| Stenmark e Thoeni |
domenica 19 giugno 2016
Noi e quelli venuti dal freddo
sabato 18 giugno 2016
Le radici di Ibrahimovic
MALMÖ. L’uomo arrivato a Parigi da re e andato via da leggenda, a casa sua è qualcosa in meno e molto di più. È un idolo e un fantasma, è un dio lontano, del resto a chi verrebbe in mente di venerare un vicino di casa. Mentre Manchester si prepara ad accoglierlo con un assegno da 13 milioni all’anno per ricongiungerlo a Mourinho e guastare i giorni a Guardiola, esiste un solo posto in cui sia ancora possibile essere Ibrahimović senza smettere di sentirsi Zlatan. Qui, dove tutto è iniziato, dove grazie a lui la vita è cambiata prima che il ponte di Öresund unisse la città a Copenhagen.
mercoledì 15 giugno 2016
Il centravanti che segnò dopo 500 giorni
BORDEAUX. Ádám Szalai fa lo stesso lavoro di Higuaín, centravanti, e i centravanti tengono il conto dei gol. Così mentre Gonzalo in Italia calcolava i suoi, trentaquattro - trentacinque - trentasei, anche Ádám segnava il proprio record in Bundesliga. Cifra tonda. Zero. Un gol nemmeno per sbaglio. Una deviazione, una tibia, un fuorigioco. Niente.
martedì 14 giugno 2016
Perché ci piace il portiere col pigiama
BORDEAUX. Piace perché si butta nel fango e si sporca. Piace perché a guardarlo pare improbabile. Piace per i motivi opposti a quelli che ci portano spesso a stare dalla parte di Messi e Ronaldo. Piace perché rimette al centro della scena il calcio che il tempo ci ha tolto. Il paradosso di Gábor Király è che il suo romanticismo, i suoi quarant’anni in campo e la tuta grigia con cui gioca, sono il cibo perfetto per i predatori del marketing. Oggi diventa il calciatore più anziano ad aver mai giocato una partita in questo torneo, e tutti guarderemo i suoi pantaloni consumati, per fingere di credere ancora alla magia di questo gioco, per dimenticare che in un campionato chiamato Europeo si sfidano due paesi che l’Europa la stanno spezzando: l’Austria che vorrebbe una barriera al Brennero e l’Ungheria che ha alzato un muro di lamette e filo spinato lungo 175 chilometri al confine con la Serbia; un muro alto tre metri e mezzo, uno in più di una porta di calcio.
lunedì 13 giugno 2016
Il lontanissimo Mondiale di Götze
L'innamoratore
L'amore sarà pure come per William Holden e Jennifer Jones una cosa meravigliosa, ma è soprattutto un lavoro usurante. Ne sa qualcosa Ivan Sciarrino, un tipo sotto la quarantina, figlio di un'insegnante di inglese e di un autista d'autobus di Napoli che si guadagna da vivere in giro per l'Italia mettendo in gioco i sentimenti, i suoi e quelli delle donne capitate sulla propria strada. Sciarrino non le incontra, a Sciarrino le fanno incontrare. Viene ingaggiato per far perdere loro la testa, affinché lascino i mariti, pagato da chi vuol ferire in questo modo un nemico, un concorrente, un rivale. Il suo è il mestiere dell'innamoratore: pericoloso perché sa interpretarlo soltanto lasciandosi coinvolgere — come avviene molto più che in passato con la signora Soraya D'Abundo — e perché prima o poi qualcuno ti mette una bomba sotto l'auto, facendo entrare in scena un'indagine dei carabinieri e una porta dietro cui si nasconde un mistero. Coetaneo del suo rubacuori a pagamento, al suo quarto romanzo in cinque anni, Stefano Piedimonte scrive con L'innamoratore (Rizzoli, 269 pagine, 18 euro) una storia che è più interessante leggere in controluce, come apologo sull'amore mancante, quello che potrebbe essere e non è, l'amore ipotetico che non abbiamo avuto, affascinante quando si ferma poco oltre la soglia dell'immaginazione, eppure monco perché non prevede né responsabilità né usura.
sabato 11 giugno 2016
Il calcio visto da Calais
De Biasi e i figli della diaspora albanese
SEICENTO imprese e ventimila lavoratori italiani a Tirana, dove non ci sono sindacati e le tasse restano sotto il 15 per cento. Imprenditori medici e cuochi, più un c.t. veneto che ha portato per la prima volta la nazionale fra le grandi del calcio. Uno studio di architetti fiorentini progetta il nuovo stadio d'Albania che tanto sta a cuore al premier socialista Edi Rama. Gianni De Biasi, figlio di un commerciante di Sarmede, il paese delle favole, ha già fatto di più. Con 21 ragazzi raccolti in 10 campionati stranieri, compreso Liechtenstein e la nostra C, dopodomani guida contro la Svizzera il debutto di una federazione che ha un budget da 7 milioni di euro: meno del biennale di Conte. Solo in due giocano in patria, i portieri di riserva. «Quando mi contattarono la prima volta, ero in bici. Accostai, parlammo, non ero convinto. Che ne sapevo dell'Albania? A me piace essere parte di un ambiente: granata a Torino, bresciano a Brescia, modenese a Modena. Mi sono messo a studiare la storia e gli anni del regime. Oggi il mio lavoro è anche esportare l'Albania. Mi hanno dato cittadinanza e passaporto. Ne vado fiero».
venerdì 10 giugno 2016
Le Havre, il porto in cui arrivò il calcio
giovedì 2 giugno 2016
Calcio e potere in Argentina
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