sul Robert Redford di Corvo rosso non avrai il mio scalpo . «La mia tecnica narrativa», parla il disegnatore, «è fatta di contaminazioni. Proprio per inseguire questa mia libertà e nuovi incontri ho lasciato la produzione seriale». Così come c'è sempre stato il fumetto tra le passioni di Scola. «Forse la prima della mia vita», racconta il regista, «avrò avuto quattro o cinque anni e mi incantavo con Topolino, Paperino, l'Uomo mascherato, Mandrake. Ricordo Bibì e Bibò, Capitan Cocoricò, il professor Pier Cloruro de Lambicchi. Tentavo di ricopiarli, forse per capirli meglio. Mi è sempre piaciuto molto disegnare. Pupazzetti, caricature. Da ragazzo ne portavo al Marc'Aurelio , il bisettimanale satirico. Lì conobbi Vittorio Metz e Marcello Marchesi, prìncipi della sceneggiatura dell'epoca che mi arruolarono come "negro", revisore anonimo dei loro copioni per Totò, Nino Taranto, Macario o Carlo Croccolo. Se ne scrivevano a decine. Ho cominciato così. Amo meno invece il cinema d'animazione: mi pare che neghi il rigore e la purezza della grafica immobile ».
A ottantatré anni portati come d'incanto, in un un'ora e mezza Scola si concede il gusto lento di un paio di sigarette. «Non girerò altri film, di questo ormai sono certo. Troppa fatica». Per Che strano chiamarsi Federico, il documentario dedicato a Fellini, era tra i registi candidati all'ultimo David di Donatello. Chissà se l'industria del cinema sentirà come un suo figlioletto Un drago a forma di nuvola, chissà se avrà voglia di osare, candidarlo a un premio, compiendo quella rivoluzione che Hollywood non ebbe il coraggio di vivere, negando una nomination come migliore attrice a Jessica Rabbit. E un altro film a fumetti? Scola ha lo sguardo assorto. «Ce ne sono parecchi che non ho girato. Uno si sarebbe dovuto chiamare Il badato. La storia di un avvocato napoletano, estroso, rivoluzionario, un tipo che spiazza i suoi stessi clienti. Un ruolo perfetto per Giancarlo Giannini. Quando comincia a dare segni di Alzheimer, confondendo le cause, la figlia gli mette accanto una badante, una donna straniera, ma lui si ribella a questa aggressione». Un'altra storia perfetta per il cinema su carta.

(la Repubblica, 15 giugno 2014)

1 commento:

Blogger ha detto...

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