domenica 8 giugno 2014

La roulotte di Pfaff

Pfaff3Sono il suono di un tuffo, un salto nell’acqua, un’immersione. Sono il suono di una sorpresa, un batticuore, un palpito. Sono la leggerezza, l’allegria, il sorriso. Sono Pfaff, Jean-Marie Pfaff, e me ne vanto. Mio padre vendeva le sue stoffe e i suoi tappeti in giro per le strade del Belgio. Una vita da ambulante, un ambulante non abbassa mai lo sguardo. Mangiava ogni giorno nella stessa osteria, entrava e chiedeva Il Solito, la signora Marie Veireman aveva imparato cosa preparargli, suo marito Jean De Lathouwer gli riservava un tavolo sempre alla stessa ora. Così, quando sono nato io, a mio padre venne facile unire i nomi delle due gentilissime persone che gli apparecchiavano il pranzo quotidiano, marito e moglie, Jean e Marie. Per questo mi chiamo così.
pfaff1   Lui, mio padre, Honoré se ne andò che avevo 12 anni, sono cresciuto con i miei cinque fratelli e le mie sei sorelle. Mangia, Jean-Marie, mangia: era la loro grande preoccupazione, che stessi bene, che non mi mancasse nulla. Mangiavo e ingrassavo. Da Pfaff, per gli amici ero diventato Patapouf, il grassoccio. Perciò mi mettevano in porta quando si giocava a pallone nelle vie di Lebbeke, la città dove sono nato, Fiandre orientali, terra di vento e di ciclismo. Palloni su palloni, parate su parate, sono arrivato al Beveren. L’avevo promesso a lui, a mio padre, vedrai che diventerò un bravo portiere. Ma il calcio era all’epoca soltanto una passione, i miei soldi li guadagnavo fuori dal campo: prima in un ufficio postale, poi in un’azienda tessile, 14 franchi l’ora, c’era la famiglia da aiutare. Ogni giorno facevo 25 chilometri in bici, con il sole o con la pioggia, qualunque fosse il tempo. Vivevo in una roulotte nella piazza al centro di Anversa. Io, i miei fratelli e le mie sorelle. Quelli che campano così, sono persone fantastiche. Eravamo felici, perché la gente intorno a noi era socievole.

lebbekeC’erano calore e amicizia, a me non viene in mente nulla che si possa desiderare di più. Solo quando sposai Carmen, prendemmo una casa. E aprimmo un negozio di articoli sportivi. Nel frattempo il Beveren mi aveva dato la maglia numero uno e un po’ di gloria: campionati, coppe, l’esordio in nazionale e la finale agli Europei in Italia. Il vero salto fu la Germania, perché nel 1982 arrivò la chiamata del Bayern. L’esordio fu un disastro, perdemmo 1-0 con il Werder Brema: autogol mio. Su una rimessa laterale, esco con la mano alta, la tocco appena con le dita. Palla in porta. Bene, mi dissi. Meglio sorridere. La prossima volta andrà meglio.



Uli Hoeness venne a riferirmi che qualcuno però gli aveva dato un colpo di telefono, avvertendolo di stare attento a me, ero cresciuto in strada, ero un ambulante, un nomade, un brutto carattere, non stavo zitto mai. Mi riferì che a lui tutto questo non interessava, il Bayern mi aveva chiamato perché pensava ch’io fossi un bravo portiere, e che lo pensava anche dopo quell’autogol. Gli risposi che per me tutto sommato era un episodio positivo, molto positivo, si trattava di un’azione così cretina da rendermi famoso in tutto il mondo. Ecco, io l'avevo presa così. Allora Uli mi fissò, chissà che cosa gli passò in quell'istante per la testa, un attimo ancora e poi mi disse, Ti spiace se per un po’ non rilasci più interviste? Mi tennero muto, per tutelarmi, il silenzio durò nove settimane. Il giorno in cui parai un rigore a Kaltz, la Germania scoprì la mia inverosimile lingua, un impasto di tedesco, olandese e fiammingo. Ero il migliore del mondo, ma si faceva fatica a dirlo. Tutti guardavano la maschera che mettevo per nascondermi, la maglia rossa che portavo in omaggio a Kelly Le Brock, sono certo che la conoscete; oppure la mia fuga dal ritiro della nazionale vestito da infermiere; la mela che mi tirarono certi spettatori e che mangiai appoggiato a un palo. Con tutta la buccia. Ma al parere degli altri quasi mai ho fatto caso. D'altra parte se avessi ascoltato i medici, dico i medici per fare un esempio, oggi non avrei le braccia. Una sbarra di acciaio me le aveva spezzate da bambino, i dottori volevano amputarle. Meno male che i miei fratelli diedero retta a me. Ai Mondiali del Messico ci fermò solo Maradona, in semifinale, dopo due indimenticabili partite contro l’Urss negli ottavi di finale e contro la Spagna ai quarti, battuta ai calci di rigore. Vennero 10mila persone ad accoglierci a Bruxelles. Allora sì, solo allora si arresero tutti. Ero diventato El Simpático, perché sorridevo sempre. Mi avevano anche eletto miglior portiere del torneo.



Ho smesso a 36 anni. Ho fatto l’attore, ho prodotto vini e champagne, la vita della mia famiglia (tre figlie, mariti, sei nipoti) è finita al centro di un reality, ci hanno ripreso per 24 ore su 24. Mi chiesero se avevo qualcosa in contrario e non l'avevo. Perché il calcio a un certo punto finisce, ma la vita, signori, la vita continua. E se alla vita non sorridi, da queste parti che cosa ci rimani a fare.

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