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mercoledì 22 giugno 2016

O'Neill, la corsa di un irregolare

NELLA residenza del governo di Dublino, di fronte a Mary McAleese, seconda donna presidente d'Irlanda e la prima a venire dall'Ulster, Martin O'Neill prese il microfono e spiegò cosa volesse dire sentirsi figlio di questa faccenda così complessa e spesso insanguinata. Quest'uomo che porta un paio di occhialetti d'altri tempi e parla sotto voce ha studiato legge all'università di Belfast, viene dalla stessa scuola primaria frequentata da due futuri premi Nobel (John Hume e Seamus Heaney) e sulle sue rughe da ex calciatore atipico è passato più di un riflesso della storia delle due Irlande. «Sono troppo pieno di anomalie e contraddizioni per potermi dire perfetto». Una vita da irregolare.

mercoledì 25 novembre 2015

Dieci pezzi su George Best

GeorgeBest1

Il primo passo dell'alcolista per guarire è ammettere la propria malattia: Best l'ha ammessa da sempre ma non è mai guarito. Raccontava del suo ingaggio ai Los Angeles Aztecs, un'altra umiliazione, non umana ma tecnica, e del fatto che gli avevano trovato una casa vicino al mare. "Ma per arrivare all'Oceano dovevo passare davanti al bar. Non sono mai arrivato all'acqua". [...]

sabato 21 giugno 2014

Pat Jennings e le giovani vite d'Irlanda

jennings2 Non si può mandare la palla direttamente fuori dal campo, e neppure trattenerla, farla rimbalzare due volte o fare quattro passi senza passarla. Questo è il calcio gaelico, il calcio che amavo e che è stato il mio, prima che andassi a difendere la porta del Tottenham, dell'Arsenal e soprattutto dell'Irlanda del nord.

martedì 18 maggio 2010

Gregg, l'eroe dell'aereo del Manchester

gregg1 James Thaine, il pilota, mi gridò: Scappa, stupido bastardo che adesso scoppia. Non lo so. Non so dove trovai il coraggio. So che invece tornai indietro. Dentro il relitto in fiamme. Presi una bambina e la tirai fuori di lì. Tirai fuori una donna. Poi Bobby Charlton e Dennis Viollett. Li gettai fuori da quel che restava dell'aereo. Ci salvammo in ventuno e per tutti io diventai Harry Gregg, l'eroe di Monaco. Trascinai Charlton e Viollett per una ventina di yards in mezzo alla neve. Matt Busby, il nostro manager, si grattava il petto e si lamentava: Le gambe, le mie gambe. Le sue ferite facevano spavento. Roger Byrne invece non ne aveva neppure una, ma non si muoveva, i suoi occhi erano aperti, passandogli accanto era chiaro, era fin troppo chiaro, che fosse morto. Giocava in difesa. Ho ancora un rimpianto quando penso a quel giorno. Penso che gli occhi, a Roger, dovevo chiuderglieli. Passarci una mano sopra e chiuderglieli.