sabato 5 giugno 2010

Francesca Schiavone, lady Chatterley e la rivoluzione sessuale

Questo è il primo post on demand che va online su questo blog. Può essere un'idea. Nel senso che magari succede un fatto, uno passa di qui credendo di trovare due parole, non le trova e si chiede chissà ottanta/cento cosa ne pensa, chissà perché non ne parla. Però se uno chiede, ottanta/cento risponde. In questo caso la richiesta arriva da Idefix e Tieffemme. 

A chi serve un hobby come il tennis o la filatelia? Io ne ho un altro: rileggere Lady Chatterley. 
Così in Smut cantava Tom Lehrer, matematico pianista e compositore. Era il '65 e si sbagliava. Non diceva una stronzata. Diceva una cosa giusta, ma fuori tempo massimo. Quattro anni prima - nel '61 - la Grove Press era finalmente riuscita a pubblicare un'edizione del romanzo scritto da Lawrence in Toscana fra il '25 e il '28, a lungo messo al bando in tutta Europa. Un tentativo l'avevano fatto già nel '59, la distribuzione avveniva via posta: le copie erano state sequestrate. Bon (© Baricco, Pickwick, 1994).


Lehrer citava Lady Chatterley in contrapposizione al tennis perché voleva evocare due mondi distanti. Cosa c'era di più lontano da una nobildonna sposata a un paraplegico e impegnata in una relazione con un uomo della working class, se non una tennista, a quei tempi fasciata dentro corpetti e gonne lunghe fino alle caviglie? Era l'evocazione della ribellione contro la tradizione, Lady Chatterley contro Suzanne Lenglen, la reietta e la divina, il romanzo da mandare al rogo e lo sport della buona società. Giusto. Tutto giusto. Figurarsi che nel tennis, negli anni in cui Lawrence scriveva il suo capolavoro, passava per bizzarra una lady dalla postura rigida e solenne come Helen Wills sposata Moody, perché indossava una gonna lunga "solo" fino al ginocchio e portava un berretto con una visiera bianca.
Lady Chatterley come erotismo puro, e il tennis al suo confronto un hobby sensuale quanto la filatelia. Ok. Va bene. Il torto di Lehrer è scrivere questa cosa nel '65. Quando i due mondi invece si stanno avvicinando. Lui non se ne accorge. Appena una decina d'anni dopo Philip Larkin, uno dei grandi del Novecento inglese, avrebbe rimesso l'orologio a posto nella poesia Annus Mirabilis dicendo che "il rapporto sessuale cominciò nel 1963, assai tardi per me, tra la fine del bando di Lady Chatterley e il primo lp dei Beatles". Sono gli anni del via alla contraccezione orale. La rivoluzione sessuale. La minigonna è del '63. Che è pure l'anno della prima delle 18 finali di Slam di Billie Jean King, prima atleta americana ad aver raccontato di aver avuto una relazione omosessuale (con la sua segretaria, Marilyn Barnett). Negli stessi anni Martina Navratilova rende pubblico il suo orientamento sessuale, per fare chiarezza sulla natura della sua relazione con la scrittrice Rita Mae Brown. Significa che il tennis insomma si scrolla definitivamente di dosso i panni vittoriani indossati fino a due decenni prima, e soprattutto comincia a vivere in tempo reale sui suoi campi di gioco le conquiste femminili maturate nella società e le svolte sessuali.
Nel '72 Bertolucci gira Ultimo tango a Parigi, Chris Evert e Jimmy Connors stanno insieme, ammettono la loro relazione che non vogliono "legalizzare" con il matrimonio, girano il mondo uno accanto all'altra, lei con i nastri nei capelli, lui poi sposerà una ex coniglietta di Playboy. Gli anni '80 sono quelli della sessuofobia e della paura per l'Aids, il modello femminile del tennis torna spartano, ed è quello riservato e rigoroso di Steffi Graf. Ma quando l'immagine pubblica della donna di successo comincia a passare attraverso una patinata forzatura del suo profilo sexy, il tennis è lì. Si fa trovare pronto. Con Anna Kournikova prima e Maria Sharapova poi. Il modello della donna-mamma-in carriera? C'è Kim Clijsters. La donna che afferma la propria capacità di scegliere in amore a dispetto delle convenzioni religiose e sociali? L'indiana Mirza che sposa un pakistano. Per non dire dell'evoluzione nell'abbigliamento. Fino al nude look di Venus Williams.
Oh. Tutto questo per arrivare a Francesca Schiavone, la prima italiana a giocare una finale di Slam. La prima. Dopo più di un secolo. Non c'è una grande nazione occidentale che non abbia avuto una sua donna in una finale dei 4 tornei più importanti al mondo. La Spagna sì, la Francia sì, la Germania sì, l'Inghilterra sì, gli Stati Uniti sì. Ne hanno avute di recente l'Europa dell'est e l'Europa del nord. L'Italia mai. Fino a oggi. Avevamo avuto i pizzi di Lea Pericoli nel '59, ma è solo oggi - nei giorni in cui troppo spesso il corpo delle donne viene rapito e piegato alle esigenze della tv e della politica - che Francesca Schiavone definisce la parabola dell'emancipazione della donna italiana, se è vero che sui campi da tennis sfilano ormai rappresentazione, forma e sostanza del percorso sociale femminile di un paese.

2 commenti:

idefix973 ha detto...

e allora mi piace lo sviluppo sociale di queste donne italiane. Anche perchè la schiavone non è un prodotto creato in laboratorio da genitori frustrati e frustranti come se ne sono visti tanti nella storia recente del tennis femminile.

ps. bello il post on demand, mi faccio l'abbonamento

ottanta/cento ha detto...

Onore e piacere