venerdì 6 giugno 2014

Valdir Peres e l'incubo di Paolo Rossi

vald2 Il mio incubo ha un dove: Barcellona. Il mio incubo ha un quando: 1982. Il mio incubo ha un nome: Paolo. Il mio incubo ha un cognome: Rossi.
Mai nella storia di un Mondiale una squadra era stata più amata della nostra da un popolo che non era il suo. Ci aveva adottato, la Spagna, nell'estate del 1982, e forse ci aveva adottato il mondo. Il mondo intero, tranne l'Italia. "Neppure l'Italia riuscirà a farci giocare male", disse Zico prima che andassimo in campo. Ma Zico non sa prevedere il futuro, solo che quel giorno non lo sapevamo, e gli credemmo, credemmo davvero di potercela fare.



vald1  Prima viene il Maracanaço, poi viene Paolo Rossi. Io sono qui a pensarci da una vita: la squadra più bella di sempre non ha vinto la Coppa del mondo. Noi, più belli dell'Ungheria del '54 e più dell'Olanda del '74, lasciammo la gente con gli occhi pieni di noi e tornammo a casa con le mani vuote. Il quadrilatero: Falcao, Socrates, Cerezo, Zico. E poi? E poi si diceva che quel Brasile avesse un punto debole, Serginho, al centro dell'attacco. Se avessimo avuto Careca, come in Messico quattro anni dopo, adesso starebbe piangendo l'Italia. Invece no. E si iniziò a dire male anche di me. Come se fossi stato un altro Serginho. Soprattutto gli italiani: andavano in giro a raccontare che ero l'anello debole di quella squadra. Certo, io avevo dato uno spunto: l'errore nella partita d'apertura con l'Unione Sovietica. E forse potevo fare qualcosa di più sul secondo gol di quel maledetto signore mandato dal diavolo sul nostro cammino. Ma se in Brasile chiedete di mettere in fila i cinque migliori portieri di tutti i tempi, il mio nome nella lista qualcuno lo farà. Del resto ho vissuto tre Mondiali. Trovatemi un altro portiere da 3 Mondiali scarso quanto me. In Germania e in Argentina stavo dietro Leao, in Spagna toccò finalmente a me, avevo già 31 anni. Soprattutto avevo vinto il più importante premio per un calciatore brasiliano, il Pallone d’oro della rivista Placar. L’avevano dato a un portiere, nella terra dei numeri 10. Premiarono la mia costanza e la mia bravura nel parare i rigori. Un anno prima del Mundial spagnolo, a Stoccarda in amichevole contro la Germania ovest l’arbitro ne fischiò uno per un fallo di mani che all’epoca non sempre si chiamava. Mi trovai di fronte Breitner, il barbuto, il marxista. Mentre sistemava il pallone, mi avvicinai con l’idea di innervosirlo. Ma cosa potevo dirgli? Mica conoscevo il tedesco. Rimasi lì un paio di secondi, poi mi sentii goffo, tornai fra i pali, gli altri ancora protestavano. Prese una rincorsa lunghissima e con il destro incrociò il tiro verso la mia destra, io feci un paio di passi in avanti e lo parai, mentre nel silenzio dello stadio si avvertì forte un nuovo fischio dell’arbitro. Disse che mi ero mosso in anticipo, il rigore andava ripetuto. Derwall, il ct tedesco, si sbracciava. Forse voleva che tirasse qualcun altro. Invece si ripresentò Breitner, stessa rincorsa e tiro sull’altro lato. In realtà una cosa fiacca, quasi centrale, come il tiro precedente.

 

  Parai anche questo, e stavolta sentii solo il silenzio dello stadio. Proprio come al Sarrià, mentre gli italiani facevano festa senza che noi potessimo sentirli, avvolti com'eravamo nella bolla di rabbia e di delusione da cui personalmente non sono mai più uscito.

(Come per l’intera serie, le parole liberamente attribuite a Valdir Peres sono state ricostruite attraverso libri, interviste e altre fonti storiche, e sono tutte ispirate a fatti realmente accaduti)

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